venerdì 22 gennaio 2010

Intervista - Giornalismo

Intervista al coordinatore della Scuola di giornalismo della Lumsa, alla vigilia della festività di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti di Michela Nicolais (Sir)

«Qual è “il peccato di stato” di un giornalista?
La maldicenza, che “equivale ad un omicidio”, perché è in grado di arrivare fino a “condannare senza appello” una persona sulla base di semplici insinuazioni». Ne è convinto Angelo Paoluzi, docente e coordinatore della Scuola di giornalismo della Lumsa, intervistato alla vigilia della festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, e della presentazione del messaggio del Papa per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Come definirebbe il tipo di linguaggio che utilizzano prevalentemente i media e che non sembra affatto quello di san Francesco di Sales?

È chiaramente un linguaggio di carattere essenziale, che dovrebbe essere ridotto ai suoi elementi più semplici, per far sì che tutti siano in grado di capirlo. Molti giornalisti, invece, parlano in sindacalese, politichese, sportivese… tutti linguaggi tipici del settore in cui il singolo giornalista opera. Di per sé, il dato non è assolutamente negativo: ognuno di noi, all’interno dei vari media, cerca le cose che gli interessano. Il lettore del giornale non è in genere il lettore del giornale ‘in toto’, ma di alcuni settori di esso, ed il limite e il merito di un giornale è proprio quello di essere onnicomprensivo. Tenuto conto della varietà dei vari linguaggi, è però un dato sotto gli occhi di tutti che il comune modo espressivo si sta imbarbarendo: il giornalismo è oggi sempre più forzato, gridato, esasperato e conflittuale nei toni. Soprattutto è un giornalismo che si è involgarito, grazie all’introduzione di espressioni volgari, ‘grossier’, approssimative, tali da offendere anche la sensibilità del lettore, il quale però senza accorgersene si abitua. La volgarità, l’esasperazione dei toni, l’approssimazione si traducono in un mancato rispetto del lettore che, assuefacendosi a questo tipo di linguaggio, non si accorge che è lui stesso il primo ad essere danneggiato. San Francesco di Sales indica un altro stile comunicativo.

Quanto pesa lo strapotere della tv e dei nuovi media?

La televisione pesa moltissimo. Sono 25 anni ormai – da quando Murdoch, nel 1984-1985, decise di dare via libera al ‘trash’ in tv – che stiamo peggiorando anche la qualità del linguaggio scritto, perché peggiora la qualità del linguaggio audiovisivo. La volgarità è come uno tsunami che ha travolto tutti, ma sono state scelte precise che hanno determinato tale evoluzione, o meglio involuzione. Anche quei giornalisti che hanno una migliore buona volontà, e che sono dotati di un’eleganza naturale, inevitabilmente finiscono con l’essere travolti, e il loro linguaggio ne risente.

È possibile, in questo contesto, recuperare uno “stile” giornalistico più “mite”, come quello di Francesco di Sales, da non confondere con “più debole”?

È certamente possibile, perché esiste una responsabilità personale. Il giornalista non può trincerarsi dietro al fatto che ‘oggi il pubblico vuole così…’. Il comunicatore deve essere sempre consapevole delle proprie responsabilità: non può cedere, deve resistere. Se si resiste in molti, può instaurarsi un circolo virtuoso per cui l’imitazione evolve in senso positivo. Esiste anche un contagio positivo, non soltanto un contagio negativo: l’obiettivo è quello di creare una spirale virtuosa di imitazione, per cui il giornalista che scrive in un certo modo venga considerato un modello da imitare. Se si riesce ad instaurare un rapporto con parole e fatti, fuggendo dagli stereotipi, forse la deriva della volgarità e dello stile gridato può essere superata.

C’è un “supplemento di responsabilità” per i giornalisti cattolici vista “la professionalità” del loro patrono?

C’è, e a mio avviso consiste nel resistere fermamente alla tentazione del ‘male dicere’, della maldicenza, del pettegolezzo, della diffamazione, dello sberleffo, della cattiveria… Moltissimi giornalisti credono di fare il loro mestiere proprio utilizzando questi mezzi che io definirei satanici, perché introducono la cattiveria, l’invidia, la competizione, tutti quei difetti di cui parla san Paolo nella Lettera ai Romani. Creare ponti, come ci esorta a fare il Papa, significa invece mettersi sempre un passo indietro rispetto alle cose di cui si parla: informare, senza voler giudicare. Tutto ciò può accadere se il giornalista gioca tutta la sua attività nella completezza dell’informazione: i fatti sono di per sé espressivi, basta saperli raccontare senza forzarli, all’insegna del rispetto della persona. La capacità di autocritica, la disponibilità a farsi un esame di coscienza dovrebbero infine essere tipici di un giornalista cattolico, qualora esso lo sia non solo a parole.

M. Nicolais www.romasette.it

Benedetto XVI sulla settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

Siamo al centro della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, un’iniziativa ecumenica, che si è andata strutturando ormai da oltre un secolo, e che attira ogni anno l’attenzione su un tema, quello dell’unità visibile tra i cristiani, che coinvolge la coscienza e stimola l’impegno di quanti credono in Cristo. E lo fa innanzitutto con l’invito alla preghiera, ad imitazione di Gesù stesso, che chiede al Padre per i suoi discepoli "Siano uno, affinché il mondo creda" (Gv 17,21). Il richiamo perseverante alla preghiera per la piena comunione tra i seguaci del Signore manifesta l’orientamento più autentico e più profondo dell’intera ricerca ecumenica, perché l’unità, prima di tutto, è dono di Dio. Infatti, come afferma il Concilio Vaticano Secondo: "il santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unica Chiesa di Cristo, una e unica, supera tutte le forze umane" (Unitatis Redintegratio, 24). Pertanto, oltre al nostro sforzo di sviluppare relazioni fraterne e promuovere il dialogo per chiarire e risolvere le divergenze che separano le Chiese e le Comunità ecclesiali, è necessaria la fiduciosa e concorde invocazione al Signore.

Il tema di quest’anno è preso dal Vangelo di san Luca, dalle ultime parole del Risorto ai suoi discepoli "Di questo voi siete testimoni" (Lc 24,48). La proposta del tema è stata chiesta dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, in accordo con la Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese, ad un gruppo ecumenico della Scozia. Un secolo fa la Conferenza Mondiale per la considerazione dei problemi in riferimento al mondo non cristiano ebbe luogo proprio ad Edimburgo, in Scozia, dal 13 al 24 giugno 1910. Tra i problemi allora discussi vi fu quello della difficoltà oggettiva di proporre con credibilità l’annuncio evangelico al mondo non cristiano da parte dei cristiani divisi tra loro. Se ad un mondo che non conosce Cristo, che si è allontanato da Lui o che si mostra indifferente al Vangelo, i cristiani si presentano non uniti, anzi spesso contrapposti, sarà credibile l’annuncio di Cristo come unico Salvatore del mondo e nostra pace? Il rapporto fra unità e missione da quel momento ha rappresentato una dimensione essenziale dell’intera azione ecumenica e il suo punto di partenza. Ed è per questo specifico apporto che quella Conferenza di Edimburgo rimane come uno dei punti fermi dell’ecumenismo moderno. La Chiesa Cattolica, nel Concilio Vaticano II, riprese e ribadì con vigore questa prospettiva, affermando che la divisione tra i discepoli di Gesù "non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura" (Unitatis Redintegratio, 1).

In tale contesto teologico e spirituale si situa il tema proposto in questa Settimana per la meditazione e la preghiera: l’esigenza di una testimonianza comune a Cristo. Il breve testo proposto come tema "Di questo voi siete testimoni" è da leggere nel contesto dell’intero capitolo 24 del Vangelo secondo Luca. Ricordiamo brevemente il contenuto di questo capitolo. Prima le donne si recano al sepolcro, vedono i segni della Risurrezione di Gesù e annunciano quanto hanno visto agli Apostoli e agli altri discepoli (v. 8); poi lo stesso Risorto appare ai discepoli di Emmaus lungo il cammino, appare a Simon Pietro e successivamente, agli "Undici e agli altri che erano con loro" (v. 33). Egli apre la mente alla comprensione delle Scritture circa la sua Morte redentrice e la sua Risurrezione, affermando che "nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati" (v. 47). Ai discepoli che si trovano "riuniti" insieme e che sono stati testimoni della sua missione, il Signore Risorto promette il dono dello Spirito Santo (cfr v. 49), affinché insieme lo testimonino a tutti i popoli. Da tale imperativo – "Di tutto ciò", di questo voi siete testimoni (cfr Lc 24,48) -, che è il tema di questa Settimana per l’unità dei cristiani, nascono per noi due domande. La prima: cosa è "tutto ciò"? La seconda: come possiamo noi essere testimoni di "tutto ciò"?

Se vediamo il contesto del capitolo, "tutto ciò" vuole dire innanzitutto la Croce e la Risurrezione: i discepoli hanno visto la crocifissione del Signore, vedono il Risorto e così cominciano a capire tutte le Scritture che parlano del mistero della Passione e del dono della Risurrezione. "Tutto ciò" quindi è il mistero di Cristo, del Figlio di Dio fattosi uomo, morto per noi e risorto, vivo per sempre e così garanzia della nostra vita eterna.

Ma conoscendo Cristo – questo è il punto essenziale - conosciamo il volto di Dio. Cristo è soprattutto la rivelazione di Dio. In tutti i tempi, gli uomini percepiscono l’esistenza di Dio, un Dio unico, ma che è lontano e non si mostra. In Cristo questo Dio si mostra, il Dio lontano diventa vicino. "Tutto ciò" è quindi, soprattutto col mistero di Cristo, Dio che si è fatto vicino a noi. Ciò implica un’altra dimensione: Cristo non è mai solo; Egli è venuto in mezzo a noi, è morto solo, ma è risorto per attirare tutti sé. Cristo, come dice la Scrittura, si crea un corpo, riunisce tutta l’umanità nella sua realtà della vita immortale. E così, in Cristo che riunisce l’umanità, conosciamo il futuro dell’umanità: la vita eterna. Tutto ciò, quindi, è molto semplice, in ultima istanza: conosciamo Dio conoscendo Cristo, il suo corpo, il mistero della Chiesa e la promessa della vita eterna.

Veniamo ora alla seconda domanda. Come possiamo noi essere testimoni di "tutto ciò"? Possiamo essere testimoni solo conoscendo Cristo e, conoscendo Cristo, anche conoscendo Dio. Ma conoscere Cristo implica certamente una dimensione intellettuale - imparare quanto conosciamo da Cristo - ma è sempre molto più che un processo intellettuale: è un processo esistenziale, è un processo dell'apertura del mio io, della mia trasformazione dalla presenza e dalla forza di Cristo, e così è anche un processo di apertura a tutti gli altri che devono essere corpo di Cristo. In questo modo, è evidente che conoscere Cristo, come processo intellettuale e soprattutto esistenziale, è un processo che ci fa testimoni. In altre parole, possiamo essere testimoni solo se Cristo lo conosciamo di prima mano e non solo da altri, dalla nostra propria vita, dal nostro incontro personale con Cristo. Incontrandolo realmente nella nostra vita di fede diventiamo testimoni e possiamo così contribuire alla novità del mondo, alla vita eterna. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dà un'indicazione anche per il contenuto di questo "tutto ciò". La Chiesa ha riunito e riassunto l'essenziale di quanto il Signore ci ha donato nella Rivelazione, nel "Simbolo detto niceno-costantinopolitano, il quale trae la sua grande autorità dal fatto di essere frutto dei primi due Concili Ecumenici (325 e 381)" (CCC, n. 195). Il Catechismo precisa che questo Simbolo "è tuttora comune a tutte le grandi Chiese dell’Oriente e dell’Occidente" (Ibid.). In questo Simbolo quindi si trovano le verità di fede che i cristiani possono professare e testimoniare insieme, affinché il mondo creda, manifestando, con il desiderio e l’impegno di superare le divergenze esistenti, la volontà di camminare verso la piena comunione, l’unità del Corpo di Cristo.

