mercoledì 19 agosto 2009

Arte Sacra

Dio è l'artista e noi la tela (nell'immagine, Senza Titolo, acrilico su tela, MLA)

Intervista al direttore internazionale dei Patrocinatori delle arti dei Musei Vaticani

Dopo sette anni di lavori di restauro, Papa Benedetto XVI ha inaugurato con vespri solenni la Cappella Paolina il 4 luglio scorso. La cappella, riservata ai Pontefici, si trova molto vicina alla Cappella Sistina e contiene gli ultimi capolavori di Michelangelo, dipinti tra il 1542 e il 1550: “La crocifissione di San Pietro” e “La caduta di Saulo”.

I lavori di restauro sono stati possibili anche grazie all'aiuto dei Patrocinatori delle arti nei Musei Vaticani, il cui direttore internazionale è padre Mark Haydu, L.C. Per questo motivo, ZENIT ha intervistato p. Mark, statunitense, sul rapporto tra arte e fede.

P. Mark, com'è iniziato il suo interesse per l'arte sacra?

Padre Haydu: Un'opera di un pittore del XVII secolo di nome Johannes Vermeer mi ha aperto le porte del mondo dell'arte. Mi ha insegnato a cercare il messaggio profondo che un'opera d'arte può nascondere. Mi ha aiutato a rendermi conto del fatto che la persona che si avvicina all'arte può uscirne arricchita, e ho visto che l'arte è capace di aprire una dimensione spirituale e di comunicare verità che in altro modo non si riuscirebbero a trasmettere.

Nel quadro appare una signora pensosa con una bilancia in mano in una stanza disordinata. Che cosa ci dice quest'opera?

Come riesce a scoprire tutto questo?

Padre Haydu: Dopo aver osservato senza fretta la forma, il contenuto, i colori, gli elementi, è molto importante chiedersi: “Perché l'autore ha operato così e non in un altro modo?”. Si tratta di penetrare nella mente dell'artista. Un artista può creare ciò che vuole, e questo ci può far pensare anche al primo artista in assoluto: Dio.

Dio artista?

Padre Haydu: Sì, Egli è l'Artista per eccellenza. La creazione del mondo e dell'uomo, che Michelangelo celebra con i suoi affreschi nella volta della Cappella Sistina, non è una meravigliosa e incomparabile opera d'arte? E al di là della natura, possiamo vedere la meraviglia di Dio Artista in noi. Noi siamo la tela. Con la nostra libera cooperazione, il Signore dipinge l'opera d'arte che è la nostra vita. Poi possiamo guardare indietro e chiederci: “Perché le cose sono andate così?” Quando
analizziamo un quadro scopriamo la mano dell'artista, intuiamo qual è stata la sua idea e che cosa ha voluto plasmare. Allo stesso modo, guardando la nostra vita, possiamo scoprire la mano di Dio: la nostra vita è stata così perché Dio così ha voluto, e allora ci rendiamo conto del fatto che non è frutto della casualità o della fatalità, ma dietro c'è l'amorevole mano divina.

Che cosa cerca l'arte sacra?

Padre Haydu: L'arte sacra cerca di elevare l'anima verso Dio. Vuole trasmettere il messaggio della fede, spiegarlo, condividerlo. Per questo, di fronte all'arte sacra una persona persona non può passare come un semplice turista. “Tutte le grandi opere d’arte, le cattedrali – le cattedrali gotiche e le splendide chiese barocche – tutte sono un segno luminoso di Dio e quindi veramente una manifestazione, un’epifania di Dio. (...) Se contempliamo le bellezze create dalla fede, ecco, sono semplicemente, direi, la prova vivente della fede”. Queste sono le parole pronunciate dal Santo Padre l'estate scorsa nel suo incontro con i sacerdoti della Diocesi di Bolzano-Bressanone.

Alcuni pensano che tanta arte nelle chiese distragga. E' così?

Padre Haydu: Se non si sa “leggere” può essere che distragga, ma se la si vede come una via verso Dio accade il contrario. L'arte fa riferimento a ciò che la liturgia celebra e proclama, e questo è un aiuto. Possiamo, ad esempio, vedere i quadri di una chiesa che mostrano la vita dei santi e pensare che tutti quei santi hanno offerto la propria vita per Cristo; e da questa considerazione potremmo passare al proposito di voler essere santi anche noi. O rivolgere lo sguardo al Santissimo Sacramento e chiedere la grazia di essere santi. Si tratta, quindi, di unire con uno stesso ponte due cose che potrebbero sembrare separate. L'arte può anche essere un valido aiuto per il fervore quando il pellegrino non parla la lingua del Paese in cui si trova la chiesa che visita: il pellegrino potrebbe apprezzare l'arte e ricordare le prediche che ha ascoltato sulle scene della vita di Cristo o dei santi che si trovano rappresentati in quella chiesa. L'arte è lì per aiutarci a pregare, non solo per essere vista e perché usciamo tali e quali siamo entrati.

Come sono le persone che visitano le opere d'arte di Roma?

Padre Haydu: Spesso possiamo trovare due atteggiamenti. Uno è quello del turista che viene ad accumulare esperienze per poi commentarle con familiari e amici: “Sono stato nelle quattro Basiliche papali di Roma”, “Sono stato ai Musei Vaticani”, “Ho visto questo e quest'altro”, “Com'era bello quello lì!”, e così via. L'altro atteggiamento è quello del pellegrino, una persona che vuole fare una pausa nella vita, analizzare la propria anima davanti a Dio, uscirne arricchito. E' qualcuno che cerca una grazia: un cambiamento di vita...

Credo che al giorno d'oggi la gente che viene a visitare questi luoghi cerchi questo. Ha bisogno che l'arte l'elevi verso Dio. L'arte sacra può essere il mezzo per favorire la conversione del cuore verso colui che è l'Autore della Bellezza. L'arte mette l'uomo davanti a Dio, lo porta a vedere la sua vita alla luce delle realtà eterne e trascendenti. Uno dei compiti principali dei Patrocinatori delle arti nei Musei Vaticani è infatti restaurare le opere perché la loro ispirazione e il loro impatto originale siano più evidenti. In questo modo, quanti ammirano queste opere possono apprezzarle in tutta la loro bellezza. L'impatto può essere la differenza tra uno che vede l'opera da turista e un altro che la vede da pellegrino. E quando le persone fanno questo passo, tutto cambia. Si apre loro un mondo nuovo, com'è stato nel mio caso con quel quadro di Vermeer.

Che cosa raccomanda ai turisti o ai pellegrini o ai turisti-pellegrini che visitano l'arte di Roma?

Padre Haydu: Di venire e riposare non solo distraendosi con tante bellezze artistiche, ma di cercare di scoprire Cristo, il messaggio di fede che c'è dietro a ogni opera d'arte cristiana. Di fare non solo un itinerario turistico, ma anche un cammino di fede. In questo senso può essere un aiuto chiedere che chi dirige le spiegazioni delle opere d'arte aiuti anche a compiere un'esperienza di fede.

Come possono le guide aiutare chi visita Roma

Padre Haydu: Le guide sono soprattutto storici dell'arte. La guida cristiana cerca anche di trasmettere il fondo umano, cristiano e spirituale che c'è dietro a ogni opera d'arte. A Roma e in altri luoghi ci sono molte guide che fanno questo. Penso che la missione della guida cristiana sia quella di essere ponte tra Dio e l'arte. E' colui che aiuta a far sì che quanti apprezzano l'arte passino attraverso di lui e conoscano le spiegazioni artistiche, ma trovino anche la fede, il Vangelo e Cristo. Parlerà loro delle idee che gli artisti volevano trasmettere.

La guida cristiana da un lato conosce bene la storia e gli aspetti tecnici di ogni opera, dall'altro cerca di comunicare ai turisti e ai pellegrini idee che li aiutino ad apprezzare meglio l'arte e a crescere a livello umano e spirituale. In questo modo, i visitatori si ricorderanno sempre di quel tour guidato di Roma, perché non porteranno con sé solo dati scientifici e storici che si dimenticano il giorno dopo, ma qualcosa di più: un'esperienza di avvicinamento a Dio. Questo non si dimentica mai.

Chi può collaborare con i Patrocinatori delle arti dei Musei Vaticani?

Padre Haydu: Chiunque voglia unirsi allo sforzo di conservare nel suo stato più perfetto il patrimonio artistico dei Musei Vaticani, di preservare questi preziosi elementi del patrimonio universale e di creare una cultura cristiana dell'uomo e dell'arte. Chi volesse altre informazioni può visitare la nostra pagina web:

www.vatican-patrons.org

lunedì 17 agosto 2009

Lettera ai diaconi

LETTRE AUX DIACRES PERMANENTS
10 août 2009

Chers diacres permanents,
L'Eglise découvre toujours davantage l’inestimable richesse du diaconat permanent. Lorsque les évêques se rendent à la Congrégation pour le Clergé, à l'occasion de leurs visites "ad limina", le thème du diaconat est, entre autres, souvent évoqué et les prélats en sont en général très heureux. Ils portent sur vous, les diacres permanents, un regard plein d'espérance. Cela nous remplit de joie. L'Eglise vous reconnaît et vous remercie de votre engagement au service de votre ministère.
Dans le même temps, nous voulons vous encourager sur le chemin de la sanctification personnelle, de la vie de prière et de la spiritualité diaconale. Les paroles du Pape aux prêtres à l’occasion de l’année sacerdotale s’appliquent également à vous : « Il est nécessaire d’encourager l’effort des prêtres vers la perfection spirituelle, dont dépend principalement l'efficacité de leur ministère. »
Aujourd'hui, en la fête de saint Laurent, diacre et martyr, je voudrais vous inviter à deux réflexions ? l’une sur votre ministère de la Parole et l'autre sur votre ministère de la Charité.
Nous nous souvenons avec gratitude du Synode sur la Parole de Dieu, qui s’est tenu en octobre de l'année dernière. Nous, les ministres ordonnés, nous avons reçu du Seigneur, par la médiation de l'Église, la tâche de la prédication de la Parole de Dieu à tous les homme jusqu'aux extrémités de la terre, la proclamation de la personne de Jésus-Christ, crucifié et ressuscité, de Sa Parole et de Son Royaume. Cette Parole, ainsi que l’affirme le message final du Synode, prend la forme d’une voix, celle de la Révélation, d’un visage, celui de Jésus-Christ, et d’un chemin, celui de la Mission. Connaître la Révélation, adhérer inconditionnellement à Jésus-Christ ? tel un disciple séduit et amoureux, partir avec Lui et pour Lui en mission, voici ce qui est attendu, résolument et sans réserves, d’un diacre permanent. Du bon disciple naît le bon missionnaire.
Le ministère de la Parole, qui trouve, de façon particulière pour les diacres, un véritable modèle en saint Etienne, diacre et martyr, requiert de la part des ministres ordonnés un effort continu en vue de son étude et, simultanément, de sa proclamation à tous.
La méditation, selon la «lectio divina», c'est-à-dire par la lecture priante, est aujourd’hui toujours davantage recommandée pour comprendre et s’approprier la Parole de Dieu et en vivre. Dans le même temps, la formation intellectuelle, théologique et pastorale doit rester la stimulation de toute une vie. Pour que le ministère de la Parole puisse s’exercer de manière toujours plus juste et approfondie, une formation approfondie reste toujours nécessaire.
Lorsque sera publié, prochainement, le document du Saint-Père sur les conclusions du Synode sur la Parole de Dieu, nous devrons nous l’approprier avec un cœur ouvert et une réelle volonté d’engagement.
La seconde réflexion à laquelle nous vous appelons concerne le ministère de la Charité, et prendra pour modèle Saint-Laurent, diacre et martyr. Le diaconat plonge ses racines dans l'organisation ecclésiale de la charité au sein l'Église primitive. A Rome, au III° siècle, période de grande persécution des chrétiens, apparaît la figure extraordinaire de saint Laurent, archidiacre du pape Sixte II, et responsable de la gestion des biens de la communauté. Notre pape Benoît XVI l’évoque en ces termes : « Son attention envers les pauvres, le service généreux rendu par sa communauté dans le domaine de l’assistance et de la charité, sa fidélité au pape, qui l’ont poussé à subir l’épreuve suprême du martyre, sont universellement connus. » (Homélie à la basilique Saint-Laurent, le 30 novembre 2008). On connaît également l’affirmation de saint Laurent : «La richesse de l'Église, ce sont les pauvres." Il les assistés avec la plus grande générosité. Son exemple est toujours d’actualité pour les diacres permanents. Comme Jésus-Christ, nous devons aimer les pauvres de façon préférentielle, être solidaire d’eux, chercher à construire une société juste, fraternelle, pacifique. La récente lettre encyclique de Benoît XVI « Caritas in Veritate » doit nous guider. Dans cette encyclique, le Saint-Père affirme comme un principe fondamental : « La charité est la voie maîtresse de la doctrine sociale de l’Eglise » (n° 2). Les diacres s’identifient de manière toute particulière à la charité. Les pauvres sont pour eux un lieu de vie naturel et l'objet de leur préoccupation inlassable. On ne comprendrait pas qu’un diacre ne s’investisse pas en tout premier lieu au service de la charité et de la solidarité envers les pauvres, qui sont aujourd’hui de plus en plus nombreux.
Très chers diacres permanents, que Dieu vous bénisse avec tout son amour et vous rende heureux dans votre vocation et votre mission ! Aux épouses et aux enfants de ceux qui, parmi vous, sont mariés, je veux témoigner de mon respect et de mon admiration. L’Eglise leur est reconnaissante pour l’appui et la coopération, sous toutes les formes, qu’elles apportent à leurs époux et à leurs pères dans leur ministère diaconal. En outre, l'Année sacerdotale nous invite à exprimer notre reconnaissance à nos très chers prêtres et à prier avec eux et pour eux!
Du Vatican, le 10 août 2009 (Fête du Saint-Laurent, diacre et martyr).

Cardinal Cláudio Hummes

Archevêque émérite de São Paulo
Préfet de la Congrégation pour le Clergé

Lo studio della Parola di Dio, Card. A. Vanhoye

Intervista al Cardinale gesuita Albert Vanhoye

di padre Lucas Teixeira, LC

ROMA, venerdì, 19 settembre 2008 (ZENIT.org).- "La Sacra Scrittura è essenziale per conoscere Cristo" spiega in questa intervista, a pochi giorni dal prossimo Sinodo dei Vescovi, uno dei biblisti contemporanei più prestigiosi al mondo, il Cardinale Albert Vanhoye. Il sacerdote gesuita, già Rettore del Pontificio Istituto Biblico e già Segretario della Pontificia Commissione Biblica, è nato il 24 luglio 1923 ad Hazebrouck, nella Diocesi di Lille, nel Nord della Francia, al confine con il Belgio.

Dal 1963 è stato professore al Pontificio Istituto Biblico di Roma, dove ha svolto una intensa attività didattica insegnando esegesi del Nuovo Testamento fino al 1998, tenendo corsi di esegesi della Lettera agli Ebrei e di Lettere Paoline, e dirigendo corsi di metodologia, corsi di teologia biblica e seminari su Vangeli, Lettere e Apocalisse.

Ha preso parte attiva alla redazione di documenti della Pontificia Commissione Biblica sulla scia del lavoro iniziato dal Concilio Vaticano II come «L'interprétation de la Bible dans l'Église» (1993), e «Le Peuple Juif et ses saintes Ecritures dans la Bible chrétienne» (2001).

Come riconoscimento al suo servizio alla Chiesa in questo ambito, Benedetto XVI l'ha creato Cardinale nel Concistoro del 24 marzo 2006.Lo stesso Papa l'ha nominato membro del prossimo Sinodo dei Vescovi del mondo, che si terrà a Roma nel mese di ottobre su "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa".

