sabato 24 maggio 2008

Corpus Domini



L'eucarestia è il sacramento della vita eterna. I sacramenti sono azioni liturgiche che hanno la forza speciale di fare ciò che esprimono simbolicamente. Per mentenersi in vita è necessario prendere del cibo. Dalla mancanza di nutrimento provengono l'indebolimento dell'organismo, le malattie, e alla fine la morte. Nel sacramento si passa dal materiale allo spirituale, l'acqua è il mezzo naturale per pulire il corpo, ma nel battesimo pulisce anche l'anima dal peccato, rinnova la vita eterna. Nell'eucarestia il pane e il vino nutrono la vita spirituale che di natura sua è immortale. Per questo l'eucarestia è chiamata da S. Ignazio di Antiochia"medicamento contro la morte". Da Antiochia provenivano nell'antichità famosi medici, perché in quei luoghi si raccoglievano vari tipi di erbe medicinali contro diverse malattie. Ad alcuni, in quelle circostanze, sorgeva la domanda: "Non si potrebbe trovare un'erba contro la morte?" Forse alludendo a questa domanda Ignazio dice: "Noi abbiamo il pane di vita eterna".

Fuoco ardente

Gli antichi popoli iranici identificavano le divinità con il fuoco. Le omelie spirituali che ci sono pervenute sotto il nome di Macario descrivono questa immaginazione nel modo seguente. Ai confini della terra si elevano le montagne formate dal fuoco. Su di esse e in esse vivono degli animali penetrati tutti dal fuoco e vi si sentono così bene che muoiono quando ne sono portati fuori. I Padri cristiani siro-occidentali approfittavano di questa mitologia simbolicamente. Il vero fuoco ardente è il nostro Dio nei cieli. Gesù, come Prometeo ci ha portato questo fuoco sulla terra e nell'eucarestia ce lo comunica. Perciò è penetrato nella liturgia della Chiesa l'uso secondo il quale il sacerdote, distribuendo la comunione dice: "Ricevi il fuoco ardente". Macario lo paaragona al rito della notte pasquale, durante la quale una candela comunica la luce all'altra, fino a che tutta la chiesa buia non sia illuminata.

Sacro convito

Quando incontriamo Gesù nell'Eucarestia, lo esprimiamo con il termine di "sacra comunione". Si effettua per mezzo di un simbolo semplicissimo: mangiare e bere insieme.
Perlare del mangiare e del bere si considera una banalità. Tuttavia, riflettendo su queste esigenze vitali, scopriamo che si tratta di un vero miracolo della natura. Si consumano materie di origine viva, naturale. Quanti processi vitali devono verificarsi perché si possa raccogliere il grano: vi cooperano i slai minerali della terra, i raggi del sole, vari influssi della temperatura, ecc; da tutto questo cresce il grano, pieno di una vita e di una energia propria. L'uomo lo raccoglie per farne il pane. Mangiandolo egli si appropria di questa vita che non era la sua, ma che per mezzo del mangiare e del digerire non solo divienne la sua ma si identifica con lui. In questo senso materiale si può applicare l'espressione dei materialisti secondo la quale l'uomo sarebbe ciò che mangia. Ma nella cena del Signore questo processo materiale diventa simbolo di una realtà sorprendente, superiore. Il mngiare è segno sacramentale che fa ciò che significa. La fede ci insegna che nell'eucarestia Gesù stesso si offre come nostro cibo e conseguentemente la sua vita diviene la nostra. Comunicandoci, entriamo in comunione intima con Colui che si offre a noi. Misticamente Egli è nutrimento forte che ci dà una forza soprannaturale. Bere dal calice ha lo stesso significato, ma acquistò presso i Padri una sfumatura speciale. Secondo le credenze animistiche nelle piante abitano diversi spiriti. Quale sarebbe lo spirito del vino? Piuttosto maligno, credevano alcuni a giudicare dagli effetti. Ma con le parole della consacrazione ogni malignità è espulsa e nel vino che diviene sangue di Cristo abita il suo Santo Spirito. Partecipando al sangue di Gesù diventiamo in senso spirituale a Lui "consanguinei". Siamo quindi suoi fratelli, DIo è nostro Padre, la Madonna la nostra vera madre. La santa comunione crea una santa unione. In questo contesto si può vedere simbolicamente anche la relazione fra le due cene: quella di Cana e l'Ultima Cena con i discepoli. A cana Gesù cambiò l'acqua in vino. SI tratterebbe in immagine di un passaggio dall'elemento materiale all'elemento vivo. Istituendo l'eucarestia si offre a noi un sacramento per passare dalla vita della natura alla vita divina.

Fermento sacro

Nel rito siro-orientale vige un uso particolare. Da una messa precedente si conserva un pezzetto di pane consacrato per una messa precedente si conserva un pezzetto di pane consacrato per una messa seguente. Si chiama "fermento sacro", perché ricorda l'usanza popolare quando si faceva il pane in casa. La leggenda racconta che Giovanni Evangelista avrebbe conservato un pezzettino del genere dall'Ultima cena e lo avrebbe usato nella sua prima messa celebrata davanti alla Madonna. Il racconto è evidentemente poco credibile, ma il simbolismo del rito è bello: vi si vuole insinuare l'unione intima fra le nostre messe con la Cena del Signore dove il sacramento è stato istituito. Nella liturgia romana conserviamo un altro rito che pochi comprendono. Prima della comunione il sacerdote rompe l'ostia e ne mette un piccolo pezzettino nel calice con il vino consacrato. Gli storici della liturgia ci spiegano l'origine di questa usanza. Le diverse Chiese locali, per professare la loro unione con le altre, si inviavano a vicenda un pezzo di pane consacrato. Questo, quando arrivava ai destinatari era già duro. Per poter essere consumato come comunione doveva essere messo prima nel calice. Il rito attuale non corrispondde più alle condizioni originali, ma può ricordarci il pensiero che l'ospitava: l'unione eucaristica fra le diverse Chiese locali disperse nel mondo e fra i sacerdoti che celebrano le messe.

Ringraziamento

Il termine eucarestia viene dalla parola greca che significa "grazie". Ciò ci fa riflettere. Quando nelle chiese celebriamo la liturgia il rito è innanzitutto un ringraziamento. In questo modo compinciavano le preghiere già nelle sinagoche ebraiche: si richiamavano alla memoria i grandi benefici di Dio in favore del popolo (...) I cristiani durante le loro riunioni domenicali, spontaneamente abbreviavano la lunga fila degli eventi e si concentravano su quei fatti che li avevano colpiti "negli ultimi tempi": la nascita, la morte, la resurrezione, l'ascensione al cielo di nostro Gesù Cristo e la sua seconda venuta. Così facciamo noi nella prima preghiera dopo la consacrazione, chiamata "anàmnesis".

(Card. Thomas SpidliK, tratto da "Sentire e gustare le cose internamente", 2006, Lipa Ed.)





venerdì 23 maggio 2008

La Santissima Trinità

(Genesi 18,17)

Poi il Signore apparve a lui (Abramo) alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: "Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo". Quelli dissero: "Fa pure come hai detto". Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: "Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce". All'armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l'albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: "Dov'è Sara tua moglie?". Rispose: "E' là nella tenda". Il Signore riprese: "Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara tua moglie, avrà un figlio". Intanto Sara stava ad ascoltare all'ingresso della tenda ed era dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; ed era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: "Avvizzita come sono dovrei provare il piacere mentre il mio Signore è vecchio!". Ma il Signore disse ad Abramo: "Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C'è forse qualche cosa di impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te e alla stessa data e Sara avrà un figlio". Allora Sara negò: "Non ho riso!" perché aveva paura; ma quegli disse: "Sì, hai proprio riso".
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Nella sua redazione finale questo racconto jahvista narra una apparizione di Jahve accompagnato da due angeli. Il testo esita in più luoghi tra il plurale e il singolare.
In questi tre uomini ai quali Abramo si rivolge al singolare, molti Padri hanno visto l'annunzio del mistero della Trinità, la cui rivelazione era riservata al Nuovo Testamento. Abramo si prostra fino a terra non come adorazione ma come segno di omaggio. Riconosce dapprima nei visitatori solo ospiti umani e testimonia loro una magnifica ospitalità. Il loro carattere divino non si manifesterà che progressivamente
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Questo episodio biblico è, a ragion veduta, considerato come simbolo dell'accoglienza per eccellenza, sempre ricompensata dal Signore.
Certo, nessuno è così ingenuo da vedere in tutti i pellegrini, migranti, itineranti e che dir si voglia che vengono a bussare alla nostra porta, degli angeli del Signore travestiti, anzi molti hanno sperimentato da vicino quanto possano divenire spietate certe creature umane abbrutite dalla disperazione e dallo sdradicamento culturale. Sicuramente l'ospitalità è rimasta in molte culture mediterranee rivestita di una indiscussa sacralità, senza escludere gli ambienti monastici, basta leggere la regola di S. Benedetto. Ma i tre misteriosi ospiti di Abramo hanno una missione da compiere: "voglio scendere a vedere se hanno proprio fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!" E qui si colloca la famosa
preghiera di intercessione di Abramo che mercanteggia con la misericordia di Dio, cercando di mitigare la sua ira ricordando che qualche giusto vi sarà anche lì: abbiamo qui ben esplicitato il ruolo dei santi nel mondo. Questo episodio biblico viene, infatti, immediatamente prima di quello della distruzione da parte del Signore, di Sodoma e Gomorra, dove al posto della disinteressata e squisita accoglienza di Abramo, troviamo la perfidia e la corruzione dei loro abitanti che vanno alla ricerca di quegli stessi pellegrini ma per fare loro violenza, abusarne. Ecco allora comparire quell'incredibile e quasi inverosimile per i nostri parametri, Lot, che è disposto a tutto pur di proteggerli, persino a sacrificare le proprie figlie.

