mercoledì 12 marzo 2014

Consigli x blog

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giovedì 6 marzo 2014

La grande bellezza

Sì, è un Oscar meritato quello del film di Paolo Sorrentino, "La grande bellezza". Va assaporato possibilmente senza interruzioni pubblicitarie, perché il film ha un suo proprio ritmo e non solo una ottima colonna sonora. È bello e piace perché vero, non stupisce che il regista sia anche autore e sceneggiatore...c'è un pizzico di Fellini, ma anche di D'Annunzio. Il protagonista si muove come una reincarnazione di Andrea Sperelli nei medesimi splendidi palazzi romani e negli stessi generi di  amori sfuggenti e senza impegno. Come un nuovo Des Esseintes gusta e fa gustare allo spettatore estetiche  ricercatezze. Ma tra una festa e l'altra, tra un bicchiere e l'altro, tra un amplesso e l'altro, fa capolino in più punti del film la Roma sacra, la città eterna, così come la stessa colonna sonora passa dai ritmi sincopati della tecno alle voci angeliche di repertori sacri. Ma l'effetto non è dissacrante, c'è un pizzico di critica ad un genere di clero mondanizzato che nell'epoca di Papa Francesco sembra essere in via di estinzione...e che lo stesso Pontefice non perde occasioni per bacchettare. Poi c'è la Santa, una vera santa, omaggiata dai rappresentanti di diverse religioni. Chi ha vissuto a Roma in certi anni, come chi scrive, avrà certamente ricordato un pochino Madre Teresa di Calcutta nelle sue visite romane. La Santa di Sorrentino è ancora più estrema, si ciba di radici, dorme per terra e non parla quasi, se non per dire che chi sceglie la povertà deve viverla e non parlarne! E questa battuta rimanda al celebre passo di Mt5,5, dove si proclamano beati i poveri di spirito. Ma non credo che la Santa rischi di sembrare una caricatura, neanche quando si trascina sulla Scala Santa. Lei, così eterea e disincarnata tanto da non toccare quasi il pavimento, è invece ben radicata sulla terra. Il contrasto con il mondo del personaggio stupendamente interpretato da Servillo è estremo: quelle creature, per quanto disperatamente aggrappate alle realtà terrene, come ombre infernali di dantesca memoria, sono molto più inconsistenti ed evanescenti di lei. Il rimedio, per quel genere di patologie spirituali, non potrà che partire da un ritorno alle radici...
Dove ha abbondato la colpa ha sovrabbondato la grazia, direbbe S. Paolo, emblema di tutte le grandi conversioni. Ma il film non ci fa capire se Gambardella cambia vita, certo è che ritorna nei suoi luoghi di origine e dei suoi primi amori, così come aveva fatto prima di lui il personaggio interpretato da Verdone.

giovedì 27 febbraio 2014

Sulla spontaneità

L'uomo è l'essere della riflessione, secondo il filosofo Spaemann, avendo perduto la sua innocenza iniziale, non può recuperarla rivendicando quella spontaneità che si perde proprio nell'atto stesso di rivendicarla. Piuttosto possiamo riguadagnarcela se riflettiamo sul come, se è vero che l'amore non è mai "peccato", lo è violare una persona umana, venir meno alla fedeltà, infrangere una promessa. Quando sentiamo dire, sottolinea ancora Spaemann,  "sono fatto così, mi devi accettare come sono" è un'impertinenza. Dio, solo lui può accettarci come siamo. Altrimenti non esisterebbe più il perdono. Questa difficile arte, dice il filosofo,  non è dire a chi mi ha fatto un torto "Be' sei fatto così", ciò è l'opposto del perdono. Quindi il perdonare non significa lasciare che l'altro rimanga un vigliacco, un bugiardo,  un traditore,  ma gli permette di evolvere nel suo essere e ricominciare da capo. Questo è molto evidente quando si sperimenta il perdono e la misericordia di Dio. Non si può più essere come prima... Ogni episodio di autentica conversione, dai casi celebri a quelle avvenute nel nascondimento, lo testimoniano. D'altronde,  la missione di Gesù,  così come è narrata  nel Vangelo, non inizia con le parole: "Dio vi accetta così vome siete" ma con l'invito a cambiare "Pentitevi, siate diversi da ciò che siete ora". Nel rito ormai prossimo delle Ceneri, che inaugura il periodo quaresimale, questa espressione verrà ripetuta per ogni membro dell'assemblea...Senza la consapevolezza di essere un mucchietto di polvere e il desiderio autentico del cambiamento non vi sarà la gioia pasquale della resurrezione!  Secondo la tradizione che ancora alcuni rispettano, le ceneri che cospargeranno il capo dei fedeli nella celebrazione liturgica, è ottenuta dai rametti di ulivo avanzati dalla Domenica delle Palme. Dalle palme e dagli ulivi si ricava l'olio. Quel triste mucchietto grigio con il quale veniamo segnati si tramuterà in olio di letizia.

martedì 25 febbraio 2014

A proposito di adulterio

"Chi guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio" dice il Vangelo. È stato letto due Domeniche addietro e, quasi in concomitanza, ho trovato questa interpretazione riportata dal filosofo R. Spaemann. Si fa notare come non si dice "chi guarda una donna e la desidera" ma "chi guarda una donna 'per' desiderarla". È in questo "per" che la persona guardata non è più l'oggetto dell'amor concupiscentiae; è il desiderio stesso a diventare il fine e la persona desiderata diviene soltanto il mezzo per sperimentare il desiderio. È adulterio anche se si tratta della propria moglie...

martedì 15 ottobre 2013

S. TERESA

"...l'anima è certissima che, dentro di lei, abita Cristo, come una muta presenza nel buio. Poi crede di essere trasportata all'improvviso nella parte superiore di sé stessa, o di venire rapita sulle ali possenti dell'Acquila divina, mentre il corpo resta in basso, vuoto, come una spoglia spettrale. Non è ancora in cielo e non è più in terra: prova una dolcezza infinita - ma anche la solitudine, la lontananza da tutti gli esseri umani e da Dio, l'angoscia del deserto, il desiderio di morire; le sembra di essere crocifissa tra la terra e il cielo."  (Pietro Citati, Ritratti di donne, Rizzoli 1992)

mercoledì 11 settembre 2013

Papa Francesco e i rifugiati

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/speeches/2013/september/documents/papa-francesco_20130910_centro-astalli_it.html?utm_medium=twitter&utm_source=twitterfeed

venerdì 6 settembre 2013

venerdì 30 agosto 2013

La Terra è un pianeta di periferia

Siamo il terzo pianeta vicino al Sole, quest'ultimo fa parte della periferia della nostra galassia. In pratica ci separano 28.000 anni luce dal centro galattico.  La nostra è una tra cento miliardi di galassie e ognuna di queste è composta di miliardi di stelle e di pianeti. Siamo proprio piccoli piccoli e siamo (tutti) gente di periferia.

martedì 6 agosto 2013

La piaga della povertà

Qualche pensiero in sintesi dell'intervento di Mons. Chullikatt, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'ONU, 18 aprile,  New York.
(...) La povertà è un circolo vizioso di cui l'esclusione è sia la causa che la conseguenza. La povertà deriva dell'esclusione di persone e comunità dalla partecipazione alla vita economica, sociale, politica e culturale delle società nelle quali vivono, non potendo sviluppare le proprie capacità e vengono negate loro le necessarie opportunità per provvedere a se stesse, alle loro famiglie e alle loro comunità.  Ma la loro esclusione di fatto impoverisce l'intera famiglia umana: il potenziale contributo dei poveri alla collettività va perso...beni e servizi irrealizzati, prospettive politiche e valori sopiti, arte, racconti, canti per la storia umana collettiva che non vengono composti. Escludere i poveri significa negare loro la partecipazione alla vita della famiglia umana, alle sue speranze e ai suoi sogni, nei suoi successi e nelle sue realizzazioni. Tutto ciò è radicato nella nostra comune umanità e nessun paese, popolo, cultura o casta può pretenderne la proprietà esclusiva. "Ogni persona ha, in virtù della sua appartenenza alla famiglia umana, il diritto per nascita di beneficiare di questa eredità comune, nonché il diritto e il dovere di contribuire a rendere più ricco tale immenso lascito"