In questa intervista concessa a ZENIT, spiega cos'è per lui la Bibbia e cosa si aspetta dell'assemblea dei Vescovi.Come e quando ha cominciato a interessarsi allo studio della Parola di Dio?

Card. Vanhoye: Il mio interesse per la parola di Dio, certamente, è cominciato sin dalla mia infanzia, ma si è approfondito e intensificato specialmente con lo studio della teologia. Mi preparavo all'ordinazione sacerdotale e allora mi sono appassionato al Vangelo di Giovanni. Ero preparato a questo studio perché prima della teologia, per due anni, ho dovuto insegnare il greco classico ad alto livello, a giovani gesuiti che preparavano i diplomi alla Sorbona di Parigi. Quindi ero in contatto diretto con il testo greco del Nuovo Testamento e anche ai testi greci dell'Antico Testamento.

In particolare ho studiato il tema della fede nel Vangelo di Giovanni, un tema evidentemente fondamentale. Per Giovanni la fede consiste nel credere in Cristo Figlio di Dio, questo non è semplicemente l'adesione a verità rivelate, ma è anzitutto adesione a una persona, una persona che è Figlio di Dio, che fa l'opera del Padre, in unione con il Padre e che invita anche noi a fare la sua opera.

Successivamente è diventato uno dei più grandi specialisti nella Lettera agli Ebrei…

Card. Vanhoye: Da questo studio di San Giovanni sono usciti alcuni articoli. Però per ragione di tempo, perché dovevo subito insegnare, non ho potuto continuare questo lavoro. Nello stesso tempo mi sono accorto che avevo trovato cose molte interessanti nella Lettera agli Ebrei e che quindi potevo, avendo qualche mese ogni anno, preparare una tesi su questo scritto, allora poco studiato. Quindi il mio interesse si è concentrato sulla Lettera agli Ebrei che è uno scritto molto
profondo, una sintesi di cristologia sotto l'aspetto sacerdotale. Ammiro sempre la profondità di questa lettera che in realtà è un'omelia, in cui il mistero di Cristo è presentato in tutte le sue dimensioni, dalla dimensione più alta di Cristo Figlio
di Dio, splendore della gloria di Dio, impronta della sua sostanza e fino al Cristo, nostro fratello, che ha assunto tutta la nostra miseria, e si è abbassato al livello dei condannati a morte proprio per mettere lì tutto il suo amore e aprire una via che va fino a Dio. D'altra parte la Lettera agli Ebrei manifesta una conoscenza veramente straordinaria dell'AT, e il senso dell'adempimento dell'AT con le tre dimensioni di corrispondenza, di rottura di alcuni aspetti e poi naturalmente di superamento, adempimento completo. La Provvidenza ha fatto sì che io abbia potuto consacrare veramente tutta la mia vita all'approfondimento della Scrittura per il profitto di tanti studenti di ogni nazione. Quindi ringrazio molto il Signore di avermi dato questo privilegio.

Quali sono stati i suoi presupposti per lo studio della Bibbia?

Card. Vanhoye: I miei presupposti sono chiaramente presupposti di fede. La Bibbia è un testo che esprime la fede. Per accoglierla in modo serio e profondo bisogna essere nella corrente che l'ha prodotta. Quindi accostarsi al Testo ispirato con un atteggiamento di fede è essenziale. D'altra parte c'è anche la convinzione che la Bibbia sia anche un libro storico, non una parola semplicemente teorica; una rivelazione con fatti, con eventi; una realtà esistenziale storica che va quindi accolta sotto questo aspetto.

In tutti questi anni di studio della Parola di Dio, cosa l'ha stimolata di più a continuare nella sua ricerca, nonostante le diverse difficoltà dell'ambiente esegetico o anche del lavoro stesso? Quali sono le sue motivazioni più profonde?

Card. Vanhoye: Certamente la convinzione che la Sacra Scrittura è essenziale per conoscere Cristo, per aderire a Cristo, per investigare tutte le dimensioni del mistero di Cristo. Lo stretto legame tra la ricerca esegetica, l'approfondimento della fede e della vita spirituale. Questo ha fatto sì che non abbia mai esitato a studiare, a fare ricerche, a spendere tutte le mie forze e le mie capacità in questo studio di importanza fondamentale per la vita della Chiesa.

Quali sono stati i frutti più preziosi per la sua vita sacerdotale derivanti dal contatto con la Parola?

Card. Vanhoye: La Parola di Dio ha nutrito la mia vita spirituale in modo molto fecondo. Per esempio, quando ero ancora uno studente del Pontificio Istituto Biblico ho compiuto uno studio su due frasi del Vangelo di Giovanni che esprimono la relazione tra l'opera di Gesù e l'opera del Padre. Il dono delle opere è stato fatto a Gesù. In due frasi Gesù parla delle opere che il Padre gli ha donato. Ho visto l'insistenza: «Il Padre mio opera sempre e anch'io opero» (Gv 5,17). Un tema molto importante per l'approfondimento della vita spirituale non soltanto in modo speculativo ma specialmente nell'operare stesso. Come il Padre dava le sue opere a Gesù, così Gesù ci da le nostre opere. Questo è un punto che mi nutre: devo fare sempre con il Signore l'opera del Signore. E ho capito dall'altra parte che per fare con il Signore l'opera del Signore, è essenziale essere uniti al Cuore del Signore perché l'opera del Signore non è un'opera amministrativa, che si può fare con un certo distacco, ma è un'opera di amore. Questo per me è un orientamento che riprendo in continuazione bello, profondo, ed esigente. È Lui l'autore principale, io sono un povero e modesto assistente, ma che si deve impegnare, perché l' opera è importante, un'opera bella che fa il Signore. E' questo l'esempio principale del mio rapporto con la Scrittura.

Cosa manca oggi nella Chiesa affinché la Scrittura incida sempre di più nella vita spirituale dei fedeli?

Card. Vanhoye: Mancano due cose principali: da una parte i mezzi, gli strumenti, i sussidi che possano aiutare i fedeli ad accogliere bene la Parola di Dio; e dall'altra la meditazione sui testi della Bibbia da parte dei fedeli. Si tratta di due cose già ben presenti, per grazia di Dio, nella vita della Chiesa, e che sono state rese ancora più presenti grazie al Concilio Vaticano II. Tuttavia c'è sempre un progresso da fare: da una parte educare i fedeli ad accogliere bene la Parola di Dio e ad accoglierla non soltanto nella mente, ma nel cuore e nella vita. Questo è chiaro. Bisogna educare i fedeli a fare questo. E dall'altra parte, perché questo sia realmente effettivo, è indispensabile che i fedeli meditino la Parola di Dio, ci ripensino, vi riflettano sopra. E cosi la loro vita sarà poco a poco trasformata dalla potenza dalla Parola di Dio.

A questo scopo, come a più riprese ha affermato Papa Benedetto, la Lectio Divina può essere un mezzo molto adatto.

Card. Vanhoye: Certamente la Lectio Divina è un metodo di approfondimento molto serio della Scrittura ispirata. Ma perché incida sulla vita dei fedeli è necessario che l'ultimo passo sia proprio l'applicazione sulla vita. È possibile una Lectio Divina che si accontenti di essere soltanto una considerazione attenta del testo; e poi una meditazione. Ma deve essere completata da un impegno del fedele ad applicare, a ricevere veramente nella sua vita la Parola di Dio, a farla non soltanto
presente ma operativa. Questo metodo ha il grande merito di portare prima l'attenzione sul testo biblico, considerato in sé, nel suo esatto significato, e poi di concentrare lo sforzo di attenzione sul testo, prima di partire in speculazioni che potrebbero non avere alcun rapporto con il testo. La Lectio Divina parte dalla lectio vera e propria, dalla lettura attenta. Il Cardinale Martini insisteva su questo quando faceva nel Duomo di Milano lunghi raduni di Lectio Divina. Dopo si cerca
allora di meditare, di vedere il rapporto con la situazione attuale dei credenti, poi si cerca anche di assumere atteggiamenti spirituali di contemplazione, di unione a Dio, ecc. Però come ho detto, bisogna anche prolungare la Lectio Divina, nel senso di una trasformazione della vita.

Il Sinodo si occuperà anche del tema della predicazione della Parola di Dio, soprattutto nella liturgia. Dalla sua esperienza, quali sono gli elementi essenziali da tenere in conto nelle omelie?

Card. Vanhoye: Le omelie devono essere frutto della Lectio Divina, praticata in una maniera o nell'altra, cioè, le omelie devono veramente dare ai fedeli un contatto concreto con la Parola di Dio, quindi spiegare abbastanza chiaramente la portata immediata di essa e poi continuare nella applicazione alla vita, nella sua attualizzazione. Un'omelia non può mai restare soltanto teorica. Deve avere una forza penetrante nella vita. Quindi partire bene dal testo e poi applicarlo alla vita
spirituale.

Bisogna dire che per la predicazione è utile anche usare gli esempi dei santi. Perché i santi aiutano la gente ad accogliere alcuni aspetti dei testi biblici, che potrebbero rimanere un po' lontani. I santi invece rendono i testi biblici più a diretta portata dei fedeli. È chiaro che lo spirito d'infanzia spirituale ad esempio che è richiesto da Gesù nei Vangeli - "se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli" (Mt 18,3) -, viene compreso molto meglio dalla gente se si prende Santa Teresina come modello. Oppure per quanto riguarda la carità verso i poveri, Madre Teresa è un esempio che stimola la gente a capire che veramente la carità va ai più bisognosi, che non si può essere uniti a Cristo se non siamo aperti a questa carità. D'altra parte Madre Teresa ha messo molto bene in connessione la preghiera, l'unione a Cristo e la carità. La sua vita era nutrita di una preghiera molto profonda, di una vita spirituale esigente, talvolta anche dolorosa. Quindi gli esempi sono utili, ma devono essere usati in relazione ai testi biblici, perché i santi sono fatti per rendere
testimonianza ai testi biblici.

Il Sinodo sta suscitando e susciterà un rinnovato interesse per la Bibbia. Che itinerario suggerirebbe ad un fedele che vuol conoscere meglio la Parola di Dio?

Card. Vanhoye: È chiaro che per un cristiano bisogna cominciare col Vangelo. Prendere un Vangelo, approfondirlo nella meditazione, nella preghiera, applicarlo alla propria vita. Questa è la prima cosa essenziale. Ma il Vangelo stesso rimanda
all'Antico Testamento. Gesù è il messia promesso. Quindi è utile leggere i testi profetici, specialmente quelli che sono messianici. Per la preghiera i salmi sono utili, però bisogna dire che non hanno sempre lo spirito evangelico. Quindi bisogna fare una distinzione. Alcuni salmi sono pieni di imprecazioni contro i nemici, sono molto lontani dal precetto di Gesù di amare i nemici e di pregare per loro. È chiaro che per un fedele è necessario essere aiutato da sussidi, che presentino i
testi e li mettano alla portata della loro intelligenza, della loro capacità di capire e di vivere. Poi tra i Vangeli naturalmente c'è una differenza tra i sinottici e il Vangelo di Giovanni. Il Vangelo più interessante a prima vista per un fedele è quello di Marco che è molto vivace, che racconta i miracoli in maniera dettagliata, ecc. Il Vangelo di Matteo ci dà un insegnamento più ricco e quindi bisogna sempre ritornare ad esso per essere riempiti di spirito evangelico. D'altra parte, il Vangelo di Giovanni approfondisce la fede in maniera meravigliosa. Bisogna meditare veramente il Vangelo di Giovanni, accoglierlo con spirito di fede e di amore per il Signore. Anche Luca è molto interessante. È il Vangelo del discepolo. Sarebbe possibile cominciare anche col Vangelo di Luca che si interessa di più della relazione del discepolo con il Signore Gesù. I grandi discorsi di Matteo sono spezzettati nel Vangelo di Luca. Le beatitudini invece di essere espresse in terza persona, sono rivolte direttamente ai discepoli: "Beati voi i poveri…". Questo è un esempio. Poi Luca si rapporta con Gesù in maniera molto delicata, specialmente nel racconto della Passione. Lì si vede benissimo il suo amore delicato per il Signore; il suo attenuare le cose più crudeli, più offensive.

Ai giovani sacerdoti, qualche volta i salmi possono sembrare un può lontani dalla loro realtà concreta. Che consiglio darebbe loro per trarre maggior profitto dalla preghiera della Liturgia delle Ore?

Card. Vanhoye: Consiglierei di cercare un commentario veramente adatto, cioè, un commentario approfondito, non puramente filologico, storico-critico, un commentario che metta in risalto il contenuto spirituale dei salmi. Perché è chiaro che i salmi contengono un ricchezza meravigliosa dal punto di vista spirituale: il senso di adorazione, il senso di fiducia in Dio, il senso dell'unione a Dio nella preghiera, nella vita. Ci sono veramente aspirazioni spirituali molto belle e molto forti nei salmi. D'altra parte Sant'Ambrogio diceva che il salterio è come il riassunto di tutto l'AT, perché ci sono anche salmi storici, salmi sapienziali, salmi di accoglienza della legge del Signore, ecc. Dopo il Concilio è stata facilitata l'applicazione dei salmi alla vita cristiana con l'omissione delle cose più lontane dal Vangelo. Una cosa a mio avviso opportuna questo perché un cristiano per esempio non può augurare che i bambini dei persecutori siano schiacciati sulla terra, come si dice nel salmo sulla riva, degli esiliati. Questo salmo esprime un affetto molto profondo e tenero per Gerusalemme, ma finisce con un augurio crudelissimo contro i nemici. A me sembra opportuno e utile dal punto di vista dell'accoglienza della parola di Dio omettere cose che sono state corrette da Gesù.

Il Sinodo si occuperà anche della Sacra Scrittura nel contesto dell'ecumenismo. Lei ha avuto qualche esperienza di lavoro, studio, preghiera in questo campo?

Card. Vanhoye: Io ho collaborato alla traduzione ecumenica francese, un'impresa suscitata dal Concilio molto feconda dal punto di vista ecumenico. Si è costatato che la Bibbia è veramente un terreno di unità. Naturalmente, ci sono testi biblici che hanno dato occasione a diversità di opinioni molto forti. Ma tante cose ci sono comuni e dobbiamo approfittarne. Il Sinodo avrà anche questo aspetto di apertura ecumenica. È chiaro che il protestante se segue il Sola Scriptura di Lutero non
è nella corrente della Tradizione. C'è una difficoltà. Ma d'altra parte i cattolici avevano la tendenza di non meditare tanto la Bibbia, e di essere più attenti ai dogmi e alle devozioni. Quindi l'attenzione data alla Parola di Dio scritta è certamente un legame molto forte che ci avvicina gli uni agli altri in una accoglienza comune.

Lei ha conosciuto ed insegnato a parecchi esegeti. Come è possibile evitare che la Bibbia si converta in un mero oggetto di studio staccato della propria vita spirituale e in grado di produrre conclusioni che possono mettere in dubbio le verità di fede?

Card. Vanhoye: Mi sembra che il rimedio principale sia la meditazione dei testi biblici, in atteggiamento di fede e di preghiera. Gli esegeti non si possono accontentare di studiare i testi. Devono meditarli in una atmosfera di unione al Signore, di ricerca di Lui e coscienti sempre che soltanto Cristo dà tutta la ricchezza della Scrittura ispirata; che è Lui che apre pienamente le nostre menti all'intelligenza della Scrittura, come dice il Vangelo di Luca alla fine. Quindi, il rimedio è, direi, l'orazione, intesa come meditazione che ricerca l'unione con il Signore, l'accoglienza della sua luce, l'accoglienza del suo amore. Soltanto questo può preservare dal pericolo di un atteggiamento razionalistico e sterilizzante, che può diventare piuttosto un ostacolo per la vita dei fedeli.

Quali sono le sue aspettative sul Sinodo? Avrà qualche influsso anche sugli studi biblici?

