L'uomo è l'essere della riflessione, secondo il filosofo Spaemann, avendo perduto la sua innocenza iniziale, non può recuperarla rivendicando quella spontaneità che si perde proprio nell'atto stesso di rivendicarla. Piuttosto possiamo riguadagnarcela se riflettiamo sul come, se è vero che l'amore non è mai "peccato", lo è violare una persona umana, venir meno alla fedeltà, infrangere una promessa. Quando sentiamo dire, sottolinea ancora Spaemann, "sono fatto così, mi devi accettare come sono" è un'impertinenza. Dio, solo lui può accettarci come siamo. Altrimenti non esisterebbe più il perdono. Questa difficile arte, dice il filosofo, non è dire a chi mi ha fatto un torto "Be' sei fatto così", ciò è l'opposto del perdono. Quindi il perdonare non significa lasciare che l'altro rimanga un vigliacco, un bugiardo, un traditore, ma gli permette di evolvere nel suo essere e ricominciare da capo. Questo è molto evidente quando si sperimenta il perdono e la misericordia di Dio. Non si può più essere come prima... Ogni episodio di autentica conversione, dai casi celebri a quelle avvenute nel nascondimento, lo testimoniano. D'altronde, la missione di Gesù, così come è narrata nel Vangelo, non inizia con le parole: "Dio vi accetta così vome siete" ma con l'invito a cambiare "Pentitevi, siate diversi da ciò che siete ora". Nel rito ormai prossimo delle Ceneri, che inaugura il periodo quaresimale, questa espressione verrà ripetuta per ogni membro dell'assemblea...Senza la consapevolezza di essere un mucchietto di polvere e il desiderio autentico del cambiamento non vi sarà la gioia pasquale della resurrezione! Secondo la tradizione che ancora alcuni rispettano, le ceneri che cospargeranno il capo dei fedeli nella celebrazione liturgica, è ottenuta dai rametti di ulivo avanzati dalla Domenica delle Palme. Dalle palme e dagli ulivi si ricava l'olio. Quel triste mucchietto grigio con il quale veniamo segnati si tramuterà in olio di letizia.
giovedì 27 febbraio 2014
martedì 25 febbraio 2014
A proposito di adulterio
"Chi guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio" dice il Vangelo. È stato letto due Domeniche addietro e, quasi in concomitanza, ho trovato questa interpretazione riportata dal filosofo R. Spaemann. Si fa notare come non si dice "chi guarda una donna e la desidera" ma "chi guarda una donna 'per' desiderarla". È in questo "per" che la persona guardata non è più l'oggetto dell'amor concupiscentiae; è il desiderio stesso a diventare il fine e la persona desiderata diviene soltanto il mezzo per sperimentare il desiderio. È adulterio anche se si tratta della propria moglie...
martedì 15 ottobre 2013
S. TERESA
"...l'anima è certissima che, dentro di lei, abita Cristo, come una muta presenza nel buio. Poi crede di essere trasportata all'improvviso nella parte superiore di sé stessa, o di venire rapita sulle ali possenti dell'Acquila divina, mentre il corpo resta in basso, vuoto, come una spoglia spettrale. Non è ancora in cielo e non è più in terra: prova una dolcezza infinita - ma anche la solitudine, la lontananza da tutti gli esseri umani e da Dio, l'angoscia del deserto, il desiderio di morire; le sembra di essere crocifissa tra la terra e il cielo." (Pietro Citati, Ritratti di donne, Rizzoli 1992)
mercoledì 11 settembre 2013
Papa Francesco e i rifugiati
venerdì 6 settembre 2013
venerdì 30 agosto 2013
La Terra è un pianeta di periferia
Siamo il terzo pianeta vicino al Sole, quest'ultimo fa parte della periferia della nostra galassia. In pratica ci separano 28.000 anni luce dal centro galattico. La nostra è una tra cento miliardi di galassie e ognuna di queste è composta di miliardi di stelle e di pianeti. Siamo proprio piccoli piccoli e siamo (tutti) gente di periferia.
martedì 6 agosto 2013
La piaga della povertà
(...) La povertà è un circolo vizioso di cui l'esclusione è sia la causa che la conseguenza. La povertà deriva dell'esclusione di persone e comunità dalla partecipazione alla vita economica, sociale, politica e culturale delle società nelle quali vivono, non potendo sviluppare le proprie capacità e vengono negate loro le necessarie opportunità per provvedere a se stesse, alle loro famiglie e alle loro comunità. Ma la loro esclusione di fatto impoverisce l'intera famiglia umana: il potenziale contributo dei poveri alla collettività va perso...beni e servizi irrealizzati, prospettive politiche e valori sopiti, arte, racconti, canti per la storia umana collettiva che non vengono composti. Escludere i poveri significa negare loro la partecipazione alla vita della famiglia umana, alle sue speranze e ai suoi sogni, nei suoi successi e nelle sue realizzazioni. Tutto ciò è radicato nella nostra comune umanità e nessun paese, popolo, cultura o casta può pretenderne la proprietà esclusiva. "Ogni persona ha, in virtù della sua appartenenza alla famiglia umana, il diritto per nascita di beneficiare di questa eredità comune, nonché il diritto e il dovere di contribuire a rendere più ricco tale immenso lascito"
***
Se questo non avviene è a causa dell'egoismo ma non solo: c'è sempre la paura che qualcuno ci derubi di qualcosa a volte anche di un certo ruolo conquistato con fatica nella società. È un falso problema, questo nostro mondo non è come una barca che ha un numero limitato di posti...chi non riesce a salirci a bordo può tranquillamente annegare. Ma se cominciassimo ad avere una mentalità meno competitiva, sin dagli ambienti scolastici, molto cambierebbe... Se ai ragazzi si insegnasse a vedere l'altro come qualcuno che ci arricchisce e non come chi ci potrebbe derubare, qualcosa cambierebbe. È necessario vedere anzi educare a vedere come ognuno sia una specie di strumento musicale che può eseguire una musica originale, solo sua...che nessun'altro può eseguire, oppure che nessun'altro può eseguire meglio di lui. Dal più piccolo compito a quello di maggior responsabilità. Se siamo quaggiù siamo tutti necessari e nessuno è superfluo! (MLA)
lunedì 22 luglio 2013
La pace e gli arcobaleni
Mentre la guerra è il fallimento dell'umano, l'illusione che sia possibile costruire una società migliore infliggendo sofferenza al prossimo. Ma nessuno rimane indenne dopo una guerra, neanche il vincitore. La pace è meno vistosa ma più rispettosa solo la non-violenza come dottrina e come metodo, come esempi storici moderni ci insegnano, è il cammino più appropriato per una vera riconciliazione e mediazione per il bene comune ed una pace duratura.