La celebrazione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani ci porta a considerare altri aspetti importanti per l’ecumenismo. Innanzitutto, il grande progresso realizzato nelle relazioni tra Chiese e Comunità ecclesiali dopo la Conferenza di Edimburgo di un secolo fa. Il movimento ecumenico moderno si è sviluppato in modo così significativo da diventare, nell’ultimo secolo, un elemento importante nella vita della Chiesa, ricordando il problema dell’unità tra tutti i cristiani e sostenendo anche la crescita della comunione tra loro. Esso non solo favorisce i rapporti fraterni tra le Chiese e le Comunità ecclesiali in risposta al comandamento dell’amore, ma stimola anche la ricerca teologica. Inoltre, esso coinvolge la vita concreta delle Chiese e delle Comunità ecclesiali con tematiche che toccano la pastorale e la vita sacramentale, come, ad esempio, il mutuo riconoscimento del Battesimo, le questioni relative ai matrimoni misti, i casi parziali di comunicatio in sacris in situazioni particolari ben definite. Nel solco di tale spirito ecumenico, i contatti sono andati allargandosi anche a movimenti pentecostali, evangelici e carismatici, per una maggiore conoscenza reciproca, benchè non manchino problemi gravi in questo settore.

La Chiesa cattolica, dal Concilio Vaticano II in poi, è entrata in relazioni fraterne con tutte le Chiese d’Oriente e le Comunità ecclesiali d’Occidente, organizzando, in particolare, con la maggior parte di esse, dialoghi teologici bilaterali, che hanno portato a trovare convergenze o anche consensi in vari punti, approfondendo così i vincoli di comunione. Nell’anno appena trascorso i vari dialoghi hanno registrato positivi passi. Con le Chiese Ortodosse la Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico ha iniziato, nell’XI Sessione plenaria svoltasi a Paphos di Cipro nell’ottobre 2009, lo studio di un tema cruciale nel dialogo fra cattolici e ortodossi: Il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio, cioè nel tempo in cui i cristiani di Oriente e di Occidente vivevano nella piena comunione. Questo studio si estenderà in seguito al secondo millennio. Ho già più volte chiesto la preghiera dei cattolici per questo dialogo delicato ed essenziale per l’intero movimento ecumenico. Anche con le Antiche Chiese ortodosse d’Oriente (copta, etiopica, sira, armena) l’analoga Commissione Mista si è incontrata dal 26 al 30 gennaio dello scorso anno. Tali importanti iniziative attestano come sia in atto un dialogo profondo e ricco di speranze con tutte le Chiese d’Oriente non in piena comunione con Roma, nella loro propria specificità.

Nel corso dell’anno passato, con le Comunità ecclesiali di Occidente si sono esaminati i risultati raggiunti nei vari dialoghi in questi quarant’anni, soffermandosi, in particolare, su quelli con la Comunione Anglicana, con la Federazione Luterana Mondiale, con l’Alleanza Riformata Mondiale e con il Consiglio Mondiale Metodista. Al riguardo, il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani ha realizzato uno studio per enucleare i punti di convergenza a cui si è giunti nei relativi dialoghi bilaterali, e segnalare, allo stesso tempo, i problemi aperti su cui occorrerà iniziare una nuova fase di confronto.

Tra gli eventi recenti, vorrei menzionare la commemorazione del decimo anniversario della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, celebrato insieme da cattolici e luterani il 31 ottobre 2009, per stimolare il proseguimento del dialogo, come pure la visita a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, il Dottor Rowan Williams, il quale ha avuto anche colloqui sulla particolare situazione in cui si trova la Comunione Anglicana. Il comune impegno di continuare le relazioni e il dialogo sono un segno positivo, che manifesta quanto sia intenso il desiderio dell’unità, nonostante tutti i problemi che si oppongono. Così vediamo che c’è una dimensione della nostra responsabilità nel fare tutto ciò che è possibile per arrivare realmente all’unità, ma c’è l’altra dimensione, quella dell’azione divina, perché solo Dio può dare l’unità alla Chiesa. Una unità "autofatta" sarebbe umana, ma noi desideriamo la Chiesa di Dio, fatta da Dio, il quale quando vorrà e quando noi saremo pronti, creerà l’unità. Dobbiamo tenere presente anche quanti progressi reali si sono raggiunti nella collaborazione e nella fraternità in tutti questi anni, in questi ultimi cinquant’anni. Allo stesso tempo, dobbiamo sapere che il lavoro ecumenico non è un processo lineare. Infatti, problemi vecchi, nati nel contesto di un’altra epoca, perdono il loro peso, mentre nel contesto odierno nascono nuovi problemi e nuove difficoltà. Pertanto dobbiamo essere sempre disponibili per un processo di purificazione, nel quale il Signore ci renda capaci di essere uniti.

Cari fratelli e sorelle, per la complessa realtà ecumenica, per la promozione del dialogo, come pure affinché i cristiani nel nostro tempo possano dare una nuova testimonianza comune di fedeltà a Cristo davanti a questo nostro mondo, chiedo la preghiera di tutti. Il Signore ascolti l’invocazione nostra e di tutti i cristiani, che in questa settimana si eleva a Lui con particolare intensità.

martedì 19 gennaio 2010

Incontri ecumenici - Genova

Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2010

Voi sarete testimoni di tutto ciò (Luca 24,48)

Incontri Ecumenici di Riflessione e Preghiera

Lunedì 18 gennaio ore 18 Incontro di preghiera
Chiesa Evangelica Valdese di San Pier d’Arena Via Rela 3r
Predica su Lc 24, 45-49
Padre Filip Sorin della Chiesa Oerodossa Romena
SE Cardinale Angelo Bagnasco Arcivescovo di Genova

Giovedì 21 gennaio ore 20,30 Incontro di preghiera
Chiesa Santa Sabina Via Donghi 8
Predica
Padre Michele Notarangelo della Chiesa Ortodossa Greca
Pastora Maike Bendig della Chiesa Luterana

Domenica 24 gennaio ore 20,30
Presso la Sala Frate Sole della Basilica dell’Annunziata in Piazza Bandiera
Incontro con SE Filip Arcivescovo Ortodosso di Poltava Patriarcato di Mosca
Sul tema “Martirio e resistenza al male: una sfida per l’Unità”

Sabato 23 gennaio ore 17
Conferenza al Quadrivium Piazza Santa Marta 5
“Amate lo straniero perché anche voi siste stati stranieri”
Sig Franca Di Lecce Direttore del Servizio Rifugiati ed Emigrati delle Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia
Sig Laura Dragomirescu rappresentante della Comunità Romena
Mons Marino Poggi Direttore della Caritas Diocesana Genovese

Lunedì 25 gennaio ore 18 Incontro di preghiera
Chiesa Ortodossa Romena Piazza Aprosio Sestri Ponente
Predica
Pastore Italo Pons della Chiesa Valdese
SE Mons Luigi Palletti Vescovo Ausiliare di Genova

sabato 16 gennaio 2010

CARITAS - Alessandria

Anche la Caritas alessandrina è mobilitata per dare un aiuto alle popolazioni colpite dal violento terremoto che ha devastato, martedì, Port au Prince, la capitale di Haiti, provocando migliaia di vittime e danni enormi. L’intera rete Caritas ha subito lanciato un appello per potere contribuire alla realizzazione del piano d’emergenza e ha messo a disposizione centomila euro per i bisogni immediati. Alcuni centri, tra cui la sede del Catholic Relief Services, Caritas statunitense, e un centro per ragazzi di strada risultano lesionati; un team Caritas di circa 10 persone è subito partito. Dalle prime informazioni ricevute le diocesi a nord e a sud del Paese sembra non siano state colpite in modo grave e possono essere utilizzate per l'accoglienza degli sfollati, oltre che come base per lo stoccaggio degli aiuti. Il Paese è diviso in due arcidiocesi, Cap-Haitien e Port-au-Prince e otto diocesi, in ognuna delle quali è attiva la Caritas: l’Fort-Liberté, Hinche, Les Gonaïves, Port-de-Paix, Anse-à-Veau e Miragoâne, Jacmel, Jérémie, Les Cayes. Anche le strutture nella vicina Repubblica Dominicana possono essere messe a disposizione.

Per sostenere gli interventi in corso si possono inviare offerte a Caritas Diocesana di Alessandria - Banco di Desio e della Brianza, filiale di Alessandria, piazza Libertà  IBAN: IT82 M034 4010 4000 0000 0121 700
oppure Segreteria Caritas, via Orfanelle, 25 - Alessandria  (telefono 0131 253119), dal lunedì al sabato dalle 8,30 alle 12.30 

Haiti è il paese più povero dell’America Latina ed è periodicamente provato da calamità naturali e crisi sociali. Dei circa nove milioni di abitanti, su una superficie che è poco più di quella della Sicilia, oltre la metà vive con meno di un dollaro al giorno. La Caritas del luogo, nata nel 1975, oltre ai consolidati impegni per l'alimentazione, la salute, l'educazione e l'abitazione, lo sviluppo integrale, si è sempre attivata in ogni emergenza e anche in questa occasione ha avviato aiuti d’urgenza, in coerenza con quella che il presidente, Monsignor Pierre André Dumas, vescovo di Anse-À-Veau et Miragoâne, ha definito “una pastorale samaritana, di prossimità, attenta alle piccole comunità, con una rinnovata opzione per i più poveri”. La Caritas Italiana da anni sostiene la Chiesa locale, in particolare per le emergenze e interventi di promozione della donna e di economia solidale, e ha prontamente manifestato vicinanza e solidarietà.