Card. Vanhoye: Non sono sicuro che il Sinodo possa influenzare molto gli studi esegetici nel senso che possa seguire una prospettiva pastorale. È una prospettiva che certamente entra anche nella spiegazione dei testi biblici, ma l'esegesi è una ricerca scientifica approfondita, da un punto di vista che non è direttamente pastorale. Dal Sinodo possiamo sicuramente aspettarci indicazioni molto feconde per una più grande conoscenza della Bibbia, una più grande accoglienza della Bibbia
nella vita delle comunità cristiane e nella vita spirituale delle persone. D'altra parte c'è anche un interesse ecumenico, che è direttamente espresso nell'Instrumentum laboris. Si può sperare un riavvicinamento ancora più forte delle diverse confessioni cristiane grazie a questa accoglienza della Parola di Dio scritta. L'Instrumentum laboris lascia intendere che il Sinodo si interesserà specialmente dalla Parola di Dio scritta, anche se allarga la sua prospettiva. Dice che la Parola di
Dio è Cristo e quindi dice che lo scopo del Sinodo è far conoscere meglio Cristo. Questo mi sembra vero come scopo ultimo ma lo scopo più diretto sarà evidentemente di attirare l'attenzione sulla necessità di un contatto più forte e più profondo di tutti i componenti della Chiesa con la Parola di Dio scritta. Naturalmente, la Parola scritta deve ridiventare viva, e non può rimanere un testo morto, e perché ridiventi viva deve essere inserita nella corrente viva della Tradizione, anche della predicazione e della vita della Chiesa.

domenica 16 agosto 2009

Bruno Forte: Predestinazione

Testo scritto da Mons. Bruno Forte

* * *

a) La «somma dell’evangelo»: l’amore divino che previene Dio chiama e salva la Sua creatura con un amore assolutamente gratuito: è questo il Vangelo di Paolo, la buona novella di una chiamata e di un dono non meritati né meritabili, la cui ragione ultima resta nascosta negli abissi della misericordia divina, senza calcolo e senza misura.

È il Vangelo della pura grazia, che uno dei suoi cantori più alti - Martin Lutero - esprime così nella Disputatio di Heidelberg, vero manifesto del supensiero: «L’amore di Dio non trova, ma crea il suo oggetto. L’amore dell’uomo dipende dal suo oggetto... L’amore di Dio ama i peccatori, i malvagi, gli stolti, i deboli, in modo da renderli giusti, buoni, saggi, forti, effondendo e donando il bene. Infatti i peccatori sono belli perché sono amati, non sono amati perché sono belli. L’amore dell’uomo, invece, fugge i peccatori, i malvagi»1. A questo Dio Altro, che ama come nessuno ama, va data gloria, a Lui solo: la purezza del dono, la gratuità assoluta merita l’assoluta glorificazione.

C’è da perdere la ragione di fronte a quest’abissale gratuità: lo sa bene Paolo che, per sottolinearne il carattere paradossale al di là di ogni dubbio, nella Lettera ai Romani non esita a richiamare la sconcertante affermazione di Malachia «ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù» (1,2s: cf. Rm 9,13) e ad aggiungere: «Che diremo dunque? C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No certamente! Egli infatti dice a Mosè: Userò misericordia con chi vorrò, e avrò pietà di chi vorrò averla. Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia. Dice infatti la Scrittura al faraone: Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato in tutta la terra. Dio quindi usa
misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole» (Rm 9,14-18). Contro l’obiezione che potrebbe sollevarsi l’Apostolo ribadisce l’insondabile sovranità della libertà divina: «Mi potrai però dire: “Ma allora perché ancora rimprovera? Chi può infatti resistere al suo volere?”. O uomo, tu chi sei per disputare con Dio? Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: “Perché mi hai fatto così?”. Forse il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare?» (Rm 9,19-21: analoga argomentazione in 3,7 e 6,1).

È questo mistero dell’assoluta gratuità che unisce Israele e la Chiesa, in quanto sono il popolo dell’elezione, rispettivamente dell’attesa e del compimento (cf. Rm 11): Israele è la «santa radice» (Rm 11,16), la Chiesa il sorprendente innesto, «portato» da essa (cf. v. 18). Tuttavia, c’è una pietra d’inciampo, in rapporto alla quale si compie il dramma del rifiuto del popolo della prima alleanza ed il passaggio della salvezza al popolo dell’alleanza nuova (cf. Rm 10): «Ora, il termine della legge è Cristo, perché sia data la giustizia a chiunque crede» (Rm 10,4). Cristo è al tempo stesso Colui che unisce e separa Israele e la Chiesa! La fede di Gesù li unisce, la fede in Lui li separa! Da queste premesse risulta chiaro che il problema di Paolo nei capitoli 9-11 della Lettera ai romani non è tanto quello teologico-speculativo della predestinazione dell’individuo, quanto quello storico-salvifico del destino dell’antico popolo eletto nell’economia della salvezza pienamente realizzata in Cristo e nello Spirito. Ciò che egli intende sottolineare è il primato della libertà e della gratuità dell’iniziativa divina e l’assoluta fedeltà del Dio dell’alleanza, con la conseguente speranza di una futura reintegrazione d’Israele, in cui verranno a compimento tutte le promesse dell’elezione mai revocata (cf. Rm 11,11-15 e 25-32): perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rm 11,29).

Il tema paolino dell’elezione situa dunque l’idea di predestinazione all’interno del disegno storico-salvifico dell’alleanza, che si compie in pienezza per mezzo di Gesù Cristo, con lui ed in lui, e si attua nel tempo per la potenza dello Spirito Santo. Oggetto puro dell’elezione - predestinazione è lui, il solo mediatore fra Dio e gli uomini (cf. 1 Tm 2,5), ed in lui la comunità degli eletti, il popolo santo di Dio: il singolo è eletto e predestinato nella comunione dell’alleanza. La dottrina dell’elezione - predestinazione è perciò essenzialmente la «buona novella» della grazia con cui Dio ha amato tutti gli uomini e li ha chiamati alla comunione con sé, messaggio di consolazione e di speranza per il mondo intero: è la «somma dell’evangelo»2.

Perciò può essere veramente accettata solo da chi è pronto a riconoscere nella fede l’assoluto primato di Dio: è ancora Lutero a osservarlo, distinguendo tre gradi possibili nell’accoglienza spirituale di questo messaggio: «Il primo grado è quello di coloro che sono contenti di una tale volontà di Dio e non mormorano contro di Lui, ma confidano di essere eletti e non vorrebbero essere dannati. Il secondo grado, migliore del precedente, è quello di coloro che sono rassegnati e d’animo contento o, per lo meno, desiderano essere tali, se Dio non volesse salvarli e volesse, invece, considerarli nel novero dei reprobi. Il terzo grado, che è il migliore e il sommo, è formato da coloro che si rassegnano anche effettivamente all’inferno se è volontà di Dio, come forse nell’ora della morte capita a molti. Questi sono purificati nel modo più perfetto dalla loro volontà e dalla prudenza della carne. Questi sanno che cosa significhi che “Forte come la morte è l’amore e tenace come l’inferno è la gelosia” (Ct 8, 6)»3. Dove c’è un così puro amore di Dio, lì c’è la certezza di essere salvati, lì il pensiero della predestinazione diventa il più consolante, garanzia inconfutabile che il Dio fedele non perderà colui che ha scelto. Per chi è così abbandonato in Dio - e Paolo lo era - la predestinazione non spaventa, proprio perché fonda nel mistero insondabile ed assoluto di Dio la fragile e caduca vi cenda umana. Ma vuol dire questo che vi sia anche una doppia predestinazione, degli uni alla salvezza, degli altri alla dannazione eterna?

b) La «doppia predestinazione»: quale libertà davanti al Dio che è amore?

In Paolo - e in generale nella testimonianza biblica - non compare mai l’idea di una «doppia predestinazione», di una decisione divina, cioè, eterna ed assoluta rispetto all’azione di Dio nella storia (decretum absolutum), in base a cui alcuni sono predestinati alla salvezza e altri alla dannazione. Si può anzi dire che lo sviluppo della dottrina della praedestinatio gemina è il segno di un profondo allontanamento dalla voce della Scrittura. L’allontanamento si è compiuto attraverso un duplice processo, che il cristianesimo ha vissuto nel secolare sviluppo della sua inculturazione nel mondo classico prima, in quello medioevale e moderno poi: da una parte, l’idea di predestinazione ha subito il fascino della metafisica greca; dall’altra, è stata condizionata dall’interesse crescente della cultura occidentale al destino individuale 4.

Il primo processo consegue all’incontro del messaggio ebraico-cristiano con la cultura greco-latina: lo spirito della grecità, ammaliato dall’ideale dell’Uno altro e sovrano rispetto al molteplice frammentario e caduco, mal tollera l’idea di un piano divino, qual è quello trinitario, in cui il molteplice viene a dimorare nelle profondità dell’Uno. La storia delle eresie cristologiche e trinitarie mostra come si sia affacciata presto la tendenza a separare il divino dall’umano, per fare
di volta in volta del Cristo o una semplice creatura, sia pure di livello supremo (“subordinazionismo”), o una semplice manifestazione dell’unica, incontaminata divinità (“modalismo”)5. Lo sviluppo del dogma reagirà a questo svuotamento del paradosso cristiano (evacuatio Christi), ribadendo lo scandalo dell’incontro del divino e dell’umano nel Verbo incarnato senza confusione né mutazione, ma anche senza separazione né divisione6, ed affermerà l’assoluta parità nell’essere divino del Figlio e dello Spirito col Padre7. Non di meno, il fascino dell’Assoluto metafisico penetrerà nella cultura cristiana, fattasi greca con i greci.

Sul tema della elezione di grazia e della predestinazione questo fascino si tradurrà nell’esigenza di concepire il disegno di Dio sull’uomo in forma «pura», separata dalle contaminazioni della caducità e della frammentarietà storica: l’idea di un decreto divino assoluto, non condizionato dal divenire mondano, si profilerà in questa direzione come l’espressione di una corretta relazione fra l’Assoluto e la storia.

È così che nel grande dottore della dottrina della predestinazione, Agostino, motivi autenticamente biblici vengono ad incontrarsi con le esigenze dello spirito greco. La classica definizione agostiniana della praedestinatio è del tutto corrispondente all’anima biblica, in particolare paolina: «Nient’altro che questo è la predestinazione dei santi: la prescienza e la preparazione dei benefici di Dio, mediante i quali in modo del tutto certo sono liberati tutti quelli che sono liberati» 8. Risuona in queste parole la buona notizia della libertà donata all’uomo per pura grazia dall’iniziativa divina. Parimenti in piena sintonia con la Scrittura sono le affermazioni che riconoscono in Cristo il luogo vivente in cui si compie e si rivela ogni predestinazione: «Il Salvatore in persona, il Mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, è il lume risplendente della predestinazione e della grazia»9.

Insieme a queste tesi, però, al fine di affermare l’assoluto primato della grazia, la distinzione tra i vocati e gli electi 10 viene collegata ad un unico proposito divino, che nella massa perditionis sceglie alcuni perché siano salvati, lasciando i
rimanenti nella condizione di dannazione, del tutto meritata11: «Il proposito di Dio non si basa su di un’elezione, ma è invece l’elezione che dipende dal proposito; ciò significa che il proposito di giustificazione permane non perché Dio trovi
nell’uomo delle opere buone, in base alle quali egli possa fare la sua scelta, ma, in quanto il proposito di salvezza continua ad operare per la giustificazione dei credenti, Dio trova le opere, che egli poi elegge in vista del regno dei cieli» 12. Secondo Agostino il fatto che Dio elegga alcuni e lasci altri nella condizione di massa dannata non inficia la giustizia divina, perché a nessuno è dovuto altro, che la condanna: «Si deve solo affermare, con fede irremovibile, che in Dio non c’è iniquità: sia che voglia rimettere il debito, sia che lo voglia esigere, né colui al quale lo richiede, né colui al quale viene condonato può vantarsi dei suoi meriti. All’uno infatti dà solo ciò che spetta; l’altro ha solo ciò che ha ricevuto» 13. È così aperta la strada all’affermazione di un decretum absolutum di Dio indipendente da ogni scelta storica e all’idea ad esso connessa di una doppia predestinazione 14.

Sarà in Giovanni Calvino che le idee del decretum absolutum e della gemina praedestinatio verranno formulate in maniera compiuta e con rilievo assoluto15: anche per lui l’intenzione ultima è quella di celebrare il trionfo della grazia e l’assoluta sovranità della libertà divina di eleggere o rigettare chiunque. Il prezzo pagato, però, è l’abbandono del cristocentrismo biblico e il cedimento a un pensiero speculativo sulla divinità e sul suo rapporto col mondo, che contraddice proprio alla profonda ispirazione scritturistica voluta dalla Riforma e giustifica la concentrazione dell’interesse sul destino del singolo uomo a scapito dell’orizzonte comunitario dell’alleanza, caratteristico della concezione biblica. «Definiamo predestinazione il decreto eterno di Dio, per mezzo del quale ha stabilito che cosa voleva fare di ogni uomo. Infatti non li crea tutti nella medesima condizione, ma ordina gli uni a vita eterna, gli altri all’eterna condanna. Così in base al fine per il quale ciascuno è creato, diciamo che è predestinato alla vita o alla morte»16. In questa concezione la predestinazione perde completamente il carattere di buona novella e diventa un concetto speculativo, al cui interno è possibile distinguere, come strutture parallele di una medesima architettura, l’elezione e la riprovazione. Un sistema simmetrico concettuale, in cui giustizia e misericordia si equilibrano reciprocamente, prende il posto dell’eccesso d’amore e di compromissione da parte del Dio vivente, che costituisce il cuore e lo scandalo dell’evangelo paolino. Il Dio sovrano, indifferente all’uno o all’altro destino della sua creatura, prende il posto del Dio crocifisso per la salvezza del mondo.

È perciò tanto più significativo che proprio dalla tradizione riformata sia venuta la più vigorosa confutazione della concezione della predestinazione come «decreto assoluto» e sistema neutrale di destini paralleli: è, infatti, Karl Barth che ha ripensato dalle fondamenta la dottrina della elezione divina per grazia, riportandola alle sorgenti paoline, e in generale bibliche, in dialogo con l’intera tradizione cristiana17. La critica decisiva che Barth muove a Calvino riguarda appunto la separazione fra Dio e Gesù Cristo nella dottrina della doppia predestinazione: «Per lui il Dio-che-elegge è un “Dio nudo nascosto” (Deus nudus absconditus) e non il “Dio rivelato” (Deus revelatus), il Dio eterno. Tutti gli altri difetti della dottrina calviniana della predestinazione sono riconducibili a questa deficienza capitale. Il Riformatore (contro le sue intenzioni) ha finito per separare Dio da Gesù Cristo; ha creduto di poter cercare altrove che in Gesù Cristo ciò che è all’inizio con Dio; in una sola parola, pur proclamando con la veemenza di cui si sa l’elezione gratuita, alla fin fine è passato accanto alla grazia di Dio manifestata in Gesù Cristo»18.