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Qui ognuno di noi senza essere diplomatico o ambasciatore può fare la sua... Non basta sventolare bandiere arcobaleno se non si ha un cuore pacificato. La pace nasce dal nostro cuore non da altro. Un cuore in pace vibra armonie di pace e riconcilia il mondo anche senza manifestazioni e sventolii di bandiere. Un cuore riconciliato ha accettato tutta la sua miseria e si adopera per la pace perché è in pace e non viceversa...
martedì 19 marzo 2013
giovedì 28 febbraio 2013
Grazie Santitá !
Ci siamo tutti dissetati abbondantemente alla fonte della sua gustosissima sapienza...ma senza ancora saziarci. Attendiamo ancora certi che nel nascondimento l'albero non cesserà di mettere radici in basso e di fruttificare in alto. La nostra preghiera sarà comunque e sempre con Lei.
martedì 22 gennaio 2013
Maschile e Femminile
(nell'immagine "Maschile e Femminile", MLA)
In the 1700s and 1800s, Prometheus came to be seen as the rebel who resisted all forms of institutional tyranny, epitomized by the pagan High God, Zeus — the Church, the monarch, patriarchal society.
And that is precisely what Benedict warned on Saturday.
“From the union between a materialistic view of man and the great development of technology an anthropology that is essentially atheist has emerged," Benedict said (emphasis added). "It presupposes that the man is reduced to autonomous functions, the mind to the brain, human history to a destiny of self-realization.”
“In the perspective of a man deprived of his soul and therefore a personal relationship with the Creator, what is technically possible becomes licit, each experiment is acceptable, any population policy permitted, any manipulation legitimized. The most dangerous pitfall of this line of thinking is in fact the absolute good of man: man wants to be ab-solutus, freed from every bond and every natural constitution.”
This, he said, “is a radical negation of man’s created and filial being, which results in a dramatic solitude.”
Da: MoynihanReport@gmail.com - 21 gennaio 2013
giovedì 6 dicembre 2012
In S.Pietro il presepe dalla Basilicata
In occasione del prossimo Santo Natale Il tradizionale presepe che si allestisce ogni anno in Piazza San Pietro sarà donato quest'anno dalla Regione Basilicata.
Il presepe, costituito da oltre 100 statuine realizzate in terracotta. è opera del Maestro Francesco Artese, considerato tra i più importanti rappresentanti della scuola presepistica meridionale. La peculiarità di Artese risiede proprio nella rivisitazione in chiave artistica di uno spaccato del paesaggio dei Sassi di Matera e nella messa in scena della vita quotidiana della civiltà contadina. Il presepe di Piazza San Pietro riprodurrà la morfologia di un territorio che richiama molto i luoghi della Terra Santa.
Il paesaggio lucano è - si legge in una nota informativa - "impreziosito dall'opera di religiosi che scegliendo di vivere in quel contesto trasformarono quei luoghi in un'umana dimora ricolma di sacralità edificando ben centocinquantaquattro chiese rupestri, monasteri e santuari che dall'Alto Medioevo al XIX secolo delineano l'identità di una vasta area oggi considerata "Patrimonio Mondiale dell'Umanità".
L'intera scenografia del Presepe in Piazza San Pietro "pur ispirandosi a un genere iconografico tradizionale, è definita da elementi che riproducono le architetture e i luoghi tipici del paesaggio lucano. All'interno dello scenario, sono riconoscibili la Chiesa rupestre Convicinio di Sant'Antonio e quella di San Nicola dei Greci. In alto, tra la miriade di tetti delle case accavallate, spicca il campanile di San Pietro Barisano. L'ambiente umano è quello dell'antica civiltà contadina lucana (...). Le statuine (...) realizzate interamente in terracotta, sono rivestite con abiti di stoffa inamidata fatti a mano e ispirati ai costumi tipici dei contadini lucani di un tempo. (...) Scelta dell'artista è stata quella di vestire la Sacra Famiglia con i costumi della tradizione classica".