CARITAS - HAITI

TERREMOTO HAITI

Salvi tutti gli operatori Caritas ad Haiti.
La Conferenza episcopale italiana invita a sostenere le iniziative di solidarietà promosse dalla Caritas Italiana
“Le enormi difficoltà di comunicazione restano l’ostacolo più grande per il coordinamento dei nostri primi interventi. Cibo, acqua, tende, prodotti igienici sono le necessità immediate alle quali cerchiamo di rispondere”.
Joseph Jonides Villarson, responsabile per le emergenze di Caritas Haiti ringrazia per la solidarietà espressa dall’intera rete Caritas e aggiunge che tutti gli operatori che erano sul posto sono salvi e stanno già occupandosi degli aiuti d’urgenza.
Insieme al direttore, padre Serge Chadic, e alla coordinatrice, Marie Fausta Jean-Maurice, ha già visitato le zone più colpite della città : Delmas, la zona Palais des Ministères, Turgeau, Champs de Mars, Bas Lalue e Debussy.
Anche nelle precedenti emergenze Caritas Haiti è riuscita a fornire tempestivamente aiuti alimentari, tende, acqua potabile e assistenza sanitaria, grazie alla mobilitazione dei centri Caritas in tutte le dieci diocesi. Sta perciò utilizzando quanto già disponibile nei suoi magazzini.
Inoltre il CRS, Caritas statunitense, presente ad Haiti con proprie sedi, sta mettendo a disposizione kit da cucina e per l’igiene, disinfettanti e materassi per mille famiglie.
Si attende anche l’arrivo di cisterne per l’acqua potabile in grado di far fronte ai bisogni di duemila famiglie.
Altro materiale di prima necessità potrà essere reperito anche nei centri Caritas nella confinante Repubblica Domenicana.
Intanto, dopo l’appello del Santo Padre, anche la Chiesa italiana ha espresso vicinanza alla popolazione haitiana, mettendo a diposizione 2 milioni di euro tramite il Comitato per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo.
La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha invitato inoltre le comunità ecclesiali a pregare per quanti sono stati colpiti dal tragico evento e a sostenere le iniziative di solidarietà promosse dalla Caritas italiana con l’obiettivo di alleviare le sofferenze di quella popolazione.

mercoledì 13 gennaio 2010

Il "buonismo" nel Vangelo

Cominciamo da Maria: non è molto ciò che lei dice o fa nei testi dei Vangeli ma è abbastanza, a cominciare da quel "fiat" che cambierà il suo destino e quello della storia umana. Un angelo, una voce, una colomba, quello che sia, una persona sospettosa e sul chi vive non si "apre" a nulla e a nessuno, figuriamoci all'azione dello Spirito Santo! E si reca pure incinta in un viaggio piuttosto impegnativo, forse a dorso di mulo, come doveva essere ai suoi tempi per andare ad aiutare la cugina Elisabetta che aveva concepito un figlio in età avanzata. Persino alle nozze di Cana, accanto al suo meraviglioso figliolo e circondata dai suoi amici, nella comprensibile e gioiosa ebbrezza di un banchetto di nozze avrebbe potuto tranquillamente farsi gli affari suoi pur essendosi accorta che i festeggiati avevano terminato il vino, e ciò durante un banchetto di nozze era proprio disdicevole. Che fa? Costringe il Figlio ad una manifestazione prima del tempo, gli forza la mano, per così dire ed ecco il banchetto degli amici sposi continuare nella gioia il suo svolgimento. E che dire del "buonismo" di S. Giuseppe? A quel tempo per le spose che "tradivano" la promessa prima delle nozze c'era la lapidazione! Ma veniamo al personaggio principale del Vangelo: Gesù. Dando per ormai arcinoto il suo "buonismo" verso le categorie sociali più bistrattate di quell'epoca, lebbrosi, donne peccatrici a cui permette persino che gli profumino i piedi, adultere che salva dagli accusatori con un astuto escamotage, samaritane che hanno avuto cinque mariti, ecc. ecc. notiamo come il suo buonismo non si ferma neanche davanti alle richieste di coloro che erano si può dire gli occupanti della sua terra, cioè i Romani, come avviene per la guarigione della figlia del centurione, o delle autorità religiose del tempo, il capo della sinagoga. Con Giuda Iscariota, poi, il traditore con cui intinge fino all'ultimo il boccone nel piatto, fino al rimprovero per Pietro che aggredisce di spada la guardia venuta per arrestarlo. Ma l'apice del "buonismo" di Gesù si ha quando morente sulla croce chiede al Padre celeste di perdonare coloro che lo hanno condannato e ucciso, cosa che sarà poi emulata da una foltissima schiera di martiri e santi, fino ai giorni nostri. (MLA)

Giona e la tolleranza di Dio

Ma chi crede, per chi si riconosce nella radice giudaico-cristiana, l'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, vi immaginate questo Dio che ad un certo punto davanti alle infinite marachelle umane che costellano tutta la storia della salvezza cominciasse a dire: "tolleranza zero"! Forse solo nel giorno del giudizio universale quando il Cristo tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti... Tutte le volte che sento l'espressione "tolleranza zero" mi immagino sempre che a pronunziarla sia una macchina informatica, e non una creatura umana, per quanto in linea di massima mi ritrovo in accordo con ciò che si vorrebbe assolutamente vietare, o assolutamente non tollerare. Ma nel corso della storia umana così come è narrata nella Bibbia Dio è sempre misericordioso ed esige misericordia, emblematico è anche il caso di Giona, al quale il Signore comanda di andare ad ammonire Ninive la grande città peccatrice pena la distruzione totale. Giona apparteneva certamente al partito della "tolleranza zero": prima cerca di svicolare dall'ordine divino e, leggiamo nel testo biblico, si imbarca e si dirige esattamente nella direzione opposta ... ma poiché l'ordine divino era irrevocabile, viene gettato nel mare in tempesta dai marinai della nave a cui aveva confessato di stare fuggendo dalla sua missione profetica. Dopo tre giorni nel ventre del pesce che lo aveva "inghiottito" e quindi salvato, Giona si converte alla sua missione e va a Ninive ad ammonire i cittadini del rischio che stanno correndo. E suo malgrado lo prendono sul serio e fanno penitenza, uomini e animali iniziano a digiunare. Dio allora vide che si erano convertiti dalla loro condotta malvagia e non fece loro del male. "Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu sdegnato", Giona si lamenta con il Signore per la sua misericordia! Avrebbe voluto la "tolleranza zero", e addirittura vuole morire per questo e non riesce proprio ad "inghiottire" il boccone della bontà divina. Uscì dalla città si fece una capanna e si sedette lì a fianco guardando verso quella città che avrebbe dovuto essere distrutta. Intanto il Signore fece crescere una pianta di ricino sulla sua testa per offrirgli un po' di ombra e sollievo. Giona fu molto felice per quel ricino, tanto che quando il giorno dopo Dio manda un verme a rodergli la pianta, Giona si dispera dice "meglio per me morire che vivere": Allora è Dio che si sdegna per lo sdegno di Giona e gli dice: "Ti sembra giusto essere sdegnato così per una pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica...e io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere fra la mano destra e la mano sinistra e, e una grande quantità di animali?". (continua) MLA

Neologismi e vecchi schemi: ma Gesù era "buonista"?

C'è un uso/abuso sempre più spregiudicato di un paio di termini che paiono rischiare dubbie se non pericolose interpretazioni. I termini sono "buonismo" e "tolleranza zero", vanno spesso insieme, il primo compare nella frase principale, il secondo nella subordinata, in genere uno precede l'altro il primo sembra più nostrano, il secondo è una parola importata e tradotta da un'altra struttura linguistica. Cerco a fatica da anni di interpretarne il senso e il campo semantico: ma mi riesce difficile sia aiutandomi con l'etimologia sia con la semiotica, sia con la linguistica. Un metodo per procedere è quello di enumerare le situazioni in cui vengono pronunziate. Il "buonismo" si tira fuori nella maggior parte dei casi davanti a situazioni dis-umane che oramai non possono più essere definite tali si rischia appunto di venire etichettati come affetti da "buonismo", ma allora sarà una nuova specie di influenza? Purtroppo non posso verificare quest'altra supposizione, non rientra nelle mie competenze. Rientro allora nei miei ambiti, trovo allora la classica interpretazione che si da a tutti i termini che terminano con "ismo", quasi sempre negativa, esempio: comunismo, fascismo, demagogismo, egoismo, ecc. ecc, ma anche "pluralismo", termine finora al riparo da significati degenerativi. Alla lettera sembrerebbe il "buonismo" un eccesso di bontà, una forma di generosità non sottoposta al vaglio della ragione tanto che si traduce in stoltezza. D'altra parte nello stesso Decalogo, il comandamento che tratta di queste storie recita così: prima amerai Dio..., poi il prossimo tuo "come" te stesso, non dice "più" di te stesso. Così certamente occorre equilibrio anche nella solidarietà e nella generosità, fin qui ci siamo. Ma poi in quello stesso insieme di libri che chiamiamo Antico o Primo Testamento, ritrovo anche quelle terribili pagine in cui si narra di Lot che addirittura arriva a proporre ai violenti del suo paese che volevano abusare dei tre stranieri che stava ospitando lo scambio con le sue figlie vergini. Lot meriterebbe per i nostri occhi la medaglia del "buonismo" se ne esistesse una assegnazione... Così anche Davide che si dispera per la morte del figlio Assalonne, anche se l'aveva tradito nel peggiore dei modi. Forse alla fine anche Giobbe, che è noto al grande pubblico più per la sua "pazienza", rifiutando di maledire il Signore, mentre se ne sta per terra pieno di ulcere, privato senza motivo di figli e di beni, potrebbe concorrere alla palma del buonismo. Finché compare ad un certo punto, discendente di Davide ma anche nella genealogia da qualche donna di dubbia reputazione compare un certo Gesù di Nazareth. Mi accingo a cercare nelle pagine delle testimonianze della vita e delle parole di questa illustre figura, cioè nei Vangeli il corrispettivo del nostro termine "buonismo"... E' una operazione complessa, richiederà almeno una seconda puntata...! MLA (continua)

domenica 10 gennaio 2010

Il volto di Cristo e un Velo di mistero

Il volto di Cristo e un Velo di mistero

di Robert Moynihan


Uno dei tessuti più misteriosi del mondo, che mostra l'immagine di un uomo torturato e crocifisso, è conservato nella Cappella Reale di San Giovanni Battista nel Duomo di Torino. E' la Sindone.

La tradizione sostiene che sia il sudario di Gesù, usato per avvolgerlo nella tomba dopo la sua crocifissione, e che l'immagine sul telo sia un “ritratto” di Cristo mentre giaceva nella tomba.

Benedetto XVI si recherà a Torino l'anno prossimo, il 2 maggio, per vedere la Sindone. Il Vaticano e l'Arcidiocesi torinese hanno annunciato la visita due settimane fa.

“Come primo atto della visita, il Santo Padre sosterà in preghiera personale davanti alla Santa Sindone”, ha reso noto l'Arcidiocesi.

Il Papa vedrà la Sindone insieme a milioni di fedeli nei 54 giorni dell'ostensione, dal 10 aprile al 23 maggio 2010. L'Arcidiocesi di Torino ha un sito web, www.sindone.org, dove si può prenotare la visita nel periodo di esposizione.

Visitando la Sindone e pregando davanti a lei, il Pontefice mostrerà il suo rispetto e la venerazione per questo lenzuolo misterioso.

Ma la Sindone è davvero autentica?

Diamo uno sguardo ai fatti.

Più di un secolo fa, nel 1898, l'immagine della Sindone venne fotografata per la prima volta. Il fotografo era l'italiano Secondo Pia, al quale venne permesso di immortalarla mentre veniva esibita nel Duomo di Torino.

Il pomeriggio del 28 maggio 1898, quando guardò la placca fotografica, vide l'immagine molto più chiaramente di come si poteva vedere dal vivo, perché si tratta di un'immagine in negativo.

Questo fatto non era mai stato osservato prima dell'arrivo della fotografia. Vuol dire che solo negli ultimi 110 anni abbiamo potuto renderci conto di quanto sia realmente misteriosa questa immagine.

Nel XX secolo ci sono state sempre più richieste alla Chiesa di “misurare” l'età della Sindone utilizzando il metodo del Carbonio 14, stabilendo così una volta per tutte se si trattava di un tesuto antico o risalente a periodi più recenti.