La via di superamento di questa «deficienza capitale» sta per Barth nel ritorno al «cristocentrismo radicale», che egli vede testimoniato dalla Scrittura, e specialmente da Paolo: «Per sapere che cosa sia l’elezione ed in che cosa consista lo stato di eletto, dobbiamo innanzitutto, senza sbirciare a destra o a sinistra, dirigere la nostra attenzione sul nome di Gesù Cristo, sull’esistenza e sulla storia del popolo divenute realtà in lui, e la cui origine e la cui fine sono contenute e determinate nel mistero di questo nome. Lo vediamo chiaramente: tutte le affermazioni della Scrittura su Dio e sull’uomo coincidono in un solo e medesimo punto; anche le proposizioni relative all’elezione dell’uomo da parte di Dio devono essere concepite ed elaborate in funzione di quanto accade in questo unico punto; in effetti è qui che vi è elezione... È il nome di Gesù Cristo ad essere, secondo l’autorivelazione divina, il centro verso cui convergono, come due raggi luminosi, le due linee della verità che deve essere riconosciuta a questo punto: il Dio-che-elegge e l’uomo-eletto»19. Barth articolerà perciò la dottrina dell’elezione di grazia e della predestinazione partendo dall’elezione di Gesù Cristo, in cui coglie l’elezione della comunità, per giungere così all’elezione dell’individuo, mai separata o separabile da quella del Signore Gesù e della comunità in lui.

c)Predestinati nella Trinità: fatti per amare, “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” (S. Giovanni della Croce)

Gesù Cristo è al tempo stesso il Dio-che-elegge e l’uomo-eletto: è in questa affermazione decisiva che Barth vede formulato «nella maniera più semplice e più completa il contenuto del dogma della predestinazione»20. Egli la difende perciò su un duplice fronte, da una parte rifiutando attraverso di essa ogni concezione del «decreto assoluto»; dall’altra opponendosi ad ogni possibile suggestione di autoredenzione dell’uomo. Se Cristo è il Dio che elegge, l’elezione è inseparabile dalla storia della salvezza in cui si compie il mistero dell’incarnazione: non c’è pertanto alcun proposito divino astratto, alcun decretum absolutum, che preceda e superi il disegno della redenzione attuata nel tempo21. La predestinazione «non è semplicemente lo schema o il programma di una storia. È realmente essa stessa una storia precisa ed unica all’interno della volontà e della decisione divina»22. Questo forte legame fra l’eternità e il tempo, postulato dalla predestinazione, non
significa però che il mondo storico sia protagonista assoluto del mistero dell’elezione: a questa supposizione si oppone la tesi che Cristo, il Dio-che-elegge, è anche e inseparabilmente l’uomo-eletto, nel quale ogni altraelezione viene a realizzarsi. Nessuna predestinazione avviene al di fuori di Cristo o indipendentemente da lui 23.

Nella luce di questo rigoroso cristocentrismo viene interpretata la dottrina della «doppia predestinazione»: Barth rifiuta senza appello l’idea di una simmetria, che veda da una parte gli eletti, dall’altra i reprobi nel proposito divino sulla storia. La predestinazione è unica, ed è quella che ci è stata rivelata in Gesù Cristo: «L’elezione gratuita è l’origine eterna di tutte le vie e di tutte le opere di Dio in Gesù Cristo, in questo senso che, nella sua libera grazia, Dio si autodetermina in favore dell’uomo peccatore, onde destinarlo alla sua appartenenza» 24. Nell’unità di questo disegno di grazia, però, Gesù Cristo non solo ci dona la sua salvezza, ma prende anche su di sé la nostra miseria, in modo tale che in lui si compie la condanna e il rifiuto del peccato del mondo da parte di Dio: «Dio prende dunque su di sé la riprovazione che pesa sull’uomo, con tutte le sue conseguenze ed elegge quest’uomo, onde dargli partecipazione a quella gloria che è la sua»25.

Cristo è perciò al tempo stesso l’uomo eletto e l’uomo rifiutato, l’eletto che subisce la pena al posto dei reprobi, ed assomma perciò in sé il doppio destino dell’elezione e della riprovazione, a favore della riconciliazione del peccatore: «Ecco in che cosa consiste la libera grazia per tutti coloro che Dio ha eletto nell’uomo Gesù: poiché in lui Dio, il giudice, prende ed occupa il loro posto, il posto del condannato, essi sono completamente assolti, liberati dal loro peccato, dalla colpa, dal loro castigo» 26. Il contenuto di verità dell’idea di una «doppia predestinazione» si riconduce allora alla duplice volontà divina di condannare il peccato e di salvare il peccatore in Gesù Cristo: quello che in essa resta del tutto inaccettabile è la presunta simmetria di un disegno assoluto di vita per gli uni e di morte per gli altri 27.

L’elezione realizzatasi in Gesù Cristo raggiunge l’uomo attraverso la mediazione necessaria della comunità: «è nella e con l’elezione di Gesù Cristo, con la mediazione della comunità, che gli eletti sono eletti»28. Questa mediazione comunitaria ha due aspetti, al tempo stesso temporali e ontologici: Israele e la Chiesa, l’attesa e il compimento, l’attestazione del giudizio e quella della misericordia. «Questa comunità unica ha un duplice aspetto: in quanto Israele attesta il giudizio divino, in quanto chiesa attesta la misericordia divina. In quanto Israele è destinata ad intendere ed in quanto chiesa è destinata a credere la promessa fatta agli uomini. Israele è la forma passeggera, la chiesa la forma futura del popolo di Dio eletto»29. Proprio in quanto tali, i due aspetti si coappartengono, e sono presenti l’uno nell’altro, fino al tempo in cui si compirà manifestamente la redintegrazione d’Israele: così Barth riguadagna il punto di partenza della riflessione paolina nella lettera ai Romani (cf. Rm 11).

All’interno di questa mediazione storico-comunitaria va collocata e intesa l’elezione dell’individuo: compiuta in Gesù Cristo, storicamente si realizza attraverso la testimonianza e la fede della comunità. «Se il vero oggetto dell’amore di Dio non è costituito da nessun altro “individuo” all’infuori di lui, ne deriva che nessuno, all’infuori di lui, può essere divorato dal fuoco di quell’amore, cioè dalla collera divina; tutti gli eletti e tutti i riprovati hanno la funzione di
indicare questo amore divino nel suo duplice aspetto; e hanno la funzione di vivere, nella loro diversità, del fatto che Dio ha amato questo solo essere per amarli in lui ieri, oggi e domani»30. La grandiosa costruzione barthiana fa così risuonare la buona novella dell’amore divino rivelato e offerto in Gesù Cristo per la salvezza di chi l’accoglie e la dannazione di chi lo rifiuta. Il merito di Barth è indiscutibilmente quello di un ritorno al Vangelo paolino della grazia, quale è delineato specialmente nella lettera ai Romani31. Non mancano, tuttavia, i punti deboli, su cui si è appuntata la discussione critica32: in modo particolare, si insinua il sospetto che il rigoroso cristocentrismo della predestinazione si risolva in una generale assoluzione della colpa, e perciò in una necessaria riconciliazione totale, che verrebbe a consumarsi al di là delle possibili resistenze e inadempienze dei singoli.

In questa prospettiva, molto vicina all’idea di una “apocatastasi” finale, la stessa serietà e la dignità del divenire storico verrebbero compromesse33: se tutto è comunque destinato all’irresistibile trionfo della grazia, non c’è più spazio per la libertà umana e conseguentemente per la prova e la lotta in cui si compiono i destini degli uomini. L’ottimismo della grazia presta il fianco a questo sospetto: «Tale è precisamente il contenuto, il duplice contenuto della predestinazione divina ed eterna, dato che essa è identica all’elezione di Gesù Cristo: Dio vuole essere perdente affinché l’uomo sia vincente. Salvezza sicura per l’uomo, pericolo altrettanto sicuro per Dio»34. «Noi conosciamo in realtà soltanto un trionfo dell’inferno ed è l’abbandono di Gesù Cristo; e sappiamo che questo trionfo ha avuto luogo affinché non ce ne fossero mai più altri, affinché l’inferno non potesse più vincere nessuno... Gesù Cristo è stato perduto (ma anche ritrovato) affinché nessuno, a parte lui, lo fosse» 35.

La forza di queste affermazioni è tale, che lo stesso Barth sente il bisogno di prendere le distanze dalla possibile conseguenza di una “apocatastasi” in nome dell’assoluta libertà di Dio, anche se lascia decisamente aperta la possibilità di essa, come conseguenza del rigoroso cristocentrismo dell’elezione divina: «È Dio a determinare senza appello l’ampiezza del cerchio dell’elezione; che tale cerchio poi debba coprire alla fine l’intera umanità (secondo la dottrina dell’apocatastasi),
è però una tesi che non dobbiamo formulare, proprio per rispetto alla libertà di Dio; la libertà di Dio non è infatti un codice da cui potere trarre diritti ed obbligazioni... Ma bisogna anche dire subito: la conoscenza della grazia che accompagna la libertà divina deve impedirci di formulare la tesi contraria, di affermare cioè l’impossibilità di considerare l’allargamento totale e supremo del cerchio dell’elezione e della vocazione»36. Il rischio di cadere nello spregiudicato
ottimismo dell’“apocatastasi” e nel conseguente svuotamento della tragica serietà della storia non è eliminato: il trionfo della grazia minaccia col suo eccesso proprio la verità dell’amore divino, che è tale solo se non annulla l’alterità delle creatura, chiamata a ricambiare l’amore e tuttavia capace di rifiutarlo nel dramma, sempre possibile, del peccato.

In realtà è il Padre il soggetto originario e fondante di ogni elezione divina: principio senza principio della vita eterna dei Tre, risiede in Lui ogni inizio. Certamente, in forza della perfetta comunione che c’è fra di loro, se il Padre è colui che elegge, non di meno lo è il Figlio: tuttavia, la distinzione nella relazione personale evidenzia la profondità ed anche l’insondabilità del disegno divino. Nella Parola fatta carne l’elezione è rivelata al mondo: ma la sua origine ultima resta nascosta nel silenzio del Padre, che comunicandosi nel Verbo resta più grande rispetto alla presa della storia. Evidenziare il ruolo del Padre nel disegno della predestinazione significa allora rispettare maggiormente l’insondabile sovranità divina, per affidarsi ad essa non nella timorosa obbedienza che richiederebbe un oscuro «decreto assoluto» della divinità, ma nella confidenza filiale di chi - con Cristo e per Cristo - si rimette completamente nelle mani del Dio vivente: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà... Padre, nelle tue mani affido il mio spirito» (Lc 22,42 e 23,46).

Insieme al ruolo del Padre, è necessario richiamare anche la specifica presenza dello Spirito nel mistero dell’elezione e della predestinazione: è Lui a unire il presente degli uomini all’Eterno e a mantenerlo nella sua libera alterità rispetto a Dio. Grazie allo Spirito Santo la creatura è insieme totalmente dipendente da Dio e libera davanti a Lui, capace di scelte di accettazione e di rifiuto. Lo Spirito Santo - condizione eterna di unità fra il Padre e il Figlio e fra di loro e il mondo
creato - è il luogo eterno della libertà, colui che partecipa all’essere personale creato la libertà nell’amore: «Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2 Cor 3,17). Grazie allo Spirito Santo la libertà dell’uomo non solo non si oppone all’assoluto primato di Dio, ma ne manifesta la gloria: nel vincolo e nel dono del Paraclito l’essere libero della persona umana non fa concorrenza a Dio, non ne nega la sovranità senza residui, ma rivela la stessa gratuita libertà dell’amore divino, che ha voluto che la creatura esistesse come altra da sé, capace di libertà davanti a sé, e perciò capace di amare o rifiutare l’amore.

Nello Spirito, dunque, la predestinazione divina non nega la libertà umana, ma l’afferma: l’umiltà e la compassione di Dio rendono possibile come dono e grazia l’esistenza della creatura libera di salvarsi o di perdersi, fermo restando il mistero dell’elezione avvenuta in Cristo per tutti e perciò gratuitamente offerta a ciascuno per le vie misteriose dell’azione del Consolatore nella storia. La buona novella dell’elezione divina è l’annuncio che Dio vuole tutti salvi e a tutti dona la salvezza in Gesù Cristo, ma che egli vuole anche ed inseparabilmente tutti liberi di accogliere il dono o di chiudersi ad esso, impegnandosi con sovrana umiltà a rispettare il rifiuto della creatura, che pure è sofferenza per il suo cuore di Padre (cf. Lc 15,11ss). La libertà divina si autolimita per amore perché esista la libertà umana: colui che ci ha creato senza di noi, non ci salverà senza di noi, anche se ha fatto e farà di tutto in Cristo e nello Spirito perché nessuno si perda. La dottrina della predestinazione non è che la sottolineatura dell’insondabilità del Vangelo della grazia, offerta alla libertà del cuore umano per la sua salvezza. I capitoli 9-11 della lettera ai Romani non sono preceduti a caso dal canto dello Spirito e dalla meditazione della dialettica di sofferenza e gloria in Rm 8, che è poi la dialettica della grazia e della libertà, del dono e dell’amore che può accoglierlo o rifiutarlo nel tempo e per l’eternità...

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1 Disputatio di Heidelberg (1518), in WA (Weimarer Ausgabe: D. Martin Luthers Werke. Kritische Gesamtau sgabe, Weimar 1883 ss; ristampa: Graz 1964 ss) 1, 365: «Amor Dei non invenit sed creat suum diligibile, Amor hominis fit a suo diligibili... Amor Dei... diligit peccatores, malos, stultos, in firmos, ut faciat iustos, bonos, sapientes, ro bustos et sic effluit potias et bonum tribuit. Ideo enim peccatores sunt pulchri, quia diliguntur, non ideo diliguntur, quia sunt pulchri. Ideo
amor hominis fugit peccatores, malos».

2 K. Barth, La dottrina dell’elezione divina. Dalla Dogmatica Ecclesiastica, a cura di A. Moda, Torino 1983 (= Die Kirchliche Dogmatik II/2: Die Lehre von Gott. Gottes Gnadenwahl, Zürich 1942. 19594, 1-563), 155.

3 WA 56, 388: «Tres autem gradus signorum electionis. Primus eorum, qui con tenti sunt de tali vo luntate Dei neque murmurant contra Deum, Verum confidunt se esse electos et nollent se damnari. Secundus melior eorum, qui resignati sunt et contenti in affectu vel saltem desiderio huius affectus, si Deus nollet eos sa­luare, Sed inter reprobos habere. Tertius optimus et extremus eorum, qui et in effectu seipsos resignant ad infernum pro Dei voluntate, Vt in hora mortis fit fortasse multis. Hii
perfectissime mundantur a propria voluntate et prudentia carnis. Hii sciunt, quid sit illud: Fortis vt mors dilectio Et dura sicut infernus emulatio».

4 Nell’ambito della bibliografia sulla storia e la teologia dell’idea di predestinazione cf.: K. Barth, La dottrina dell’elezione divina. Dalla Dogmatica Ecclesiastica, o.c.; M. Löhrer, Azione della grazia di Dio come elezione dell’uomo, in Mysterium Salutis 9(IV/III), Brescia 1975, 225-295; A. Moda, La dottrina dell’elezione divina in Karl Barth, Bologna 1972; J. Moltmann, Prädestination und Perseveranz, Neukirchen 1961; J. Mouroux, Il mistero del tempo. Indagine teologica, Brescia 1965; K. Schwarzwäller, Das Gotteslob der angefochtenen Gemeinde. Dogmatische Grundlegung der Prädestinationslehre, Neukirchen 1970; G. Tourn, La predestinazione nella Bibbia e nella storia. Una dottrina controversa, Torino 1978.

5 Cf. in proposito la storia del dogma cristologico e trinitario: ad esempio in B. Forte, Gesù di Nazaret, storia di Dio, Dio della storia, Milano 19896, 133ss, e Id., Trinità come storia, Milano 19884, 60ss.

6 Cf. i quattro avverbi usati a Calcedonia (451): DS 301s.

7 Nel cosiddetto «episodio dommatico» che va da Nicea (325) al Costantinopolitano I (381): cf. DS 125s e 150.

8 De dono perseverantiae, XIV, 35: «Haec est praedestinatio sanctorum, nihil aliud: praescientia scilicet, et praeparatio beneficiorum Dei, quibus certissime liberantur, quicumque liberantur» (PL 45,1014).