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Di pellegrini misteriosi ne è piena la tradizione ebraica, cristiana, musulmana. Dall'ebreo "errante" ad alcuni famosi "sufi", fino allo stesso Cristo Risorto che si affianca come viandante a due discepoli in cammino verso Emmaus "un villaggio lontano 11 chilometri da Gerusalemme". Nel noto episodio evangelico i due discepoli ancora sconvolti e depressi dalla crocifissione del loro "rabbunì", raccontano di alcune donne del loro gruppo che recandosi all'alba presso la tomba non hanno più trovato il suo corpo. Successivamente, poiché
"si fa sera e il giorno già volge al declino", invitano il viandante con cui avevano scambiato alcune parole a fermarsi con loro. Poi, mentre si rifocillano intorno ad un tavolo e il viandante pronuncia la benedizione nello spezzare il pane lo riconoscono! (Luca 24,13).

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E' interessante vedere alcune recenti posizioni assunte da nazioni che hanno da più tempo dovuto fronteggiare forti ondate migratorie:

Da "La Repubblica, le religioni, la speranza" intervista a N.Sarkozy", ed. Nuove Idee, 2004, introd. di G. Fini:
(...) Se lo Stato risponde ai radicali con la stessa intransigenza, non fa che alimentarla. Lo Stato non deve lottare contro il terrorismo con le armi del terrorismo. La Repubblica non deve lottare contro l'integralismo con le armi dell'integralismo. In questo gioco la democrazia è sempre battuta. La Repubblica deve lottare contro l'integralismo con le armi sue proprie: offre agli osservanti la possibilità di operare pubblicamente nel rispetto della legge repubblicana con le forze dell'ordine pronte a intervenire per sdradicare ogni residuo di integralismo irriducibile. E' questa la logica repubblicana ed è in questo modo che i valori repubblicani trionfano.
La Repubblica può dunque inserire una certa forma di fondamentalismo, ma non di integralismo.
Cosa è più normale per uomini di fede che credono "fondamentalmente", che basano la loro vita sulla fede e vogliono rispettare i fondamenti della loro religione? Lo stato non può avere voce sul modo con cui le persone praticano o non praticano. Ognuno è libero di andare a messa tutti i giorni, di recitare cinque preghiere quotidiane o di rispettare scrupolosamente gli obblighi del sabato. L'integralismo rappresenta al contrario una volontà di vivere la propria religione imponendosi agli altri. Si può dire con il disprezzo dell'ientità altrui. Cerca di dominare di imporre una interpretazione del mondo, dell'uomo, dei rapporti tra politica e mistica".

"Esiste un nesso tanto stretto quanto evidente tra la riduzione durevole della delinquenza ed il buon esito dell'integrazione. Chi può credere che potremo stabilmente assicurare la sicurezza imponendo doveri senza mettere la stessa energia al servizio dei diritti?"

"Associando, invitando persone al tavolo della Repubblica non potranno che rispettare meglio le nostre regole. Rifiutando loro uno spazio, potrete anche porli fuori della Repubblica nel senso proprio come nel senso figurato. Si può sempre avere interesse a tentare di spingere le persone a crescere, a valorizzarle piuttosto che a mortificarle. Credo nel mio intimo che l'umiliazione spinga a tutte le violenze e a tutte le incomprensioni. Al contrario quando si tende la mano, quando si accoglie, quando si ospita, si aumentano le possibilità dell'integrazione. E' vero che si può rimanere delusi. In questo caso non dobbiamo esitare a tirarne le conseguenze in termini di ordine pubblico."



domenica 11 maggio 2008

Pentecoste

Con instancabile preghiera ti imploriamo o Padre,
di donarci la gioia della vivificante presenza del tuo Spirito.
Concedi che esso sia sempre in noi,
lo Spirito che pietoso attende chi erra,
che accoglie con amore chiunque ritorna...
che sostiene il passo vacillante,
che reca conforto a chi è disperato.
Da vigore alla nostra fragilità...
e fa che siamo ponderati nel parlare,
intemerati nell'agire,
ardenti nel compiere l'Amore.
(Liturgia mozarabica, Domenica di Pentecoste)

venerdì 9 maggio 2008

Rimini: "Rigenerati dalla Parola di Dio"

Appunti di viaggio:

In un recentissimo sondaggio (Eurisko) di questi ultimi giorni è risultato un triste dato, come l'86% dei cristiani non conosca affatto la Bibbia! E' stato certamente consolatorio in questi giorni a Rimini vedere che molti dei ventimila avevano con sé le loro Bibbie tascabili.

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“Il cristiano fonda la sua fede su una Parola che deve essere ascoltata con la sapienza del cuore, e diventare vita. Perché la fede – secondo il coordinatore nazionale Mario Landi – è accogliere una Parola vivente, un Dio che si manifesta, interviene nella storia personale di ognuno di noi e in quella dell’umanità”.

Molto appropriato il riferimeno ad Emmaus come “storia in corso”, del Vescovo di Rimini Mons. Lambiasi. “I discepoli che iniziano il cammino come mendicanti di senso, rompono il silenzio per aprire il dialogo. Imparano a interpretare la propria vita e le proprie esperienze a partire dalle Scritture, mentre il Risorto illumina il loro cuore. Fanno una sosta nel cammino per chiedere al Signore di rimanere con loro. Nella sua misericordia Egli entra nel loro “spazio vitale” e rimane con loro. Quello che succede dopo è pura comunione fraterna. “Quando fu a tavola, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24,30s). In seguito ritornano dai loro compagni e fanno esperienza di condivisione, prima attraverso l’ascolto attento e stupito, poi, narrando la vittoria della vita sulla morte, manifestatasi definitivamente nella risurrezione di Cristo. Emmaus è strada in corso: è metodo sempre praticabile e cammino sempre percorribile. Come tutte le cose che contano, il metodo Emmaus è semplice ed essenziale: incontrarsi, riunirsi; parlare di ciò che è accaduto; condividere il Vangelo e rileggere la vita; pregare e lodare Dio per tutti i suoi doni; celebrare la comunione fraterna; tornare ai fratelli e sorelle del mondo intero con la bella notizia che ha trasformato le nostre vite: “davvero il Signore è risorto!”. (...) Ed ha concluso con un bel augurio: che ognuno di voi possa dire al termine di questi giorni come i due discepoli di Emmaus: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto, mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32).

È il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, a presiedere la prima Concelebrazione eucaristica della XXXI Convocazione nazionale: “Nell’Eucaristia l’uomo partecipa dell’amore trinitario. Lo Spirito agisce con la sua azione purificatrice; come fuoco che rende incandescente il ferro, lo Spirito raggiunge le più profonde fibre del nostro essere; guarisce le ferite del nostro cuore, spesso incapace di amare…Come dicevano i Padri, Gesù è medico dei corpi e delle anime; per questo lo Spirito suscita in ogni tempo carismi di guarigione e di intercessione». E questo tema verrà ripreso nella conclusione dell’omelia quando il Cardinale esorterà: «la vostra fede intensa procuri di sollecitare miracoli allo Spirito Santo».

E sopratutto con un certo vigore: “I pastori hanno il dovere di riconoscere i carismi che lo Spirito Santo suscita”! Ci ricorda le parole che Giovanni Paolo II rivolse ai responsabili del RnS: «“Tutte le vostre attività di evangelizzazione tendono a promuovere nel popolo di Dio una crescita costante nella santità”. È la santità la priorità di ogni tempo, che ha bisogno di testimoni, ponte tra Dio e i fratelli. Il Rinnovamento nello Spirito è stato suscitato nella Chiesa per questo compito». Il cardinale Scola sottolinea che lo Spirito Santo opera corporalmente, e l’opera corporale dello Spirito si vede nell’unità fatta corpo. «Noi – continua – lo sperimentiamo nella gioia e nell’esultanza di quest’assemblea. Lo stesso convenire qui da tante città è un’opera corporale».

Nella seconda giornata, dedicata all’esperienza della misericordia di Dio che consola, guarisce e libera, al teologo mons. Bruno Forte il compito di tenere la Lectio divina sul tema: “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. L’Arcivescovo di Chieti-Vasto inizia la Lectio divina presentando all’assemblea l’icona de«ll’Epistemius, cioè l’immagine di Giovanni che appoggia il capo sul cuore di Gesù», perché – come dice Origene – può comprendere le parole di Gesù «solo chi poggia il capo sul suo cuore: è l’amore infatti che svela il Mistero».E in questa ottica di amore introduce la parabola del figliol prodigo, in cui «il vero protagonista è il padre», gli altri due personaggi, i figli, sono coloro che a lui convergono. Su questa conversione mons. Forte pone l’accento perché «non è un’esperienza personale. È un ritorno, una relazione d’amore che era stata infranta e che viene ristabilita».