Parla la scienza

Io stesso ho avuto un ruolo in questo – un ruolo piuttosto insignificante, ma ad ogni modo l'ho avuto – perché ero reporter della rivista Time nel 1987 e nel 1988, quando si svolse la datazione della Sindone con il Carbonio 14.

Ero presente alla conferenza stampa del 13 ottobre 1988, quando il Cardinale Anastasio Ballastrero, allora Arcivescovo di Torino, e altri presentarono i risultati dei laboratori – per i quali la Sindone doveva essere datata tra il 1260 e il 1390. Era dunque di origine medievale, per cui non era possibile che fosse autentica.

In quel momento ho diffuso quei risultati. Posso testimoniare lo choc che rappresentò per molti, che credevano che il lenzuolo fosse autentico e confidavano che i risultati attestassero che risaliva a un periodo “tra il 50 avanti Cristo e il 50 dopo Cristo”.

Le prove scientifiche, però, sembravano chiare: la tela aveva solo circa 650 anni di vita, non 2000. Il “verdetto della scienza” era stato dato.

Da allora molti hanno creduto, e credono ancora, che il caso della Sindone sia chiuso, che si tratti di una misteriosa pittura o stampa medievale, ma non del sudario di Cristo.

Il caso è quindi chiuso? No.

Sono nate serie questioni sul processo di datazione del 1988 – non sulla qualità della datazione al radiocarbonio, ma sull'identità e sulla possibile contaminazione del pezzo di lenzuolo datato.

Le tecniche di datazione al carbonio sono migliorate in modo costante nel corso dei decenni. All'inizio, 50 anni fa, erano richieste grandi quantità di materiale, ma negli anni Ottanta il processo di datazione ha iniziato a richiedere quantità molto più esigue di materiale originale.

Nel 1978 è stato istituito per studiare la Sindone lo Shroud of Turin Research Project (S.Tu.RP), composto da circa 30 scienziati di diversi credo religiosi e anche da atei.

Il gruppo S.Tu.R.P. ha pianificato vari studi sulla tela, includendo la datazione al radiocarbonio.

Una commissione guidata dai chimici Robert H. Dinegar e Harry E. Gove ha consultato numerosi laboratori capaci già nel 1982 di datare con il carbonio piccoli pezzi di tessuto. Sei laboratori hanno mostrato interesse nel realizzare la procedura: il Brookhaven National Laboratory di Upton (New York, USA); l'Atomic Energy Research Establishment di Harwell (Oxfordshire, Regno Unito); il laboratorio Rochester di New York (USA); l'Università di Oxford (Regno Unito), l'Università dell'Arizona di Tucson (USA) e l'ETH di Zurigo (Svizzera).

Consapevoli della grande pubblicità che gli esperimenti avrebbero scatenato, i laboratori hanno ingaggiato una competizione feroce. In seguito si è compiuta una separazione tra il gruppo S.Tu.R.P. e i laboratori candidati.

Durante una conferenza sulla datazione al carbonio a Trondheim (Norvegia) nel 1985, i rappresentanti di tutti i laboratori candidati hanno annunciato congiuntamente la fine della collaborazione con il gruppo S.Tu.R.P. e hanno proposto che il Museo Britannico dirigesse il progetto.

Carlos Chagas Filho, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, ha approvato a malincuore la proposta. Nel 1986 si è svolta una riunione con le autorità ecclesiastiche per stabilire come procedere.

Nuovo progetto

Il 10 ottobre 1987, il Cardinale Ballestrero ha annunciato ai sei laboratori che solo tre di loro, quelli di Oxford, Tucson e Zurigo, avrebbero partecipato alla datazione. L'unica istituzione con compiti di supervisione sarebbe stata il Museo Britannico, guidato da Michael Tite.

I campioni sono stati prelevati il 21 aprile 1988 nel Duomo. Erano presenti il Cardinale Ballestrero, quattro sacerdoti, il portavoce dell'Arcidiocesi Luigi Gonella, fotografi, un cineoperatore, Michael Tite e i rappresentanti dei laboratori.

I pezzi originali e quelli di controllo sono stati collocati in 12 cilindri metallici identici. La datazione delle parti di controllo, che in origine si era stabilito dovesse rimanere sconosciuta, è stata pubblicata da “L'Osservatore Romano” il 23 aprile. Questa fuga di notizie, insieme alle violazioni del protocollo, ha appannato la credibilità di questa fase del procedimento, alimentando i sospetti di manipolazione.

I laboratori non hanno lavorato separatamente e in contemporanea. Tucson ha realizzato le prove a maggio, Zurigo a giugno e Oxford ad agosto, scambiando informazioni nel frattempo. Il quotidiano “Avvenire” ha pubblicato il 14 ottobre la notizia che i direttori dei tre laboratori si erano riuniti segretamente in Svizzera, fatto poi confermato dagli interessati.

Il 28 settembre 1988, il direttore del Museo Britannico e coordinatore dello studio, Michael Tite, ha comunicato i risultati ufficiali all'Arcidiocesi di Torino e alla Santa Sede. Il 13 ottobre, il Cardinale Ballestrero li ha annunciati pubblicamente.

Il documentario italiano del 2008 “Sindone, Prove a Confronto”, di David Rolf, suggerisce che le parti scelte per la datazione non potevano dare un risultato preciso. Si dice che la quantità di carbonio 14 trovata potrebbe essere stata significativamente intaccata dal clima, dai metodi di conservazione utilizzati nel corso dei secoli e dal carbonio sprigionato dall'incendio che danneggiò il sudario.

Il Cardinale Ballestrero, poco prima della morte, nel 1998, disse in un'intervista pubblicata il 5 settembre 1997 dal quotidiano tedesco Die Welt: “A mio avviso, la Santa Sindone di Torino è autentica. Le analisi al radiocarbonio, che la facevano risalire al Medioevo, sembra siano state realizzate senza le cure dovute”.

La tradizione della Chiesa, anche se non “scientifica”, sostiene che Tommaso e Giuda Taddeo (il Taddeo dei 70, Taddeo di Edessa) si recarono a Edessa nel 33 d.C. Una leggenda afferma che portavano con sé un telo con l'immagine di Gesù.

Nel 544 d.C., un telo con un'immagine che si crede sia di Cristo venne trovata sopra una delle porte di Edessa, nelle pareti della città. Gregorio Referendarius di Costantinopoli descrisse in seguito il telo come un'immagine di un corpo intero con macchie di sangue.

La questione è semplice: se nel 1988 sono state compiute prove su un campione che non era della Sindone originale, o che era stato contaminato nel corso dei secoli, allora la datazione non ha senso.

Il velo della Veronica

Un'immagine altrettanto misteriosa ma meno conosciuta si trova nella cittadina di Manoppello. E' un piccolo telo che molta gente ritiene il vero “velo della Veronica”. Sono andato a Manoppello per vederlo. Se lo si guarda direttamente sembra trasparente, ma se si rimane a quasi un metro al lato, o a una certa distanza, si può vedere il volto di un uomo giovane, con gli occhi aperti.

Quello che alcuni credono di questo telo è ancor più drammatico della Sindone di Torino. Pensano che si tratti del velo che copriva il volto di Gesù nella tomba, e che ciò che si vede nell'immagine sia il volto di Cristo al momento della resurrezione, quando apre gli occhi.

Benedetto XVI ha visitato Manoppello nel settembre 2006.

E' entrato nel santuario e ha pregato davanti all'altare per circa cinque minuti, poi si è recato dietro a questo e ha pregato davanti alla reliquia, conosciuta come il “Volto Santo” e il “Velo della Veronica”.

Il Papa non ha parlato delle origini del velo.

“Questo è il senso anche di questa mia visita. Insieme cerchiamo di conoscere sempre meglio il volto del Signore e dal volto del Signore attingiamo questa forza di amore e di pace che ci mostra anche la strada della nostra vita”, ha detto in quell'occasione.

Qualunque sia la verità su queste immagini, il fatto fondamentale è che ci riportano il volto di Gesù.

Cristo stesso ci ha detto di guardare il volto di chi ci circonda, del più piccolo dei suoi fratelli. E' questo il volto che dobbiamo cercare.

Codex Pauli

La Chiesa alle sue origini

Contributo del Cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo emerito di Milano, contenuto nel “Codex Pauli”, un'opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell’Anno Paolino.

* * *

La cristianità primitiva ci ha lasciato un racconto sui primi sviluppi del movimento cristiano. Citato verso il 180 dagli Atti dei Martiri di Lione e dalla Epistula Apostolorum, esso è menzionato nel Canone Muratoriano (seconda metà del II secolo) sotto il titolo di Acta omnium Apostolorum e ne viene indicato anche il nome dell’autore, cioè Luca. Il titolo usuale del libro è “Atti degli Apostoli”. Tale titolo non gli è stato però attribuito dall’autore, che aveva concepito questo libretto come la seconda parte di un’opera complessiva sulle origini cristiane (cfr. Lc 1,1-4 e At 1,1).

Negli Atti è narrata la diffusione del messaggio della risurrezione di Gesù secondo una linea di progressione geografica che parte da Gerusalemme e, attraverso la Giudea e la Samaria, si estende fino alle regioni della Siria e dell’Asia Minore, e di là alla Grecia, per terminare a Roma. La missione di far percorrere questo itinerario alla Parola di Dio è narrata nei primi dodici capitoli e viene affidata a Pietro. L’azione di Pietro raggiunge il suo momento culminante quando egli ammette al battesimo il pagano Cornelio, centurione romano, senza obbligarlo ad abbracciare la legge di Mosè (At 10,1 – 11,18). A partire dal capitolo 13, il compito di attuare questa predicazione è affidato principalmente a Paolo, che viene così a porsi nel centro della narrazione. Paolo può allargare i confini della sua missione verso le terre più lontane dell’Asia Minore, della Macedonia e della Grecia. Dopo una intensa attività missionaria e dopo una serie estenuante di processi, Paolo viene condotto a Roma. La narrazione si chiude con la descrizione di Paolo prigioniero a Roma.

Vi è oggi un sostanziale accordo tra gli studiosi nel ritenere che l’autore degli Atti degli Apostoli è lo stesso che ha scritto il terzo vangelo. L’accordo tra gli studiosi non è più unanime quando si pone il problema se l’autore sia da identificare con uno di coloro che raccontano in prima persona plurale nelle cosiddette “sezioni noi” (At 16,10-17; 20,5-21; 27,1-28,16). Accettando questa identificazione si viene ad ammettere che l’autore è stato compagno di Paolo in alcuni viaggi, ed è stato quindi testimone oculare di parte degli avvenimenti che riferisce. Si raggiunge così la testimonianza dell’antica cristianità che ha attribuito gli Atti a un compagno di viaggio di Paolo, cioè a Luca, menzionato nell’epistolario paolino (cfr. Col 4,14; Fm 24; 2Tm 4,11).

Tuttavia, sulla base della diversa mentalità dell’autore degli Atti e di quello delle Epistole, non si può rinunciare alla fondata tradizione che gli Atti sono opera di uno che ha conosciuto san Paolo. Tra i compagni di viaggio dell’Apostolo, Luca è certamente quello che, a voler tenere conto delle notizie antiche e dell’analisi interna dell’opera, ha le più fondate probabilità per essere designato come l’autore degli Atti.