Come consuetudine l'allestimento del Presepe è curato dai Servizi Tecnici del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. (VIS).
lunedì 3 dicembre 2012
“Cristiada”, cercasi ancora distributore
Aveva, in effetti, incendiato una nazione e scatenato l’esercito governativo mandandolo a caccia, con vera furia iconoclasta, di fedeli e sacerdoti, che avevano addirittura proclamato la sospensione del culto pubblico.
Nel cast troviamo Andy Garcia, Eva Longoria, Peter O’Toole, volti emergenti come Eduardo Verastegui (protagonista di “Bella“), Oscar Isaac (Robin Hood di Ridley Scott), Catalina Sandino (Maria full of Grace, L’amore ai tempi del colera, Twilight/Eclipse) e nomi Ruben Blades, cantante di salsa e attore panamense di primissimo piano.
Il produttore ha ricordato che uno dei principali personaggi del film è un ragazzo, “il beato Josè Sànchez del Rio, che è stato martirizzato ad appena 14 anni e beatificato da Benedetto XVI, assieme con Anacleto Gonzàlez Flores, Miguel Gòmez Loza e i fratelli Vargas”.
Il film sarà presentato nei cinema del Messico il 20 aprile, negli Stati Uniti il 1° giugno ed in settembre arriverà in Spagna.Il regista è Dean Wright, i cui effetti speciali sono famosi nei film come Titanic, Il Signore degli Anelli e Le cronache di Narnia. È stato scritto da Michael Love, basandosi su fatti storici, ed è stato girata in inglese.
“Noi della Dos Corazones Film abbiamo realizzato altri tre film e ci accorgiamo che alla gente interessano le storie con valori positivi.
Prima ne abbiamo fatto uno sulla storia della Madonna di Guadalupe, poi un altro sulla grande leggenda del Sole e, infine, uno chiamato El Gran Milagro, primo nella classifica del Messico per cinque settimane.
In realtà non volevo fare più film, ma quando Dio vuole qualcosa, questa avviene, ed è il più insistente di tutti. Lui ci ha ispirato e condotto, abbiamo trovato attori molto bravi, che hanno funzionato e il risultato lo possiamo vedere: ha superato le mie aspettative”.
“I cristeros sono importanti per il Messico e per tutto il nostro continente. Sono persone che si sono offerte per quello che credevano e grazie a loro, oggi, c’è libertà di religione in Messico, con un imminente viaggio del Papa“.
Il
film basandosi in fatti reali della guerra cristera, inizia con i
divieti del presidente Plutarco Calles. Una richiesta di un milione di
firme presentata per protesta è rigettata dal governo: partono quindi
una serie di intimidazioni, con fucilazioni di sacerdoti, messe
interrotte dal’esercito e un crescendo di violenza che porta a molta
gente semplice dei paesi a prendere le armi. I cattolici si dividono:
alcuni si uniscono ai cristeros, altri no, molti servono la causa con le
armi e l’appoggio logistico. Inizia anche un boicottaggio economico
popolare evitando qualsiasi consumo.venerdì 27 luglio 2012
Cos'è Teologia secondo Benedetto XVI
di Benedetto XVI
[...] La consegna del premio può offrire l’occasione di dedicarci per un momento alla questione fondamentale di che cosa sia veramente “teologia”. La teologia è scienza della fede, ci dice la tradizione. Ma qui sorge subito la domanda: è davvero possibile questo? O non è in sé una contraddizione? Scienza non è forse il contrario di fede? Non cessa la fede di essere fede, quando diventa scienza? E non cessa la scienza di essere scienza quando è ordinata o addirittura subordinata alla fede?
Tali questioni, che già per la teologia medievale rappresentavano un serio problema, con il moderno concetto di scienza sono diventate ancora più impellenti, a prima vista addirittura senza soluzione. Si comprende così perché, nell’età moderna, la teologia in vasti ambiti si sia ritirata primariamente nel campo della storia, al fine di dimostrare qui la sua seria scientificità. Bisogna riconoscere, con gratitudine, che con ciò sono state realizzate opere grandiose, e il messaggio cristiano ha ricevuto nuova luce, capace di renderne visibile l’intima ricchezza.
Tuttavia, se la teologia si ritira totalmente nel passato, lascia oggi la fede nel buio.
In una seconda fase ci si è poi concentrati sulla prassi, per mostrare come la teologia, in collegamento con la psicologia e la sociologia, sia una scienza utile che dona indicazioni concrete per la vita. Anche questo è importante, ma se il fondamento della teologia, la fede, non diviene contemporaneamente oggetto del pensiero, se la prassi sarebbe riferita solo a se stessa, oppure vive unicamente dei prestiti delle scienze umane, allora la prassi diventa vuota e priva di fondamento.
Queste vie, quindi, non sono sufficienti. Per quanto siano utili ed importanti, esse diventerebbero sotterfugi, se restasse senza risposta la vera domanda. Essa suona: è vero ciò in cui crediamo oppure no? Nella teologia è in gioco la questione circa la verità; essa è il suo fondamento ultimo ed essenziale.
Un’espressione di Tertulliano può qui farci fare un passo avanti; egli scrive che Cristo non ha detto: “Io sono la consuetudine, ma: Io sono la verità – Non consuetudo sed veritas” (Virg. 1,1). Christian Gnilka ha mostrato che il concetto “consuetudo” può significare le religioni pagane che, secondo la loro natura, non erano fede, ma erano “consuetudine”: si fa ciò che si è fatto sempre; si osservano le tradizionali forme cultuali e si spera di rimanere così nel giusto rapporto con l’ambito misterioso del divino. L’aspetto rivoluzionario del cristianesimo nell’antichità fu proprio la rottura con la “consuetudine” per amore della verità.