Gesù ha voluto confidarci qual è il volto del Padre, spiega ancora mons. Forte, indicandone cinque caratteristiche: 1. L’umiltà. Solo lui poteva abbassarsi così tanto, circoscrivere la sua onnipotenza «di fronte al mistero della persona da Lui creata» e amata. 2. La speranza di Dio. «Il cuore di Dio è pieno di speranza in attesa del ritorno del Figlio». Negare questa speranza vuol dire negare la fiducia che Lui ha nella sua creatura. 3. L’amore materno. Il Padre non esita a correre incontro al figlio atteso, esprimendo commozione, ma anche coraggio perché non ha paura di perdere la faccia. 4. La gioia. Per il Padre il primo gesto dopo l’accoglienza al figlio è la festa, una grande festa perché quel figlio è tornato in vita, ed è stato ritrovato. 5. La sofferenza. «Non c’è gioia se prima non c’è stata sofferenza, questa è la legge dell’amore» a questa legge nemmeno Dio si è voluto sottrarre. A questo punto, mons. Forte ha invitato l’assemblea a chiedersi se questo sia il volto del Dio in cui crede: un Padre-Madre di misericordia, speranzoso, coraggioso, capace di gioire e soffrire.

Padre Rufus Pereira ha invece esordito raccontando un aneddoto semplice e significativo che ha ben introdotto l’assemblea al momento di preghiera per la guarigione e liberazione: dovendo raggiungere Roma da Londra pensò di viaggiare in treno. Durante il percorso incontrò solo inglesi che tacevano e parevano mostrarsi indifferenti a ogni suo tentativo di dialogo. Regnava un silenzio assordante. Appena giunto in Italia e dovendo cambiare treno incappò fra centinaia di persone che parlavano contemporaneamente ma che tra loro, però, non si ascoltavano. Fu allora che, colpito da questi fatti, comprese che qualcosa doveva cambiare nel rapporto dialogico tra Dio e l’uomo: quando noi parliamo Dio resta in silenzio ad ascoltarci e quando è Dio a parlare l’uomo deve solo ascoltare nel medesimo silenzio.

Il Sacerdote, di comprovata esperienza spirituale e pastorale, ha rivolto la sua preghiera in favore del popolo del RnS e dell’intera nazione, rivolgendosi a Dio Padre per mezzo di Gesù, morto e risorto. Ha aiutato ogni singolo partecipante a comprendere il grande ruolo del sacramento della Riconciliazione affermando il suo carattere «di grande dono da parte di Dio per la Chiesa Cattolica». La Riconciliazione è il mezzo che Dio usa ordinariamente per manifestare la sua azione di liberazione e di guarigione non solo psichica ma anche fisica. Il Signore attende il suo popolo per liberarlo e guarirlo. Continua a farlo con la modalità di sempre, che si evince dai Vangeli: accoglie; parla del Regno di Dio, ossia del suo grande amore; e guarisce l’uomo nella profondità del suo essere. Padre Rufus ha ribadito che tre sono le cose che possono cambiare il mondo: un sorriso colmo d’amore; una parola buona e mettere l’altro sempre al centro dei nostri interessi.

Nella cultura odierna, in cui è sempre più evidente «una desertificazione di senso» – ha detto all’inizio della sua omelia mons. Francesco Lambiasi – il nichilismo che si avverte, e che intristisce i cuori rendendoli esanimi, è dovuto a uno «spostamento dalla cultura cristiana alla cultura pagana». E sul terreno della ricerca della felicità sembra che si sia già giocata la partita a discapito della fede cristiana.Di fronte alla questione della sofferenza e della morte – continua mons. Lambiasi –, il paganesimo si rassegna a un fato cieco. «Il Cristianesimo annuncia invece la felicità già su questa terra» e l’annuncia con un grido di gioia: «è risorto, perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24, 5). Riferendosi al Vangelo del giorno il Vescovo ribadisce quanto la Parola annuncia: in verità, ora siete nella tristezza, ma sarete nella gioia, il vostro cuore si rallegrerà (cf Gv 16, 22). Ma che cosa è questa gioia? Chiede ai presente il Vescovo di Rimini. E ripercorrendo il Credo ne estrae «otto sante ragioni» che chiariscono cosa possiamo intendere per gioia cristiana.

  1. Noi crediamo in Dio, amore che ci ha creati, voluti e chiamati per nome e non si dimentica mai di noi.

  2. Crediamo in Gesù Cristo, morto per noi, «non in senso cumulativo, ma in senso distributivo, per tutti e per ciascuno» in particolare.

  3. Crediamo nello Spirito Santo, «fortissimo e tenerissimo Consolatore» e anche quando «non ci salva dal dolore, ci salva nel dolore».

  4. Crediamo nella Chiesa, dove si realizza per noi il miracolo della Pentecoste. Tutti uniti dalla Carità che «tutto ama, crede e sopporta».

  5. Crediamo nella comunione dei santi e in particolare della regina di tutti i sante, la Vergine Maria. Il suo«parto virginale ha proiettato Cristo» a illuminare tutta la nostra vita.

  6. Crediamo nella remissione di peccati, vale a dire che Dio è più grande del nostro peccato.

  7. Crediamo nella risurrezione della carne. Sappiamo di essere già passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli.

  8. Crediamo nella vita eterna, in vista della quale i nostri slanci di fede e di pace non andranno mai perduti.

Questo è il motivo della nostra gioia e allora, conclude mons. Lambiasi: «perché non rallegrarci sempre, visto che siamo chiamati a rallegrarci per sempre?».


È padre Raniero Cantalamessa ad aprire, con la sua relazione sulla chiamata ad evangelizzare, la terza giornata di Convocazione. «Il profeta - spiega il Predicatore della Casa Pontificia commentando la Scrittura - è come uno a cui è dato un occhio penetrante, che gli permette di leggere nel pensiero di Dio». La forza della Parola, che è vitale, energica. Oggi come allora; la Bibbia, oltre ad essere ispirata da Dio, comunica la sua misteriosa presenza. Ma come riconoscere la profezia, e in che modo essere veri profeti? Nell’esperienza profetica si sperimenta un riflesso di quell’autorità con cui parlava Gesù; un brivido o un senso di calore, o una trafittura del cuore, come accadde a Pentecoste. Il vero profeta – spiega p. Cantalamessa – quando parla tace, assistendo al passaggio di un’altra voce. Come si situa il Rinnovamento in rapporto alla profezia? Il Predicatore della Casa Pontificia ripercorre la storia della profezia che, dal II secolo e soprattutto dopo la Riforma, non scomparve ma, all’interno della Chiesa, venne istituzionalizzata, diventando esclusivamente caratteristica della gerarchia di spiegare la Scrittura. Nell’ambito laico, invece, fu secolarizzata. La novità arrivò con il Concilio Vaticano II, che crea una nuova dialettica tra profezia e carisma; anche i laici – si afferma – fanno parte dell’ufficio profetico. Ed ecco il ruolo del RnS che, dice p. Raniero, «segna il passaggio dai documenti alla vita. Il Rinnovamento carismatico – continua – è un rinnovamento profetico prima ancora che carismatico». E ha riportato alla luce le manifestazioni del carisma profetico (cf 1 Cor 14); in primo luogo, il dono delle lingue. (...) Preghiera, umiltà e amore: sono alcune delle condizioni che permettono a Dio di usare l’uomo nella sua opera di salvezza. Concludendo, p. Raniero esorta ad essere profeti, in forza del Battesimo. "Lo si può essere non solo con la bocca, ma con gli occhi, lo sguardo, il sorriso, la vita. Chiediamo a Dio – dice rivolgendosi ai membri dell’assemblea – di mandarci come profeti". (Padre Raniero Cantalamessa è particolarmente felice di celebrare il suo 50° anniversario di sacerdozio con una assemblea di circa 20.000 fratelli, che con lui sanno moltiplicare il suo rendimento di grazie)
Oggi purtroppo, ricorda il predicatore della Casa Pontificia, si sta diffondendo una mentalità secondo la quale cerchiamo di prolungare la vita dell’uomo fino a 150 anni, aiutati dalla scienza che promette di realizzare un tale sogno. A noi cristiani però non interessa la quantità, bensì la qualità della vita. Noi crediamo in una vita soprannaturale, mentre il mondo crede in una super-vita naturale.
Noi quindi risorgeremo, ma quando? San Leone Magno – ha ricordato p. Raniero – parla di due risurrezioni: una del corpo che avverrà alla fine dei tempi, e l’altra è la risurrezione del cuore, e quella avviene anche oggi.
Questa risurrezione porta speranza e oggi viviamo in un tempo e in una società che hanno bisogno di speranza. E noi siamo chiamati a portare questa speranza – ha concluso p. Raniero – in particolare le donne, a cui Gesù ha affidato l’annunzio della risurrezione.