Luca ha composto il suo libro servendosi di elementi di origine diversa. Benché tutti gli studiosi siano d’accordo nel ritenere che l’autore utilizza per il suo racconto vari tipi di informazioni, tuttavia è molto difficile determinare quale forma avessero le fonti che Luca ha potuto utilizzare. Nel secolo scorso furono fatti vari tentativi per definire con criteri stilistici i documenti scritti che sottostanno ad At 1-15 (come l’esistenza di una fonte antiochena e di una doppia fonte gerosolimitana), ma senza risultati definitivi. Il moltiplicarsi di teorie diverse e tra loro inconciliabili produsse un certo scetticismo. Oggi si tende ad analizzare le singole unità letterarie prese in se stesse, senza pretendere di ricostruire dei veri e propri documenti scritti.

Il materiale che l’autore ha raccolto attingendo a diverse fonti di informazione venne da lui elaborato in un racconto unitario. In esso si distingue una prima epoca dominata dalla figura di Pietro, mentre la seconda ha come protagonista l’apostolo Paolo. Tra le due epoche se ne coglie come una intermedia, di grande importanza, in cui si mostra il passaggio provvidenziale dai giudei ai pagani, e insieme la continuità che permane tra i due gruppi, entrambi inseriti nell’unico disegno divino di salvezza. Riguardo alla struttura degli Atti risultano inadeguate le divisioni che hanno per base soltanto i due personaggi principali del racconto, Pietro e Paolo, perché le loro vicende si intersecano e sono frammiste con quelle di altri personaggi di rilievo (come Stefano e Filippo). Neppure è adeguata la divisione che vorrebbe basarsi sulle parole programmatiche di Gesù in At 1,8: «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e in Samaria e fino all’estremità della terra».

È comunque possibile dividere il libro nelle cinque parti seguenti: a) Le origini della Chiesa a Gerusalemme (1,1 – 5,42). b) Una nuova e più violenta persecuzione sorge a causa di Stefano (6,1 – 12,25). c) Missione di Barnaba e Paolo in Asia (13,1 – 15,35). d) Missione di Paolo nelle principali città della Grecia e nella grande città di Efeso (15,36 – 20,38). e) Arrivo di Paolo a Gerusalemme, suo imprigionamento e viaggio a Roma, nel centro del mondo conosciuto allora, dove egli annuncia con libertà la Parola di Dio (21,1 – 28,31).

L’autore ha subordinato il disegno generale dell’opera, la sua struttura e il suo stile a una finalità che egli ha espresso nel prologo a Teofilo con queste parole: «affinché ti renda conto della solidità della dottrina su cui sei stato catechizzato». Lo scopo dell’opera rimane molto generico e soggetto a diverse interpretazioni. Per questo si è discusso assai, soprattutto a partire dal secolo XVIII, sulla finalità di Luca nella sua narrazione. Fino a quel tempo si riteneva che Luca volesse semplicemente presentare un quadro delle origini cristiane e difendere Paolo dai suoi avversari. Si profilava, quindi un approccio degli Atti dal taglio storiografico e apologetico. Ma le finalità di questa opera oggi vengono comprese alla luce dell’orizzonte più ampio prospettato sia dall’esame del terzo Vangelo, sia dall’esame di questo suo “secondo libro”. Appare, così, decisivo il ruolo della comunità destinataria dell’opera lucana. Si tratta probabilmente di una comunità composta in gran parte dai pagani convertiti, preoccupati però di tener viva la coscienza delle radici anticotestamentarie del messaggio cristiano. Il libro è posto così sotto il segno della continuità: tra Antico e Nuovo Testamento, tra attività del Cristo e vita delle Chiese; tra Israele e la Chiesa, tra i giudeo-cristiani e i pagani convertiti. Garante invisibile ma sempre operante di questa continuità è lo Spirito. Nella predicazione universale del Vangelo ai pagani le profezie messianiche trovano il loro pieno adempimento, e si mostra così l’unità e la continuità del disegno divino di salvezza.

Tuttavia lo scopo che si prefiggeva l’autore era certamente quello di comunicare importanti valori dottrinali e un autentico messaggio, valido per ogni tempo. Per avere un quadro sintetico degli elementi dottrinali presenti negli Atti, bisogna partire dall’evento centrale da cui ha origine tutto il movimento cristiano, cioè la risurrezione di Cristo.

Gesù glorificato costituisce l’oggetto della fede della Chiesa (9,13), e la predicazione ha appunto lo scopo di mostrare che egli è il Messia predetto dalle Scritture, colui che è stato costituito giudice dei vivi e dei morti, il Figlio di Dio (9,20). Soltanto per la fede in lui (16,31) e per il battesimo nel suo nome (2,38) è possibile ottenere la salvezza (cfr. 4,12) e il perdono dei peccati (5,31).

Centrale è pure il ruolo dello Spirito Santo che pervade con la sua presenza e il suo influsso tutta la vita e l’espansione della Chiesa primitiva. La manifestazione fondamentale dello Spirito si ha nella Pentecoste, che rappresenta per la dottrina sullo Spirito un po’ quello che la risurrezione rappresenta per la cristologia. Nella presenza, tra i testimoni della Pentecoste, di molti che rappresentano i principali popoli allora conosciuti si manifesta la vocazione universale della Chiesa e si realizza la sua missione di essere un segno di unità tra i diversi popoli. La Chiesa (5,11) appare come la comunità di coloro che hanno creduto nel Cristo Risorto e vivono in unità sotto l’autorità degli Apostoli. Tra gli apostoli Pietro gode di una posizione speciale.

È importante pure ricordare il posto che hanno negli Atti la fede (si veda ad es. 2,44; 3,16; 4,4.32; 5,14, ecc.), il battesimo (cfr. 2,38; 8,36; 10,47, ecc.), l’imposizione delle mani per conferire lo Spirito (8,15 – 17; 19,5-6), l’Eucaristia (2,42.46; 20,7.11) e la preghiera (si veda ad es. 4,24-30; 10,9; 12,5; 16,25). Anche le diverse situazioni che scandiscono il cammino delle comunità cristiane (crescita, persecuzione, dispersione, riconferma della fede) e i loro atteggiamenti (gioia, carità, scambio fraterno dei beni, mutuo aiuto, unione, prontezza a soccorrere anche i lontani, ospitalità, coraggio, apertura di cuore e di orizzonti, ecc.) affiorano di continuo nella narrazione. Si ricava così dalla lettura del libro un quadro ricchissimo della vita dei primi cristiani, quadro che viene presentato alle Chiese di tutti i tempi come modello e come stimolo. Gli Atti degli Apostoli sono perciò «un libro per tutti i tempi, un libro molto attuale per il nostro tempo. Bisogna leggerlo tutto in una volta, così come si leggono avidamente i ricordi di famiglia» (H. Jenny).


Card. Carlo Maria Martini

Arcivescovo Emerito di Milano

Contemplazione e lavoro

Contemplazione e lavoro (I)

Essere contemplativi è godere dello sguardo di Dio. Per questo chi sa di
essere in sua compagnia lungo la giornata, vede con occhi diversi i
compiti da svolgere.

Vorrei che oggi, in questa nostra meditazione, ci persuadessimo una volta
per sempre della necessità di avviarci a essere anime contemplative, nel
bel mezzo della strada e del lavoro, grazie a un colloquio costante col
nostro Dio che non deve mai venir meno durante tutta la giornata. Se
vogliamo seguire lealmente le orme del Maestro, è questa l’unica via [1].

Per quanti siamo stati chiamati da Dio a santificarci in mezzo al mondo,
trasformare il lavoro in orazione e avere anima contemplativa è l’unico
cammino, perché o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria,
o non lo troveremo mai [2].

Conviene che meditiamo in profondità quest’insegnamento capitale di san
Josemaría. In questo testo rifletteremo riguardo alla contemplazione;
altre volte ci fermeremo ad approfondire la vita contemplativa nel lavoro
e nelle attività della vita ordinaria.


COME A NAZARET, COME I PRIMI CRISTIANI

La scoperta di Dio nelle cose ordinarie di ogni giorno, dà al proprio
lavoro il suo valore ultimo e la sua pienezza di senso. La vita occulta di
Gesù a Nazaret, gli anni intensi di lavoro e di preghiera, durante i quali
Gesù condusse una vita normale – come la nostra, se vogliamo –, divina e
nello stesso tempo umana [3], mostrano che il lavoro professionale, la
dedicazione alla famiglia e alle relazioni sociali non sono un ostacolo
per pregare sempre [4], ma occasione e mezzo per una vita intensa di
rapporto con Dio, fino a che arriva un momento nel quale è impossibile
stabilire una differenza tra lavoro e contemplazione. Per questa strada di contemplazione nella vita ordinaria, seguendo le orme del Maestro, si svolse la vita dei primi cristiani: «quando passeggia, parla, riposa o legge, il credente prega» [5], scriveva un autore del II secolo. Anni dopo San Gregorio Magno attesta, come un ideale fatto realtà tra numerosi fedeli, che «la grazia della contemplazione non si dà ai grandi e non ai piccoli; ma la ricevono molti grandi, e anche molti
piccoli, sia tra quelli che vivono ritirati dal mondo che tra le persone
sposate. Pertanto, se non c’è alcuno stato tra i fedeli che resti escluso
dalla grazia della contemplazione, chi custodisce interiormente il cuore
può essere illuminato da questa grazia» [6].Il Magistero della Chiesa, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, ha ricordato molte volte questa dottrina, così importante per coloro che hanno la missione di portare Cristo dappertutto e trasformare il mondo con lo spirito cristiano. «Le attività giornaliere si presentano come un prezioso mezzo di unione con Cristo, potendo divenire ambito e materia di
santificazione, terreno di esercizio delle virtù, dialogo d’amore che si realizza nelle opere. Il lavoro viene trasfigurato dallo spirito di orazione e diventa così possibile restare in contemplazione di Dio, anche mentre si è intenti nel disbrigo di varie occupazioni» [7].


LA CONTEMPLAZIONE DEI FIGLI DI DIO

Il Catechismo insegna che «la contemplazione di Dio nella sua gloria è
chiamata dalla Chiesa visione beatifica”» [8]. Di questa contemplazione
piena di Dio, propria del Cielo, possiamo avere un certo anticipo su
questa terra, un inizio imperfetto [9], che, benché sia diverso dalla
visione, è già una vera contemplazione di Dio, così come la grazia,
essendo di un ordine diverso dalla gloria, è, tuttavia, una vera
partecipazione alla natura divina. Ora vediamo come in uno specchio, in
maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo
imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono
conosciuto [10], scrive San Paolo.

Questa contemplazione di Dio come in uno specchio, durante la vita
presente è possibile grazie alle virtù teologali: alla fede e alla
speranza vive, informate dalla carità. La fede, unita alla speranza e
vivificata dalla carità «ci fa gustare in anticipo la gioia e la luce
della visione beatifica, fine del nostro pellegrinare quaggiù» [11].

La contemplazione è una conoscenza amorosa e gioiosa di Dio e dei suoi
disegni manifestati nelle creature, nella Rivelazione soprannaturale, e
pienamente nella Vita, Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo
nostro Signore. «Scienza d’amore» [12] la chiama San Giovanni della Croce.
La contemplazione è una chiara conoscenza della verità, ottenuta non da un
processo di ragionamento ma da un’intensa carità [13].