9 De praedestinatione sanctorum XV, 30: «Est praeclarissimum lumen praedestinationis et gratiae ipse Salvator, ipse Mediator Dei et hominum, homo Christus Jesus» (PL 44,981).

10 Cf. De correptione et gratia, VII,13s; IX,21-23; XIII,39s: PL 44,924s. 928-930. 940.

11 De dono perseverantiae, XIV, 35: «Caeteri autem ubi nisi in massa perditionis iusto divino iudicio relinquuntur?» (PL
45,1014).

12 Ad Simplicianum, I, 2, 6: «Non ergo secundum electionem propositum Dei manet, sed ex proposito electio: id est, non quia
invenit Deus opera bona in hominibus quae eligat, ideo manet propositum iustificationis ipsius; sed quia illud manet ut
iustificet credentes, ideo invenit opera quae iam eligat ad regnum coelorum» (PL 40,115).

13 Ib., I, 2, 17: «Illud tantummodo inconcussa fide teneatur, quod non sit iniquitas apud Deum: qui, sive donet, sive exigat
debitum, nec ille a quo exigit, recte potest de iniquitate eius conqueri, nec ille cui donat, debet de suis meritis gloriari.
Et ille enim, nisi quod debetur, non reddit: et ille non habet, nisi quod accepit» (PL 40,122).

14 Lo sviluppo di queste tesi nell’agostinismo patristico e medievale si compirà sotto la spinta della “pia” cura di voler celebrare in maniera sempre più radicale l’assolutezza della grazia contro ogni tentazione pelagiana. Un intervento come
quello del sinodo di Quiercy (853) evidenzia la necessità che si era venuta profilando di riequilibrare la linea di tendenza dell’agostinismo esagerato: cf. DS 623. Il Sinodo aveva di mira la condanna della dottrina della doppia predestinazione di Gottschalk di Orbais. Trento ribadirà questa condanna nei canoni del Decretum de iustificatione: DS 1567. Nella stessa linea di un agostinismo moderato si era mosso San Tommaso d’Aquino: cf. Summa Theologiae I q. 23 a. 5c. Tuttavia la sua
interpretazione orienterà verso la tesi di un decreto divino assoluto, in quanto considera la stessa predestinazione di Cristo e in Lui come un aspetto della generale provvidenza del Dio creatore: cf. ib. III q. 24 a. 1.

15 Cf. K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 176.

16 Institutio Christianae Religionis, III, 21, 5: «Praedestinationem vocamus aeternum Dei decretum, quo apud se constitutum habuit quid de unoquoque homine fieri vellet. Non enim pari conditione creantur omnes: sed aliis vita aeterna, aliis damnatio aeterna praeordinantur. Itaque prout in alterutrum finem quisque conditus est, ita vel ad vitam, vel ad mortem praedestinatum dicimus». Cf. l’edizione italiana: G. Calvino, Istituzione della religione cristiana, a cura di G. Tourn, 2 voll., Torino 1971, II, 1101 (cf. l’intero capitolo 21 del libro III: “L’elezione eterna con cui Dio ha predestinato gli uni alla salvezza e gli altri alla dannazione”: 1094ss). L’idea si trova analogamente ad esempio nel De aeterna Dei praedestinatione, del 1552: cf. Corpus Reformatorum 8,261s.

17 Cf. K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., su cui A. Moda, La dottrina dell’elezione divina in Karl Barth,
o.c..

18 K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 332.

19 Ib., 245s.

20 Ib., 319.

21 Cf. ib., 268.

22 Ib., 451.

23 Cf. ib., 246.

24 Ib., 305.

25 Ibid.

26 Ib., 355.

27 Cf. ib., 433.

28 Ib., 694.

29 Ib., 469.

30 Ib., 712s.

31 Cf. B. Forte, Cristologia e politica. Su Karl Barth, in Id., Cristologie del Novecento, Brescia 19852, 63-104.

32 Cf. la documentata analisi di A. Moda nell’Introduzione all’edizione italiana di K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 45ss. Lo stesso fondamento biblico dell’intera costruzione barthiana è stato contestato da alcuni, perché l’idea paolina corrispondente alla sostituzione vicaria è che Cristo è morto in nostro favore, e non - come continuamente sembra supporre Barth - al nostro posto: cf. ad esempio H. Bouillard, Karl Barth, II, Paris 1957, 117.

33 È ad esempio la critica di E. Brunner, Die christliche Lehre von Gott, Zürich 1946, 375-379.

34 K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 419.

35 Ib., 947s.

36 Ib., 817.

(11-10-2008)

venerdì 14 agosto 2009

Parola di Dio

Testo della meditazione di Benedetto in apertura dei lavori della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dopo la lectio brevis dell’Ora Terza.

* * *
All'inizio del nostro Sinodo la Liturgia delle Ore ci propone un brano del grande Salmo 118 sulla Parola di Dio: un elogio di questa sua Parola, espressione della gioia di Israele di poterla conoscere e, in essa, di poter conoscere la sua volontà e il suo volto. Vorrei meditare con voi alcuni versetti di questo brano del Salmo.

Comincia così: «In aeternum, Domine, verbum tuum constitutum est in caelo... firmasti terram, et permanet». Si parla della solidità della Parola. Essa è solida, è la vera realtà sulla quale basare la propria vita. Ricordiamoci della parola di Gesù che continua questa parola del Salmo: «Cieli e terra passeranno, la mia parola non passerà mai». Umanamente parlando, la parola, la nostra parola umana, è quasi un niente nella realtà, un alito. Appena pronunciata, scompare. Sembra essere niente.
Ma già la parola umana ha un forza incredibile. Sono le parole che creano poi la storia, sono le parole che danno forma ai pensieri, i pensieri dai quali viene la parola. È la parola che forma la storia, la realtà.

Ancor più la Parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà. E per essere realisti, dobbiamo proprio contare su questa realtà. Dobbiamo cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare, sarebbero la realtà più solida, più sicura. Alla fine del Sermone della Montagna il Signore ci parla delle due possibilità di costruire la casa della propria vita: sulla sabbia e sulla roccia. Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il cielo, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella Parola di Dio, in questa realtà apparentemente così debole, il fondamento di tutto. Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza. E così questi primi versetti del Salmo ci invitano a scoprire che cosa è la realtà e a trovare in questo modo il fondamento della nostra vita, come costruire la vita.

Nel successivo versetto si dice: «Omnia serviunt tibi». Tutte le cose vengono dalla Parola, sono un prodotto della Parola. "All'inizio era la Parola". All'inizio il cielo parlò. E così la realtà nasce dalla Parola, è "creatura Verbi". Tutto è creato dalla Parola e tutto è chiamato a servire la Parola. Questo vuol dire che tutta la creazione, alla fine, è pensata per creare il luogo dell'incontro tra Dio e la sua creatura, un luogo dove l'amore della creatura risponda all'amore divino, un luogo in cui si sviluppi la storia dell'amore tra Dio e la sua creatura. «Omnia serviunt tibi». La storia della salvezza non
è un piccolo avvenimento, in un pianeta povero, nell'immensità dell'universo. Non è una cosa minima, che succede per caso in un pianeta sperduto. È il movente di tutto, il motivo della creazione. Tutto è creato perché ci sia questa storia, l'incontro tra Dio e la sua creatura. In questo senso, la storia della salvezza, l'alleanza, precede la creazione. Nel periodo ellenistico, il giudaismo ha sviluppato l'idea che la Torah avrebbe preceduto la creazione del mondo materiale. Questo mondo materiale sarebbe stato creato solo per dare luogo alla Torah, a questa Parola di Dio che crea la risposta e diventa storia d'amore. Qui traspare già misteriosamente il mistero di Cristo. È quello che ci dicono le Lettere agli Efesini e ai Colossesi: Cristo è il protòtypos, il primo nato della creazione, l'idea per la quale è concepito l'universo. Egli accoglie tutto. Noi entriamo nel movimento dell'universo unendoci a Cristo. Si può dire che, mentre la creazione materiale è la
condizione per la storia della salvezza, la storia dell'alleanza è la vera causa del cosmo. Arriviamo alle radici dell'essere arrivando al mistero di Cristo, a questa sua parola viva che è lo scopo di tutta la creazione. «Omnia serviunt tibi». Servendo il Signore realizziamo lo scopo dell'essere, lo scopo della nostra propria esistenza.

Facciamo ora un salto: «Mandata tua exquisivi». Noi siamo sempre alla ricerca della Parola di Dio. Essa non è semplicemente presente in noi. Se ci fermiamo alla lettera, non necessariamente abbiamo compreso realmente la Parola di Dio. C'è il pericolo che noi vediamo solo le parole umane e non vi troviamo dentro il vero attore, lo Spirito Santo. Non troviamo nelle parole la Parola. Sant'Agostino, in questo contesto, ci ricorda gli scribi e i farisei consultati da Erode nel momento
dell'arrivo dei Magi. Erode vuol sapere dove sarebbe nato il Salvatore del mondo. Essi lo sanno, danno la risposta giusta: a Betlemme. Sono grandi specialisti, che conoscono tutto. E tuttavia non vedono la realtà, non conoscono il Salvatore. Sant'Agostino dice: sono indicatori di strada per gli altri, ma loro stessi non si muovono. Questo è un grande pericolo anche nella nostra lettura della Scrittura: ci fermiamo alle parole umane, parole del passato, storia del passato, e non scopriamo
il presente nel passato, lo Spirito Santo che parla oggi a noi nelle parole del passato. Così non entriamo nel movimento interiore della Parola, che in parole umane nasconde e apre le parole divine. Perciò c'è sempre bisogno dell’«exquisivi». Dobbiamo essere in ricerca della Parola nelle parole.

Quindi l'esegesi, la vera lettura della Sacra Scrittura, non è solamente un fenomeno letterario, non è soltanto la lettura di un testo. È il movimento della mia esistenza. È muoversi verso la Parola di Dio nelle parole umane. Solo conformandoci al mistero di Dio, al Signore che è la Parola, possiamo entrare all'interno della Parola, possiamo trovare veramente in parole umane la Parola di Dio. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a cercare non solo con l'intelletto, ma con tutta la nostra
esistenza, per trovare la parola.

Alla fine: «Omni consummationi vidi finem, latum praeceptum tuum nimis». Tutte le cose umane, tutte le cose che noi possiamo inventare, creare, sono finite. Anche tutte le esperienze religiose umane sono finite, mostrano un aspetto della realtà, perché il nostro essere è finito e capisce solo sempre una parte, alcuni elementi: «latum praeceptum tuum nimis». Solo Dio è infinito. E perciò anche la sua Parola è universale e non conosce confine. Entrando quindi nella Parola di Dio, entriamo realmente nell'universo divino. Usciamo dalla limitatezza delle nostre esperienze e entriamo nella realtà che, è veramente universale. Entrando nella comunione con la Parola di Dio, entriamo nella comunione della Chiesa che vive la Parola di Dio. Non entriamo in un piccolo gruppo, nella regola di un piccolo gruppo, ma usciamo dai nostri limiti. Usciamo verso il largo,
nella vera larghezza dell'unica verità, la grande verità di Dio. Siamo realmente nell'universale. E così usciamo nella comunione di tutti i fratelli e le sorelle, di tutta l'umanità, perché nel cuore nostro si nasconde il desiderio della Parola di Dio che è una. Perciò anche l'evangelizzazione, l'annuncio del Vangelo, la missione non sono una specie di colonialismo ecclesiale, con cui vogliamo inserire altri nel nostro gruppo. È uscire dai limiti delle singole culture nella universalità che collega tutti, unisce tutti, ci fa tutti fratelli. Preghiamo di nuovo affinché il Signore ci aiuti a entrare realmente
nella "larghezza" della sua Parola e così aprirci all'orizzonte universale dell'umanità, quello che ci unisce con tutte le diversità.

Alla fine ritorniamo ancora a un versetto precedente: «Tuus sum ego: salvum me fac». Il testo italiano traduce: «Io sono tuo». La parola di Dio è come una scala sulla quale possiamo salire e, con Cristo, anche scendere nella profondità del suo amore. È una scala per arrivare alla Parola nelle parole. «Io sono tuo». La parola ha un volto, è persona, Cristo. Prima che noi possiamo dire «Io sono tuo», Egli ci ha già detto «Io sono tuo». La Lettera agli Ebrei, citando il Salmo 39, dice: «Un
corpo invece mi hai preparato... Allora ho detto: Ecco, io vengo». Il Signore si è fatto preparare un corpo per venire. Con la sua incarnazione ha detto: io sono tuo. E nel Battesimo ha detto a me: io sono tuo. Nella sacra Eucaristia lo dice sempre di nuovo: io sono tuo, perché noi possiamo rispondere: Signore, io sono tuo. Nel cammino della Parola, entrando nel mistero della sua incarnazione, del suo essere con noi, vogliamo appropriarci del suo essere, vogliamo espropriarci della nostra esistenza, dandoci a Lui che si è dato a noi.

«Io sono tuo». Preghiamo il Signore di poter imparare con tutta la nostra esistenza a dire questa parola. Così saremo nel cuore della Parola. Così saremo salvi.
(6-10-2008)

Rosa Alberoni e la darwinolatria

Quando la darwinolatria diventa intollerante

In Europa e in Italia si sta riaccendendo il dibattito su Darwin, la teoria
evoluzionistica e l’esistenza di un Creatore. La questione sembra uscire fuori dai binari del rapporto tra fede e scienza, con evidenti esagerazioni polemiche e ideologiche.

In questo contesto, il Pontefice Benedetto XVI ha spiegato le sue argomentazioni nel volume “Creazione ed Evoluzione” (Edizione Devoniane 2007) in cui vengono riportate le relazioni svolte in un incontro a Castel Gandolfo nel 2006.

Per cercare di comprendere quali siano i veri termini del dibattito, ZENIT ha intervistato Rosa Alberoni, la professoressa e scrittrice che sul tema ha pubblicato “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin” (Rizzoli, 2007).

Secondo uno studio dell’Università del Southhampton (riportato dal Daily Telegraph del 20 settembre) il 36% degli insegnanti di Scienze in Gran Bretagna è convinto che Dio abbia un ruolo nella creazione dell’uomo. Sempre secondo il sondaggio il 28% degli insegnanti pensa anche che gli studenti dovrebbero essere incoraggiati a scuola a dibattere della creazione insieme
alle teorie evoluzionistiche. Lei che ne pensa?

Rosa Alberoni: Penso che l’iniziativa sia lodevole. Tuttavia mi sembrano dei calciatori messi in panchina, che timidamente chiedono al Mister di entrare sul campo di gioco. E questo perché la maggioranza dell’élite ha accettato l’egemonia del messaggio del profeta Darwin. Gli atleti intimiditi e la gente comune, soprattutto i genitori, dovrebbero chiedere con forza: perché mescolate il sacro con il profano? Perché una teoria viene parificata alla realtà? La Creazione non è una teoria, è una realtà forgiata da una mano potente, una realtà certificata da tutto il creato, che è misterioso e sconfinata, e controfirmata dalla venuta di Cristo, che l’ha consacrata con la sua Parola. Quindi la Creazione non è oggetto di discussione, né di opinione, ma di acclamazione. Per confutare la teoria darwinista basta il buon senso: nessuna teoria è capace di creare il cielo e la terra, e tanto meno quel mistero che è l’essere umano, capace di conoscere passo dopo passo i piccoli segreti del creato, non la potenza di Dio, non il suo piano, non il suo pensiero come sostiene Einstein.

Facendosi interprete dei desideri dei suoi studenti, il direttore del dipartimento educativo della Royal Society, il biologo Michael Reiss, ha dichiarato che la Creazione deve essere trattata a scuola tanto quanto l'evoluzionismo. Per questa sua dichiarazione Reiss ha subito incresciosi attacchi e richieste di dimissioni. Non le sembra oscurantista il divieto di discutere di teorie diverse da quelle evoluzioniste?