Rigenerati dalla Parola di Dio viva ed eterna» (1 Pt 1, 23). È sul tema del Convegno l’intervento conclusivo: relatore, il presidente del RnS Salvatore Martinez. Il presidente del RnS apre la relazione conclusiva con l’episodio dell’incontro di Gesù con Nicodemo (cf Gv 3, 1-21), un uomo che è «immagine di un’umanità assetata». Il dubbio non è nemico della fede, e la vera laicità che manca al nostro Paese – dice con forza dal palco Salvatore Martinez – è quella di Nicodemo; quella capace di fare domande, non di dare risposte; quella che nasce dal dubbio, dall’interrogazione. Nelle parole di Martinez, un’esortazione vigorosa al popolo del Rinnovamento perché evangelizzi, senza paura, mettendo a frutto il potere dei sacramenti e i carismi: «Dobbiamo testimoniare Cristo proclamandolo. Anche il Rinnovamento va proclamato perché è un’opera dello Spirito - dice ai migliaia di presenti -. Dobbiamo credere e osare!». Inventando soluzioni nuove, trovando nuovi spazi di evangelizzazione. Nel nostro tempo l’umanità è aggredita da tutte la parti. E «nei nostri gruppi le persone devono conoscere non la prepotenza umana, ma la potenza di Dio». «Evangelizzare – continua Martinez - è umanizzare, educare». «Dobbiamo ancora far conoscere alla Chiesa la grazia dell’effusione dello Spirito; portarla nei seminari teologici, nei monasteri, nei luoghi pubblici. Perché tutti hanno bisogno di “rinascere dall’alto”… Il mondo vuole rinascere!». Martinez esprime gratitudine verso Benedetto XVI, i Vescovi e i Cardinali che sono intervenuti nei giorni della Convocazione o hanno fatto pervenire i loro messaggi di saluto al Rinnovamento: tutti, ricorda, «ci hanno esortato a sottolineare, con il nostro modo di vivere la fede, l’attualità dei carismi». «Siamo “cittadini dello Spirito” – dice citando Giovanni Paolo II -. Occorre riaccendere in noi lo slancio delle origini», rimanendo sempre aperti ai continui cambiamenti e alle continue rinascite spirituali; non restando ancorati al “vecchio”– dice ancora commentando l’episodio dell’incontro di Gesù con Nicodemo. E conclude: «Guai a voi e guai a me se da questo Incontro torniamo a casa “vecchi” e non rigenerati dallo Spirito!».

La Concelebrazione eucaristica presieduta dal card. Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione per i vescovi ha chiuso la XXXI Convocazione nazionale. Nel momento della salita al cielo di Gesù Cristo – ha detto il Cardinale – gli apostoli «rimangono sul monte degli Ulivi col naso all’insù. Non riescono a staccare i loro occhi dal cielo, con in cuore un’intensità di sentimento incontenibile». Certo oggi per un evento del genere ci aspetteremmo qualcosa di più spettacolare, perché quell’avvenimento chiude un epoca, quella del passaggio terreno di Gesù, e ne apre un altra, quella della Chiesa. “Il vero significato dell’Ascensione è che Cristo – continua il porporato – esce dalla storia per diventare contemporaneo di ogni uomo e di ogni donna fino alla fine dei secoli», così il Salvatore diventa compagno invisibile di viaggio di ogni uomo, chiamato a vederlo con gli occhi della fede e a testimoniarlo fino ai confini della terra, proprio come fu per gli apostoli, duemila anni fa.
Riferendosi poi al tema della Convocazione ha affermato che «una crescita nella conoscenza della parola di Dio rende matura e solida la fede e aiuta a comunicare il fascino del Vangelo e la bellezza di una vita tesa in uno sforzo di rinnovamento spirituale». Infine il Cardinale ha fatto richiesta al Rinnovamento di contribuire a rendere «la nostra Chiesa cattolica sempre più bella, più credibile, più santa e a rendere il mondo più rispondente al disegno di Dio».

Viaggio tra il popolo del Rinnovamento


(Rimini 1-4 maggio 2008)

Il mio ritorno alla fede e il mio cammino di preghiera è avvenuto e si è evoluto in ambienti monastici avvolti dal silenzio e profumati dalla pratica dell'orazione silenziosa. Così questa opportunità di conoscere più da vicino il mondo del Rinnovamento e i suoi protagonisti è stata una autentica scommessa con me stessa e con tutte quegli “strati” di impressioni, preconcetti, giudizi maturati e “sedimentati” negli ultimi dodici anni di frequentazioni ecclesiali in cui pur avendo sempre incontrato di qua e di là membri del Rinnovamento e in alcuni casi stabilito anche buone amicizie, mi hanno sempre ostacolato nell'approfondire la conoscenza. Ma sono convinta che a portarmi a Rimini non sono state tanto le amicizie, quanto le ultime trasmissioni radiofoniche che sto dedicando alla Sacra Scrittura, alla Lectio, e ai diversi modi in cui nel tempo è stata praticata e ancora nei diversi modi in cui oggi è intesa e proposta. Una sorta di guida (sia storica che pratica) all'ascolto della Parola e a come pregare la Parola. Così per le pause di questo viaggio ho portato con me un piccolo libro, le regole pacomiane, pronta a rifugiarmi tra le sue pagine in caso di “spaesamento” ambientale! Del monaco Pacomio a cui si deve l'incipit della vita monastica cenobitica, si dice che “quando parlava appariva una grande luce per cui tutti i fratelli erano impressionati dalle sue parole che uscivano come lampi abbaglianti dalla sua bocca, ed erano come uomini ebbri di vino, secondo quanto è scritto: il loro cuore sia felice come il cuore di quelli che bevono vino (Zc10,7). Pacomio arrivava a dire che “un solo salmo è sufficiente a salvarci purché lo leggiamo bene e ci applichiamo ad esso” e aggiungeva “sopra ogni altra cosa abbiamo l'evangelo di nostro Signore, pienezza di tutte le Scritture”. Ma lo “spaesamento” non c'è stato e Pacomio è rimasto in valigia. Sarò sincera, fedele a quello spirito di verità che ho percepito in tutte le testimonianze e negli interventi che sono stati fatti e dirò subito che più di qualsiasi discorso mi ha tranquillizzata guardare il volto del presidente nazionale Salvatore Martinez. Somiglia al volto di Cristo che dipingo da anni nelle mie icone, ma anche al Santo Volto raffigurato in certi mosaici della Sicilia. Non credo che sia un eresia dire ciò, anche di certe donne si usa dire che hanno un volto di madonnina! Ma quello, ho pensato, è il volto di uno che prega seriamente e che trasmette anche senza aprire bocca la pace riconciliatrice di Cristo. Da lì in poi, il mio spirito critico si è placato, anche nei lunghi momenti dei canti in “lingua” così nuovi per chi li ascolta per le prime volte, certo non sono riuscita a farlo anch'io, non ho neanche provato, però mi sono accorta che contemporaneamente potevo pregare bene e in profondità così come sono abituata a fare e che il loro canto sospingeva le mie preghiere. Ecco, ho pensato, ventimila persone che desiderano pregare non solo con la bocca, ma con “le viscere”. Non è per fare paragoni arditi ma dopotutto la mia predilezione per la recita dei salmi con il tono retto, che è quello che ti costringe quasi a coinvolgere anche la “pancia” nella preghiera...e il giubilo del cuore di cui parla S. Agostino...Ecco, ho pensato, questo popolo numeroso che viene in gran parte dal sud, ritrova qui la sua esuberanza di temperamento che certamente sta stretta in certe assemblee come “ingessate”, dove lo Spirito che è vita è e che suscita i carismi è stato bandito come un sovvertitore di popoli. Questo popolo qui ritrova la linfa vitale della gioia cristiana che fa ripetere con S. Serafino: “Gioia mia, Cristo è Risorto!” A questo punto rimaneva ancora un dubbio che suscitava in me perplessità, il gesto dell'imposizione delle mani che avevo visto praticare sovente nei gruppi del rinnovamento, gesto per me solenne e sacerdotale, prerogativa di consacrati, vescovi o cardinali per i consacrati, da non svilire certamente né da rendere un gesto qualsiasi. Ecco allora che una chiara precisazione di P. Raniero Cantalamessa, chiarisce come quel gesto di preghiera gli uni sugli altri, sui propri vicini di sedia o anche sui sacerdoti presenti non sia “imporre le mani”, ma altra cosa. E poi ancora i movimenti del corpo nella preghiera, come non pensare a quelle splendide pitture delle sale della biblioteca vaticana che raffigurano le otto posizioni della preghiera di S. Domenico? Quanti di queste persone che ora hanno le braccia alzate le conoscono? Quanti hanno appreso dai loro catechisti che vi sono delle posture del corpo, delle mani, del capo, degli occhi che aiutano nella preghiera, e che non è prerogativa dei santi del passato alzare le braccia al cielo o fare prostrazioni, o incrociare le mani sul petto. Forse lo sa chi ha conosce un po' la storia dell'arte e ha visitato un certo numero di antiche chiese ben affrescate. Già Origene consigliava di recitare il Padre nostro alzando gli occhi al cielo, ma oggi chi lo fa è perché ha visto pregare i veggenti di Medjugorie, i quali durante le apparizioni hanno gli occhi rivolti al cielo. Ma questo da un punto di vista soprannaturale non è importante, se nostro Signore vuole far crescere il tono spirituale del suo popolo, può servirsi di ogni cosa, sta poi alla vigilanza dei pastori o dei capo-gruppo vagliare quello che è sano e quello che rischia di degenerare. Ancora una confessione ho da fare, fedele allo Spirito di Verità che ho sentito aleggiare tra il popolo del rinnovamento: un pensiero ha attraversato il mio cuore nel primo pomeriggio di venerdì: il ricordo dell'ora della Passione del Signore. Ma proprio intorno alle ore quindici, i musicisti hanno tirato fuori una danza piuttosto vivace e molti (giovani) davanti al palco danzavano. Certamente, mi sono detta, siamo in tempo pasquale, ma per me è comunque quasi inevitabile quel minuto di silenzio e memoria della croce. In quel momento ho desiderato essere nello spazio definito “del silenzio” dove c'è una cappellina e magari meditare sulla Via Crucis. Non l'ho fatto perché bisognava nuotare tra la folla danzante ed era abbastanza impegnativo! Ma sono certa che altri, magari più lontano dall'orchestra, l'hanno fatto anche per coloro che in quel momento non potevano muoversi dalle loro sedie. Ma va detto però che momenti di “sacrificio” non sono comunque mancati, in ogni gruppo, inevitabili, credo, quando ci si ritrova in tantissimi. Dall'autista del pulman che smarrisce la strada (confesserà durante il viaggio di ritorno che la notte non aveva dormito per riparare da solo un pezzo di motore rotto che ci avrebbe impedito di partire!), ai momenti del pranzo in cui pochi si ritrovavano nel piatto ciò che avevano ordinato, fino alle lunghe file per entrare e uscire dai padiglioni della fiera. Ma alla fine vinceva sempre il sorriso lì dove avrebbe potuto scappare la pazienza, e tutto, anche l'accidente imprevisto diveniva occasione di meditazione! Lode a te Signore, per quanto hai compiuto e per quanto hai voluto mostrarmi! (M.L.A.)





