venerdì 15 agosto 2008

Salute e armonia



La salute come tensione verso l'armonia



Testo della lectio magistralis tenuta il 18 gennaio dal Cardinale Javier Lozano Barragàn, Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, nella sede di una multinazionale farmaceutica.



* * *




Cosa è la salute? Tutti sperimentiamo la salute quando l’abbiamo e la malattia quando arriva. Però dall’esperimento al concetto le cose cambiano, perché non è tanto facile descrivere la salute. Infatti, la salute è qualcosa che preserva la vita, ed entrare nel mistero della vita non è cosa facile.


I. LA SALUTE

1. Diverse definizioni di Salute
Alcune definizioni di salute sono state enunciate così: 1. La salute è il silenzio degli organi. 2. La salute consiste nell’assenza delle malattie. 3. La salute è un stato di perfetto benessere fisico, mentale e sociale e non soltanto l’assenza delle malattie. 4. La salute è il livello di efficacia funzionale e/o metabolico di un organismo, tanto a livello micro (cellulare) come nel macro (sociale). 5. La salute è un equilibrio dinamico in continuo movimento da uno stato di salute ad un altro di malattia, dipendendo queste oscillazioni da numerosi fattori o variabili, biologici, psicologici e/o sociali, in intima e continua interazione. 6. La salute consiste nella capacità di reagire a fattori avversi di qualsiasi tipo, senza compromettere il sistema di vita. 7.La salute è un processo, è capacità e disposizione a vivere in forma autonoma, solidale e con capacità per l’allegria e la gioia. 8. Sotto il profilo mentale, si afferma che la salute è la capacità d’amare, gioire e tollerare.


Si dice che i fattori che influiscono nella salute come determinanti generali sono: “la biologia umana”, “l’ambiente”, “la forma di vita” e “l’organizzazione della salute”. Si considerano come fattori molto importanti l’esercizio fisico, la nutrizione e la salute mentale.1

2. Annotazioni alle definizioni di Salute


Esaminando queste otto definizioni, o meglio, descrizioni della salute, troviamo che procedono dalla concezione che si ha dell’uomo, cioè che presuppongono tutta un’antropologia sottostante. Da un’antropologia meccanicista materialista non ci si può aspettare altro che una definizione di salute di tipo esclusivamente biologico che si enunci in termini meramente materiali. Così, alcune di queste definizioni hanno concepito la salute soltanto come la mancanza di malattie, oppure nell’ambito esclusivo delle sensazioni corporee. Quando si abbandona questa mentalità, la salute si contempla ormai non soltanto incentrata nella malattia, ma sul malato nella sua complessità. Sono delle definizioni che includono aspetti psicologici e sociali. Tra questi, la più accettata oggi è stata quella formulata dall’OMS, che ha affermato che la salute “E’ uno stato di perfetto benessere, fisico, mentale e sociale, e non soltanto l’assenza di malattie”. Questa definizione ha il pregio di oltrepassare la concezione meramente meccanicista e di prendere in considerazione, per definire la salute, non soltanto le malattie, ma anche il malato. Da questo punto di vista, supera le altre definizioni che provengono da una cornice meccanicista e si apre alle dimensioni mentali e sociali. Ma, purtroppo, la suddetta definizione, rinchiudendo nel concetto di salute un benessere perfetto, esce dalla realtà e non supera un mero desiderio che, d’altra parte, è irraggiungibile. Conseguentemente, questa salute non si troverebbe da nessuna parte, e tutto quello che si concepisce, avendo come base questa definizione, rischia di essere un vero fallimento. Si pensi alla frustrazione di tutta la scienza medica, di tutti gli operatori sanitari che lavorano proprio perchè i pazienti accedano alla salute; eppure, questa non si potrà mai avere, giacchè lo stato di perfetto benessere non si raggiungerà mai; anzi, la morte inevitabile del malato sarà la frustrazione più grande.Ci sono altre definizioni che puntano piuttosto ad arrivare ad una certa armonia. Una definizione ci parla di armonizzare la salute con la malattia; un’altra asserisce che la salute è la capacità di non lasciarsi turbare dai fattori esterni negativi prorompenti nell’individuo; oppure la capacità di rimanere sempre in allegria e gioia, vivendo in forma autonoma e solidale.