***
Se questo non avviene è a causa dell'egoismo ma non solo: c'è sempre la paura che qualcuno ci derubi di qualcosa a volte anche di un certo ruolo conquistato con fatica nella società.  È un falso problema, questo nostro mondo non è come una barca che ha un numero limitato di posti...chi non riesce a salirci a bordo può tranquillamente annegare. Ma  se cominciassimo ad avere una mentalità meno competitiva, sin dagli ambienti scolastici, molto cambierebbe... Se ai ragazzi si insegnasse a vedere l'altro come qualcuno che ci arricchisce e non come chi ci potrebbe derubare, qualcosa cambierebbe.  È necessario vedere anzi educare a vedere come ognuno sia una specie di strumento musicale che può eseguire una musica originale, solo sua...che nessun'altro può eseguire, oppure che nessun'altro può eseguire meglio di lui. Dal più piccolo compito a quello di maggior responsabilità.  Se siamo quaggiù siamo tutti necessari e nessuno è superfluo! (MLA)

lunedì 22 luglio 2013

La pace e gli arcobaleni

Lo scorso 7 giugno, mons. Silvano Tomasi, osservatore della Santa Sede presso l'ONU, si è espresso in questo modo in occasione della XXIII sessione del Consiglio dei Diritti dell'uomo. Espongo una sintesi del suo intervento. La pace è uno de desideri più profondi del cuore umano per cui è un diritto di cui ogni persona dovrebbe beneficiare. Senza pace non è possibile alcun sviluppo quindi è anche la condizione che rende possibili tutti gli altri diritti. Solo la realizzazione dei diritti fondamentali porta ad una vera pace fondata su libertà,  giustizia e fraternità. Tra pace e diritti dell'uomo c'è stretta connessione come traspare dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dalla Carta delle Nazioni Unite. La pace infatti non è solo l'assenza di guerra ma qualcosa che si costruisce giorno per giorno in famiglia, a scuola, nella società altrimenti diventa un miraggio per menti ingenue. Chi si illude di fondarla sulla forza o sull'equilibrio di forze si illude. Lo dimostra la storia del XX secolo o i conflitti dei nostri giorni. La pace non si impone con ammassi di armi e non è condizionata da una più o meno presunta forza militare. La pace ha un altro nome che è sviluppo. Costruisce pace chi costruisce e migliora scuole e strutture sanitarie. La famiglia umana è più che mai interdipendente e la pace e la sicurezza degli uni non esistono senza quella degli altri. Inoltre il contrario della pace non è tanto la guerra quanto la paura. Essa è l'elemento che condiziona negativamente paesi poveri e ricchi
 Mentre la guerra è il fallimento dell'umano, l'illusione che sia possibile  costruire una società migliore infliggendo sofferenza al prossimo. Ma nessuno rimane indenne dopo una guerra,  neanche il vincitore. La pace è meno vistosa ma più rispettosa solo la non-violenza come dottrina e come metodo, come esempi storici moderni ci insegnano, è il cammino più appropriato per una vera riconciliazione e mediazione per il bene comune ed una pace duratura.

***

Qui ognuno di noi senza essere diplomatico o ambasciatore può fare la sua... Non basta sventolare bandiere arcobaleno se non si ha un cuore pacificato. La pace nasce dal nostro cuore non da altro. Un cuore in pace vibra armonie di pace e riconcilia il mondo anche senza manifestazioni e sventolii di bandiere. Un cuore riconciliato ha accettato tutta la sua miseria e si adopera per la pace perché è in pace e non viceversa...

giovedì 28 febbraio 2013

Grazie Santitá !

Ci siamo tutti dissetati abbondantemente alla fonte della sua gustosissima sapienza...ma senza ancora saziarci. Attendiamo ancora certi che nel nascondimento l'albero non cesserà di mettere radici in basso e di fruttificare in alto. La nostra preghiera sarà comunque e sempre con Lei.

martedì 22 gennaio 2013

Maschile e Femminile

 
                                   (nell'immagine "Maschile e Femminile", MLA)

January 21, 2013, Monday -- Pope warns of "technological prometheanism"
"I will stand at my watch and station myself on the ramparts." —Habakkuk 2:1
Dear friends,
I don't quite know how to say this, so I'll just be blunt: Pope Benedict is saying incredible things, yet no one seems to be listening.
He did it again on Saturday, two days ago.
Benedict is "standing watch on the ramparts" of our once-Christian society, and raising an alarm about terrible dangers he sees for humanity, but he is being, for the most part, ignored.
His words, in an age filled with noise, are uttered with passion and eloquence, but fall, echo-less, into the cracks of silence between the major tv networks, which never give space on their programs to his words.
He should not be ignored. He is saying things worth taking very seriously indeed.
The Danger of "Gender Freedom" and the Need for Christian Unity
There are two main points he made in the past two days:
(1) on Saturday he spoke about the new philosophy of "gender" which views being a man or a woman as a totally changeable, individual choice; and he said this very "politically correct" theory, supported by so many in positions of power and influence today, presents a grave danger to humanity;
(2) on Friday and on Sunday (yesterday, at his noon Angelus address), he said that Christians must be more unified, that their divisions are a cause of scandal (precisely as we have been saying as we have launched our new Foundation, which I still would ask you to consider joining).
In a sense, these are the pre-eminent themes of this phase of Benedict's pontificate: the reductionist new theory of gender as a choice, and the need for greater unity among Christians.
Why is Benedict hammering away at the issue of gender?
To put it bluntly: because he is frightened by the consequences for the human race that he sees on the horizon if this theory is not re-thought.
Ideas have consequences, and he believes strongly that the consequences of these "gender" ideas will be disastrous for mankind.
Like a watchman on the city walls, he is looking out, and he is seeing disaster approaching.
What disaster, precisely, does he see?
Benedict first refers to ideologies from past centuries which have brought much misery to man, referring to nationalism, National Socialism, Communism and also "unbridled capitalism":
"In recent centuries, the ideologies which celebrated the cult of the nation, race, social class proved to be true idolatry, and the same can be said of unbridled capitalism with its cult of profit, with the resulting crisis, inequality and poverty," he said.
But then he turned to a new "ideology," the new theory of human "gender" as something not given, but chosen.
The danger, he says, includes that of a "technological prometheanism."
The Danger of a "Technological Prometheanism"
Now, what does Benedict mean by this phrase?
What he means is that modern science, with its great and increasing technological power, together with a "Promethean" attitude toward all limits, may lead us to terrible problems.
It is a dense, unusual phrase for a Pope, a phrase with no basis in Scripture (because Prometheus, of course, is not a character in Scripture, but a character of Greek myth).
Nevertheless, despite its newness and difficulty of interpretation, this may come to be seen as a "signature phrase" for this Pope, and for his diagnosis of our present predicament.
So what does Benedict mean when he warns of "technological prometheanism"?
Scientific Knowledge and Spiritual Knowledge
In the Western classical tradition, the Greek mythological character Prometheus, who stole fire from heaven to give to mankind and then was punished for his theft by Zeus and bound forever to a mountaintop in the Caucasus by unbreakable chains, became a figure who represented human striving, particularly the quest for scientific knowledge.
Over time, and especially in the Romantic era, Prometheus was seen as the archetype of the lone genius whose efforts to improve human existence also could result in tragedy.
This is why British novelist Mary Shelley chose as the subtitle for her novel Frankenstein (1818) "The Modern Prometheus" -- because there is a certain equivalence here between Prometheus and... Dr. Frankenstein.
The "modern Prometheus" is, in this sense, Shelley's Dr. Frankenstein, who tries to go beyond the bounds of nature to create a creature different from any ever created by God -- and ends up creating his monster: Frankenstein's monster.

In the 1700s and 1800s, Prometheus came to be seen as the rebel who resisted all forms of institutional tyranny, epitomized by the pagan High God, Zeus — the Church, the monarch, patriarchal society.
Indeed, the Romantics drew comparisons between the Greek Prometheus and the spirit of the French Revolution... and between Prometheus and the Satan of John Milton's Paradise Lost.
Yes, in this, restricted analogy, Prometheus, to be Promethean, was to be Satanic, Luciferian.
In short, Prometheus was the one who, rebelling against God, went beyond all the bounds set by God, seeking limitless freedom.
It is striking, however, that many of us (perhaps all of us?), have a certain sympathy for Prometheus. As the person who desires to surpass all limits in a search for total freedom, he seems, somehow, admirable. Because most humans, perhaps all humans, wish to be as free as possible; freedom is something desirable, something good; its antithesis, slavery, something abhorrent, something evil.
But, as Christ said, "the truth shall set you free" -- the difficulty is to grasp, to comprehend, the truth. For humans, our wonderful intellects darkened by passion and sin, to seek, to find, to grasp, to embrace the truth is often a difficult task, filled with pitfalls. We often do not know our own truth. And this can mean that, in a desire to be free, we embrace false paths, untrue paths, that lead us to sorrow.