Tertulliano parla qui soprattutto in base al Vangelo di san Giovanni, in cui si trova anche l’altra interpretazione fondamentale della fede cristiana, che s’esprime nella designazione di Cristo come Logos. Se Cristo è il Logos, la verità, l’uomo deve corrispondere a lui con il suo proprio logos, con la sua ragione. Per arrivare fino a Cristo, egli deve essere sulla via della verità. Deve aprirsi al Logos, alla Ragione creatrice, da cui deriva la sua stessa ragione e a cui essa lo rimanda. Da qui si capisce che la fede cristiana, per la sua stessa natura, deve suscitare la teologia, doveva interrogarsi sulla ragionevolezza della fede, anche se naturalmente il concetto di ragione e quello di scienza abbracciano molte dimensioni, e così la natura concreta del nesso tra fede e ragione doveva e deve sempre nuovamente essere scandagliata.
Per quanto si presenti dunque chiaro nel cristianesimo il nesso fondamentale tra Logos, verità e fede, la forma concreta di tale nesso ha suscitato e suscita sempre nuove domande. È chiaro che in questo momento tale domanda, che ha occupato e occuperà tutte le generazioni, non può essere trattata in dettaglio, e neppure a grandi linee. Vorrei tentare soltanto di proporre una piccolissima nota.
San Bonaventura, nel prologo al suo “Commento alle Sentenze” ha parlato di un duplice uso della ragione, di un uso che è inconciliabile con la natura della fede e di uno che invece appartiene proprio alla natura della fede. Esiste, così si dice, la “violentia rationis”, il dispotismo della ragione, che si fa giudice supremo e ultimo di tutto. Questo genere di uso della ragione è certamente impossibile nell’ambito della fede. Cosa intende Bonaventura con ciò? Un’espressione dal Salmo 95, 9 può mostrarci di che cosa si tratta. Qui Dio dice al suo popolo: “Nel deserto… mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”. Qui si accenna ad un duplice incontro con Dio: essi hanno “visto”. Questo però a loro non basta. Essi mettono Dio “alla prova”. Vogliono sottoporlo all’esperimento. Egli viene, per così dire, sottoposto ad un interrogatorio e deve sottomettersi ad un procedimento di prova sperimentale.
Questa modalità di uso della ragione, nell’età moderna, ha raggiunto il culmine del suo sviluppo nell’ambito delle scienze naturali. La ragione sperimentale appare oggi ampiamente come l’unica forma di razionalità dichiarata scientifica. Ciò che non può essere scientificamente verificato o falsificato cade fuori dell’ambito scientifico. Con questa impostazione sono state realizzate opere grandiose, come sappiamo; che essa sia giusta e necessaria nell’ambito della conoscenza della natura e delle sue leggi nessuno vorrà seriamente porlo in dubbio. Esiste tuttavia un limite a tale uso della ragione: Dio non è un oggetto della sperimentazione umana. Egli è Soggetto e si manifesta soltanto nel rapporto da persona a persona: ciò fa parte dell’essenza della persona.
In questa prospettiva Bonaventura fa cenno ad un secondo uso della ragione, che vale per l’ambito del “personale”, per le grandi questioni dello stesso essere uomini. L’amore vuole conoscere meglio colui che ama. L’amore, l’amore vero, non rende ciechi, ma vedenti. Di esso fa parte proprio la sete di conoscenza, di una vera conoscenza dell’altro. Per questo, i Padri della Chiesa hanno trovato i precursori e gli antesignani del cristianesimo – al di fuori del mondo della rivelazione di Israele – non nell’ambito della religione consuetudinaria, bensì negli uomini in ricerca di Dio, in cerca della verità, nei “filosofi”: in persone che erano assetate di verità ed erano quindi sulla strada verso Dio. Quando non c’è questo uso della ragione, allora le grandi questioni dell’umanità cadono fuori dell’ambito della ragione e vengono lasciate all’irrazionalità.
Per questo un’autentica teologia è così importante. La fede retta orienta la ragione ad aprirsi al divino, affinché essa, guidata dall’amore per la verità, possa conoscere Dio più da vicino. L’iniziativa per questo cammino sta presso Dio, che ha posto nel cuore dell’uomo la ricerca del suo Volto. Fa quindi parte della teologia, da un lato l’umiltà che si lascia “toccare” da Dio, dall’altro la disciplina che si lega all’ordine della ragione, che preserva l’amore dalla cecità e che aiuta a sviluppare la sua forza visiva.
Sono ben consapevole che con tutto ciò non è stata data una risposta alla questione circa la possibilità e il compito della retta teologia, ma è soltanto stata messa in luce la grandezza della sfida insita nella natura della teologia. Tuttavia è proprio di questa sfida che l’uomo ha bisogno, perché essa ci spinge ad aprire la nostra ragione interrogandoci circa la verità stessa, circa il volto di Dio. [...] La ragione, camminando sulla pista tracciata dalla fede, non è una ragione alienata, ma è la ragione che risponde alla sua altissima vocazione.