L'’orazione mentale è un dialogo con Dio. Mi hai scritto: “Pregare è un
parlare con Dio. Ma, di che cosa?. –Di che cosa? Di Lui, di te: gioie,
tristezze, successi e insuccessi, nobili ambizioni, preoccupazioni
quotidiane…, debolezze! E atti di ringraziamento e suppliche: e Amore e
riparazione. In due parole: conoscerlo e conoscersi: “stare insieme” [14].
Nella vita spirituale questo rapporto con Dio tende a semplificarsi via via
che aumenta l’amore filiale, pieno di fiducia. Avviene allora che,spesso,
non sono più necessarie le parole per pregare, né quelle a voce alta, né
quelle interiori. Le parole vengono meno, la lingua non riesce a
esprimersi; anche l'intelletto si acquieta. Non si discorre, si ammira!
[15].

Questa è la contemplazione, un modo di pregare attivo, ma senza parole,
intenso e sereno, profondo e semplice. Un dono che Dio concede a coloro
che lo cercano con sincerità, mettono tutta l’anima nel compimento della
sua Volontà, con opere, e cercano di stare alla sua presenza. Dapprima una
giaculatoria, poi un'altra, e un'altra ancora... finché questo fervore
appare insufficiente, perché le parole sono povere... e allora subentra
l'intimità divina, lo sguardo fisso in Dio, senza soste e senza mai
stancarsi [16]. Questo può succedere, come insegna san Josemaría, non solo
nei momenti dedicati espressamente all’orazione, ma anche mentre svolgiamo
con la massima perfezione possibile, pur con i nostri errori e con i
nostri limiti, i compiti propri della nostra condizione e del nostro
lavoro [17].

SOTTO L'’AZIONE DELLO SPIRITO SANTO

Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo inabitano nell’anima in grazia
[18]. Siamo templi di Dio [19]. Non bastano le parole per esprimere la
ricchezza del mistero della Vita della Santissima Trinità in noi: il Padre
che eternamente genera il Figlio e che con il Figlio spira lo Spirito
Santo, vincolo di Amore sussistente. Con la Grazia di Dio facciamo parte
di questa vita come figli. Il Paraclito ci unisce al Figlio che ha assunto
la natura umana per farci partecipi della natura divina: quando venne la
pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la
legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo
l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha
mandato nei nostri cuori lo Spirito di suo Figlio, che grida: «Abbà!
Padre!» [20]. E in questa unione con il Figlio non siamo soli ma formiamo
un corpo, il Corpo mistico di Cristo, al quale tutti gli uomini sono
chiamati a incorporarsi come membra vive e a essere, come gli apostoli,
strumenti per attrarre altri, partecipando al sacerdozio di Cristo [21].

La vita contemplativa è la vita propria dei figli di Do, vita di intimità
con le Persone Divine che si riversa nel desiderio apostolico. Il
Paraclito infonde in noi la carità che ci permette di raggiungere una
conoscenza di Dio che senza la carità è impossibile, poiché chi non ama
non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore [22]. Chi più ama meglio lo
conosce, poiché questo amore – la carità soprannaturale – è una
partecipazione dell’infinita carità che è lo Spirito Santo [23], che
scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti
dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?. Così anche i segreti
di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio [24].

Questo Amore con la maiuscola, instaura nella vita dell’anima una stretta
familiarità con le Persone Divine, e una conoscenza di Dio più acuta, più
rapida, certa e spontanea, in profonda sintonia con il cuore di Cristo
[25]. Anche sul piano umano coloro che si amano si comprendono con più
facilità, e per questo san Josemaría ricorre a questa esperienza per far
comprendere in qualche modo che cos’è la contemplazione di Dio; per
esempio, ripeteva che nella sua terra a volte si diceva: guarda come lo
contempla!, e spiegava come questo modo di dire si riferiva a una madre
che aveva il suo bambino in braccio, a un fidanzato che guardava la sua
ragazza, alla moglie che vegliava il marito. E’ così che dobbiamo
contemplare il Signore. Però tutta la realtà umana, per bella che sia, rimane solo un’ombra dellacontemplazione che Dio concede alle anime fedeli. Se la carità
soprannaturale supera in altezza, qualità e forza qualsiasi amore
semplicemente umano, che dire dei Doni dello Spirito Santo che ci
permettono di essere guidati docilmente da Lui? Così la crescita di
questi Doni – Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà e
Timore filiale – cresce la connaturalità o la familiarità con Dio e si
dispiega tutto il colore della vita contemplativa.

In particolare, con il Dono della Sapienza – il primo e il più grande dei
Doni dello Spirito Santo [26] – ci viene concesso non solo di conoscere e
credere alle verità rivelate su Dio e sulle creature, come è proprio della
fede, ma di assaporare queste verità, di conoscerle con un «certo sapore di
Dio» [27]. La sapienza – sapientia – è una sapida scientia: una scienza che
si gusta. Grazie a questo dono non solo si crede all’Amore di Dio, ma lo si
sa in un modo nuovo [28]. È un sapere al quale si arriva solo con santità:
e ci sono anime nascoste, ignorate, profondamente umili, sacrificate,
sante, con un senso soprannaturale meraviglioso: Ti benedico, o Padre,
Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai
sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli [29].Con il dono
della sapienza la vita contemplativa si addentra nelle profondità di Dio
[30]. In questo senso san Josemaría ci invita a meditare un testo di San
Paolo che ci propone tutto un programma di vita contemplativa – conoscenza
e amore, orazione e vita – (…): Cristo abiti per mezzo della fede nei
vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di
comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza,
l’altezza e la profondità, e di conoscer l’amore di Cristo che supera ogni
conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. (Ef 3, 17-19)
[31]. Dobbiamo implorare dallo Spirito Santo il Dono della Sapienza insieme agli
altri doni, da esso inseparabili. Sono i regali dell’Amore divino, i
gioielli che il Paraclito concede a coloro che vogliono amare Dio con
tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.

PER LA STRADA DELLA CONTEMPLAZIONE

Quanto maggiore è la carità, più intensa è la familiarità con Dio nella
quale sorge la contemplazione. Perfino la carità più debole, come quella
di chi si limita a non peccare gravemente ma non cerca di compiere in
tutto la Volontà di Dio, stabilisce una certa conformità con la Volontà
divina. Tuttavia, un amore che non cerca di amare di più, che non ha il
fervore della pietà, assomiglia di più alla formale cortesia di un
estraneo che all’affetto di un figlio. Chi si accontentasse di questo nel
suo rapporto con Dio, non andrebbe oltre a una conoscenza delle verità
rivelate insipida e passeggera, perché se uno ascolta soltanto e non mette
in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in
uno specchio: appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era
[32].

Molto diverso è il caso di chi desidera sinceramente di identificare in
tutto la sua volontà con la Volontà di Dio e, con l’aiuto della grazia,
adopera i mezzi: l’orazione mentale e vocale, la partecipazione ai
sacramenti – la Confessione frequente e l’Eucarestia – il lavoro e il
compimento fedele dei propri doveri, la ricerca della presenza di Dio
lungo la giornata: un attento piano di vita spirituale insieme a
un’intensa formazione cristiana.
L’ambiente attuale della società conduce molti a vivere “rivolti
all’esterno”, con un’ansia costante di possedere questo o quello, di
andare di qui o di là, di vedere e guardare, di muoversi, di distrarsi con
sciocchezze, forse nell’intento di dimenticare il loro vuoto interiore, la
perdita del senso trascendente della vita umana. A coloro che abbiamo
scoperto la chiamata divina alla santità e all’apostolato, deve succedere
il contrario. Quanta più attività esterna, più vita al di dentro, più
raccoglimento interiore, cercando il dialogo con Dio presente nell’anima
in grazia e mortificando i desideri della concupiscenza della carne, della
concupiscenza degli occhi e della superbia della vita [33]. Per contemplare
Dio è necessario purificare il cuore. Beati i puri di cuore, perché
vedranno Dio [34]. Chiediamo alla Madonna che ci ottenga dallo Spirito Santo il dono di essere contemplativi in mezzo al mondo, dono che sovrabbondò nella sua
vita santissima.



Javier López Díaz, Professore di Teologia Spirituale presso la Pontificia
Università della Santa Croce

venerdì 8 gennaio 2010

Natale cristiano

(ZENIT.org) Fonti diverse confermano che la festa del Sole Invitto fu posta al 25 dicembre per tentare di “oscurare” quella del Natale cristiano. Non il contrario!

Sovente si sente affermare che la festa del Natale posta dalla Chiesa al 25 dicembre nel suo calendario liturgico soltanto agli inizi del IV secolo non è storicamente fondata. Ossia che non è possibile sapere con certezza in quale giorno sia nato, a Betlemme, Gesù di Nazaret.

Da qui l’ipotesi - oggi molto accreditata - che la scelta del 25 dicembre sarebbe il risultato del calcolo di un’operazione ideologica messa in atto dalla Chiesa antica per sovrapporsi e infine assorbire la festività pagana del dio Sole; la cerimonia cultuale-astronomica che veniva officiata in diverse civiltà, e non solo dell’area mediterranea, ben prima della nascita di Gesù, in coincidenza col solstizio d’inverno.

Fenomeno, quello operato dalla Chiesa di Roma, altrettanto noto agli studiosi di fenomenologia delle religioni come d’inculturazione o di cristianizzazione dell’Impero romano.

Fin qui il pensiero dominate. Mentre, alla luce delle fonti, sembra sia andato esattamente al contrario. È infatti la festa pagana del Sole Invitto che è stata posta - o ancora meglio spostata - al 25 dicembre per tentare di “oscurare” quella cristiana del Natale, le cui attestazioni documentali sono di gran lunga più antiche della prima. Solo per citarne una: Ippolito di Roma già nel 204 riferiva che la Chiesa festeggiava la nascita di Gesù il 25 dicembre.

Ricorrenza liturgica nota a quella parte della Chiesa universale che era venuta in contatto con la primitiva tradizione giudeo-cristiana, che questa festa faceva dipendere da quella ancora più antica dell’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Zaccaria, fissata nel calendario liturgico orientale al 23 settembre.

Sulle relazioni tra le due feste cristiane ho già riferito in un precedente articolo pubblicato da ZENIT il 21 dicembre scorso, dove ho riportato anche il fondamento storico-archeologico della storicità della nascita di Gesù al 25 dicembre; evidenza possibile grazie alla scoperta del Libro dei Giubilei tradotto e commentato dal prof. Shemarjahu Talmon dell’Università di Gerusalemme, all’indomani del ritrovamento del 1947 dei Rotoli di Qumran.

E allora, tornando alla questione: quale delle due feste celebrate il 25 dicembre, del Sole Invitto o del Natale cristiano, è la più antica? Quale delle due ha tentato di prevalere sull’altra?

Sull’antichità del Natale ho già detto sopra. Passando invece ad analizzare le fonti che attestano le date della festività pagana, domando: a quando risalirebbe la prima fonte documentata che la festività del dio Sole veniva celebrata il 25 dicembre?

Riposta: l’unico documento che abbiamo oggi a disposizione è il Chronographus anni 354. Per farsene un’idea si confronti la parte VI, dal titolo Calendario con testi e illustrazioni per i dodici mesi.

La notizia, però, sembra piuttosto tardiva: siamo infatti oltre la metà del IV secolo d.C. e all’indomani del primo Concilio di Nicea. Ricordo, di contro, che la prima attestazione del Natale al 25 dicembre è del 204, esattamente 150 anni più antica.