And that is precisely what Benedict warned on Saturday.
The danger is that we have an untrue anthropology, and so an untrue understanding of what it means to be human, and so also of... what it means to be free.

“From the union between a materialistic view of man and the great development of technology an anthropology that is essentially atheist has emerged," Benedict said (emphasis added). "It presupposes that the man is reduced to autonomous functions, the mind to the brain, human history to a destiny of self-realization.”
Here Benedict is warning about reductionism ("the man is reduced...").
Reductionism is always in some sense "untrue" because it "reduces" the complexity of phenomena in order to "simplify" and so "comprehend" the phenomena.
It may seem as if the mind may be reduced to the brain, to the cells, to the electronic pulses of cells, it may seem that we can trace one emotion to the front of the brain and another to the back, but will the dissection of every single brain cell -- Benedict is asking -- ever finally locate "me"?
There is something in personhood which trascends, which cannot be reduced to, the material.
But, our modern "science" (which is reductionist) denies that it cannot find "the person." It says we simply haven't yet the tools to go into every cell, to discover those cells where "the person" is hidden. Our "science" (and the Pope in a moment will call this science "Promethean") mock a man as a stubborn know-nothing if he claims he in his essence is somehow not material; that, science says, is to be excluded, for all things are material...
(This is what it means to live in an age when the dominant ideology is materialism.)
The Pope goes on:

“In the perspective of a man deprived of his soul and therefore a personal relationship with the Creator, what is technically possible becomes licit, each experiment is acceptable, any population policy permitted, any manipulation legitimized. The most dangerous pitfall of this line of thinking is in fact the absolute good of man: man wants to be ab-solutus, freed from every bond and every natural constitution.”
These words are stunningly powerful. Benedict is saying that it is when man wishes to be "absolute" (without God, without anyone telling him anything at all) that he finds himself at a total dead end and faces loneliness and... despair.

This, he said, “is a radical negation of man’s created and filial being, which results in a dramatic solitude.”
And Benedict warned “we must never close our eyes to these serious ideologies… It is in fact a negative pitfall for man, even if disguised by good sentiment in the name of an alleged progress, or alleged rights, or an alleged humanism.”
These are just a few reflections, offered as a possible help to readers of the Pope's words. His words are so dense and rich that they deserve many more pages of reflection. But here is what the Pope said. I will let his words speak for themselves.

Da: MoynihanReport@gmail.com - 21 gennaio 2013

giovedì 6 dicembre 2012

In S.Pietro il presepe dalla Basilicata

PRESEPE REGIONE BASILICATA IN PIAZZA SAN PIETRO
 In occasione del prossimo Santo Natale Il tradizionale presepe che si allestisce ogni anno in Piazza San Pietro sarà donato quest'anno dalla Regione Basilicata.
Il presepe, costituito da oltre 100 statuine realizzate in terracotta. è opera del Maestro Francesco Artese, considerato tra i più importanti rappresentanti della scuola presepistica meridionale. La peculiarità di Artese risiede proprio nella rivisitazione in chiave artistica di uno spaccato del paesaggio dei Sassi di Matera e nella messa in scena della vita quotidiana della civiltà contadina. Il presepe di Piazza San Pietro riprodurrà la morfologia di un territorio che richiama molto i luoghi della Terra Santa.
Il paesaggio lucano è - si legge in una nota informativa - "impreziosito dall'opera di religiosi che scegliendo di vivere in quel contesto trasformarono quei luoghi in un'umana dimora ricolma di sacralità edificando ben centocinquantaquattro chiese rupestri, monasteri e santuari che dall'Alto Medioevo al XIX secolo delineano l'identità di una vasta area oggi considerata "Patrimonio Mondiale dell'Umanità".
L'intera scenografia del Presepe in Piazza San Pietro "pur ispirandosi a un genere iconografico tradizionale, è definita da elementi che riproducono le architetture e i luoghi tipici del paesaggio lucano. All'interno dello scenario, sono riconoscibili la Chiesa rupestre Convicinio di Sant'Antonio e quella di San Nicola dei Greci. In alto, tra la miriade di tetti delle case accavallate, spicca il campanile di San Pietro Barisano. L'ambiente umano è quello dell'antica civiltà contadina lucana (...). Le statuine (...) realizzate interamente in terracotta, sono rivestite con abiti di stoffa inamidata fatti a mano e ispirati ai costumi tipici dei contadini lucani di un tempo. (...) Scelta dell'artista è stata quella di vestire la Sacra Famiglia con i costumi della tradizione classica".
Come consuetudine l'allestimento del Presepe è curato dai Servizi Tecnici del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.  (VIS).

lunedì 3 dicembre 2012

Cari amici,  è finalmente possibile vedere anche in Italia il film "Cristiada".
Non è uscito nei cinema perché incredibilmente rifiutato da tutti i distributori italiani, nonostante includa attori di fama mondiale come Peter O'Toole, a suo agio nei panni del prete cattolico. 
Avrei voluto acquistare il DVD, anche per contribuire a un ritorno di cassa al coraggioso produttore, ma intanto ce lo possiamo godere su Internet, con sottotitoli in italiano, ai link che si trovano qui in calce.
 
Primo tempo:
 
Secondo tempo:
 
 

“Cristiada”, cercasi ancora distributore

Per certi versi, la questione assomiglia a un giallo. Il protagonista è Cristiada, il film sull’epopea dei cristeros.
Vessata e perseguitata dal governo massonico e anticlericale del presidente Plutarco Elías Calles (1877-1945), tra 1926 e 1929 la popolazione cattolica del Messico insorse in armi al grido di «Viva Cristo Rey! » (da cui il nome dei combattenti), e con il beneplacito della Santa Sede, dando vita a una nuova Vandea contemporanea. Ebbene, ne è stato fatto un film. Ma, pronto da mesi, già predisposto per il lancio mondiale con tanto di trailer (emozionante) e sito ufficiale, Cristiada non si vede. Almeno fino a ieri.
Ieri, infatti, martedì 20 marzo, questo film scomparso perché ancora manca chi s’incarichi della sua distribuzione nelle sale cinematografiche è finalmente sbarcato al centro del mondo. A Roma, anzi praticamente in Vaticano, proiettato non in anteprima ma in esclusiva mondiale all’istituto Patristico Augustinianum, che sta a due passi – letteralmente – dal colonnato del Bernini. Posti rigorosamente riservati, prenotazione obbligatoria, di tutto si è occupato il servizio d’informazione cattolica H2O. Per molti aspetti, l’operazione assomiglia a un SOS.
«Siamo qui per promuovere la pellicola, sperando di riuscire presto a distribuirla ovunque come accade per qualsiasi altro film, bello o brutto che sia…». A La Bussola Quotidiana lo dice Pablo José Barroso, il produttore di Cristiada venuto dal Messico apposta per accompagnare in Italia questa sua perla. «Perché si faccia tanta fatica a trovare un distributore resta un vero mistero…».
Azzardiamo: forse che il suo essere così apertamente filocattolico nel denunciare il brutale anticristianesimo che sta al centro della vicenda risulti troppo imbarazzante? Barroso mantiene l’aplomb e smorza la nostra malizia (forse). «Non lo so, francamente non lo so», risponde. «Ci siamo rivolti a tutte le major del settore, seguendo le prassi di rito, non tralasciando alcunché convinti che l’ottima qualità tecnica della pellicola, la sua storia avvincente e il richiamo esercitato da un pool di attori di grande fama potesse essere d’aiuto; e invece, per mesi e mesi, niente, solo ostacoli… Nessuno dei distributori grandi e piccoli che abbiamo interpellato è di per sé mai entrato nei dettagli contenutistici del film… ». Però?… «Però ci siamo costantemente sentiti rispondere che Cristiada è difficile da piazzare sul mercato, è di nicchia, rischia di essere un flop al botteghino… ». Una pellicola realizzata come un kolossal di Hollywood – benché di produzione messicana -, diretta dal Premio Oscar per gli effetti speciali di cult come Le due Torri, del 2002, e Il ritorno del re, del 2003 (ovvero il secondo e il terzo episodio della trilogia cinematografica tolkieniana diretta da Peter Jackson) e interpretato da Andy Garcia [nella foto], Eva Longoria, Peter O’Toole ed Eduardo Verástegui? Difficile da credere.