Rosa Alberoni: Più che oscurantista il divieto è tracotante. Semmai la domanda che bisogna porsi è un’altra: perché la civiltà ebraico-cristiana ha permesso che una teoria s’installasse nelle scuole e sui media come realtà? Perché tale appare ai nostri figli: viene loro insegnato sin dall’asilo che l’uomo proviene dalla scimmia, con tutti i disegni che indicano con cura meticolosa come la scimmia camminando nel tempo perda il pelo, si alzi in piedi e diventi uomo. Quando arriva Natale, ai bambini l’evento centrale della cristianità si presenta come una delle tante favole. Tanto è vero che aspettano Babbo natale con sacco di doni, e Gesù appare loro come uno dei figli degli ambientalisti, fatto nascere apposta in una capanna, perché là dove vivono il bue e l’asinello l’aria non è inquinata. Ora tornare indietro nella storia per mettere insieme i cocci è arduo. Solo una decisione drastica, presa da tutti i Governi delle Nazioni appartenenti alla civiltà cristiana, potrebbe
ristabilire la verità: decretare che la teoria darwinista venga collocata accanto a tutte le altre teorie dell’evoluzione –
Lamark, Bergson, Comte, ecc. – e diventi materia di interesse per gli studenti universitari.

Recentemente negli Stati Uniti un ricercatore è stato licenziato perché credeva nella Creazione. In Svezia il Ministro dell’Educazione ha vietato che si parli a scuola di teorie diverse da quelle evoluzioniste e il Consiglio d’Europa ha votato una risoluzione in cui sostiene che “il creazionismo può diventare una minaccia ai diritti umani”. Perché secondo lei, ci sono tante critiche nei confronti delle teorie che non si accontentano di tesi riduzioniste e che riconoscono un Creatore?

Rosa Alberoni: Primo: il Consiglio d’Europa ha perso il senno, perché una tale decisione sottoscrive il degrado morale dell’Europa. Secondo: perché Dio è ingombrate per gli atei militanti, che fomentano la dittatura dell’individualismo. E’ ingombrante perché chiama in causa la coscienza morale di ognuno, perché i valori che scaturiscono dalla parola di Dio tutelano la dignità della persona, creano la civiltà, incitano a frenare gli impulsi distruttori di chiunque, quegli impulsi
provenienti da Satana che lotta per ingrandire il suo regno di anime dannate. Gli atei militanti pretendono di vivere ed agire come gli animali: fare ogni giorno quello che più gli piace. Vale a dire: abortire come e quando si vuole; matrimoni fra uomini e fra donne; adozione dei bambini da parte di chiunque; calpestare i deboli nella lotta per il potere, per l’egemonia, o semplicemente per poter dire: io valgo più di te, perché sono più forte, quindi taci e obbedisci. E agli scientisti di poter clonare chiunque, incrociare l’uomo con l’animale, usare l’essere umano come cavia, fare esperimenti a tutto campo senza limiti, usando come criterio la coscienza del montone.

E’ la menzogna seminata dai darwinisti che minaccia i diritti dell’essere umano a considerarsi tale, cioè diverso dagli animali sia fisicamente che ontologicamente. I popoli devono capire per potersi ribellare, rigettare l’inganno e pretendere la verità dagli scienziati che operano da scienziati non da imbroglioni. Agli scientisti, ai forgiatori di menzogne in realtà non gliene importa nulla della provenienza dell’uomo, la scimmia è un grimaldello per ottenere la libertà di manovra, gli
interessa il potere aribitrario, il denaro. Ma sanno che per ottenere carta bianca devono sbarazzarsi di Dio, annientare la coscienza morale dell’uomo, ridurlo ad un robot da manovrare a piacimento.

Nel libro “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin” lei sostiene che la teoria evoluzionista è diventata “darwinolatria”, e che è molto dannosa per i nostri figli. Ci spiega perché?

Rosa Alberoni: Perchè polverizza i valori della civiltà ebraico-cristiana. Perché è diventata l’ideologia che ha sostituito il marxismo. Non si parla più di Marx, è sparito dal linguaggio e dagli scritti, ma al suo posto hanno messo Darwin, il DNA. Questo ci indica che il comunismo portava in grembo la scimmia. Smaterializzatosi il comunismo, è apparso l’animale peloso e il suo profeta: Darwin il possessore della verità autentica. Mentre Abramo, Mosè, i profeti, la Madonna, i Santi, Cristo Gesù, tutti bugiardi! Tutti imbroglioni! La darwinolatria è nefasta, proprio come lo è stato il comunismo, perché giorno per giorno manipola le menti dei giovani dandogli le immagini e il linguaggio, che si riferiscono alla pura corporalità profana. I detentori dei media, i darwinisti o darwinolatri, non negano apertamente i valori cardini della nostra civiltà, ma li svuotano di significato. Per esempio: non hanno (ancora) il coraggio di affermare apertamente che il non uccidere, il non rubare, non dichiarare il falso, non commettere atti impuri, come lo stupro e la pedofilia, il rifuggire i vizi, l’onorare Dio, i genitori e le autorità sono valori eterni voluti dalla saggezza umana e da Dio. Non dicono: abbandona i valori della tradizione ebraico-cristiana e segui i nostri, che calzano meglio al tuo essere moderno. Ma dicono: segui la tua idea, il tuo volere, i tuoi desideri, sii libero di scegliere, di agire come vuoi, e di crearti i valori quando ti pare. In sostanza, se
sei intelligente, segui il tuo volere individuale, segui il tuo Io e le sue voglie, come l’ha definito Benedetto XVI. E’ questo che viene in modo subliminale suggerito nelle scuole, sui media. A scuola il bambino non va per imparare, ma per divertirsi, per esprimere i suoi desideri, e l’insegnante non deve insegnare ma porsi in ascolto dell’alunno. E’ l’insegnate che deve imparare dall’alunno, e i genitori, complici di tale ideologia, incitano i figli dicendo: fai di testa tua. Cioè fai quello che ti pare. Ed essi lo fanno, tranne poi lamentarsi del caos morale e sociale in cui viviamo.

Lei parla anche della bellezza del Dio di Michelangelo. Può dirci quale concetto intende comunicare?

Rosa Alberoni: Michelangelo ci indica che Dio è il forgiatore di tutto il creato, e lo forgia con sapienza, armonia e bellezza impareggiabili ed irripetibili. All’uomo che ha nominato suo aiutante e custode della terra, non resta che conoscere, e cercare di imitarlo nel creare bellezza ed acquisire saggezza. Ci dice anche che Dio ha un piano per il Suo creato e per rassicurarci che non ci ha abbandonati, nonostante le nostre brutture, egli ci ha inviato i profeti, i Santi e infine, visto che eravamo sordi e ciechi, si è fatto uomo, Cristo, per rivelarci in modo inequivocabile che il Padre nostro esiste ed è nei cieli, ci ama di un amore smisurato, e ci ha indicato la via per tornare a casa. Ma per dirci anche che la vita ha senso, ha un valore unico ed inestimabile. Sta a noi saper usare il libero arbitrio che ci ha donato sin dal principio, sta a noi scegliere se ascoltare la Sua Parola e salvarci, o seguire la sonata di Satana e dei suoi seguaci e perderci.

Osservando la Cappella Sistina e il messaggio chiaro ed inequivocabile di Michelangelo, viene da domandarsi: perché siamo arrivati a tanto? Perché tirare in ballo la scimmia, povera creatura incolpevole? Perché dovremmo barattare la vita fatta di solo polvere con la bellezza della creazione e la certezza della vita eterna? La risposta non ha scampo: o siamo diventati più ottusi della scimmia oppure Satana sta facendo un buon lavoro. (Antonio Gaspari)

giovedì 13 agosto 2009

Creazione ed evoluzione

Creazione ed evoluzione al centro di Tonalestate: intervista col prof. Galleni

◊ Prosegue tra il Passo del Tonale, in provincia di Trento, e Ponte di Legno, in provincia di Brescia, la decima edizione di Tonalestate: tra i temi al centro dell’evento, l’evoluzionismo e i suoi rapporti con la dottrina cattolica. Padre David Gutiérrez, responsabile del Programma in lingua spagnola della Radio Vaticana, ne ha parlato con il prof. Ludovico Galleni, docente di zoologia ed etica ambientale all'Università di Pisa e studioso di Theilard de Chardin:

R- La difficoltà tra il darwinismo e la teologia cattolica, di fatto, non c’è, basta rifletterci. Non c’è con l’evoluzione. Anzi, pochi sanno che nell’ambiente culturale inglese la strada viene aperta da due grandi figure del mondo cattolico: il cardinale Wiseman e il cardinale Newman. L’evoluzione non è un problema, è un modo particolare di Dio di creare il mondo, e anche questo aspetto apparentemente difficile, di un’evoluzione che procede anche a tentoni, è il segno che questo universo è caratterizzato dalla libertà, quella libertà che è l’aspetto fondamentale, perché è proprio la creatura libera che è necessaria nell’economia dell’universo, perché possa liberamente accettare la proposta di alleanza del Creatore. Oggi l’evoluzione è più una risorsa e non è più un problema.


D. - La sintesi tra Creazione ed evoluzione si trova già nel teologo gesuita Teilhard de Chardin…


R. – Il punto teologico fondamentale è l’aspetto della Creazione: Dio creò il cielo e la terra. Allora, ciò che è fondamentale è la Creazione. Che poi la Creazione si sia svolta non con un "montaggio" preciso degli animali direttamente da Dio, ma attraverso un lungo percorso evolutivo, come dice Teilhard de Chardin, permette di capire meglio i piani di Dio. Lasciamo studiare alla scienza ciò che c’è tra "l’Alfa e l’Omega", tra la Creazione e il momento della seconda venuta di Cristo, che sono valori teologici, e lasciamo ad alcune figure, ad esempio Teilhard, trovare le sintesi. L’evoluzione parte dal momento "Alfa", muove verso la complessità e la coscienza. Una volta che c’è la coscienza, che c’è l’uomo, ecco la proposta dell’alleanza, ecco il muoversi verso il punto "Omega": la seconda venuta di Cristo. A questo punto i frammenti si ricostruiscono in una sintesi.

mercoledì 12 agosto 2009

Tutta la creazione geme

Conferenza del Card. Arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn su “Tutta la creazione geme: il dibattito su creazione ed evoluzione”, pubblicato da "L'Osservatore Romano". Gli atti del convegno sono stati pubblicati dalle Ed. Dehoniane di Bologna in collaborazione con la L.E.V.

***

Isaac Newton ultimò nel 1686 i suoi Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, che l'anno seguente furono pubblicati a Londra. Alla seconda edizione del 1713 Newton aggiunse lo Scholium Generale. Nei suoi Principia l'interesse di Newton era rivolto principalmente a confutare la teoria cartesiana dei movimenti dei pianeti, che egli respingeva in quanto teoria materialistica. La perfezione, la regolarità di tali movimenti, scrive Newton, non poteva «avere origine da cause meccaniche» (originem non habent ex causis mechanicis).È vero piuttosto che: «Questa elegantissima compagine a noi visibile (elegantissima haecce [...] compages) del Sole, dei pianeti e delle comete non poté nascere senza il disegno e la potenza di un ente intelligente e potente (non nisi consilio et dominio entis intelligentis et potentis oriri potuit) ... Egli regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell'universo (ut universorum dominus)».

Per poter conferire a queste asserzioni chiarezza e incisività definitive, Newton s'infervora contro il deismo (ossia la riduzione dell'operato divino a un'attività da «orologiaio», temporalmente collocata soltanto all'inizio) che era già imperante agli inizi del xviii secolo: «Dio senza dominio, previdenza e cause finali (deus sine dominio, providentia et causis finalibus) altro non è che fato e natura (nihil aliud est quam fatum et natura). Da una cieca necessità metafisica (a caeca necessitate metaphysica), che è sempre e ovunque la stessa, non nasce alcuna possibilità di variazione delle cose (nulla oritur rerum variatio). L'intera varietà delle cose, ordinate secondo il luogo e il tempo, ha potuto nascere soltanto dalle idee e dalla volontà di un ente necessariamente esistente (tota rerum conditarum pro locis ac temporibus diversitas, ab ideis et voluntate entis necessario existentis solummodo oriri potuit)».

Questo passo dello Scholium Generale si chiude con le lapidarie parole: «E queste cose a proposito di Dio, delle quali si discerne interamente a partire dai fenomeni, concernono la filosofia della natura (et haec de deo, de quo utique ex phaenomenis disserere, ad philosophiam naturalem pertinet)» (Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, terza edizione, Londra, 1726, pp. 526-529).

Il celebre Scholium newtoniano contiene in nuce le questioni essenziali che trattiamo oggi quando affrontiamo il rapporto fra la scienza, la ragione e la fede. E tuttavia vediamo già molto chiaramente nella visione newtoniana dell'azione divina un passaggio importante dall'idea aristotelica e medievale in cui il creatore dota la natura di una sorta di «quasi-intelligenza». Come un agente, la natura agisce «con un fine» dicevano Aristotele e i suoi seguaci. La natura infatti agisce in base a principi immanenti di autosviluppo. Newton, invece, è già pienamente coinvolto dalla prima visione moderna chiamata solitamente «filosofia meccanica», in cui la natura è considerata come una sorta di insieme innaturale di «materia» (atomi) preesistente, non intelligente, passiva, sulla quale un'intelligenza suprema ha imposto estrinsecamente un ordine. La distinzione fra teleologia «emergente», immanente e intrinseca di Aristotele e la nozione moderna di una imposizione estrinseca di ordine da parte di un agente è ancora attuale, con la grande ironia che molti sostenitori moderni del cosiddetto intelligent design accettano senza discutere la moderna dicotomia tra natura e intelligenza, fra «legge» e «disegno».

In ogni caso, la passione con cui viene condotto il dibattito su scienza, ragione e fede si è riaccesa ancora una volta con veemenza quando ho pubblicato un articolo su quest'argomento sul «New York Times» del 7 luglio 2005.

Ma perché, sin da Galilei e Newton, queste domande vengono discusse con tale veemenza e passione? Fra gli eruditi le controversie sono sempre esistite, e sempre esisteranno. Il dibattito sulla questione se un manoscritto di recente scoperto contenga un'opera autentica di sant'Agostino o no, riguarda però una piccola cerchia di addetti ai lavori. La questione se l'universo, e in esso la nostra Terra, e su di essa noi uomini dobbiamo la sua nascita al «cieco destino» o a un «progetto saggissimo e buono», eccita invece gli animi di molti, poiché ne va delle questioni che ogni essere umano prima o poi si pone: «Da dove veniamo? Dove andiamo? Qual è il senso della vita?».

Ma queste domande non dovrebbero esser poste dapprima alla religione? È sensato attendersi una risposta dalle scienze (della natura)? Non chiediamo forse troppo alla scienza? Che accadrebbe, se gli scienziati sulla base delle loro ricerche sulla natura giungessero alla conclusione che il tutto sia da spiegare come risultato di un gioco cieco di caso e necessità? Non diviene allora infondata la risposta religiosa alle domande essenziali dell'essere umano, senza fondamento, come una ghirlanda che si libra nel vuoto, che senza motivo, senza fondamento afferma che esisterebbe un senso, un progetto che sottende tutto ciò, e che tutto avrebbe un fine ultimo, voluto da Dio e da Dio realizzato? A ciò si aggiunge: se l'asserzione secondo cui il mondo sarebbe la testimonianza di un progetto, di una finalità del creatore, fosse dimostrata infondata a livello scientifico, allora il credere in un creatore e nella sua previdenza sarebbe irragionevole. Allora il credere nella creazione potrebbe semmai basarsi soltanto su un credo quia absurdum. Ma una fede che si basi su un fondamento assurdo non sarebbe una fede, ma soltanto un'illusione. La fede nel creatore è un'illusione — come ad esempio Sigmund Freud ha tentato di dimostrare — che non ha alcun futuro?