lunedì 5 maggio 2008

Un anno da Presidente: Auguri!


Nicolas Sarkozy: Repubblica, Religioni, Speranza
Da: Conversazioni con Thibaud Collin e Padre Philippe Verdin, Nuove Idee, introd. G. Fini Posted by Picasa(2004)
La religione al servizio della società:
(...) Credo sia utile per una società totalmente orientata verso l'attività, la produzione, l'azione spasmodica, che abbia luoghi adatti alla contemplazione e uomini che guidino con la loro vita e la loro saggezza, i loro contemporanei nelle vie della pratica contemplativa. I contemplativi sono preziosi per la nostra crescita civile. Credo nella loro utilità. Essi sono complementari a noi, che viviamo in pieno l'attualità della società. Ho sempre ritenuto che la consacrazione alla vita contemplativa sia un fattore di sollievo anche per quelli che l'osservano dall'esterno. Mi dispiace anche che per essere realmente un fattore di sollievo, il contemplativo debba essere contemplato. Ora ciò rappresenta un caso raro. Comprendo assai bene le ragioni spirituali che spingono i contemplativi a isolarsi, ma penso che un contemplativo che possa essere osservato arrechi ricchezza interiore ed equilibrio e sia un uomo utile alla società. E' senza dubbio paradossale che sia io, indicato spesso come iperattivo, a dirlo, ma credo nell'importanza della vita contemplativa per la società. Sul piano personale la visione della serenità mi procura la pace e il distacco di cui ho bisogno. Ho avvertito questo sentimento in ogni visita ad un monastero. Vi ho visto una forza serena che non aveva bisogno di apparire per esistere.
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La discussione sullo statuto delle diverse confessioni:
(...) Non credo che la grandezza della Chiesa si costruisca sulla rivalità e sulla discriminazione. Il messaggio universale del cristianesimo è un messaggio di apertura e di sensibilità culturale. I responsabili culturali dovrebbero rallegrarsi quando i giovani hanno la fede, sia le fede del credo cattolico o la fede musulmana, piuttosto che un agnosticismo disperato. La vera battaglia oggi non è con l'Islam, è con la seduzione del denaro, della violenza, della droga, e con la perdita di senso della vita, e con l'insofferenza di numerose persone di fede cattolica, orami prive di speranze nell'avvenire. L'obiettivo è quello di dare alle persone un senso alla loro vita. E' questo il tema dell'omelia del Papa a Longhamp, alla conclusione delle giornate mondiali della gioventù: "Dio è là dove si trovano coloro che credono in lui". Se Dio è là dove si trovano coloro che credono in lui, perché dovrebbe essere in una cattedrale e non in una moschea? Nell'animo di un cristiano e non di un musulmano? Non nella stessa maniera, non certamente con le stesse finalità sociali. Non mi permetto di giudicare i credenti in rapporto alla peculiarità delle loro credenze. Prendo la fede come fatto da rispettare, non lo classifico. Con quale diritto ci potremmo consentire di stabilire un ordine gerarchico? Per la Chiesa cattolica la buona novella dovrebbe essere che gli uomini sperano. (...)
Per un musulmano credente come per un musulmano non credente, l'islam è una parte della propria identità. E' stato educato con essa, è diventato grande con questo punto di riferimento (...) Negare l'islam di Francia significa negare una parte dell'identità culturale dei nostri compatrioti musulmani. Ora sono profondamente convinto che una identità umiliata o negata sia una identità che per reazione diviene estremista. (...)
L'islam è una grande religione. In certi momenti della storia è stato all'avanguardia delle arti, della filosofia, della scienza. E' imbevuto di valori umanistici universali: l'amore, la pace, la giustizia, il rispetto della vita. Un'ala delle sue correnti ha difficoltà a combinare le sue convinzioni di fondo con la modernità. Ma anche la religione cattolica ha conosciuto questa sfida(...) Colui che non ama gli Arabi ha lo stesso volto di chi detesta gli ebrei : è il volto della stupidità e dell'odio.
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Insegnare al fede, educare l'uomo:
(...)Tutto ciò che può aiutare a dare un senso alla vita è importante in un momento in cui è così difficile trovare punti di riferimento. Si potrebbe descrivere questo apporto preannunziando che la fede arreca colori all'esistenza, rilievo ai concetti dei diritti e dei doveri, profondità a un quotidiano a volte scialbo e privo di prospettive. Non si possono educare i giovani basandosi esclusivamente sui valori temporali, materiali, addirittura anche repubblicani. L'educazione religiosa è un aposta importante perché l'unica tra le attività proposte ai giovani che non sia rivolta unicamente o principalmente al piacere personale. Obbliga a uscire dall'egoismo e apre il cuore a dimensioni che la sorpassano: l'alterità, la vita come progetto specifico voluto da Dio ed il posto dell'uomo nel seno di questi, il mondo come destino collettivo in cui ciascuno prende la propria parte. L'educazione religiosa, il catechismo, la scuola domenicale, non sono attività come il piano, lo judo, la danza e il disegno.
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Insegnare le fede, educare l'uomo:
(...) La morale repubblicana non può rispondere a tutte le domande né soddisfare tutte le aspirazioni. Permette di formare, aspetto affatto disprezzabile, cittadini. Ma è insufficiente nelle risposte agli interrogativi basilari dell'uomo. La morale repubblicana si fonda nel rispetto della legge. E' morale ciò che è conforme alla legge. Nella sfera spirituale non si pone nello stesso ordine. Non è obbligatoriamente morale ciò che rispetta la legge e non è forzatamente immorale ciò che non la rispetta. Si è in un altra logica e penso che le due si riflettano, si completino, si armonizzino e si arricchiscano nel vivere in interconnessione. La vita spirituale rappresenta di solito la base di impegni umani e filosofici che la Repubblica non può offrire, dato che non conosce il bene o il male. La Repubblica difende la regola, la legge, senza riconnetterle ad un ordine spirituale. Indica le cose consentite e quelle vietate, non indica quelle buone e quelle cattive. La religione al contrario può fornire questo parametro.
(...) Dico "può fornire" perché conviene non essere ingenui: la religione può anche essere un pretesto per la violenza. Il fenomeno religioso non è di per positivo. Dopo aver rilevato l'importanza dei problemi spirituali, dopo aver riconosciuto il ruolo delle grandi confessioni, indubbiamente la religine cattolica e le altre, non ho difficoltà ad ammettere che il fenomeno religioso può diventare devastante quando è falsato e reso farsesco(...)
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Il ruolo giocato dalle religioni nella costruzione di una morale comune:
(...) La libertà della pratica religiosa non è contraria alla Repubblica: non vedo perché la libertà di pregare minaccerebbe la Repubblica. Mi considero agli antipodi di quel vecchio ministro che rifiutava di entrare in una chiesa con la scusa di essere un ministro della Repubblica. La legge non ha contrattato con le religioni, ma ha dovuto assicurare a tutte uno spazio di libertà. Dando un senso alla vita di ognuno, le religioni placano le tensioni e favoriscono l'integrazione generale nella comunità nazionale. Possono in sintonia realmente contribuire alla formazione degli elementi creatori di una morale comune fondamentale.

mercoledì 30 aprile 2008

Papa Pio V Papa

Associazione Amici di Santa Croce

via Roma, 1 - 15100 Bosco Marengo - AL

e-mail : info@amici-di-santacroce-di-boscomarengo.it

“ Arte in S. Croce” è il titolo della mostra di pittura organizzata dall’Associazione “ Amici di Santa Croce” di Bosco Marengo che avrà luogo dal 1 al 4 maggio 2008 presso i locali del convento di Santa Croce.