«Comunque», prosegue asciutto Barroso, «non ci siamo arresi, e alla fine qualche risultato importante lo abbiamo ottenuto. La prima mondiale a Roma prelude all’uscita del film – se null’altro accadrà nel frattempo – in Messico, curata dalla 20th Century Fox. Accadrà il 20 aprile. Se andrà bene, Cristiada verrà poi distribuito in tutta l’America ispanofona. Forte di questa novità, la mia casa di produzione, la Dos Corazones Productions di Città del Messico, lancerà la pellicola negli Stati Uniti il 1° giugno. Ancora totalmente scoperta resta invece l’Europa…».
Già, l’Europa… «A dire il vero, la Disney sta forse fiutando l’occasione, abbiamo ricevuto qualche segnale, ma tutto è ancora prematuro. Stiamo persino pensando d’iscrivere il film al Festival di Cannes, per cercare di smuovere le acque. Ecco, lo scriva. Abbiamo bisogno di tutti gli aiuti. Vogliamo offrire al pubblico una storia che è avvincente come un western dei tempi d’oro e al contempo profondamente vera, davvero accaduta, basata su fatti realmente accaduti. E tragici…».
Barroso concepisce il cinema come uno strumento di testimonianza e di apostolato. All’inizio del dicembre scorso è entrato nelle sale cinematografiche statunitense con una pellicola animata in 3D, The Greatest Miracle (El gran milagro) diretto da Bruce M. Morris (che ha all’attivo veri e propri capolavori del cinema di animazione): storia di un gruppo di cattolici che vengono guidati dagli angeli alla comprensione piena del santo sacrificio della Messa… E sta in buona compagnia, visto che il regista di Cristiada, Wright, ha recentemente rivelato all’agenzia cattolica latinoamericana di stampa ACI Prensa di accarezzare un sogno: spera che il film sui cristeros possa contribuire alla promozione della libertà religiosa nel mondo.
La proiezione all’Augustinianum è stata voluta ieri perché tra pochi giorni Papa Benedetto XVI volerà in Messico. E subito dopo a Cuba, l’isola che l’attore-”cristero” Andy Garcia si porta nel cuore (vi è nato, con il nome di Andrés Arturo García Menéndez, nel 1956 ) e il cui regime comunista notoriamente detesta. L’entertainment al servizio della verità. Per parte propria, Barroso assicura che non sarà l’ultima volta per la sua Dos Corazones Productions.
[La Bussola Quotidiana 21.3.12]
 
«Cristiada», la rivolta per difendere la fede
Le logge contro le chiese, un sedicente illuminismo riformista contro una vituperata metafisica, le leggi della plutocrazia contro le tradizioni della fede: un periodo turbolento si scatena nella prima metà del ’900 in Messico, quando la massoneria al potere si scaglia contro un cattolicesimo radicato.
Fu la guerra dei cosiddetti cristeros, il cui nome deriva da Cristos Reyes, i «Cristi-Re», come gli avversari definivano con intento spregiativo gli insorti cattolici che combattevano al grido di «Viva Cristo Re!», riprendendo il tema della regalità di Cristo, all’epoca molto popolare e in sintonia con l’istituzione della festa di Cristo Re proclamata nel 1925 da Pio XI.
Una guerra civile nata con l’imposizione di leggi laiciste e oppressive volute dal nuovo presidente messicano, massone e intransigente, il generale Plutarco Elías Calles. Lotta contro la Chiesa, le sue autonomie e le cosiddette «primitive» credenze del popolo al centro del programma presidenziale, condotto con rigidità assoluta e violenze ripetute, tali da far passare alla storia il personaggio con il nomignolo, poco lusinghiero, di Nerone messicano.
Aveva, in effetti, incendiato una nazione e scatenato l’esercito governativo mandandolo a caccia, con vera furia iconoclasta, di fedeli e sacerdoti, che avevano addirittura proclamato la sospensione del culto pubblico.
Su quei fatti ancora poco divulgati, “Cristiada”apre un sipario tragico e magniloquente. La rivolta, come il film, inizia nel 1926 e si conclude, anche se non definitivamente (strascichi della storia ancora gravano sul Messico moderno), nel 1929, con l’accordo tra Governo e Santa Sede, che voleva evitare ulteriori spargimenti di sangue.
Regia di Dean Wright, autore degli effetti speciali in pellicole come “Titanic”, “Al di là dei sogni”, gli ultimi due episodi de “Il Signore degli Anelli” ed i primi due de “Le Cronache di Narnia”.
Nel cast troviamo Andy Garcia, Eva Longoria, Peter O’Toole, volti emergenti come Eduardo Verastegui (protagonista di “Bella“), Oscar Isaac (Robin Hood di Ridley Scott), Catalina Sandino (Maria full of Grace, L’amore ai tempi del colera, Twilight/Eclipse) e nomi Ruben Blades, cantante di salsa e attore panamense di primissimo piano.
La trama ruota attorno ad alcuni dei principali protagonisti storici di quegli anni. Come Anacleto González Flores, avvocato e difensore dei diritti civili dei cattolici, torturato e ucciso dagli uomini di Calles, beatificato nel 2005 (impersonificato da Eduardo Verastegui); Enrique Gorostieta Velarde (rappresentato da Andy Garcia), uomo d’armi non credente, a cui venne chiesto di mettere la sua esperienza a servizio della causa dei cristeros, divenendone presto il formidabile leader militare; José Sanchez Del Rio, arruolatosi poco più che bambino, catturato dai federali, seviziato e fucilato all’età di 15 anni per aver rifiutato di gridare «morte a Cristo Re!». Anche lui beatificato nel 2005.

 
(Forse questo film darà l'opportunità di debellare i pregiudizi che impediscono di conoscere la verità riguardo a un'altro conflitto di questo stesso stampo, che è avvenuto negli stessi dall'altra parte dell'oceano: la guerra civile spagnola. Noi ne conosciamo solo la versione romanzata. Pochi sanno che i repubblicani, dalla parte dei quali stava Hemingway, uccisero circa 7.000 religiosi, preti e suore, a sangue freddo, tirandoli fuori dalle chiese e i conventi, appendendone i cadaveri per le strade a monito dei cattolici. Fu per questo, per difendere la chiesa e la libertà di religione, che Francisco Franco combatté e poi instaurò la dittatura, e fu qui che Orwell, cioè il britannico Eric Blair, aprì gli occhi sulle macchinazioni disumane dei comunisti, disposti a tutto pur di seminare distruzione e orientare gli umori della gente esasperata verso la rivoluzione.) 