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martedì 24 luglio 2012
venerdì 20 luglio 2012
THE CHURCH UP CLOSE
Covering Catholicism in the Age of Benedict XVI (September 10-16, 2012)
SEMINAR IN ROME FOR JOURNALISTS COVERING THE CATHOLIC CHURCH
Organized by the Pontifical University of the Holy Cross
In September 2012, the School of Church Communications at Rome’s Pontifical University
of the Holy Cross will be offering, for the third time, a one-week seminar designed to provide religion journalists with an array of tools to strengthen their coverage of today’s Roman Catholic Church.The seminar, entitled “The Church Up Close: Covering Catholicism in the Age of Benedict XVI,” will take place in Rome from September 10 to September 16, 2012. It will be conducted in English and is open to all working journalists, but the number of participants is limited. Registration deadline is June 24. Previous seminars have included reporters from media outlets like The New York Times, The Guardian, The Times, Il Corriere della Sera, El País, the BBC and Le Monde.
This year, speakers will include: Msgr. Peter Wells, Assessor for the Secretariat of State's Section for
General Affairs; Archbishop Rino Fisichella, President of the Pontifical Council for the Promotion of
the New Evangelization; Cardinal Raymond Burke, Prefect of the Supreme Tribunal of the Apostolic
Signatura; Nigel Baker, British Ambassador to the Holy See; Msgr. Fortunatus Nwachukwu, Head of
Protocol of the Vatican Secretariat of State; Debrah Mason, Executive Director of the Religion
Newswriters Association, and María-Paz López, president of the International Association of Religion Journalists. Along with general presentations describing the nature of the Church and how the Vatican functions, a number of more specific topics, including the following, will also be addressed at the seminar: bioethics and sexual morality; the legacy of the Second Vatican Council; economics and Catholic social doctrine; the role of canon law in the Church’s life; the “New Evangelization.” The seminar has been made possible by a generous grant from the U.S.-based Our Sunday Visitor Institute. According to the president of the organizing committee, Rev. Prof. John Wauck, “The Church Up Close seminar is a condensed version of a series of classes that our school already offers – once a month, in Italian - during the academic year for Rome-based ‘vaticanisti.’ The success of that series inspired us to offer a similar program - all in one week, and in English - for journalists who are not permanently based in Rome.” In addition to classroom sessions, the fall seminar also features on-site visits and personal meetings with curial officials and veteran Vatican correspondents. The goal is to provide both a basic sense of the lay of the land at the Vatican and a serious, in-depth analysis of specific hot-button issues facing the Church today. Coming on the eve of the official “Year of Faith”, which begins in October 2012, the seminar will offer key insights into the Benedict XVI’s thinking and his leadership of the world’s largest church. Fr. Wauck observes, “Covering an institution as old and as large as the Catholic Church has always been a huge challenge, and in today’s shrinking world, it’s becoming ever more necessary to tell even local stories about the Church from a global perspective”.
Piazza di Sant’Apollinare, 49 – 00186 ROMA – Tel. +39 06 68164399 – Fax +39 06 68164400
1© 2012 - PONTIFICIA UNIVERSITÀ DELLA SANTA CROCE
Ufficio Comunicazione stampa@pusc.it
“The seminar should help reporters do that. What’s more, Rome is an ideal setting for reflecting on
religion and the media with journalists from around the world.” The full program and detailed information about “The Church Up Close” seminar is available on its website (http://www.church-communication.net/). Applications must be submitted online, through the website.
For more information please contact: Ashley Noronha or Daniel Arasa
churchupclose@pusc.i
sabato 23 giugno 2012
Al Card. Giuseppe Versaldi la diaconia della Basilica del Sacro Cuore
Ogni porporato ha una chiesa romana a lui incardinata come espressione anche visibile, della sua unione con il Capo della cattolicità e Successore di Pietro, ecco perché al nostro arcivescovo è stato conferito il titolo della parrocchia dell’Urbe dedicata al Sacro Cuore di Gesù, promossa e costruita grazie all’impegno di don Giovanni Bosco e retta dai sacerdoti della congregazione salesiana voluta dal Santo piemontese negli ultimi anni della sua vita terrena.
La basilica suggerita dalla paterna sensibilità spirituale del papa Pio IX che volle far innalzare sul colle più altro di Roma, l’Esquilino, a partire dal 1870, avrebbe inizialmente dovuto essere dedicata a San Giuseppe, Sposo di Maria Vergine che proprio in quegli anni, siamo al terzo quarto del XIX secolo, il Pontefice aveva indicato come Patrono della Chiesa universale ma che grazie all’incremento notevole della devozione al Sacro Cuore di Gesù sparsa nell’intera Europa, papa Mastai aveva convertito all’amore di Cristo per l’umanità.
Tuttavia i lavori si svolgono con snervante rilento anche in ragione delle mutate condizioni politiche della nuova capitale del regno d’Italia ed alla morte di Pio IX, nel febbraio 1878, non sono che gettate le fondamenta del tempio.
Leone XIII che viene eletto nello stesso mese, decide di continuare l’opera del suo predecessore ma i problemi sembrano moltiplicarsi tanto che papa Pecci anche su suggerimento dell’arcivescovo di Torino Alimonda, affida al sacerdote Giovanni Bosco del quale conosce lo spirito, la santità e la sconfinata fiducia nella Provvidenza, l’incarico di portare a compimento la costruzione del santuario che sarebbe poi stato affidato ai suoi figli spirituali.