Prima del 354, per ritornare alle fonti della festa del Sole Invitto, ancora durante il regno di Licinio (imperatore dal 308 al 324 d.C.) il culto al dio solare veniva celebrato il 19 dicembre, e non il 25! (cfr. l’iscrizione citata da Allan S. Hoey, Official Policy towards Oriental Cults in the Roman Army, Transactions and Proceedings of the American Philological Association (70) 1939, pp 456-481, a p. 480, nota 128).

Si aggiunga, poi, che questa antica festa astronomica veniva celebrata anche in diverse altre date dell’anno, tra cui spesso veniva scelto il periodo compreso tra il 19 e il 22 ottobre (a tal proposito si veda M. R. Salzman, New Evidence for the Dating of the Calendar at Santa Maria Maggiore in Rome, Transactions of the American Philological Association (111) 1981, pp. 215-227, a p. 221).

Il culto del dio Sole, solo per fare ulteriore chiarezza, era stato introdotto a Roma da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222) e ufficializzato per la prima volta da Aureliano nel 274, che il 25 dicembre dello stesso anno consacrava il Tempio del Sol Invictus. La festa prese il nome di “Giorno di nascita del Sole Invitto”. Una ricorrenza, quindi, che potrebbe aver visto le sue origini occidentali sul finire del III secolo d.C.

Si tenga anche conto che i romani, già ai tempi di Adriano (imperatore dal 117 al 138), ritenevano che i cristiani adorassero il sole. In realtà commentavano gli usi liturgici cristiani che si sarebbero consolidati grazie all’opera di Giustino (morto a Roma tra il 162 e il 168), che imposterà i capisaldi della teologia cristiana (domenica, Eucaristia, Risurrezione, Natale, etc) proprio sul simbolo del sole: siamo appena nella prima metà del II secolo.

In conclusione, alla luce di quanto abbiamo detto credo sia possibile affermare almeno due cose importanti. La prima, che la festività del Sole Invitto non veniva celebrata soltanto il 25 dicembre - e che questa data si è imposta sulle altre soltanto dopo la metà del IV secolo d.C.

La seconda, che in Occidente questa festa pagana ha attestazioni documentali ben più recenti rispetto a quella del Natale cristiano, che come abbiamo visto sono più antiche.

E allora: non nasce il legittimo dubbio che l’ingresso della festa del Sole Invitto nel calendario romano del III secolo d.C. potrebbe corrispondere alla volontà da parte dall’establishment imperiale di “oscurare” la festa cristiana, che era certamente celebrata a Roma il 25 dicembre da almeno settant’anni?

Del resto questa nuova ipotesi sarebbe probabilissima se pensiamo al clima persecutorio in cui la religione di Cristo ha dovuto esistere in quasi ogni regione dell’Impero romano dalle sue origini fino alla venuta di Costantino (imperatore dal 306 al 337 d.C.) e ancor più all’indizione del Concilio di Nicea (325 d.C.).


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*Michele Loconsole è dottore in Sacra Teologia Ecumenica, giornalista pubblicista e scrittore. Autore di una decina di volumi sulla storia del cristianesimo è attualmente presidente ENEC (Europe-Near East Centre)

Creazione e destino dell'uomo


ROMA, giovedì, 7 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Dottrina Sociale riportiamo quanto detto il primo gennaio dal Cardinale Carlo Caffarra, nella cattedrale di Bologna, in occasione della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e della Giornata Mondiale della Pace.

1. «In quei giorni sarà infuso in noi uno spirito dall’alto: allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva». La parola profetica preannuncia che l’opera del Messia, l’opera di Gesù il nostro Redentore, riguarderà anche la creazione, non solo l’uomo. Il destino dell’uomo e di tutta la creazione sono inscindibilmente connessi.

L’apostolo Paolo infatti scrivendo ai cristiani di Roma dice: «la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità … e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» [Rom 8,19-20].

Cari fratelli e sorelle, il S. Padre in questa XLVIII giornata della pace ci chiede di riflettere su questo intimo legame e comunanza di destino fra noi e la creazione tutta. E ci aiuta a farlo col suo Messaggio.

Il punto di partenza è un’osservazione di … vocabolario. Il vocabolario cristiano non parla di “natura”, ma di “creazione”. La differenza è sostanziale. Il termine “creazione” dice che il mondo, l’intero universo ha avuto origine dall’atto creativo di Dio: è, appunto, creatura; non semplicemente natura. Il mondo, dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, «non è il prodotto di una qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso… Il mondo trae origine dalla libera volontà di Dio» [n° 295].

Non solo. La creazione è stata ordinata da Dio creatore secondo una vera e propria gerarchia. Essa è rivelata stupendamente da un Salmo colle seguenti parole: «quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» [Sal 8, 4-7]. La creazione dunque, nel disegno di Dio, ha un signore, ha un re cui tutto è sottoposto: l’uomo.

Cari fratelli e sorelle, queste due verità – il mondo è creatura di Dio; l’uomo è il centro ed il vertice – sono i pilastri su cui si costruisce unarelazione vera e buona tra il Creatore, l’essere umano e il creato: relazione che genera una retta coscienza ecologica.

Seguendo il Messaggio del S. Padre, possiamo esprimere il contenuto di quella relazione, in maniera telegrafica nel modo seguente. Poiché il mondo, la creazione è opera di Dio, l’uomo non ne è il padrone assoluto, ma colui che la deve “custodire e coltivare”: la terra va coltivata non sfruttata; le energie del cosmo usate non dilapidate.

Poiché l’uomo è collocato in un grado dell’essere infinitamente superiore a tutta la creazione, egli ha il dovere di governarla studiandone gli ordinamenti intrinseci e ordinandola all’uso della persona umana.

Se la relazione tra il Creatore, l’essere umano e il creato è costruita nel modo suddetto, la coscienza ecologica sarà ispirata nei suoi giudizi, e la libertà governata nelle sue scelte, da quello che il S. Padre chiama il principio della solidarietà intra-generazionale e inter-generazionale. Cioè: la custodia, la coltivazione, l’uso della creazione deve tenere conto dell’uguale diritto di tutte le persone e di tutti i popoli a godere ed usufruire dei beni della creazione [solidarietà, intra-generazionale]. Deve tenere conto delle esigenze e dell’uguale diritto delle generazioni future [solidarietà inter-generazionale].

2. Cari fratelli e sorelle, la relazione vera e buona tra il Creatore, l’umanità e il creato è stata infranta dal peccato, fin dalle origini.

Come si manifesta questa falsificazione e rottura? Mi limito a richiamare la manifestazione più importante e drammatica. Ci aiuta ancora a vederla l’apostolo Paolo: «poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna, e hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore» [Rom 1,15].

L’uomo, oggi, non raramente ha «cambiato la verità di Dio con la menzogna», non ha più riconosciuto la creazione come opera Sua, si è attribuito su di essa un dominio assoluto, comportandosi come un egoistico sfruttatore della medesima.

Il risultato è stato il capovolgimento della situazione: «hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore». Al posto della creazione è subentrata la Natura, come la pensa l’ideologia ecologista: una nuova dea, Gaia, la grande madre che deve essere venerata e come adorata.

Siamo giunti ad una conclusione assai importante: il problema ecologico è in realtà un problema antropologico, e la sua soluzione dipende in ultima analisi dalla coscienza vera o falsa che l’uomo ha di se stesso.

Siamo così riportati dentro al Mistero del Natale; il Mistero di Dio che si fa uomo, perché l’uomo non smarrisca la sua verità, la sua identità, la sua dignità.

giovedì 7 gennaio 2010

AUGURI DI BUON NATALE AI FRATELLI ORTODOSSI

Se davvero l'amore riesce a eliminare la paura e questa si trasforma in amore, allora si scoprirà che ciò che salva è proprio l'unità. La salvezza sta infatti nel sentirsi tutti fusi nell'amore all'unico e vero bene [...] Tutto ciò lo mostra più chiaramente il Signore nel Vangelo [...]"Perché tutti siano una sola cosa. Come tu Padre sei in me e io in te, siano anch'essi una sola cosa, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,21).

Gregorio di Nissa, Omelia 15 sul Cantico dei Cantici.

martedì 5 gennaio 2010

Epifania

Non ci ruba la terra
chi ci regala il Cielo

di Inos Biffi


Se il Natale celebra la venuta di Gesù alla luce nel nascondimento e nella familiare semplicità di una casa non molto dissimile da una grotta, dov'è accolto dalla fede e dalla tenerezza di Maria e di Giuseppe, e dov'è riconosciuto solo dalla premurosa umiltà dei pastori, l'Epifania già ne celebra l'aperta manifestazione quale Figlio di Dio, considerando i segni che lo rivelano: la stella brillata allo sguardo dei Magi; il battesimo al Giordano; la conversione dell'acqua in vino, a Cana.
Sono i tre "miracoli" cantati dall'inno dei vespri dell'Epifania, un inno formato da strofe tratte dall'ampia e modesta composizione di Sedulio (secolo V): A solis ortus cardine.
Il pensiero di inizio è per Erode, empiamente e stoltamente ossessionato dal timore di perdere la propria regalità a motivo della regalità di quel Bambino: "Perché, Erode, di Cristo / il terrore t'invade? - è l'apostrofe dell'inno - Non toglie i regni terreni / chi ci regala il cielo (Non eripit mortalia, / qui regna dat caelestia)". Lo proclamerà Gesù stesso a Pilato: "Il mio regno non è di questo mondo" (Giovanni, 18, 36).
Come insegna la storia di tutti i tempi, lo sfrenato attaccamento al potere crea un'ansia invincibile, acceca il cuore ed è capace di tutti i delitti.
Quando, invece, il cuore, non è ripiegato e chiuso su se stesso, ma è in ricerca sincera della verità, allora riesce a vedere la luce che Dio vi accende. Avvenne così per i Magi, geograficamente lontani da Betlemme e pure tanto prossimi al Bambino celeste che vi era nato: per rendersi conto del Signore non è sufficiente dimorargli fisicamente vicino.
Il primo miracolo celebrato dall'Epifania è la comparsa inattesa di questa luce di verità, raffigurata in una stella sapiente e docile che non è il caso di scrutare e di scoprire tra gli astri che percorrono e popolano il firmamento creato. Essa è un dono fiammante di grazia offerto dalla provvidenza divina come guida singolare, che rischiara il cammino verso Gesù - "Via, Verità e Vita" (Giovanni, 14, 6) - e porta alla sua adorazione. È detto con finezza dal nostro poeta: i Magi, seguendo una luce, ricercano la Luce (Lumen requirunt lumine), e viene alla mente la preghiera di Newman: "Guidami, luce gentile in mezzo al buio che mi avvolge".
Questa "luce amica" Dio non la lascia mancare a nessuno. "È nell'intimo - afferma ancora Newman - che ricercheremo l'Epifania di Cristo", mentre per sant'Ambrogio: "Dove c'è Cristo, là c'è la stella: è lui, infatti, la stella risplendente del mattino" (Expositio evangelii secundum Lucam, ii, 45).
Il secondo miracolo commemorato nell'Epifania è il battesimo nelle acque del Giordano - così ricche di storia e di grazia - dell'Agnello, che toglie il peccato del mondo. Discesa nelle acque, la sua innocenza ci leva il nostro peccato: "Nell'onda chiara si immerge / l'Agnello senza macchia: / questo lavacro mirabile / lava le nostre colpe".
Con rara efficacia questo mistero è cantato nel solenne e disteso prefazio della Chiesa ambrosiana, che tradizionalmente assegna all'Epifania soprattutto il ricordo del battesimo di Cristo: "Sulle rive del Giordano, o Dio, hai manifestato il Salvatore degli uomini / e ti sei rivelato padre della luce. / Hai schiuso i cieli, hai consacrato le acque, / hai vinto le potenze del male, hai indicato il tuo Figlio unigenito. / Oggi l'acqua, da te benedetta, cancella l'antica condanna / e genera figli di Dio".
Segue la memoria di un terzo nuovo prodigio (novum genus potentiae) avvenuto nella festa di nozze a Cana di Galilea, quando "obbediente l'acqua s'imporpora e si trasmuta in vino (Aquae rubescunt hydriae, / vinumque iussa fundere / mutavit unda originem)". L'evangelista Giovanni lo definisce "l'inizio dei segni compiuti da Gesù", in cui egli "manifestò la sua gloria", suscitando la fede dei suoi discepoli: "I suoi discepoli credettero in lui" (Giovanni, 2, 11).
È un segno profetico, carico di presagi: la conversione delle acque allude alla potenza creatrice e alla signoria di Cristo; il vino del miracolo preannunzia la legge nuova, che purifica il cuore, che succede all'antica e alle sue abluzioni, e prefigura il vino del convito eucaristico e quello del banchetto del cielo, mentre tutto il convito nuziale, come in filigrana, adombra le nozze gloriose del Figlio di Dio, sposo della Chiesa.
Un commento ampio e felice della festa ci è offerto in questa antifona alla comunione - di sapore greco o siriaco - della liturgia ambrosiana (presente anche al Benedictus nelle Lodi della liturgia romana): "Oggi la Chiesa si unisce al celeste suo sposo, / che laverà i suoi peccati / nell'acqua del Giordano. / Coi loro doni accorrono i Magi / alle nozze del Figlio del Re, / e il convito si allieta di un vino mirabile. / Nei nostri cuori risuona la voce del Padre / che rivela a Giovanni il Salvatore: / Questo è il Figlio che amo: / ascoltate la sua parola". La vita di Gesù è insieme storia e simbolo, evento e mistero. La liturgia la ripresenta, la rilegge e nelle sue celebrazioni ne attinge l'inesauribile grazia.