PRESENTATO A ROMA IL FILM “CRISTIADA”
Il produttore: “Sarà un riconoscimento ai nostri martiri che lottarono per la fede e libertà di religione“
(di H. Sergio Mora – Zenit.org, 24 marzo 2012)
Tre giorni prima della partenza del Papa per il suo viaggio apostolico a Cuba e in Messico, martedì 20 marzo, è stato presentato il film messicano Cristiada, che racconta i terribili fatti della guerra civile messicana (1926–1929), conosciuta come cristera, della quale diversi dei suoi protagonisti sono stati beatificati da Benedetto XVI e altri canonizzati da Giovanni Paolo II.
Nell’auditorium dell’Istituto Patristico Augustinianum – di fronte alla colonnata del Bernini a Piazza San Pietro – gli invitati, quasi tutti giornalisti o rappresentanti del mondo della comunicazione e dello spettacolo, hanno partecipato all’anteprima del colossal messicano, nell’evento organizzato dall’agenzia H2O e presentato dal produttore messicano del film Pablo Josè Barroso.
Il produttore del film ha indicato ai presenti: “Questa domenica il Santo Padre celebrerà la messa nel monte Cubilete, dove c’è la statua di Cristo Re, centro geografico e spirituale del Messico”. Questo significa, ha detto, “un riconoscimento ai nostri martiri che hanno lottato per la fede e libertà di religione”.
Il produttore ha ricordato che uno dei principali personaggi del film è un ragazzo, “il beato Josè Sànchez del Rio, che è stato martirizzato ad appena 14 anni e beatificato da Benedetto XVI, assieme con Anacleto Gonzàlez Flores, Miguel Gòmez Loza e i fratelli Vargas”.
“Voi li vedrete in questo film – ha detto – e conoscerete la loro storia, come quella di Cristòbal Magallanes, interpretato da Peter O’ Toole, e quella del padre Jose Maria Robles, canonizzato da Giovanni Paolo II.
Nel centro di Cubillete, dove 90 anni fa il delegato apostolico Ernesto Filippo era andato a consacrare la prima pietra del monumento a Cristo Re, fatto che gli costò la deportazione, “il papa celebrerà la Santa Messa con più di 400 mila persone”.
“Con Cristiada vogliamo che il mondo sappia e non dimentichi questi martiri che sono morti per Gesù, la sua fede e per difendere la sua libertà di religione. Sempre con le parole: Viva Cristo Rey y la Virgen de Guadalupe!”. E ha concluso chiedendo “l’appoggio di tutti voi e di tutti coloro che credono nella libertà per poter rimanere nei cinema”.
Il film sarà presentato nei cinema del Messico il 20 aprile, negli Stati Uniti il 1° giugno ed in settembre arriverà in Spagna.
È la produzione messicana più recente girata da tecnici e talenti del Paese azteco, in grado di competere con le migliori del mercato mondiale, interpretata da attori di fama mondiale come Andy Garcia, Peter O’Toole e Eduardo Verastegui.
Il regista è Dean Wright, i cui effetti speciali sono famosi nei film come Titanic, Il Signore degli Anelli e Le cronache di Narnia.
È stato scritto da Michael Love, basandosi su fatti storici, ed è stato girata in inglese.
“È stata più che una coincidenza, direi una Dioincidenza – ha detto Barroso a Zenit -. Questo film lo abbiamo pianificato tre anni fa. Chi avrebbe pensato che il Papa sarebbe andato in Messico e, per di più, a Cubilete, dove celebrerà una messa. Tutto questo ci arriva dall’Alto”.
“Noi della Dos Corazones Film abbiamo realizzato altri tre film e ci accorgiamo che alla gente interessano le storie con valori positivi.
Prima ne abbiamo fatto uno sulla storia della Madonna di Guadalupe, poi un altro sulla grande leggenda del Sole e, infine, uno chiamato El Gran Milagro, primo nella classifica del Messico per cinque settimane.
In realtà non volevo fare più film, ma quando Dio vuole qualcosa, questa avviene, ed è il più insistente di tutti. Lui ci ha ispirato e condotto, abbiamo trovato attori molto bravi, che hanno funzionato e il risultato lo possiamo vedere: ha superato le mie aspettative
”.
“I cristeros sono importanti per il Messico e per tutto il nostro continente. Sono persone che si sono offerte per quello che credevano e grazie a loro, oggi, c’è libertà di religione in Messico, con un imminente viaggio del Papa“.

LA TRAMA DEL FILM
Il film basandosi in fatti reali della guerra cristera, inizia con i divieti del presidente Plutarco Calles. Una richiesta di un milione di firme presentata per protesta è rigettata dal governo: partono quindi una serie di intimidazioni, con fucilazioni di sacerdoti, messe interrotte dal’esercito e un crescendo di violenza che porta a molta gente semplice dei paesi a prendere le armi. I cattolici si dividono: alcuni si uniscono ai cristeros, altri no, molti servono la causa con le armi e l’appoggio logistico. Inizia anche un boicottaggio economico popolare evitando qualsiasi consumo.
Il film che racconta una guerra di tre anni, attraverso una serie di personaggi, ed è ricco di effetti speciali. Ricorda che non sono mancate brutalità come quando un treno viene attaccato dai cristeros con 51 vittime bruciate vive. I ribelli ricevono l’aiuto di un generale, ateo, Enrique Gorostieta, si disciplinano e la rivolta prende corpo. Mettono in seria difficoltà il governo di Calles e l’esercito federale, ma non accettano la mediazione di Roma per mettere fine al conflitto.
Il film è ricco di dettagli importanti che mostrano la trasformazione interiore dei personaggi, a partire dal generale Gorostieta, che accetta il comando per lottare per la libertà della religione anche se ostile alla Chiesa, ma il susseguirsi dei fatti preparano la sua conversione, nella quale è determinante il ruolo del giovanissimo José Sanchez Del Rio, uno dei principali personaggi, assassinato dopo essere stato torturato per non aver rinnegato la sua fede e aver proclamato viva Cristo Re.

venerdì 27 luglio 2012

Cos'è Teologia secondo Benedetto XVI

CHE COS'È "TEOLOGIA"

di Benedetto XVI 



[...] La consegna del premio può offrire l’occasione di dedicarci per un momento alla questione fondamentale di che cosa sia veramente “teologia”. La teologia è scienza della fede, ci dice la tradizione. Ma qui sorge subito la domanda: è davvero possibile questo? O non è in sé una contraddizione? Scienza non è forse il contrario di fede? Non cessa la fede di essere fede, quando diventa scienza? E non cessa la scienza di essere scienza quando è ordinata o addirittura subordinata alla fede?

Tali questioni, che già per la teologia medievale rappresentavano un serio problema, con il moderno concetto di scienza sono diventate ancora più impellenti, a prima vista addirittura senza soluzione. Si comprende così perché, nell’età moderna, la teologia in vasti ambiti si sia ritirata primariamente nel campo della storia, al fine di dimostrare qui la sua seria scientificità. Bisogna riconoscere, con gratitudine, che con ciò sono state realizzate opere grandiose, e il messaggio cristiano ha ricevuto nuova luce, capace di renderne visibile l’intima ricchezza. 

Tuttavia, se la teologia si ritira totalmente nel passato, lascia oggi la fede nel buio.
In una seconda fase ci si è poi concentrati sulla prassi, per mostrare come la teologia, in collegamento con la psicologia e la sociologia, sia una scienza utile che dona indicazioni concrete per la vita. Anche questo è importante, ma se il fondamento della teologia, la fede, non diviene contemporaneamente oggetto del pensiero, se la prassi sarebbe riferita solo a se stessa, oppure vive unicamente dei prestiti delle scienze umane, allora la prassi diventa vuota e priva di fondamento.

Queste vie, quindi, non sono sufficienti. Per quanto siano utili ed importanti, esse diventerebbero sotterfugi, se restasse senza risposta la vera domanda. Essa suona: è vero ciò in cui crediamo oppure no? Nella teologia è in gioco la questione circa la verità; essa è il suo fondamento ultimo ed essenziale.

Un’espressione di Tertulliano può qui farci fare un passo avanti; egli scrive che Cristo non ha detto: “Io sono la consuetudine, ma: Io sono la verità – Non consuetudo sed veritas” (Virg. 1,1). Christian Gnilka ha mostrato che il concetto “consuetudo” può significare le religioni pagane che, secondo la loro natura, non erano fede, ma erano “consuetudine”: si fa ciò che si è fatto sempre; si osservano le tradizionali forme cultuali e si spera di rimanere così nel giusto rapporto con l’ambito misterioso del divino. L’aspetto rivoluzionario del cristianesimo nell’antichità fu proprio la rottura con la “consuetudine” per amore della verità.

Tertulliano parla qui soprattutto in base al Vangelo di san Giovanni, in cui si trova anche l’altra interpretazione fondamentale della fede cristiana, che s’esprime nella designazione di Cristo come Logos. Se Cristo è il Logos, la verità, l’uomo deve corrispondere a lui con il suo proprio logos, con la sua ragione. Per arrivare fino a Cristo, egli deve essere sulla via della verità. Deve aprirsi al Logos, alla Ragione creatrice, da cui deriva la sua stessa ragione e a cui essa lo rimanda. Da qui si capisce che la fede cristiana, per la sua stessa natura, deve suscitare la teologia, doveva interrogarsi sulla ragionevolezza della fede, anche se naturalmente il concetto di ragione e quello di scienza abbracciano molte dimensioni, e così la natura concreta del nesso tra fede e ragione doveva e deve sempre nuovamente essere scandagliata.

Per quanto si presenti dunque chiaro nel cristianesimo il nesso fondamentale tra Logos, verità e fede, la forma concreta di tale nesso ha suscitato e suscita sempre nuove domande. È chiaro che in questo momento tale domanda, che ha occupato e occuperà tutte le generazioni, non può essere trattata in dettaglio, e neppure a grandi linee. Vorrei tentare soltanto di proporre una piccolissima nota.