Don Bosco giunge a Roma, dopo un viaggio non privo di difficoltà nel 1880 ed accetta senza condizioni il gravoso impegno sottolineando che “Ogni desiderio del Vicario di Cristo è per me un comando preciso” e che i debiti sottoscritti per edificare le cose del Signore sono ampiamente da Lui pagati con opportuno interesse e perfino con una “mancia” finale.
Il fondatore dei Salesiani non si limita a metter mano alla chiesa ma domanda al Pontefice di costruirvi accanto un ricovero per i giovani sbandati della nuova capitale dello stato ottenendone il consenso.
Nei successivi sette anni si trasforma in pellegrino questuante e tocca gran parte degli stati europei pur di recuperare il denaro necessario per coprire il sacro edificio compromettendo irrimediabilmente la propria salute.
A don Bosco, a Roma dal 30 aprile al successivo 18 maggio, rimarrà l’umana soddisfazione di essere presente alla solenne inaugurazione del santuario avvenuta esattamente 125 anni or sono il 14 maggio 1887 e ad essa aggiunge una spropositata soddisfazione spirituale potendo, due giorni dopo, celebrare la Santa Messa all’altare di Maria Ausiliatrice che aveva voluto al transetto di sinistra della chiesa, proprio di fronte alla cappella di San Giuseppe che del santuario avrebbe dovuto essere l’originale titolare.
In quella straordinaria occasione don Giovanni interrompe per ben quindici volte la celebrazione per lasciare sfogo al pianto ed al termine del sacrificio Eucaristico rivelerà di aver rivissuto il sogno fatto a nove anni, ma soprattutto di aver compreso il significato di quanto la Madonna gli aveva preannunciato quando gli disse: “A suo tempo tutto capirai…”.
Il sogno si era dunque avverato ed al servo buono e fedele non rimaneva che l’eterna ricompensa; morirà a Torino solo pochi mesi dopo, alla fine di gennaio del 1888: a coronamento della sua missione fra gli uomini la Chiesa ne farà un grande Santo la cui devozione si spargerà nel mondo intero.
La basilica è edificata su tre navate, transetto, presbiterio ed ampio coro, in linea sobria e decorosa completata da un elegante campanile anch’esso come la chiesa, su progetto dell’architetto Francesco Vespignani, la cui sommità è sormontata da una monumentale statua del Sacro Cuore di Gesù in rame dorato alta ben 6,5 metri e donata dagli ex allievi salesiani dell’Argentina.
L’interno del santuario è ricco di decorazioni, dalla cassonettatura della volta della navata centrale intagliata in legno e dorata da Andrea Bevilacqua che incorniciano quattro affreschi di Virginio Monti riproducenti episodi legati alla misericordia divina tratti dal testo evangelico, alla sottostante raffigurazione di 12 Profeti eseguita da Cesare Caroselli; tutte quante opere di ispirato realismo spirituale e ben adeguate alla solennità dell’edificio.
La volta del transetto è arricchita dallo stemma intagliato della Congregazione fondata da San Giovanni Bosco e da lui voluto nel 1885 quando lo fece collocare fra la “promessa” ed il “compimento”, vale a dire fra gli affreschi dell’Annunciazione e quello della nascita di Gesù, opere dello stesso Monti.
Nelle pareti laterali sempre del transetto il Caroselli dipinse le figure a corpo intero degli Apostoli.
L’altare maggiore che domina con l’ancona il presbiterio e realizzato in marmo senese, accoglie la tela di Francesco de Rhoden che raffigura la terza apparizione del Sacro Cuore di Gesù come descritta da Santa Margherita Maria Alacoque.
Il coro è spazioso poiché San Giovanni Bosco lo volle di quelle dimensioni per accogliervi e far pregare tutti i giovani, ed ancor oggi è ben illuminato ed armonioso.
Gli altri altari del tempio sono dedicati a Santa Maria Mazzarello cofondatrice con don Bosco delle Figlie di Maria Ausiliatrice, San Francesco di Sales ispiratore della Congregazione salesiana, Sant’Anna e San Gioacchino genitori della Madonna, e San Domenico Savio raffigurato sulla tela con lo stesso suo padre spirituale.
Molti arredi lignei sono stati eseguiti e scolpiti nelle scuole salesiane di Valdocco a Torino e San Benigno Canavese ideati da docenti di quei centri e rivisti dallo stesso Fondatore e di notevole pregio è il grande organo che armonizza ed accompagna i canti liturgici durante le funzioni.
Occorre inoltre far notare che per la prima volta nella più che centenaria storia del santuario, un cardinale assume il possesso del titolo nel giorno della festa patronale dedicata al Sacro Cuore di Gesù, un evento senza dubbio ben augurante per il nostro cardinale arcivescovo che nell’omelia pronunciata nella celebrazione Eucaristica della solennità, si è detto disponibile ad essere presente nella basilica ogni qual volta che quella porzione del popolo di Dio avrà bisogno di lui.
Diac. prof. Luciano Orsini
Delegato vescovile per i Beni Culturali
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Omelia
Presa di possesso Basilica S. Cuore
15 giugno 2012
La provvidenziale coincidenza della solennità del sacratissimo Cuore di Gesù con la mia presa di possesso della Diaconia di questa veneranda Basilica fondata dallo stesso S. Giovanni Bosco e zelantemente officiata dai suoi figli, è solo l’ultima squisitezza dell’amore del Signore e della sua misericordia che voglio con voi cantare per leggere nella storia di tutti i tempi le meraviglie operate da Dio. Insieme con il Signore voglio ringraziare ancora il Santo Padre per avermi chiamato a far parte del Collegio cardinalizio per servirlo nel suo universale ministero petrino e mi ha affidato questa Diaconia; come pure ringrazio la comunità salesiana, a cominciare dal Parroco don Valerio Baresi, che mi ha già dimostrato affetto e generosa accoglienza che cercherò di onorare per la maggior gloria di Dio.