L’iniziativa prevede l’esposizione di opere realizzate da oltre un’ottantina di pittori tutti provenienti dalla provincia di Alessandria. Si va dall’arte paesaggistica a quella astratta, con una serie di lavori che raffigurano il territorio e la cultura delle nostre zone.

La mostra, che ha ottenuto anche il Patrocinio del Comune di Bosco Marengo e rientra fra le iniziative organizzate per festeggiare il Santo Patrono, ovvero San Pio V, è stata voluta proprio dall’Associazione per dare un’opportunità ai pittori alessandrini di poter presentare i propri lavori e contemporaneamente far conoscere ai visitatori l’arte “ made in Alessandria”.

L’inaugurazione avverrà giovedì 1° maggio alle ore 16 alla presenza delle autorità locali. Alla cerimonia inaugurale sono stati inoltre invitati a partecipare gli Assessori alla Cultura del Comune e della Provincia di Alessandria.

L’ingresso all’esposizione è gratuito e gli orari di apertura sono dalle ore 15 alle ore 19.

Agli organi di Informazione con preghiera di pubblicazione e diffusione

Il presente comunicato è inoltre valido come invito alla cerimonia inaugurale

L’Associazione Amici di Santa Croce

Il presidente

Giuseppe Girardengo

Festa del Vesakh


Messaggio del cardinale Tauran per la festa del Vesakh: cristiani e buddisti uniti per “un mondo pulito, sicuro ed armonioso”




Tradizionale messaggio di auguri del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso alla comunità buddista, in occasione della Festa del Vesakh. “Grati amministratori della Terra”, in questo spirito cristiani e buddisti devono prendersi cura del pianeta. E’ l’invito del cardinale Jean-Louis Tauran rivolto ai “cari amici buddisti”, che nella festa del Vesakh, la loro più importante ricorrenza, commemorano la nascita, l’illuminazione e la morte di Buddha, che la tradizione religiosa vuole sia avvenuta con l’entrata nel Nirvana durante la luna piena di maggio. Con gioia il porporato ricorda “le positive relazioni di cui godono, da molti anni, cattolici e buddisti”, fiducioso che si possa “rafforzare ed approfondire” la “reciproca comprensione” “per costruire un mondo migliore” “per l’intera famiglia umana”. L’esperienza insegna - sottolinea il presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso - che il dialogo permette “di avvicinarsi sempre più coraggiosamente agli altri”, per “affrontare le sfide e le difficoltà che possono sorgere”. Tra queste sfide, è certamente la tutela dell’ambiente, “l’ambiente che Dio creatore ci ha dato perché lo abitassimo con creatività e responsabilità” per il “bene di tutti”, come sottolineava Benedetto XVI nella Giornata mondiale della pace 2008, Anno che le Nazioni Unite hanno proclamato del “Pianeta Terra”.

Riferisce nel suo Messaggio il cardinale Tauran che “molti Governi, ONG, compagnie multi-nazionali, ed istituti di ricerca superiore”, “riconoscendo le implicazioni etiche” dello sviluppo economico e sociale, stanno "investendo risorse finanziarie e condividendo conoscenze” su biodiversità, cambiamenti climatici, conservazione dell’ambiente. E così, “anche i leaders religiosi stanno offrendo al dibattito pubblico il loro contributo”, per evitare che “gli sforzi” intrapresi non siano “compromessi dalla cupidigia del singolo o intralciati dagli interessi di particolari gruppi”. Pure, “non possiamo noi cristiani e buddisti, a livello pratico, fare di più?”, si chiede il porporato, citando “il riciclaggio, il risparmio energetico, la prevenzione della distruzione indiscriminata di piante e animali e la protezione delle vie d’acqua”. Infine, il Messaggio si conclude col richiamo “ad essere insieme essere portatori di speranza per un mondo pulito, sicuro ed armonioso”.















martedì 29 aprile 2008

S. Caterina da Siena

III - Al preposto di Casole, e a Giacomo di Manzi, di detto luogo

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimi padri e fratelli in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava dei servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi seguitare l'agnello svenato per noi in su 'l legno della santissima croce. Il quale fu nostra pace e nostro tramezzatore: perocchè intrò in mezzo tra Dio e l'uomo, e della grande guerra fece la grandissima pace; e non ragguardò alle nostre iniquitadi; ma ragguardando alla inestimabile bontà sua. Voi dunque membri, e schiavi ricomprati di così prezioso e glorioso sangue, dovete seguitare le vestigie sue. Bene vedete che la prima dolce Verità s'è fatta regola e via. Cosi dice egli: ego sum via, veritas et vita.


Egli è quella via, che è di tanta dolcezza e di tanto lume, che colui che la sèguita non cade in tenebre. E noi ignoranti, miseri miserabili, sempre ci partiamo dalla via della luce e andiamo per la via delle tenebre, dove è morte perpetua. Onde, carissimi padri e fratelli, io non voglio che facciamo più cosi; ma voglio che seguitiate la via dell'Agnello svenato con tanto fuoco d'amore come abbiamo detto, che egli si fece tramezzatore a fare pace tra Dio e l'uomo. E però questa è dunque la via che io voglio che seguitiate; cioè tra la parte sensitiva e la ragione, cacciando l'odio per l'odio, e l'amore per l'amore. Cioè che abbiate odio e dispiacimento del peccato mortale, e dell'offesa fatta al nostro creatore, e odiate la parte sensitiva, legge perversa che sempre vuole ribellare a Dio; e odio e dispiacimento dell'odio che avete col prossimo vostro. Perocchè l'odio del prossimo non è altro che di offesa di Dio; onde più dobbiamo odiare che noi non odiamo (perchè se ne offende la propria Verità); chè non abbiamo odiare i nemici nostri che ci fanno ingiuria, e debbono avere quest'odio verso di me; però che colui che sta in odio mortale, odia più sè che il suo nemico. Onde voi sapete che tanto è maggiore l'odio, quanto è maggiore la cosa che è offesa, e però rnaggiore odio ha colui che è offeso nella persona, che colui ch'è offeso in parole o in avere: perocchè veruna cosa è che sia tanto tenuta cara, quanto la vita. E però l'uomo s'arreca a maggiore ingiuria l'essere offeso nella persona, e concepe più odio. Or pensate dunque voi, che non è comparazione dall'offesa ch'è ad alcuno per la creatura a quella che si fa esso medesimo. Che comparazione si fa dalla cosa finita alla infinita? non veruna. Onde se io sono offeso nel corpo, e io sto in odio per l'offesa che m'è fatta: sèguita che io offendo l'anima mia, e accidola tollendole la vita della Grazia, e dandole la morte eternale, se la morte gli mena nel tempo dell'odio; che non è sicuro. Adunque io debbo avere maggiore odio di me che uccido l'anima, che è infinita (perocchè non finisce mai quanto che ad essere; perocchè benchè finisca a Grazia, non finisce ad essere), che verso di colui, che vi uccide il corpo, che è cosa finita, perocchè o per uno modo o per un altro ha a finire; però ch'ell'è cosa corruttibile e che non dura lo verdura sua; ma tanto si conserva e vale, quanto il tesoro dell'anima v'è dentro. Or che è egli a vedere quando n'è fuora la pietra preziosa? è uno sacco pieno di sterco, cibo di morte, e cibo di vermini. Adunque io non voglio che per questa ingiuria che è fatta contra a questo corpo finito, e è tanto vile, che voi offendiate Dio e l'anima vostra, che è infinita, stando in odio e in rancore. Avete dunque materia di concepire maggiore odio verso di voi che in verso di loro: e a questo modo caccerete l'odio con l'odio: perocchè con l'odio di voi caccerete l'odio del prossimo: gitterete un colpo, e satisfarete a Dio e al prossimo: perchè levando l'odio dell'anima vostra, voi farete pace con Dio, e farete pace col prossimo.

Adunque vedete, fratelli carissimi, che a questo modo voi seguirete l'Agnello che v'è via e regola; la quale tenendo, vi conduce a porto di salute. Questo Agnello fu quello mezzo che in su la croce satisfece alla ingiuria del Padre, e a noi dette la vita della Grazia; e della grande guerra si fece grandissima pace, solo per questo mezzo. Levasi questo dolce Agnello con odio della colpa commessa per l'uomo; e della ingiuria ch'è fatta al Padre per l'offesa fatta; e piglia questa offesa e fanne vendetta sopra sè medesimo, il quale non contrasse mai veleno di peccato. Tutto questo ha fatto l'odio e l'amore. Amore di virtù, e odio del peccato mortale. Or dirò: a questa regola dovete tenere voi. Voi sapete che per li molti peccati mortali siamo in odio e in dispiacere di Dio; fatta è la guerra con lui. Ma è vero che, poichè questo Agnello ci diede il sangue, noi possiamo fare questa pace: onde se ogni dì cadessimo in guerra, ogni dì possiamo fare la pace; ma con modo; chè senza modo non si farebbe mai. Questo è il modo a partecipare il sangue di Cristo crocifisso; di levarsi con odio e con amore, e ponersi per obbietto l'obbrobrio, le pene e vituperio, e i flagelli e la morte di Cristo crocifisso; pensando che noi siamo coloro che l'abbiamo morto, e ogni dì l'uccidiamo, peccando mortalmente. Perocchè non è morto per le sue colpe, ma per le nostre. Allora l'anima concepirà questo perfettissimo odio verso la colpa sua, come detto abbiamo; il quale odio spegnerà il veleno del peccato mortale. E non vorrà fare vendetta del prossimo; anzi l'amerà come sè medesimo, e cercherà pure in che modo egli possa punire le colpe sue. E la ingiuria che gli è fatta dalla creatura, non la piglierà in quanto fatta da creatura; ma penserà che il Creatore permetta quella ingiuria o per li peccati presenti, o per li peccati suoi passati; onde non se la recherà ad ingiuria, ma pareragli, come egli è, che Dio gli l'abbia permesso per grande misericordia, volendo piuttosto punire li suoi difetti in questo tempo finito, che servargli a punire nel tempo infinito, dove è pena senza veruna verecundia.