San Bonaventura, nel prologo al suo “Commento alle Sentenze” ha parlato di un duplice uso della ragione, di un uso che è inconciliabile con la natura della fede e di uno che invece appartiene proprio alla natura della fede. Esiste, così si dice, la “violentia rationis”, il dispotismo della ragione, che si fa giudice supremo e ultimo di tutto. Questo genere di uso della ragione è certamente impossibile nell’ambito della fede. Cosa intende Bonaventura con ciò? Un’espressione dal Salmo 95, 9 può mostrarci di che cosa si tratta. Qui Dio dice al suo popolo: “Nel deserto… mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”. Qui si accenna ad un duplice incontro con Dio: essi hanno “visto”. Questo però a loro non basta. Essi mettono Dio “alla prova”. Vogliono sottoporlo all’esperimento. Egli viene, per così dire, sottoposto ad un interrogatorio e deve sottomettersi ad un procedimento di prova sperimentale.

Questa modalità di uso della ragione, nell’età moderna, ha raggiunto il culmine del suo sviluppo nell’ambito delle scienze naturali. La ragione sperimentale appare oggi ampiamente come l’unica forma di razionalità dichiarata scientifica. Ciò che non può essere scientificamente verificato o falsificato cade fuori dell’ambito scientifico. Con questa impostazione sono state realizzate opere grandiose, come sappiamo; che essa sia giusta e necessaria nell’ambito della conoscenza della natura e delle sue leggi nessuno vorrà seriamente porlo in dubbio. Esiste tuttavia un limite a tale uso della ragione: Dio non è un oggetto della sperimentazione umana. Egli è Soggetto e si manifesta soltanto nel rapporto da persona a persona: ciò fa parte dell’essenza della persona.

In questa prospettiva Bonaventura fa cenno ad un secondo uso della ragione, che vale per l’ambito del “personale”, per le grandi questioni dello stesso essere uomini. L’amore vuole conoscere meglio colui che ama. L’amore, l’amore vero, non rende ciechi, ma vedenti. Di esso fa parte proprio la sete di conoscenza, di una vera conoscenza dell’altro. Per questo, i Padri della Chiesa hanno trovato i precursori e gli antesignani del cristianesimo – al di fuori del mondo della rivelazione di Israele – non nell’ambito della religione consuetudinaria, bensì negli uomini in ricerca di Dio, in cerca della verità, nei “filosofi”: in persone che erano assetate di verità ed erano quindi sulla strada verso Dio. Quando non c’è questo uso della ragione, allora le grandi questioni dell’umanità cadono fuori dell’ambito della ragione e vengono lasciate all’irrazionalità.

Per questo un’autentica teologia è così importante. La fede retta orienta la ragione ad aprirsi al divino, affinché essa, guidata dall’amore per la verità, possa conoscere Dio più da vicino. L’iniziativa per questo cammino sta presso Dio, che ha posto nel cuore dell’uomo la ricerca del suo Volto. Fa quindi parte della teologia, da un lato l’umiltà che si lascia “toccare” da Dio, dall’altro la disciplina che si lega all’ordine della ragione, che preserva l’amore dalla cecità e che aiuta a sviluppare la sua forza visiva.

Sono ben consapevole che con tutto ciò non è stata data una risposta alla questione circa la possibilità e il compito della retta teologia, ma è soltanto stata messa in luce la grandezza della sfida insita nella natura della teologia. Tuttavia è proprio di questa sfida che l’uomo ha bisogno, perché essa ci spinge ad aprire la nostra ragione interrogandoci circa la verità stessa, circa il volto di Dio. [...] La ragione, camminando sulla pista tracciata dalla fede, non è una ragione alienata, ma è la ragione che risponde alla sua altissima vocazione.

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venerdì 20 luglio 2012


THE CHURCH UP CLOSE


Covering Catholicism in the Age of Benedict XVI (September 10-16, 2012)

SEMINAR IN ROME FOR JOURNALISTS COVERING THE CATHOLIC CHURCH
Organized by the Pontifical University of the Holy Cross

In September 2012, the School of Church Communications at Rome’s Pontifical University
of the Holy Cross will be offering, for the third time, a one-week seminar designed to provide religion journalists with an array of tools to strengthen their coverage of today’s Roman Catholic Church.The seminar, entitled “The Church Up Close: Covering Catholicism in the Age of Benedict XVI,” will take place in Rome from September 10 to September 16, 2012. It will be conducted in English and is open to all working journalists, but the number of participants is limited. Registration deadline is June 24. Previous seminars have included reporters from media outlets like The New York Times, The Guardian, The Times, Il Corriere della Sera, El País, the BBC and Le Monde.
This year, speakers will include: Msgr. Peter Wells, Assessor for the Secretariat of State's Section for
General Affairs; Archbishop Rino Fisichella, President of the Pontifical Council for the Promotion of
the New Evangelization; Cardinal Raymond Burke, Prefect of the Supreme Tribunal of the Apostolic
Signatura; Nigel Baker, British Ambassador to the Holy See; Msgr. Fortunatus Nwachukwu, Head of
Protocol of the Vatican Secretariat of State; Debrah Mason, Executive Director of the Religion
Newswriters Association, and María-Paz López, president of the International Association of Religion Journalists. Along with general presentations describing the nature of the Church and how the Vatican functions, a number of more specific topics, including the following, will also be addressed at the seminar: bioethics and sexual morality; the legacy of the Second Vatican Council; economics and Catholic social doctrine; the role of canon law in the Church’s life; the “New Evangelization.” The seminar has been made possible by a generous grant from the U.S.-based Our Sunday Visitor Institute. According to the president of the organizing committee, Rev. Prof. John Wauck, “The Church Up Close seminar is a condensed version of a series of classes that our school already offers – once a month, in Italian - during the academic year for Rome-based ‘vaticanisti.’ The success of that series inspired us to offer a similar program  - all in one week, and in English - for journalists who are not permanently based in Rome.” In addition to classroom sessions, the fall seminar also features on-site visits and personal meetings with curial officials and veteran Vatican correspondents. The goal is to provide both a basic sense of the lay of the land at the Vatican and a serious, in-depth analysis of specific hot-button issues facing the Church today. Coming on the eve of the official “Year of Faith”, which begins in October 2012, the seminar will offer key insights into the Benedict XVI’s thinking and his leadership of the world’s largest church. Fr. Wauck observes, “Covering an institution as old and as large as the Catholic Church has always been a huge challenge, and in today’s shrinking world, it’s becoming ever more necessary to tell even local stories about the Church from a global perspective”.


Piazza di Sant’Apollinare, 49 – 00186 ROMA – Tel. +39 06 68164399 – Fax +39 06 68164400
1© 2012 - PONTIFICIA UNIVERSITÀ DELLA SANTA CROCE

Ufficio Comunicazione stampa@pusc.it


“The seminar should help reporters do that. What’s more, Rome is an ideal setting for reflecting on
religion and the media with journalists from around the world.” The full program and detailed information about “The Church Up Close” seminar is available on its website (http://www.church-communication.net/). Applications must be submitted online, through the website.
For more information please contact: Ashley Noronha or Daniel Arasa
churchupclose@pusc.i