L’icona del Cuore di Gesù che oggi celebriamo vuole esprimere null’altro se non l’incarnazione nella storia umana dell’eterno amore di Dio come si è manifestato pienamente e visibilmente nella divina persona di Cristo nostro Salvatore. Nel linguaggio umano, antico come moderno, il cuore esprime simbolicamente il centro e l’interiorità dell’essere umano da cui scaturisce l’amore inteso nel suo pieno significato agapico, che comprende non solamente il sentimento, ma anche l’intelletto e la volontà che si esprime nel dono di sé (Deus caritas est, n.17).
Abbiamo, dunque, in questa immagine del Cuore di Gesù l’espressione del mistero dell’amore divino incarnato nella natura umana del Signore Gesù: quello che era invisibile si è reso visibile proprio nel rivelarsi storico della persona di Cristo che manifesta in forma umana l’amore divino. Attraverso quanto i Vangeli ci narrano possiamo così contemplare nella realtà umana “quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità “ (Ef. 3, 16) dell’amore di Dio verso l’umanità. In questa manifestazione possiamo cogliere tutte le sfumature dell’amore come si esprime nella natura umana, ma non dobbiamo dimenticare che le componenti umane di questo amore sono superate dal fatto che sono l’espressione dell’amore dell’unica persona divina del Verbo di Dio. In altre parole, nel Cuore di Gesù ci è dato di contemplare le espressioni umane dell’amore, e dunque una realtà a noi vicina e comprensibile, ma queste manifestazioni vengono
dall’unica Persona del Verbo in cui coesistono sia la natura umana sia quella divina.
In questa contemplazione abbiamo più facile accesso al mistero dell’Incarnazione che è il vertice dell’amore divino, ma anche modello della perfezione della natura umana in quanto l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di quel Dio che è amore. Possiamo così dire che la manifestazione umana dell’amore di Dio nel Cuore di Gesù è la via privilegiata della conoscenza del mistero di Dio da parte dell’uomo e nello stesso tempo il modello da imitare per raggiungere la piena realizzazione della natura umana.
Per tutti questi motivi Gesù esercitava una irresistibile attrattiva sulle folle quando ha iniziato a manifestarsi come l’Inviato del Padre: la sua predicazione provocava l’ammirazione della gente perché “mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo” (Gv, 7,45) e le sue opere di bene a favore dei poveri e bisognosi conquistavano la simpatia del popolo che numeroso accorreva a lui.
Fermiamoci, dunque, un istante a contemplare questo Sacratissimo Cuore secondo quanto ci è stato fedelmente trasmesso da coloro che furono i diretti testimoni della sua storica manifestazione. E per non sbagliare ascoltiamo le stesse parole con cui Gesù si è definito quando si proponeva come modello da imitare: “Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11, 29-30). Per spingerci all’imitazione di sé, cioè a seguirlo come suoi discepoli, Gesù, dunque, si è presentato con il suo cuore mite ed umile così da indicarci la via della vera consolazione dalle nostre fatiche umane. E appena ci fermiamo a contemplare la vita e le opere di Gesù non possiamo che trovare conferma di queste sue parole.
Sì, veramente umile sei stato, o Signore Gesù, nel volerti abissare nell’annichilimento della nostra debole e corrotta natura umana quando non considerasti come tesoro geloso la tua uguaglianza con Dio, ma spogliasti te stesso assumendo la condizione di servo, umiliando te stesso e facendoti obbediente fino alla morte e alla morte di Croce (Fil 2, 6-8). In tutto simile a noi, eccetto il peccato, hai voluto vivere quasi tutta la tua vita nel nascondimento di Nazaret, celando la tua potenza divina nella insignificanza di una vita ordinaria, accettando le leggi umane della gradualità della crescita, della necessità dell’apprendimento nell’obbedienza a creature umane fino al paradosso che i tuoi compaesani
si stupirono quando iniziasti a rivelarti come il Messia atteso (“Non è il figlio di Giuseppe? Lc 4,22).
Ed anche in tutta la missione pubblica non possiamo non ammirare la tua umiltà fin dall’inizio, quando ti mettesti in fila per farti battezzare al Giordano suscitando la giusta protesta del Precursore che non capiva come quel gesto voleva anticipare la tua decisione di prenderti sulle spalle i nostri peccati per inchiodarli sul legno della Croce.
Così rimaniamo ancora stupiti di fronte al tuo sottometterti alle tentazioni nel deserto per condividere in tutto, eccetto il peccato, la fragilità della nostra condizione umana. Ma tutta la tua vita non è stata che la conferma del tuo proposito di esser venuto in questo mondo “non per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). E quando le folle, attratte da questa umile disponibilità accorrevano sempre più numerose a te, dimostravi una disponibilità che non ti lasciava neppur più il tempo per mangiare e riposarti, evitando però di volere trarre profitto da questo successo fino a ritirarti tutto solo sulla montagna quando vennero per farti re (Gv 6, 15). Ma è durante l’ultima cena che noi possiamo cogliere il momento più significativo del tuo cuore umile quando ti cingesti del grembiule per lavare i piedi agli apostoli, smarriti e pronti ad abbandonarti, per insegnare loro con l’esempio, tu il Maestro,che l’amore per essere vero deve essere umile fino a servire i fratelli.