Or questo è dunque il modo: e pensate che non c'è altra via; ma ogni altra via ci conduce a morte, eccetto che questa. In questa via di Cristo dolce Gesù non ci può stare morte (ma tolleci la morte), non fame (perocchè ci ha perfetta sazietà); perocchè egli c'è Dio e uomo. Egli è via sicura; che non teme de' nemici, e non teme dimonia nè uomini: ma quelli che vanno per essa sono fermi e dicono col dolce innamorato di Paolo: se Dio è per noi, chi sarà contra noi? E voi sapete bene che se voi non sete contra a voi medesimi stando nelle miserie de' peccati mortali, che Dio non sarà mai contra voi; ma sempre vi torrà in sè con misericordia e con benignità. Per l'amore dunque di Cristo crocifisso, non ischifate più la via, nè fuggite la regola che n'è data per lo vostro capo Cristo crocefisso, dolce e buono Gesù; ma levatevi su virilmente e non aspettate il tempo, però che il tempo non aspetta voi. Perocchè noi siamo pur mortali; dobbiamo morire, non sappiamo quando. é vero che senza la guida non potreste andare: e però la guida è questa: odio e amore, siccome dicemmo. Perocchè con l'odio e con l'amore Cristo satisfece e punì le nostre iniquitadi sopra di sè. Orsù dunque, virilmente! E non dormite più nel letto della morte; ma cacciate l'odio con l'odio e l'amore con l'amore. Perocchè con l'amore di Dio, il quale sete tenuti e obbligati d'amare per dovere e per comandamento; e con amore della salute dell'anima vostra (la quale sta in stato di dannazione, stando in odio col prossimo suo); con esso amore, dico che caccerete l'amore sensitivo, il quale dà sempre pena e morte e tribulazione a colui che 'l seguita, e in questa vita gusta l'arra dello inferno. Or non è questa una grande ciechità e oscurità a vedere, che, potendo in questa vita gustare vita eterna, cominciando l'abitazione in questa vita, conversando per affetto e amore con Dio, egli si voglia fare degno dello inferno, cominciando per odio e per rancore la conversazione con le dimonia? Non è creatura che potesse imaginare quanta è questa stoltizia di questi cotali. Non si potrebbe fare vendetta. E non pare che vogliano aspettare il sommo giudice che lor dà la sentenzia nella compagnia delle dimonia, perocchè essi medesimi se la dànno: e prima che essi abbiano separata l'anima dal corpo, la pigliano in questa vita, mentre che sono viandanti e peregrini, vedendosi correre come il vento verso il termine della morte, e non se ne curano: onde come pazzi e frenetici fanno. Oimè, oimè, aprite l'occhio del cognoscimento e non aspettate la forza e la potenzia del sommo giudice. Chè altro è il giudice umano e altro è il giudice divino. Dinanzi a lui non si può appellare, nè avere avvocati nè procuratori; perocchè il giudice vero ha fatto suo avvocato la coscienzia che sè medesima in quella estremità condanna, giudica sè essere degna della morte. Or giudichianci in questa vita, per l'amore di Cristo crocifisso. Giudicando noi peccatori, e confessando d'avere offeso Dio, dimandiamo misericordia a lui, ed egli ce la farà, non volendo noi giudicare nè fare vendetta del prossimo nostro. Perocchè, quella misericordia che io voglio per me, mi conviene donare ad altrui. Facendo così, gusterete Dio in verità, permarrete nella via sicura, e sarete veri tramezzatori tra voi e Dio; e nell'ultimo riceverete l'eterna visione di Dio. E però considerando me e avendo compassione all'anime vostre, non volendo che stiate più in tante tenebre, mi son mossa a invitarvi a queste dolci e gloriose nozze. Perocchè non sete creati nè fatti per altro fine. E perchè mi pare che la via della verità sia chiusa in voi, per l'odio che avete, e quella della bugia e del dimonio padre delle bugie sia molto larga e aperta in voi; voglio che al tutto esciate di questa via tenebrosa, facendo pace con Dio e col prossimo vostro, e riduciatevi nella via che vi dà vita. E di questo vi prego dalla parte di Cristo crocifisso, che non mi deneghiate questa grazia. Non vi voglio gravare di parole. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

sabato 26 aprile 2008

mercoledì 23 aprile 2008

Giornata della Terra e Giornata Meic 2008


Posted by Picasa
Si celebra il 22 aprile la Giornata mondiale della Terra, giunta alla 38.ma edizione ed incentrata quest'anno sul tema “Proteggi i nostri bambini e il nostro futuro”. Quest’anno, sono oltre 12 mila gli organizzatori mobilitatisi per promuovere, in 174 Paesi, eventi e manifestazioni sui temi della tutela dell’ambiente. Ogni persona può diventare protagonista assumendo un atteggiamento consapevole e riconoscendo l’importanza del proprio ruolo per la difesa del pianeta. Il 22 aprile 1970 rispondendo ad un appello lanciato dal senatore statunitense Gaylord Nelson, oltre 20 milioni di cittadini americani si mobilitarono partecipando ad una serie di manifestazioni in difesa dell’ambiente. Da allora, è diventato un evento internazionale per promuovere la sostenibilità delle politiche di sviluppo. Ecco alcuni dati sulla salute della Terra: nel 2007, sono state rilasciate nell’atmosfera 8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. A preoccupare, sono ora soprattutto lo scioglimento di grandi ghiacciai e le sue conseguenze, tra tutti l’innalzamento del livello dei mari. La coltivazione di biocombustibili, molto diffusa, toglie terra al grano e al riso compromettendo le risorse alimentari. Secondo la FAO, il 60 per cento dei servizi forniti all’uomo attraverso acqua, cibo e pesca sono degradati o utilizzati in modo insostenibile. La risposta a questo progressivo deterioramento passa anche attraverso un più consapevole e responsabile comportamento individuale. Utilizzando le parole del pioniere dell’ecologia moderna, Barry Commoner, la Giornata mondiale della Terra è un giorno in cui “l’uomo, in qualche modo, fa pace con il pianeta su cui vive”.
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19 aprile 2008
"Ora et labora" Una "Regola" anche per il terzo millennio? Convegno del Meic, Abbazia cistercense di Rivalta Scrivia (Tortona)
Nella splendida cornice dell'antica Abbazia Cistercense di Santa Maria di Rivalta Scrivia, giornata di preghiera e di riflessione nell'ambito delle iniziative proposte dal Meic (Movimento Ecclesiale di impegno culturale). L'intervento di Mons. Canessa, Vescovo di Tortona ha aperto la discussione sul tema "Bellezza del creato, non solo contemplazione". Il rapporto uomo-terra è antico quanto lo stesso uomo. In Genesi leggiamo: “Con polvere del suolo Dio plasmò l'uomo”! Anche l'impegno del cristiano per la salvaguardia dell'ambiente è antico, all'uomo il Signore ha affidato il creato: “soggiogate a terra ed ogni creatura”. Il termine soggiogare sta per “governare come un re saggio”.
Ma gli ultimi dati non sono confortanti: un numero di persone grande come la Cina non ha ancora accesso all'acqua e numerosissime sono le vittime in varie parti del mondo a causa di acque inquinate. Il criterio orientatore deve essere il bene di tutti, dice la Chiesa, tanto che è stato istituito un giorno specifico per la salvaguardia del creato: il 1 settembre. E' necessario inoltre mantenere vivo il senso della giustizia, basta pensare che l'80% dei beni della terra è in mano al 20% del genere umano! Papa Benedetto XVI ha raccomandato in più occasioni di avere uno stile di vita sobrio.
Ma come riscoprire e far riscoprire il fondamento spirituale della vita sociale? A questo interrogativo ha risposto Padre Stefano Zanolini, monaco dell'Abbazia di Tiglieto, partendo dall'episodio evangelico dell'incontro tra Gesù e la donna samaritana. E' possibile essere veri adoratori del Padre, in Spirito e verità, come Gesù chiede alla donna? In realtà ogni Battezzato è un contemplativo e deve esserlo! Sottrarsi a questo impegno comporta grandi perdite e rischio di disintegrazione della personalità, oltre che di incomprensioni reciproche. Essere veri adoratori del Padre, significa ricordarsi che la rassegnazione è un peccato (che raramente confessiamo), è un peccato contro la Resurrezione di Cristo.
Gesù alla samaritana non indica “un luogo” dove adorare, l'uomo non è chiamato a rifugiarsi in paradisi ma ad essere “spirituale” nel mondo, trasfigurando ogni sua attività.
Il tessuto dell'umanità è composto da tanti fili tirati, ogni filo è un uomo, quando il tessuto comincia a rovinarsi dobbiamo rimettere a posto i fili che si sono sconnessi e stracciati, fu quanto intuì S. Benedetto nella sua epoca travagliata, ma vale ancora oggi. L'uomo deve essere un combattente, prima di tutto nel proprio cuore e nel proprio corpo. Il metodo è l'ascesi, che non è una prerogativa dei monaci. Ogni battezzato è un combattente nella lotta contro Satana. Ascesi significa allenamento costante, non disgregarsi ma unificarsi, quando anima e corpo sono uniti non perdiamo il nostro centro. E' importante mandare tutto il nostro essere in una unica direzione: le nostre opere ci diranno verso chi siamo orientati. Essere “adoratori... in spirito e verità” deve essere uno stile di vita costante non una prerogativa nei tempi liturgici forti. S. Benedetto parlando di proprietà era durissimo nella sua Regola, ne parla come di un vizio da sradicare, ma le esigenze di produrre di più per consumare di più le hanno tutti, anche i monaci. La povertà o la sobrietà mantiene teso il “tessuto” dell'umanità.
Come riportare allora l'economia a servizio dell'uomo? Secondo il professor Vittorio Rapetti, il fenomeno della globalizzazione è come una guerra, si è sottratto alla politica il controllo dell'economia. Non sembra più esserci spazio per un capitalismo virtuoso, mentre si fanno strada i nemici “virtuali”, l'Islam, i Cinesi, ecc. ecc. Lo stesso F.M.I è inefficace, funziona ormai solo per conteggiare i debiti dei paesi poveri. Si è fatta strada la teoria del “capitalismo compassionevole”, in America, che ha generato di conseguenza il triste fenomeno dell'assistenzialismo. Ma l'unico criteri di valutazione rimane il profitto, con gravi conseguenze civili, si parla in alcuni casi di “economia di rapina”. Il precariato genera disorientamento e lo stesso risparmio diviene oggetto di saccheggio, senza contare che in alcune regioni il mercato è drogato dalla mafia. Cionostante è importante non demonizzare il mercato, ma riuscire a riprenderne il controllo. “Un buon governo deve puntare non primariamente alla crescita economica ma all'incivilimento del popolo”. (G. Romagnosi 1835)
Ecco allora l'occasione giusta per ricordare come i documenti della dottrina sociale della Chiesa siano ancora poco conosciuti e valutati: dalla Rerum Novarum di Leone XIII alla Gaudium et Spes del Vaticano II, dalla Populorum Progressio di Paolo VI alle tre belle encicliche di Giovanni Paolo II, (Laborem Exercens, Sollicitudo rei socialis, Centesimus Annus), e inoltre la nota pastorale di Mons. Charrier “Il lavoro è per l'uomo”, e la recente “Etica, sviluppo, finanza” della CEI.
Lo stesso Mons.Charrier, Vescovo Emerito di Alessandria e pioniere di tutte queste discipline ha ricordato come sia sovente rimosso il concetto di peccato “sociale”, pur presente nello stesso Catechismo della Chiesa Cattolica e di quanto lavoro sia necessario ancora fare per riprendere il “filo” iniziato dal Meic nel Codice di Camaldoli. Le conclusioni sono state affidate al Presidente nazionale del Meic, Renato Balduzzi.
(Informazioni aggiuntive e approfondimenti: www.meic.net)
Marialetizia Azzilonna