sabato 23 giugno 2012

Al Card. Giuseppe Versaldi la diaconia della Basilica del Sacro Cuore

Nella classica cornice della basilica del Sacro Cuore di Gesù in Roma a Castro Pretorio, a pochi passi dalla stazione internazionale di Termini, venerdì scorso 15 giugno il cardinale Giuseppe Versaldi ha preso possesso della diaconia a lui assegnata dal Santo Padre Benedetto XVI.
Ogni porporato ha una chiesa romana a lui incardinata come espressione anche visibile, della sua unione con il Capo della cattolicità e Successore di Pietro, ecco perché al nostro arcivescovo è stato conferito il titolo della parrocchia dell’Urbe dedicata al Sacro Cuore di Gesù, promossa e costruita grazie all’impegno di don Giovanni Bosco e retta dai sacerdoti della congregazione salesiana voluta dal Santo piemontese negli ultimi anni della sua vita terrena.
La basilica suggerita dalla paterna sensibilità spirituale del papa Pio IX che volle far innalzare sul colle più altro di Roma, l’Esquilino, a partire dal 1870, avrebbe inizialmente dovuto essere dedicata a San Giuseppe, Sposo di Maria Vergine che proprio in quegli anni, siamo al terzo quarto del XIX secolo, il Pontefice aveva indicato come Patrono della Chiesa universale ma che grazie all’incremento notevole della devozione al Sacro Cuore di Gesù sparsa nell’intera Europa, papa Mastai aveva convertito all’amore di Cristo per l’umanità.
Tuttavia i lavori si svolgono con snervante rilento anche in ragione delle mutate condizioni politiche della nuova capitale del regno d’Italia ed alla morte di Pio IX, nel febbraio 1878, non sono che gettate le fondamenta del tempio.
Leone XIII che viene eletto nello stesso mese, decide di continuare l’opera del suo predecessore ma i problemi sembrano moltiplicarsi tanto che papa Pecci anche su suggerimento dell’arcivescovo di Torino Alimonda, affida al sacerdote Giovanni Bosco del quale conosce lo spirito, la santità e la sconfinata fiducia nella Provvidenza, l’incarico di portare a compimento la costruzione del santuario che sarebbe poi stato affidato ai suoi figli spirituali.
Don Bosco giunge a Roma, dopo un viaggio non privo di difficoltà nel 1880 ed accetta senza condizioni il gravoso impegno sottolineando che “Ogni desiderio del Vicario di Cristo è per me un comando preciso” e che i debiti sottoscritti per edificare le cose del Signore sono ampiamente da Lui pagati con opportuno interesse e perfino con una “mancia” finale.
Il fondatore dei Salesiani non si limita a metter mano alla chiesa ma domanda al Pontefice di costruirvi accanto un ricovero per i giovani sbandati della nuova capitale dello stato ottenendone il consenso.
Nei successivi sette anni si trasforma in pellegrino questuante e tocca gran parte degli stati europei pur di recuperare il denaro necessario per coprire il sacro edificio compromettendo irrimediabilmente la propria salute.
A don Bosco, a Roma dal 30 aprile al successivo 18 maggio, rimarrà l’umana soddisfazione di essere presente alla solenne inaugurazione del santuario avvenuta esattamente 125 anni or sono il 14 maggio 1887 e ad essa aggiunge una spropositata soddisfazione spirituale potendo, due giorni dopo, celebrare la Santa Messa all’altare di Maria Ausiliatrice che aveva voluto al transetto di sinistra della chiesa, proprio di fronte alla cappella di San Giuseppe che del santuario avrebbe dovuto essere l’originale titolare.
In quella straordinaria occasione don Giovanni interrompe per ben quindici volte la celebrazione per lasciare sfogo al pianto ed al termine del sacrificio Eucaristico rivelerà di aver rivissuto il sogno fatto a nove anni, ma soprattutto di aver compreso il significato di quanto la Madonna gli aveva preannunciato quando gli disse: “A suo tempo tutto capirai…”.
Il sogno si era dunque avverato ed al servo buono e fedele non rimaneva che l’eterna ricompensa; morirà a Torino solo pochi mesi dopo, alla fine di gennaio del 1888: a coronamento della sua missione fra gli uomini la Chiesa ne farà un grande Santo la cui devozione si spargerà nel mondo intero.
La basilica è edificata su tre navate, transetto, presbiterio ed ampio coro, in linea sobria e decorosa completata da un elegante campanile anch’esso come la chiesa, su progetto dell’architetto Francesco Vespignani, la cui sommità è sormontata da una monumentale statua del Sacro Cuore di Gesù in rame dorato alta ben 6,5 metri e donata dagli ex allievi salesiani dell’Argentina.
L’interno del santuario è ricco di decorazioni, dalla cassonettatura della volta della navata centrale intagliata in legno e dorata da Andrea Bevilacqua che incorniciano quattro affreschi di Virginio Monti riproducenti episodi legati alla misericordia divina tratti dal testo evangelico, alla sottostante raffigurazione di 12 Profeti eseguita da Cesare Caroselli; tutte quante opere di ispirato realismo spirituale e ben adeguate alla solennità dell’edificio.
La volta del transetto è arricchita dallo stemma intagliato della Congregazione fondata da San Giovanni Bosco e da lui voluto nel 1885 quando lo fece collocare fra la “promessa” ed il “compimento”, vale a dire fra gli affreschi dell’Annunciazione e quello della nascita di Gesù, opere dello stesso Monti. 
Nelle pareti laterali sempre del transetto il Caroselli dipinse le figure a corpo intero degli Apostoli.
L’altare maggiore che domina con l’ancona il presbiterio e realizzato in marmo senese, accoglie la tela di Francesco de Rhoden che raffigura la terza apparizione del Sacro Cuore di Gesù come descritta da Santa Margherita Maria Alacoque.
Il coro è spazioso poiché San Giovanni Bosco lo volle di quelle dimensioni per accogliervi e far pregare tutti i giovani, ed ancor oggi è ben illuminato ed armonioso.
Gli altri altari del tempio sono dedicati a Santa Maria Mazzarello cofondatrice con don Bosco delle Figlie di Maria Ausiliatrice, San Francesco di Sales ispiratore della Congregazione salesiana, Sant’Anna e San Gioacchino genitori della Madonna, e San Domenico Savio raffigurato sulla tela con lo stesso suo padre spirituale.
Molti arredi lignei sono stati eseguiti e scolpiti nelle scuole salesiane di Valdocco a Torino e San Benigno Canavese ideati da docenti di quei centri e rivisti dallo stesso Fondatore e di notevole pregio è il grande organo che armonizza ed accompagna i canti liturgici durante le funzioni. 
Occorre inoltre far notare che per la prima volta nella più che centenaria storia del santuario, un cardinale assume il possesso del titolo nel giorno della festa patronale dedicata al Sacro Cuore di Gesù, un evento senza dubbio ben augurante per il nostro cardinale arcivescovo che nell’omelia pronunciata nella celebrazione Eucaristica della solennità, si è detto disponibile ad essere presente nella basilica ogni qual volta che quella porzione del popolo di Dio avrà bisogno di lui.
Diac. prof. Luciano Orsini
Delegato vescovile per i Beni Culturali