Lo Scholium Generale di Newton fa parte di questo dibattito. Per Newton l'armonia delle orbite dei pianeti è un fenomeno che «non si può spiegare a partire da cause meccaniche». Questa compagine «elegantissima» può esser nata soltanto in virtù del consiglio e del dominio di un'intelligenza suprema. Dai fenomeni naturali si dedurrebbe la certezza riguardo al creatore.

Newton era nel giusto? Esiste dunque una «dimostrazione cosmologica dell'esistenza di Dio»? Alcuni fenomeni particolarmente complessi non depongono nettamente a favore di un «disegno intelligente» nella natura? Newton si spinge ancora oltre: dal cieco gioco di caso e necessità non può generarsi la varietà delle cose. Proprio il contrario afferma la teoria dell'evoluzione oggi diffusa: l'intera varietà delle specie è nata dal gioco privo di orientamento delle forze della
mutazione e selezione. Per Newton, l'intera varietà delle cose è nata soltanto ed esclusivamente «dall'idea e dalla volontà» dell'essere supremo. E questa è per lui una certezza che gli deriva dalle sue ricerche. Oppure è segretamente vero il contrario? Che la sua fede nel creatore lo induce a vedere le cose sotto questa luce? Lasciamo per il momento in sospeso tale quesito.

Narriamo dapprima il celebre aneddoto raccontato da Voltaire: Newton sedeva una sera presso un albero di mele, nella fattoria dei genitori. «Cadde una mela dall'albero. Newton vide ciò e guardò la luna, che brillava nel cielo notturno. In quell'attimo pose la questione decisiva: “Se la mela cade sulla terra, perché la luna non cade?”. La forza di gravità con cui la terra attrae la mela, dovrebbe agire allo stesso modo sulla luna, più lontana ma a portata della terra» (Rudolf Taschner, Das
Unendliche. Mathematiker ringen um einen Begriff, Berlin-Heidelberg, 2006, ii, p. 52). Ebbene, la luna non cade sulla terra. Se fosse ferma, ciò accadrebbe. Poiché però si muove armoniosamente, senza la forza di gravità della terra si allontanerebbe da questa. Entrambe le forze agiscono insieme (cfr Taschner, loc. cit., p. 53). Newton ha calcolato questo concorso di forze. Era però convinto che questi movimenti regolari non possono essersi generati per cause meccaniche, ma «soltanto in virtù del consiglio» e del dominio di un ente intelligente supremo, che noi chiamiamo Dio.

Così uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi concludeva che l'evidenza scientifica mostra che Dio è direttamente coinvolto nella creazione e nel governo del Sistema solare. Ma dietro questo argomento si celava un problema profondo. Newton suppose a tal riguardo che la provvidenza divina interviene continuamente, per garantire la stabilità dell'orbita dei pianeti e del sistema solare (cfr Stanley L. Jaki, Intelligent Design?, Port Huron, MI, Usa, 2005, p. 12). Senza un simile e ripetuto intervento speciale del creatore, i calcoli matematici di Newton indicavano che l'ordine delle orbite dei pianeti non sarebbe spiegabile.

Leibnitz — interlocutore di Newton altrettanto brillante — aveva una visione molto differente dell'azione divina e della divina onnipotenza. Egli rimproverava a Newton che secondo la sua dottrina «Dio avrebbe bisogno ogni tanto di caricare il suo orologio, che altrimenti si fermerebbe»; secondo Newton l'opera di Dio sarebbe «così imperfetta, che Dio è costretto, di tempo in tempo, a ripulirla con lavoro straordinario, e anche ad aggiustarla, come fa un orologiaio con la sua opera».
Leibnitz ritiene che ciò rappresenti un degrado dell'onnipotenza divina, contrapponendo a questa la propria dottrina del «bell'ordine prestabilito» in cui si mostrano la saggezza e la potenza di Dio (vedi Samuel Clarke, Briefwechsel mit G. W. Leibnitz von 1715/1716, a cura di Ed Dellian, Amburgo, 1990, pp. 10 sgg.; cfr E. Dellian, Die Rehabilitierung des Galileo Galilei oder Wie die Wahrheit zu messen ist, Berlino, 2006, stampa privata, p. 326).

La visione di Leibnitz fu rivendicata di lì a un secolo. Poco meno di un secolo dopo il grande fisico Laplace, con una gran quantità di dati aggiuntivi sul Sistema solare, e con meglio sviluppata fisica matematica della meccanica celeste, riuscì a fornire una spiegazione puramente «meccanica» delle orbite dei pianeti. Fu in quel senso piuttosto restrittivo e perfettamente ragionevole — il senso in cui aveva concluso che Dio non aveva bisogno di «intervenire» per mantenere i pianeti nelle loro orbite precise — che disse la famosa frase a Napoleone, che preoccupato gli chiedeva quale fosse il posto di Dio in quella spiegazione: Je n'ai pas besoin de cette hypothèse. Qui troviamo uno dei migliori esempi (in realtà piuttosto rari, nonostante la loro fama) del cosiddetto problema definito God of the gaps per tutto ciò che è associato a una visione religiosa del mondo.

Laddove Dio deve riempire le lacune del sapere, il suo posto diviene sempre minore con ogni scoperta che riesce a spiegare qualcosa fino ad allora inspiegabile. Queste «nicchie di sopravvivenza» del creatore sono divenute sempre più ristrette, e quanto maggiore è stato il successo delle scienze naturali, tanto più sicuri si sentivano tutti quegli appartenenti alla scientific community che affermavano che un giorno «l'ipotesi di Dio» sarebbe divenuta del tutto superflua.

Tuttavia tutto il problema definito God of the gaps si trasforma in due idee tipicamente moderne (e false). La prima idea falsa è che l'intelligenza possa operare solo per manipolazione estrinseca di cose preesistenti e relativamente passive. Ma che ne è di questa idea se l'intelligenza è in un certo senso «fondata sulla natura»? La seconda idea falsa è l'intepretazione univoca della nozione di «causa». Spiegare qualcosa come la «causa» di un fenomeno naturale in termini di un processo prestabilito o meccanicamente continuo significa dare una spiegazione avvalendosi di ciò che gli antichi definivano causa materiale ed efficiente. Tuttavia non ci dice nulla della causa formale (la realtà di una «struttura rispondente a un modello» di una cosa naturale come causa irriducibile delle sue attività) né della causa finale (la realtà della tendenza delle cose naturali ad agire sempre nello stesso modo secondo la propria natura, ad agire «sempre o per la maggior parte del tempo»).

Fu in questo ambiente intellettuale moderno — dove il «disegno» veniva concepito solo come teleologia estrinseca e la «causa» era ridotta al solo significato di «palla di biliardo» — che entrò in scena Charles Darwin. Come il professor Stanley L. Jaki ha più volte dimostrato e accuratamente documentato, Darwin era «ossessionato» dall'idea di fornire una spiegazione scientifica plausibile dell'origine delle specie che potesse interamente fare a meno dell'atto separato della creazione divina. La sua «teoria della discendenza», che soltanto in seguito fu chiamata teoria dell'evoluzione, era una lunga argomentazione a favore di una spiegazione «intramondana», ossia puramente materiale, meccanica, dell'«origine delle specie». Laddove Newton affermava ancora che dalla cieca necessità non poteva generarsi alcun mutamento e quindi alcuna varietà delle cose, poiché ciò sarebbe possibile soltanto a partire dall'idea divina e dalla volontà divina, in Darwin valeva il contrario: l'intera varietà delle specie ha origine nelle mutazioni casuali e nelle loro opportunità di sopravvivenza. Il che non rende necessario alcun intervento separato del creatore.

Secondo le ricerche approfondite di Jaki, non resta dubbio alcuno sul fatto che Darwin, con la sua teoria, intendesse favorire la vittoria scientifica del materialismo. E Dio sa che non era l'unico a volerlo, nell'Ottocento. Non per caso Karl Marx e Friedrich Engels hanno salutato la teoria darwiniana come il fondamento scientifico della loro teoria. Questa componente ideologica della teoria darwiniana è probabilmente anche la causa principale del fatto che sino a oggi di essa, dell'evoluzione e creazione, si continui a discutere con altrettanta intensità e passione che in passato. Il dibattito degli ultimi mesi l'ha dimostrato ancora una volta chiaramente. Per questo ritengo che il mio primissimo compito sia apportare chiarezza al dibattito con i mezzi della filosofia della natura.

L'argomentazione si articola in vari passaggi. Innanzitutto dobbiamo recuperare l'idea di ciò che il moderno metodo scientifico è in grado di spiegare e di ciò che intrinsecamente non è in grado di spiegare. Dobbiamo riconoscere che con il suo metodo non si può considerare direttamente una «causalità dall'alto in basso» e si può solo procedere mediante spiegazioni matematiche e meccaniche. Per esempio, la ricerca neurobiologica può scoprire nel dettaglio il sostrato fisico/neurologico dei processi mentali. Tuttavia le neuroscienze non possono «dimostrare» che la mente sia riducibile senza ricorrere al cervello in quanto i loro metodi non sono in grado di orientarsi nelle realtà immateriali (infatti, una buona neuroscienza suggerisce perlomeno l'irriducibilità della mente al cervello). In breve, dobbiamo superare lo scientismo dominante nella nostra cultura. Lo «scientismo» si potrebbe opportunamente definire come la filosofia (in genere implicita e non riconosciuta) secondo la quale la scienza moderna è l'unica via per ottenere la conoscenza oggettiva della realtà.

Dove, nella teoria di Darwin (e nei suoi sviluppi successivi) opera realmente la scienza e dove invece si tratta di elementi ideologici, legati a una visione del mondo ed estranei alla scienza? Occorre separare Darwin dal darwinismo, liberarlo dalle sue catene ideologiche e da una filosofia implicitamente riduzionista caratteristica di «tutta» la scienza moderna. Ci sono buone ragioni per supporre che sia possibile. In questo senso, dev'esser pur consentito esercitare critiche obiettive degli aspetti ideologici del darwinismo. Non mi rendo conto perché dovrebbe essere vietato (così afferma il dibattito negli Stati Uniti) porre nell'insegnamento delle scienze a scuola la questione di Dio, e non chiedersi mai se il materialismo (come visione del mondo altamente discutibile) possa essere insegnato insieme alla teoria darwiniana. Ciò non deve necessariamente accadere, a meno che le lezioni di biologia non vengano sovraccaricate ideologicamente di elementi estranei alla materia.

Ciò richiede inoltre una grande libertà nel discutere le questioni «aperte» della teoria dell'evoluzione. Spesso nella comunità scientifica si bloccano a priori tutti gli interrogativi rivolti ai punti deboli scientifici della teoria. Qui domina in parte una sorta di censura simile a quella che spesso in passato veniva rimproverata alla Chiesa. La questione decisiva non si pone però sul piano delle scienze naturali, e neppure della teologia, bensì si colloca fra entrambe: sul piano della filosofia della natura. Sono sempre più convinto che i progressi decisivi nel dibattito sulla teoria dell'evoluzione avverranno nella filosofia della natura, in ultima analisi nella metafisica. Farà bene a tutti noi addentrarci un po' più in profondità nei nessi filosofici del nostro dibattito.

Infatti c'è una cosa che il dibattito degli ultimi mesi mi ha mostrato chiaramente: è una riduzione se non persino una caricatura, ridurre tutto a un conflitto fra evoluzionisti e creazionisti. Questo semplificherebbe troppo le cose. La posizione «creazionista» si basa su un'interpretazione della Bibbia che la Chiesa cattolica non condivide. La prima pagina della Bibbia non è un trattato cosmologico sull'origine del mondo in sei giornate. La possibilità che il creatore si serva anche degli strumenti dell'evoluzione è accettabile per la fede cattolica. La questione è piuttosto se l'evoluzionismo (come visione del mondo) sia conciliabile con la fede in un creatore. Tale questione presuppone a sua volta che si differenzi fra la teoria scientifica dell'evoluzione e le sue interpretazioni ideologiche o filosofiche. Ciò presuppone dal canto suo che si addivenga a un chiarimento dei presupposti filosofici, di pensiero, dell'intero dibattito sull'evoluzione.

A tal proposito Adrian Walker (John Paul ii Institute, Washington D.C.) scrive in maniera specifica: «Un esempio classico di una simile variante problematica della teoria dell'evoluzione è ciò che definisco “darwinismo stretto”: la tesi secondo cui il concorso di mutazione (genetica) e selezione naturale sia una spiegazione sufficiente della nascita di nuove forme di vita. Poiché se mutazione e selezione bastano a spiegare tale nascita, non c'è in realtà alcuna ragione del perché la materia
cieca non possa essere la prima origine della vita; una tesi che è (...) inconciliabile con la teoria cristiana della creazione» (ibid., pp. 55 sg.).

Spesso si cerca una via d'uscita nell'affermare che la biologia o in generale le scienze della natura sono materialistiche soltanto a livello metodologico, senza per questo professare il materialismo come visione del mondo. Anche se ciò fosse vero, resta comunque chiaro che quest'opzione metodologica è un atto spirituale che presuppone ragione, volontà, libertà. Basta già questo a dimostrare che limitando il metodo delle scienze naturali a processi meramente materiali non si può venire a capo della totalità della realtà.

Continua a possedere piena validità la frase di Newton secondo cui è compito della filosofia della natura fare asserzioni su Dio ex phaenomenis, a partire quindi dai fenomeni naturali. La fede cattolica afferma, insieme alla Bibbia della vecchia e nuova alleanza, che la ragione può riconoscere con certezza, benché non senza fatica, l'esistenza del creatore in virtù delle sue tracce nella creazione. Che cosa può dunque riconoscere la ragione? Innanzitutto che essa esiste, e che è qualcosa di più delle sue condizioni materiali.

Vorrei spiegare tutto ciò ricorrendo a un esempio aneddotico e ben comprensibile: il filosofo ebreo tedesco-americano Hans Jonas ha scritto nella maturità un'opera importante, l'Etica della responsabilità. Era chiaro secondo lui che non ha senso parlare di etica e responsabilità se non esistono lo spirito, l'anima, la ragione e il libero arbitrio. I geni non si assumono alcuna responsabilità. Essi non sono chiamati a rispondere del loro operato in tribunale, quando producono cellule tumorali. Neanche gli animali sono chiamati a rispondere del loro operato. Soltanto gli esseri umani esercitano responsabilità e sono chiamati a render conto del loro operato (al più tardi nel giudizio universale). La quotidianità è una confutazione costante del materialismo. In economia ad esempio sono chiamato a rispondere del mio operato. Le api e le formiche fanno delle cose inverosimili, ma il loro comportamento è guidato dall'istinto, per cui non sono responsabili dei
loro errori. Soltanto gli esseri liberi sono responsabili dei loro errori. Benché la vita quotidiana confuti continuamente la visione materialistica, anche persone molto intelligenti incappano in quest'errore.

Hans Jonas ha così deciso di premettere alla sua Etica della responsabilità una confutazione filosofica del materialismo. Ha dato al libretto il titolo di Potenza o impotenza della soggettività, dove adduce subito il seguente aneddoto: tre giovani scienziati, destinati in futuro a divenire celebri studiosi, si incontrarono a Berlino nel 1845 e «si ripromisero (...) di far valere la verità secondo cui nell'organismo non agiscono altre forze se non quelle volgarmente fisico-chimiche». I tre
restarono fedeli per tutta la vita al loro «giuramento». Hans Jonas afferma a tal riguardo: «Nella promessa solenne essi confidarono in un che di assolutamente non fisico, nel loro rapporto con la verità, per l'appunto in quella forza che governa il comportamento dei loro cervelli, cosa che poi però essi negavano in termini generali nel contenuto della solenne promessa» (ibid., pp. 13 sg.).