giovedì 17 aprile 2008

Uno dei mille


Generale Romeo Bozzetti, Uno dei mille, di Carla Moruzzi Bolloli, 2008, Caesar Editore. In appendice, Cino Bozzetti, pittore, di Filippo Oddone, Giuseppe Bozzetti, Rosminiano, di Virginia Capelli.
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Si incomincia con l'avvincente storia di un garibaldino, di “uno dei mille”, e si finisce con la storia di una gran bella famiglia. In mezzo un'affresco completo di un preciso momento storico della nostra storia, con elementi che vanno dalle vicende politiche a quelle artistiche fino a quelle religiose. Anche i luoghi che hanno ospitato le vicende narrate spaziano in tutto il territorio italiano: la nascita di Romeo a S. Martino in Beliseto, provincia di Cremona, nel 1835,gli studi primari a Brescia, quelli universitari presso l'Ateneo di Giurisprudenza (e in seguito a Matematica) di Padova, i viaggi spericolati del Bozzetti garibaldino in tutto il meridione fino alla Sicilia, la scelta, dopo il matrimonio, di risiedere a Borgoratto, in provincia di Alessandria. Nel periodo degli studi il nostro conobbe Tito Speri e Ippolito Nievo, assorbì idee e programmi di libertà che originarono il Risorgimento che lo resero in breve sospetto al governo austriaco. Trovò quindi rifugio nelle terre sabaude dopo essere passato da Genova. Trattato con sospetto e sottoposto a sorveglianza dalla polizia, dovette far fronte a difficoltà di natura economica, finché riuscì ad ottenere un ruolo di Istitutore Provvisorio nel Collegio Convitto Nazionale di Nizza Marittima, allora sabauda. Tornò a Torino dove prese a dare ripetizioni private e a collaborare con il Giornale d'Italia. Ma lascerà tutto questo per arruolarsi come volontario per la spedizione contro l'Austria nel 1859. Combattente come volontario di Garibaldi, si distinse e ottenne promozioni: "Cominciavamo a comprendere che i siciliani ci avrebbero appoggiato perché più che l'idea dell'Unità d'Italia, trovava presa (...) la guerra contro il Borbone", tanto quelle popolazioni erano esasperate.
Al momento dell'armistizio era Sergente Furiere Maggiore dei Cacciatori degli Appennini.
Nominato Maggiore nel 18° Reggimento Fanteria E.I., Brigata Acqui, e inviato nell'Italia Meridionale a continuare il servizio attivo, (fu tra i pochi garibaldini ad essere accettati nell'esercito del Regno d'Italia) si dovette misurare con il triste fenomeno del brigantaggio. Sottolinea l'autrice dell'opera, come sarebbero "da leggere e meditare, per la loro intensa umanità, certi passi in cui (Romeo Bozzetti) depreca le fucilazioni operate dall'esercito, quando sarebbe stato solo necessario educare (...) nel sud l'analfabetismo era molto alto e Bozzetti comprendeva che la via da percorrere era quella di educare i nuovi italiani".
Grazie ad un caro amico, Antonio Colombo, riuscì a comprare casa e a stabilirsi con tutta la famiglia a Borgoratto Alessandrino. Nel 1872 si sposa con Edvige De Gianani che l'accompagnerà in tutti i suoi viaggi attraverso l'Italia. La prima figlia Lena, diventerà suora in una congregazione francese, le Figlie della Presentazione e morirà a Morlaix, come Superiora del suo istituto. Un secondo figlio, Cino, si dedicherà alla pittura contro le aspettative paterne (il volume riporta in appendice numerose sue opere). Il quarto figlio, Giuseppe, entra nell'Ordine dei Rosminiani, raggiungendo incarichi di responsabilità. E l'ultimo figlio Stefano diventerà avvocato e si prenderà cura di tutte le memorie paterne, (altri 3 figli morirono piccoli). Quando Romeo Bozzetti andò in pensione era il 1895, aveva il grado di Tenente Generale della Riserva.
Merita particolare menzione l'appendice dedicata al Rosminiano Giuseppe Bozzetti. Nel maggio del 1900 scrive al padre: “ho acquistato la certezza della mia vocazione, donde una grandissima calma di spirito, una serenità d'animo straordinaria, se tu mi vuoi bene non puoi volere che la mia felicità.” Laureato prima in Giurisprudenza e in seguito a Roma in Filosofia e in Lettere, pubblicò anche un saggio sull' origine della lingua italiana e fu Presidente dell'Unione degli Insegnanti Italiani. Fu insegnante di Lettere e di Filosofia teoretica all'Università di Roma, finché nel 1935 non venne eletto Preposito Generale dell'Istituto Rosminiano. Amico di Alcide De Gasperi, (con il quale giocava a bocce), in seguito al suo apostolato in opere di integrazione sociale e religiosa, venne nominato Presidente Onorario della Sezione del Sindacato dei Ferrovieri Cattolici, e conosciuto da molti come l'Apostolo dei ferrovieri. Fu Socio perpetuo della Croce Rossa e Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia, fondò l'Associazione degli ex alunni e degli Amici di Antonio Rosmini e pubblicò anche un libro di orazioni per l'istruzione religiosa.
Maria Letizia Azzilonna

martedì 15 aprile 2008

Opera di Josè Parlà


Josè Parlà è nato a Miami nel 1973, vive e lavora a New York. Le sue opere sono state al centro di numerose mostre personali e collettive. Debutta con questa mostra in Italia.
Galleria il Trifoglio nero
Palazzo Ducale
Piazza Matteotti 80-82
Genova 16123 Italia

martedì 1 aprile 2008

Giovanni Paolo II

III° ANNIVERSARIO DELLA SUA NASCITA AL CIELO


Grazie ! Perché continui a prenderti cura del popolo di Dio,
delle pecorelle che hai riportato all'ovile,
del tuo successore, dei tuoi amati giovani,
di tutti i tuoi numerosissimi (come le stelle del cielo)
figli spirituali! E di ogni persona che con cuore sincero a te si rivolge!

marialetizia azzilonna