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Omelia
Presa di possesso Basilica S. Cuore
15 giugno 2012
La provvidenziale coincidenza della solennità del sacratissimo Cuore di Gesù con la mia presa di possesso della Diaconia di questa veneranda Basilica fondata dallo stesso S. Giovanni Bosco e zelantemente officiata dai suoi figli, è solo l’ultima squisitezza dell’amore del Signore e della sua misericordia che voglio con voi cantare per leggere nella storia di tutti i tempi le meraviglie operate da Dio. Insieme con il Signore voglio ringraziare ancora il Santo Padre per avermi chiamato a far parte del Collegio cardinalizio per servirlo nel suo universale ministero petrino e mi ha affidato questa Diaconia; come pure ringrazio la comunità salesiana, a cominciare dal Parroco don Valerio Baresi, che mi ha già dimostrato affetto e generosa accoglienza che cercherò di onorare per la maggior gloria di Dio.
L’icona del Cuore di Gesù che oggi celebriamo vuole esprimere null’altro se non l’incarnazione nella storia umana dell’eterno amore di Dio come si è manifestato pienamente e visibilmente nella divina persona di Cristo nostro Salvatore. Nel linguaggio umano, antico come moderno, il cuore esprime simbolicamente il centro e l’interiorità dell’essere umano da cui scaturisce l’amore inteso nel suo pieno significato agapico, che comprende non solamente il sentimento, ma anche l’intelletto e la volontà che si esprime nel dono di sé (Deus caritas est, n.17).
Abbiamo, dunque, in questa immagine del Cuore di Gesù l’espressione del mistero dell’amore divino incarnato nella natura umana del Signore Gesù: quello che era invisibile si è reso visibile proprio nel rivelarsi storico della persona di Cristo che manifesta in forma umana l’amore divino. Attraverso quanto i Vangeli ci narrano possiamo così contemplare nella realtà umana “quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità “ (Ef. 3, 16) dell’amore di Dio verso l’umanità. In questa manifestazione possiamo cogliere tutte le sfumature dell’amore come si esprime nella natura umana, ma non dobbiamo dimenticare che le componenti umane di questo amore sono superate dal fatto che sono l’espressione dell’amore dell’unica persona divina del Verbo di Dio. In altre parole, nel Cuore di Gesù ci è dato di contemplare le espressioni umane dell’amore, e dunque una realtà a noi vicina e comprensibile, ma queste manifestazioni vengono
dall’unica Persona del Verbo in cui coesistono sia la natura umana sia quella divina.
In questa contemplazione abbiamo più facile accesso al mistero dell’Incarnazione che è il vertice dell’amore divino, ma anche modello della perfezione della natura umana in quanto l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di quel Dio che è amore. Possiamo così dire che la manifestazione umana dell’amore di Dio nel Cuore di Gesù è la via privilegiata della conoscenza del mistero di Dio da parte dell’uomo e nello stesso tempo il modello da imitare per raggiungere la piena realizzazione della natura umana.
Per tutti questi motivi Gesù esercitava una irresistibile attrattiva sulle folle quando ha iniziato a manifestarsi come l’Inviato del Padre: la sua predicazione provocava l’ammirazione della gente perché “mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo” (Gv, 7,45) e le sue opere di bene a favore dei poveri e bisognosi conquistavano la simpatia del popolo che numeroso accorreva a lui.
Fermiamoci, dunque, un istante a contemplare questo Sacratissimo Cuore secondo quanto ci è stato fedelmente trasmesso da coloro che furono i diretti testimoni della sua storica manifestazione. E per non sbagliare ascoltiamo le stesse parole con cui Gesù si è definito quando si proponeva come modello da imitare: “Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11, 29-30). Per spingerci all’imitazione di sé, cioè a seguirlo come suoi discepoli, Gesù, dunque, si è presentato con il suo cuore mite ed umile così da indicarci la via della vera consolazione dalle nostre fatiche umane. E appena ci fermiamo a contemplare la vita e le opere di Gesù non possiamo che trovare conferma di queste sue parole.
Sì, veramente umile sei stato, o Signore Gesù, nel volerti abissare nell’annichilimento della nostra debole e corrotta natura umana quando non considerasti come tesoro geloso la tua uguaglianza con Dio, ma spogliasti te stesso assumendo la condizione di servo, umiliando te stesso e facendoti obbediente fino alla morte e alla morte di Croce (Fil 2, 6-8). In tutto simile a noi, eccetto il peccato, hai voluto vivere quasi tutta la tua vita nel nascondimento di Nazaret, celando la tua potenza divina nella insignificanza di una vita ordinaria, accettando le leggi umane della gradualità della crescita, della necessità dell’apprendimento nell’obbedienza a creature umane fino al paradosso che i tuoi compaesani
si stupirono quando iniziasti a rivelarti come il Messia atteso (“Non è il figlio di Giuseppe? Lc 4,22).
Ed anche in tutta la missione pubblica non possiamo non ammirare la tua umiltà fin dall’inizio, quando ti mettesti in fila per farti battezzare al Giordano suscitando la giusta protesta del Precursore che non capiva come quel gesto voleva anticipare la tua decisione di prenderti sulle spalle i nostri peccati per inchiodarli sul legno della Croce.
Così rimaniamo ancora stupiti di fronte al tuo sottometterti alle tentazioni nel deserto per condividere in tutto, eccetto il peccato, la fragilità della nostra condizione umana. Ma tutta la tua vita non è stata che la conferma del tuo proposito di esser venuto in questo mondo “non per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). E quando le folle, attratte da questa umile disponibilità accorrevano sempre più numerose a te, dimostravi una disponibilità che non ti lasciava neppur più il tempo per mangiare e riposarti, evitando però di volere trarre profitto da questo successo fino a ritirarti tutto solo sulla montagna quando vennero per farti re (Gv 6, 15). Ma è durante l’ultima cena che noi possiamo cogliere il momento più significativo del tuo cuore umile quando ti cingesti del grembiule per lavare i piedi agli apostoli, smarriti e pronti ad abbandonarti, per insegnare loro con l’esempio, tu il Maestro,che l’amore per essere vero deve essere umile fino a servire i fratelli.
Se con l’umiltà il Signore Gesù ha voluto abbassarsi fino a noi per farsi nostro fratello, con la mitezza ha voluto conquistare il nostro cuore per provocarci ad una risposta di amore al suo amore. Il suo Cuore mite infatti, ha reso evidente il suo desiderio di volere il nostro bene al di là di ogni nostro merito ed aspettativa. Nel contesto di una religione che si era ridotta ad amministrare una giustizia sovente misurata sull’esteriorità dei comportamenti e che prevedeva una implacabile punizione contro quei peccatori che non riuscivano a nascondere le loro colpe, la mitezza di Gesù è apparsa come una fresca rugiada in un deserto assetato.
E noi siamo qui per contemplare, o Signore Gesù, questo tuo cuore mite verso tutti, ma specialmente verso i poveri peccatori. Come non ammirare la tua bontà e pazienza verso la donna samaritana piena di boria religiosa, alla quale chiedesti da bere per darle in dono la grazia della conversione perché conquistata da chi, pur conoscendo i suoi peccati, la trattava con amore? E come non ricordare la mitezza con cui hai conquistato il capo dei pubblicani, quel Zaccheo tutt’altro che intenzionato a cambiare vita, ma che crollò di fronte a quel tuo amorevole imperativo”Zaccheo, scendi
subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5)? E ad un peccatore di non minor calibro come Matteo rivolgesti pure la chiamata a seguirlo tra i tuoi più stretti discepoli. Per non dimenticare la tua delicatezza e stima verso le donne nel contesto di una società che le svalutava. Così hai espresso pubblicamente la tua ammirazione per l’obolo della povera vedova che aveva offerto al Signore tutto quanto aveva per vivere (Mc, 12, 43-44). E quanta squisita accondiscendenza anche verso la pagana Cananea che si accontentava delle briciole del tuo amore e alla quale rivolgesti il tuo elogio e concedesti il tuo favore: “Donna, davvero grande è la tua fede. Ti sia fatto come desideri” ( Mt, 15,28). Per non parlare del coraggio e dell’astuzia con cui, o Signore, hai sottratto l’adultera alla furia del drappello di spietati giudici che non hanno potuto resistere al tuo sguardo che svelava i loro peccati occulti. Fino all’elogio della superiorità dell’amore su ogni peccato di fronte al fariseo che si scandalizzava perché ti lasciavi lavare e profumare i piedi da una pubblica peccatrice: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Lc 7, 47). E sulla Croce hai ancora avuto il fiato per invocare dal Padre il perdono per coloro che ti avevano crocifisso: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 24).
Cari fratelli e sorelle, ripercorrendo anche solo questi pochi cenni della vita di Gesù ci sentiamo riscaldare il cuore, come accadde ai discepoli di Emmaus. Tuttavia non possiamo fermarci al passato senza far torto proprio a questo Cuore il quale continua ancora oggi qui e per ciascuno di noi ad essere mite ed umile per conquistarci al suo amore. Solamente una colpevole ed ingrata dimenticanza e superficialità può impedirci di leggere nella nostra vita questa presenza consolante e ristoratrice. Si, anche a noi qui e oggi il Cuore di Gesù ripete “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. Ed è paradossale che in questi nostri tempi in cui la fatica e l’oppressione si vanno globalizzando l’umanità rimanga in gran parte sorda a questo invito ed, anzi, come sottolinea Benedetto XVI, sembra disprezzare la voce di Dio e cercare altrove il rimedio alla crisi. Almeno noi credenti troviamo tempo e modo per accorgerci di questo appello del Cuore Sacratissimo di Gesù, rinunciando agli idoli della nostra autosufficienza come pure evitando i vittimismi delle delusioni che ci andiamo a creare.
Ecco allora il primo e fondamentale passo per una vera soluzione delle nostre difficoltà: torniamo ad abbeverarci a questa fonte dell’amore divino che si è manifestato nel Cuore di Cristo mite ed umile. Benedetto XVI ha scritto nella sua prima enciclica, “Chi vuole donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l’uomo può diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva. Ma per diventare una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore scaturisce l’amore di Dio” (Deus caritas est, n.7).
Sacratissimo Cuore di Gesù donaci la grazia di vivere la nostra fede come abbandono al tuo amore; lo stesso abbandono che ebbe S. Giovanni Bosco quando accettò la proposta di Leone XIII di costruire questo Tempio in tuo onore( ai suoi perplessi consiglieri il Santo disse: “Vi assicuro che il S. Cuore manderà i mezzi per fabbricare la sua Chiesa, pagherà i nostri debiti e ci darà una bella mancia”).
Donaci la capacità di contemplare il tuo Cuore mite ed umile per riceverne la forza di imitarlo così da scrivere nella storia del nostro tempo, seppure come immagine, povera ma autentica, la traccia indelebile del tuo amore incarnato. Solo così il mondo potrà ancora riconoscere la tua presenza e l’evangelizzazione sarà rinnovata e resa credibile dalla nostra testimonianza di carità che scaturisce dal tuo Sacratissimo Cuore. Amen
Card. Giuseppe Versaldi


(Dal sito della Diocesi di Alessandria)