Ma quale forza è qui all'opera? Promettere qualcosa, sforzarsi di mantenere la promessa, correndo il rischio che si potrebbe anche non rispettarla: tutto ciò non può essere l'effetto di forze di natura prettamente materiali. Lo sviluppo di una teoria scientifica è un processo spirituale, persino quando la teoria in questione è materialistica. È nota l'osservazione ironica di Alfred N. Whitehead su quei darwinisti che rifiutano ogni finalità della natura: Those who devote themselves to the purpose of proving that there is no purpose constitute an interesting subject for study (The Function of Reason, Princeton, 1929, p. 12) («Coloro che si dedicano interamente al fine di dimostrare che non esiste alcun fine costituiscono un soggetto di studio interessante»). L'uomo percepisce se stesso come colui che pone finalità e fini. L'agire umano non sarebbe infatti pensabile se non come finalizzato. Non esiste esempio di un agire più finalizzato di quello scientifico, e in particolare del lavoro delle scienze naturali.

Com'è però la situazione del mondo infraumano? Com'è per gli animali, le piante, la natura inorganica, il cosmo stesso? Esistono qui dei fini? E se esistono, chi è che li stabilisce? Chi persegue dei fini laddove non esiste una volontà che se li prefigge? È questo probabilmente il quesito fondamentale nel dibattito su creazione ed evoluzione. Ci può essere d'aiuto un'osservazione di Darwin in una lettera del 1870 a Josph D. Hooker: I cannot look at the universe as a result of blind chance. Yet I can see no evidence of beneficent design, or indeed any design of any kind, in the detail (More letters of Charles Darwin, F. Darwin and A. C. Seward, New York, 1903, vol. 1, p. 321).

L'osservazione della natura, la ricerca sull'universo, sulla terra, sulla vita, ci parla con overwhelming evidence (sono i termini che ho usato sul «New York Times») di un ordine, di un progetto, di un aggiustamento (fine-tuning), di intenzione e fine. La questione è soltanto: chi è che riconosce il disegno? E come lo riconosce? Darwin dice di non riconoscere alcun tipo di disegno nei dettagli della sua ricerca sulla natura. Seguendo il metodo strettamente scientifico, quantitativo e
misuratore, ciò in effetti non è possibile. Martin Rhonheimer dice a tal riguardo: «Ciò che noi effettivamente possiamo vedere e osservare nella natura, non sono né i progetti né le intenzioni, ma al massimo (...) il loro prodotto. Noi vediamo la teleologia, gli sviluppi finalizzati, e un ordine della natura che è adeguato al fine ed è bello. Non ci è dato di osservare se il principio che muove questi processi naturali siano effettivamente le “intenzioni” e i “progetti intelligenti”. Ciò che vediamo nella natura non è un disegno, ma qualcosa che deve necessariamente risalire a un disegno»
(Pro Manuscripto, p. 4).

Noi diciamo sempre che «la natura» ha fatto le cose in un certo qual modo, le ha organizzate, e così via, come se «la natura» fosse un soggetto dotato di spirito, che si pone esso stesso dei fini e che opera mirando al loro raggiungimento. Anche i darwinisti più rigorosi, e lo stesso Darwin parlano a più riprese della natura in questa maniera «antropomorfica». Anche se poi si correggono e dicono, come Julian Huxley: At first sight the biological sector seems full of purpose. Organisms are
built as if purposely designed (...) But as the genius of Darwin showed, the purpose is only an apparent one (Evolution in Action, New York, 1953, p. 7).

«La natura» si comporta come se avesse dei fini? San Tommaso d'Aquino nella «quinta via», la sua quinta «dimostrazione dell'esistenza di Dio», aveva indicato una strada in avanti. Le cose naturali corporee, egli dice, che di per sé non hanno conoscenza, agiscono in maniera finalizzata, come possiamo vedere, per raggiungere ciò che è bene per loro. Esse raggiungono il loro fine non per caso, ma intenzionalmente (non a casu, sed ex intentione). Ma non lo raggiungono a partire dalla propria intenzione, bensì da quella di un ente conoscente, che le dirige verso il fine come un arciere la freccia. Questo ente conoscente, che dirige le cose naturali verso il loro fine, lo chiamiamo Dio (Summa Theologiae q. 2, a.3).

C'è un testo affascinante di san Tommaso che dimostra con grande evidenza come si possa pensare l'operato del creatore, come egli «infonde» alla natura la sua finalità (ringrazio sinceramente il professor Rhonheimer di avermi indicato questo testo così importante): il testo è particolarmente d'aiuto poiché raffronta la natura all'arte ovvero alla tecnica (così infatti si può tradurre ars): «La natura si differenzia dall'arte/tecnica soltanto nel fatto che la natura è un principio attivo interno mentre l'arte/tecnica costituisce un principio esterno». Per poter interpretare il «principio interno» natura, san Tommaso opera un raffronto: «Se la tecnica della costruzione delle navi fosse immanente al pezzo di legno, allora la natura (del legno) produrrebbe la nave, così come normalmente avviene grazie alla tecnica». E in un brano seguente del testo Tommaso specifica nuovamente: «La natura non è altro che una certa arte/tecnica, ossia l'arte divina che è insita nelle cose, e mediante la quale le cose stesse si muovono verso un fine determinato (natura nihil est aliud quam ratio cuiusdam artis, scilicet divinae, indita rebus, qua ipsae res moventur ad finem determinatum)». E ancora una volta Tommaso illustra le sue parole con la metafora della costruzione delle navi: «Come se il costruttore di una nave potesse fornire ai pezzi di legno la capacità di muoversi da sé per la produzione della forma della nave» (In Physic., ii e xiv, n. 8).

Martin Rhonheimer commenta: «La natura si comporta secondo un fine (come se agisse secondo un progetto e in modo intelligente); ma poiché nella natura stessa non si possono individuare cause intelligenti e agenti a livello intenzionale, tale causa intelligente deve risiedere al di fuori della natura». Così come la nave conduce alla domanda: «Chi l'ha costruita?», allo stesso modo l'esperienza evidente di adeguatezza al fine, ordine e bellezza della natura conduce a chiedersi: «Da dove provengono?». La teoria dell'evoluzione, che si serve dei metodi delle scienze della natura, non può dare risposta a questa domanda, può soltanto ricercare le cause constatabili empiricamente nella natura e in essa agenti. «Per questo essa non può neanche affermare che la teoria dell'evoluzione dimostrerebbe che non esiste un Dio che progetta, il cui spirito è la causa della natura e della sua evoluzione». (Martin Rhonheimer, Pro Manuscripto, s. 11).

Un'affermazione spesso citata di George G. Simpson dice: Man is the result of a purposeless and materialistic process that does non have him in mind. He was not planned (The Meaning of Evolution, New Haven, 1949, p. 344). Se Simpson avesse detto: mediante il metodo meramente quantitativo e meccanicistico non si riesce a constatare alcun progetto secondo il quale l'uomo
sarebbe nato, quest'affermazione potrebbe corrispondere al vero. Questa maniera di vedere le cose non è però «data per natura», ma è un'opzione volontaria, metodica, altamente finalizzata allo scopo. La consapevole limitazione della maniera di vedere a ciò che è quantificabile, numerabile e misurabile, alle condizioni e ai contesti materiali, ha reso possibili gli enormi successi delle scienze della natura. Ma sarebbe altamente problematico se si volesse dichiarare come semplicemente non
esistente ciò che qui metodicamente è stato escluso dalla considerazione, a cominciare dalla ragione e dal libero arbitrio che rendono possibile tale scelta.

È vero: il codice genetico dell'uomo si differenzia soltanto in misura minima da quello dello scimpanzè. Ma soltanto all'uomo verrebbe in mente di fare ricerche sul proprio codice genetico, nonché su quello dello scimpanzè! Un'idea non riduzionista e filosofica della natura non potrebbe anche aiutarci a ottenere una visione più chiara nel dibattito di cui ci stiamo qui occupando?Consentitemi di illustrare succintamente, in base a tre esempi, la problematica tipica del dibattito
sull'evoluzionismo.

Il primo esempio è il concetto di «specie». Il celebre libro di Darwin s'intitola The origin of species. Ma esistono davvero, le specie? Il metodo meramente quantitativo riesce a comprenderle? Nella teoria dell'evoluzione c'è posto per loro? Non è forse vero che tutto ciò che chiamiamo specie non è che un'istantanea nell'ampio flusso dell'evoluzione? I concetti di specie, genere, regno (regno animale e vegetale) non sono forse soltanto nomina nuda, senza una realtà corrispondente? A livello di misurabilità e quantificabilità, species e genera sono parole vuote. Ma gli occhi dello spirito comprendono perfettamente che esiste la specie «gatto» (e proprio il Santo Padre Papa Benedetto, amante dei gatti, ne è un sicuro testimone!). La differenziazione fra il cane e il gatto è pertanto già di per sé non scientifica?

Ancora più evidente è la necessità di fidarsi degli «occhi dello spirito» quando ne va della questione che oggi viene più volte respinta come «non scientifica» perché in ultima analisi è metafisica, e si trova al di là di ciò che è meramente materiale: la questione della «forma dell'essenza». «Mentre la ragione umana comune afferma che cose come gli alberi o gli elefanti sono appunto cose, esseri autonomi, che sono ben più che non la mera somma delle loro componenti materiali, la teoria materialistica dell'evoluzione li riduce (...) a mere trasformazioni epifenomeniche della materia, che diviene così l'unica realtà ultima essenziale all'interno del cosmo. In ultima analisi allora non esisterebbero gli alberi né gli elefanti, soltanto aggregati temporanei di proprietà naturali» cui noi attribuiamo questi nomi (Adrian Walker, op. cit., p. 59).

Per superare la visione materialistica dell'evoluzionismo, occorre pertanto innanzitutto recuperare alla scienza il concetto di forma o configurazione (nel senso aristotelico o goethiano). Il grande zoologo svizzero Adolf Portmann ha messo in evidenza in particolare questo punto nella sua critica al darwinismo. Tutto ciò che è vivente si presenta come forma, come espressione di un'interiorità che va oltre le sue componenti materiali. La ricerca dettagliata biochimica può prescindere a livello metodologico dalla questione della forma, della configurazione, ma se non vuole diventare una scienza cieca non può prescindere, alla lunga, dal chiedersi che cosa rende la pianta, che cosa rende il cane ciò che essi sono.

E vengo così al mio terzo esempio. Leggere le tracce di Dio nel creato, è cosa che compete alla scienza? Gli antichi, da Copernico a Galilei a Newton, ne erano convinti. Oltre al libro della Bibbia, essi conoscono il libro del creato, in cui il creatore ci parla in un linguaggio leggibile e percepibile (cfr Richard Schaeffler, Lesen im Buch der Welt. Ein Weg philosophischen Sprechens von Gott?, In: Stimme der Zeit, 2006, pp. 363-378).

Ciò di cui la visione materialistica della scienza non tiene conto è lo stupore sulla «leggibilità» della realtà. L'indagine scientifica della natura è possibile soltanto perché ci fornisce una risposta. La natura è configurata in maniera tale che il nostro spirito riesce a penetrare nelle sue leggi di costruzione. Come ho detto lo scorso anno in un mio articolo su «First Things», il bel giornale di questa città, «Il mondo naturale non è niente di meno che una mediazione fra menti: la mente illimitata del creatore e le nostre limitate menti umane. Res ergo naturalis inter tuos intelluctus constituta come afferma san Tommaso».

Che cosa è più evidente della supposizione che la possibilità di indagare e quindi (benché faticosa e soltanto parziale) la conoscibilità della realtà derivano dal fatto che essa porta la «firma» del suo autore? Dio parla nel linguaggio del suo creato e il nostro spirito, che è anch'esso sua creazione, riesce a percepirlo, ad ascoltarlo, a comprenderlo. È questo in ultima analisi il motivo per cui la scienza moderna è cresciuta proprio sulla terra fertile della fede giudaico-cristiana nella creazione? La visione materialisticamente ristretta della scienza scambia le lettere per il testo. La ricerca e l'analisi delle lettere materiali è il presupposto per poter leggere il testo. Ma esse non sono il testo stesso, bensì il suo supporto materiale. Anche qui si vede ancora una volta, come già nell'esempio del medico, che la scienza che si limita soltanto alle condizioni naturali è «monca di una mano» e quindi «unilaterale». Le manca ciò che definisce l'uomo come tale: il dono di potersi sollevare sopra le condizioni materiali grazie alla ragione e all'intuizione, e di spingersi fino al senso, alla verità, al «messaggio dell'autore del testo».

Concludo le mie riflessioni. Ho asserito che dobbiamo sostenere la tradizione cattolica e cristiana e la sua fede in un creatore buono, nel suo «progetto intelligente del còsmos» (Papa Benedetto xvi, udienza generale del 13 novembre 2006). Sosteniamo l'antica idea — elaborata per la prima volta dai filosofi greci pagani e dai monoteisti ebrei e fortemente ribadita dai primi cristiani eredi di entrambe le tradizioni — secondo la quale la ragione è in grado di discernere l'intelligenza nel e dietro il grande ordine naturale che rende possibile la scienza moderna.

Ma concludiamo con una nota diversa che è più cupa e tuttavia decisamente aperta alla speranza di qualsiasi altro prodotto della filosofia e della scienza naturali. La scienza moderna può portare a chiederci perché questo cammino complicato, laborioso e apparentemente «barbarico» di evoluzione cosmica? Perché i suoi innumerevoli tentativi, i suoi vicoli ciechi, i suoi miliardi e miliardi di anni e di espansione dell'universo? Perché le esplosioni gigantesche delle supernovae, gli
elementi che si amalgamano nella fusione nucleare delle stelle, la macina instancabile dell'evoluzione biologica con i suoi infiniti inizi e estinzioni, le sue catastrofi e crudeltà, fino ad arrivare alle indicibili brutalità della vita odierna e della sopravvivenza? Non è forse più sensato considerare il tutto come il gioco cieco della casualità di una natura priva di progetto? Non è più onesto questo, che non i tentativi di teodicea di un Leibnitz, cui vengono a mancare gli argomenti? Non è forse più plausibile dire semplicemente: sì, il mondo è per l'appunto così crudele?

E vengo alla conclusione di queste riflessioni.

Giunti al termine delle nostre riflessioni occorre dire una cosa: non cerchiamo di voler affrettatamente mostrare l'intelligent design ovunque, in maniera apologetica. Come Giobbe, anche noi non conosciamo la risposta al dolore. Abbiamo ricevuto soltanto una risposta, quella scritta da Dio. Il lògos attraverso il quale e nel quale tutto è creato, è divenuto carne e con essa l'intera storia dell'universo, l'evoluzione, con i suoi lati grandiosi e orribili. Si è assunto su di sé l'intera negatività del dolore, della distruzione e soprattutto del male morale. La croce è la chiave del progetto e consiglio divino. Per quanto importante ed essenziale sia un approfondimento rinnovato della filosofia della natura, il lògos della croce è l'ultima saggezza divina. Perché con la sua santa croce ha conciliato il mondo intero. Ma la Croce è la porta della resurrezione.

Se la resurrezione di Cristo è, come ha detto Papa Benedetto nella sua prima omelia di Pasqua, «l'esplosione dell'amore» che sciolse l'intreccio fino ad allora indissolubile del «muori e divieni», allora anche noi possiamo dire: questo è il traguardo «dell'evoluzione». Noi conosciamo anche il suo significato a partire dalla sua fine, dal suo completamento. Anche se a volte appare privo di meta o di direzione nelle sue singole fasi, il lungo cammino ha avuto uno scopo nella Pasqua e da essa in poi. Non è che «il cammino è lo scopo», ma piuttosto la resurrezione e il secondo avvento del Signore sono lo scopo del cammino.