Se con l’umiltà il Signore Gesù ha voluto abbassarsi fino a noi per farsi nostro fratello, con la mitezza ha voluto conquistare il nostro cuore per provocarci ad una risposta di amore al suo amore. Il suo Cuore mite infatti, ha reso evidente il suo desiderio di volere il nostro bene al di là di ogni nostro merito ed aspettativa. Nel contesto di una religione che si era ridotta ad amministrare una giustizia sovente misurata sull’esteriorità dei comportamenti e che prevedeva una implacabile punizione contro quei peccatori che non riuscivano a nascondere le loro colpe, la mitezza di Gesù è apparsa come una fresca rugiada in un deserto assetato.
E noi siamo qui per contemplare, o Signore Gesù, questo tuo cuore mite verso tutti, ma specialmente verso i poveri peccatori. Come non ammirare la tua bontà e pazienza verso la donna samaritana piena di boria religiosa, alla quale chiedesti da bere per darle in dono la grazia della conversione perché conquistata da chi, pur conoscendo i suoi peccati, la trattava con amore? E come non ricordare la mitezza con cui hai conquistato il capo dei pubblicani, quel Zaccheo tutt’altro che intenzionato a cambiare vita, ma che crollò di fronte a quel tuo amorevole imperativo”Zaccheo, scendi
subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5)? E ad un peccatore di non minor calibro come Matteo rivolgesti pure la chiamata a seguirlo tra i tuoi più stretti discepoli. Per non dimenticare la tua delicatezza e stima verso le donne nel contesto di una società che le svalutava. Così hai espresso pubblicamente la tua ammirazione per l’obolo della povera vedova che aveva offerto al Signore tutto quanto aveva per vivere (Mc, 12, 43-44). E quanta squisita accondiscendenza anche verso la pagana Cananea che si accontentava delle briciole del tuo amore e alla quale rivolgesti il tuo elogio e concedesti il tuo favore: “Donna, davvero grande è la tua fede. Ti sia fatto come desideri” ( Mt, 15,28). Per non parlare del coraggio e dell’astuzia con cui, o Signore, hai sottratto l’adultera alla furia del drappello di spietati giudici che non hanno potuto resistere al tuo sguardo che svelava i loro peccati occulti. Fino all’elogio della superiorità dell’amore su ogni peccato di fronte al fariseo che si scandalizzava perché ti lasciavi lavare e profumare i piedi da una pubblica peccatrice: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Lc 7, 47). E sulla Croce hai ancora avuto il fiato per invocare dal Padre il perdono per coloro che ti avevano crocifisso: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 24).
Cari fratelli e sorelle, ripercorrendo anche solo questi pochi cenni della vita di Gesù ci sentiamo riscaldare il cuore, come accadde ai discepoli di Emmaus. Tuttavia non possiamo fermarci al passato senza far torto proprio a questo Cuore il quale continua ancora oggi qui e per ciascuno di noi ad essere mite ed umile per conquistarci al suo amore. Solamente una colpevole ed ingrata dimenticanza e superficialità può impedirci di leggere nella nostra vita questa presenza consolante e ristoratrice. Si, anche a noi qui e oggi il Cuore di Gesù ripete “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. Ed è paradossale che in questi nostri tempi in cui la fatica e l’oppressione si vanno globalizzando l’umanità rimanga in gran parte sorda a questo invito ed, anzi, come sottolinea Benedetto XVI, sembra disprezzare la voce di Dio e cercare altrove il rimedio alla crisi. Almeno noi credenti troviamo tempo e modo per accorgerci di questo appello del Cuore Sacratissimo di Gesù, rinunciando agli idoli della nostra autosufficienza come pure evitando i vittimismi delle delusioni che ci andiamo a creare.
Ecco allora il primo e fondamentale passo per una vera soluzione delle nostre difficoltà: torniamo ad abbeverarci a questa fonte dell’amore divino che si è manifestato nel Cuore di Cristo mite ed umile. Benedetto XVI ha scritto nella sua prima enciclica, “Chi vuole donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l’uomo può diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva. Ma per diventare una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore scaturisce l’amore di Dio” (Deus caritas est, n.7).
Sacratissimo Cuore di Gesù donaci la grazia di vivere la nostra fede come abbandono al tuo amore; lo stesso abbandono che ebbe S. Giovanni Bosco quando accettò la proposta di Leone XIII di costruire questo Tempio in tuo onore( ai suoi perplessi consiglieri il Santo disse: “Vi assicuro che il S. Cuore manderà i mezzi per fabbricare la sua Chiesa, pagherà i nostri debiti e ci darà una bella mancia”).
Donaci la capacità di contemplare il tuo Cuore mite ed umile per riceverne la forza di imitarlo così da scrivere nella storia del nostro tempo, seppure come immagine, povera ma autentica, la traccia indelebile del tuo amore incarnato. Solo così il mondo potrà ancora riconoscere la tua presenza e l’evangelizzazione sarà rinnovata e resa credibile dalla nostra testimonianza di carità che scaturisce dal tuo Sacratissimo Cuore. Amen
Card. Giuseppe Versaldi
(Dal sito della Diocesi di Alessandria)