(©L'Osservatore Romano - 6 gennaio 2010

Risposta al commentatore anonimo riguardo all'articolo su Medjugorje

C 'est un article dans le journal La Croix. Dans mon blog entre parenthèses au bas de l'image ci-dessous montre le nom de l'agence qui a donné la libération des nouvelles, l'AFP, www.afp.com, une agence de presse mondial d'information fournissant rapidement, verifiee et complète sur les événements sources de l'actualité international.
Cela ne signifie pas que l'indique ma réflexion personnelle à propos de Medjugorje.

lunedì 4 gennaio 2010

Preti perseguitati


In Francia al via la campagna a sostegno dei preti perseguitati

◊ Accendere idealmente un cero via internet per sostenere i sacerdoti perseguitati o minacciati nelle varie parti del mondo: è l’invito al centro della campagna di mobilitazione organizzata in Francia, nell’ambito dell’anno dedicato ai presbiteri dall’associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”, che da oltre sessanta anni porta soccorso ai preti laddove la mancanza di mezzi finanziari o la violazione della libertà religiosa rendano difficile la loro missione evangelizzatrice. La campagna dal titolo “Luce di Speranza” è partita il 25 dicembre e si svolgerà fino al 2 febbraio, festa della Presentazione del Signore e Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Tra le intenzioni di preghiera prioritaria quella di affidare i sacerdoti a Dio, come Maria presentò Gesù al tempio. Per questo al termine dell’iniziativa verranno accesi circa 4 mila ceri: per diffondere un messaggio di speranza, di riconciliazione e di pace. Anche attraverso internet sarà possibile aderire alla campagna, inviando una preghiera, facendo un dono ai preti che non hanno i più elementari mezzi di sussistenza o ancora indirizzando un messaggio di solidarietà ad un amico sacerdote sul sito di “Aiuto alla Chiesa che Soffre”. L’associazione denuncia tra l’altro come in numerosi Paesi del mondo la libertà religiosa venga costantemente minacciata e i cristiani continuano ad essere uccisi per la loro fede. (C.S.)

Schonborg a Medjugorje (da www.la-Croix.com del 3 gennaio)

SARAJEVO, 3 jan 2010 (AFP) - Un évêque critique la visite à Medjugorje de l'archevêque de Vienne
L'évêque de Mostar a critiqué dimanche la visite fin décembre du cardinal-archevêque de Vienne au lieu de pèlerinage de Medjugorje, dans le sud de la Bosnie-Herzégovine, théâtre pour de nombreux catholiques d'apparitions miraculeuses que le Vatican ne reconnaît pas.

Dans un communiqué, l'évêque Ratko Peric estime que la visite "privée" du cardinal Christoph Schönborn à Medjugorje et les déclarations qu'il a faites à cette occasion ont nui à la "paix" et à "l'unité" des catholiques locaux.

"Je regrette que le cardinal ait ainsi ajouté (...) aux tourments déjà existants de l'Eglise locale de nouveaux tourments qui ne contribuent pas à sa paix indispensable et à son unité", déclare l'évêque de Mostar, dans le diocèse duquel se trouve Medjugorje.

"Je souhaite dire aux fidèles que la venue et les activités publiques du cardinal Christoph Schönborn ne signifient pas une reconnaissance de l'authenticité des 'apparitions' de Medjugorje", ajoute Mgr Peric.

Le cardinal Schönborn, réputé proche du pape Benoît XVI, est arrivé le 28 décembre à Medjugorje pour une visite "privée". Il y a passé plusieurs jours et a notamment prononcé un discours devant des pèlerins dans une église.

Un grand nombre de catholiques croient que la Vierge est apparue à six enfants sur une colline qui surplombe Medjugorje le 21 juin 1981 pour la première fois et que les apparitions se poursuivent depuis.

Bien que le Vatican ne reconnaisse pas de miracle à Medjugorje, le petit village est devenu un site important de pèlerinage, et des fidèles de tous les parties du monde continuent à s'y rendre.

Dans son communiqué, l'évêque de Mostar se déclare préoccupé par les "abus" de certains prêtres franciscains de Medjugorje qui échappent à la hiérarchie de l'Eglise et exercent toujours leur sacerdoce bien qu'ils aient été révoqués par le Vatican.

Pour Mgr Peric, la visite du cardinal Schönborn "pourrait s'expliquer comme un soutien (...) à un grand nombre de nouvelles communautés et associations religieuses désobéissantes de Medjugorje, qui peuvent 'lire' dans la visite du cardinal un encouragement à leur désobéissance".

sabato 2 gennaio 2010

Intervista Padre T. Radcliffe

Pour le dominicain anglais, les parents de religieux doivent renoncer à l’idée du bonheur qu’ils avaient construite pour leur enfant et s’ouvrir à la richesse de ses nouveaux frères et sœurs

ENTRETIEN
P. TIMOTHY RADCLIFFE,
ANCIEN MAÎTRE DE L'ORDRE DOMINICAIN
La Croix : Dans l’Évangile, le Christ invite à quitter frères, sœurs, pères et mères (Marc 10,29). Cette phrase a-t-elle une signification particulière pour la vie religieuse ?

Timothy Radcliffe : Lorsque je suis entré dans l’ordre dominicain, j’ai vécu cette phrase à la lettre : je suis passé directement de la maison familiale au noviciat. Aujourd’hui, c’est souvent différent : la plupart de ceux qui embrassent la vie religieuse ont déjà quitté leur famille pour étudier à l’université ou pour travailler. La rupture consiste alors plutôt à se libérer des attentes des parents concernant le bonheur de leur enfant.

Le novice renonce à la richesse, à la liberté et aux enfants, et ses parents à de possibles petits-enfants. Ceux qui ne sont pas chrétiens pratiquants ont peur que leur enfant ait choisi une vie de frustration. Aussi devraient-ils visiter la communauté assez tôt pour voir de leurs propres yeux qu’il est heureux et épanoui. Pour ma part, je n’ai revu ma famille qu’au bout d’un an…
Les frères ou sœurs de communauté sont-ils la nouvelle famille du religieux ?

Lorsqu’on entre dans un ordre religieux, on devient un « frère » ou une « sœur ». La communauté est une nouvelle famille. On reçoit donc, comme Jésus l’a dit, des centaines de frères et de sœurs. Mais ce titre met en lumière une vérité plus profonde du baptême : nous sommes tous frères et sœurs en Christ.

Notre famille religieuse nous accueille pour nous donner aux personnes vers lesquelles nous sommes envoyés. Une communauté devrait former le religieux à appartenir à l’humanité entière. Si ses parents comprennent cela, alors ils pourront se rendre compte que c’est lorsqu’ils le laissent libre qu’ils aiment le plus leur enfant.

Les parents découvrent en outre souvent qu’en perdant leur enfant, ils gagnent aussi une plus grande famille. Quand ma mère était âgée, elle venait loger chaque année chez moi, au couvent de Sainte-Sabine, à Rome, où des frères de 16 nationalités lui témoignaient beaucoup d’affection. Juste avant sa mort, elle m’a dit qu’elle n’avait jamais été autant entourée d’amour que là-bas.

Lorsque j’étais jeune dominicain, j’invitais chez mes parents des frères issus d’autres milieux sociaux et d’autres pays. J’espère que cela a contribué à élargir leur univers.
Les nouvelles générations de novices sont souvent marquées par le divorce de leurs parents. Cela a-t-il changé la façon d’envisager le noviciat et les relations avec les parents ?

De nombreux novices sont enfants uniques ou issus de familles divorcées. Cela a pour conséquence qu’ils se sentent investis d’une forte responsabilité à l’égard de leurs parents. Parallèlement, ils ont été habitués à être au centre de l’attention. J’ai eu la chance de grandir dans une famille de six enfants sans m’en faire si ma mère oubliait mon nom.

Une des leçons difficiles de la vie religieuse est d’apprendre que mes frères peuvent m’aimer vraiment sans grande démonstration, et que l’on n’a pas besoin d’entrer en compétition pour gagner l’affection des autres. La profonde sécurité affective, c’est peut-être simplement accepter d’être un parmi les frères.

Par ailleurs, on attend souvent du religieux ou de la religieuse qu’ils soient libres pour s’occuper de leurs parents âgés. S’ils ont d’autres frères et sœurs, ces derniers considèrent souvent que, parce qu’ils ont « leur propre famille », c’est aux religieux qu’incombe cette responsabilité. C’est totalement opposé à l’idée traditionnelle selon laquelle lorsqu’on entre dans la vie religieuse, on quitte sa famille !

Il faut trouver l’équilibre : on est en effet disponible pour la mission n’importe où dans le monde, et pourtant humainement, on ne peut pas juste déserter le chevet de ses parents si personne d’autre ne peut les prendre en charge. Chacun devrait tout à la fois pouvoir affirmer sa liberté et demeurer le signe d’un amour fidèle.

Céline HOYEAU