Mi sembra che queste definizioni abbiano già un merito in più, poiché cercano l’armonia. Ma queste stesse definizioni cadono anche nella finzione, parlando di armonia, di gioia e di allegria quando, nella realtà, la persona si trova piuttosto turbata dalla malattia. Inoltre, definire la salute come un’armonia tra malattia e salute non ci risolve il problema, giacchè si sarebbe dovuto dire prima cosa è la salute, per poterla così comparare con la malattia, altrimenti si affermerebbe lo stesso per lo stesso, vale a dire, che la salute è la salute. Essendo realisti, l’armonia nella sua totalità non esiste in questo mondo, né nell’ambito individuale fisico o mentale, né a livello sociale. Tuttavia, questo accenno all’armonia, penso che ci metta in qualche maniera sulla traccia, seguendo la quale possiamo avvicinarci di più ad un concetto realistico della salute.

II. LA SALUTE COME TENSIONE VERSO L’ARMONIA


Definizione di Salute di Giovanni Paolo II

Mi riferisco al concetto che ci ha dato il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nel suo Messaggio dell’Anno Giubilare del 2000. In quel Messaggio il Servo di Dio Giovanni Paolo II afferma che la salute è: “La tensione verso l’armonia fisica, psichica, sociale e spirituale, e non soltanto la assenza di malattie, che capacita l’uomo per adempiere la missione che Dio le ha affidato nella sua vita2.”


Sottofondo della definizione di Giovanni Paolo II

E’ovvio che questa definizione di salute abbia come fondamento tutta la concezione cristiana. Possiamo dire che il desiderio di ogni religione è che la divinità ci dia la salute. Questa salute si perde o per cause naturali degli eventi cosmici, oppure per la cattiva storia degli uomini, e si può riconquistarla quando culturalmente si dominano queste cause naturali, oppure gli uomini si liberano delle cattive azioni compiute.

Tutto è diverso nella concezione cristiana della salute. La salute non si trova nel retto ordinamento degli elementi, oppure nelle azioni umane che ci liberano da una storia cattiva. La salute, infatti, non è nemmeno un dono oggettivo che Dio ci dà, ma è lo stesso Dio che sì dà a noi in Gesù Cristo. La concezione cristiana di salute è una concezione olistica che prende il tutto della persona umana, in tutte le sue dimensioni, presenti e future Tanto è così che la fine desiderata da ogni cristiano si chiama appunto salute eterna.
Già nell’Antico Testamento appare il concetto di salute come: “fare uno spazio”, come “liberarsi dal nemico”, come arrivare alla vittoria”, come “aiutare”, come “guarire”, come “salvare”, e colui che dà la salute è il Signore. Egli è il rifugio contro le minacce alla salute, contro i nemici che possono togliere la salute. Egli è il Signore della vita e della morte, dona la vita e libera dalla morte. Nel Nuovo Testamento la salute è data dal Salvatore. Tutta l’opera di Cristo si concepisce come salute, Egli presenta se stesso come la salute, e Colui che ci libera da tutto quello che avversa alla salute. La salute è il suo Regno. Non in altra forma s’interpretano i miracoli di guarigione compiuti da Gesù che, nonostante restituiscano la salute temporale, s’indirizzano alla fine come ad un annuncio della salute definitiva, proprio quello che il Salvatore ci viene a portare. Dobbiamo insistere che interessi la salute temporale, ma che questa non si distacca dalla salute intera, anzi, la salute della quale ci parla il Nuovo Testamento non è soltanto qualcosa di spirituale, ma è totale, che arriva anche al rinnovamento totale del cosmos 3.
Basandoci su questa concezione antropologica, cerchiamo di spiegare la descrizione di salute che ci ha lasciato il Servo di Dio Giovanni Paolo II.


Elementi della definizione di Giovanni Paolo II

Tensione
Iniziamo con il primo concetto: tensione. La salute prima di tutto è qualcosa che risiede non soltanto negli organi dell’uomo, ma coinvolge tutto l’uomo e lo spinge a tendersi in avanti. Quell’ “avanti” si colloca nella linea della speranza. Si attende qualcosa. La salute è la capacità di attendere, la capacità di sperare. Chi non spera niente e rimane chiuso in se stesso ha perso la salute. Questo “tendere in avanti” significa che la salute ha dei gradi, e che la si può conseguire in misure diverse, ma rimane sempre aperta la perfettibilità di quello che si è conseguito. Questa perfettibilità è la scala della speranza: si basa su quello che ormai si ha, e da questa realtà si tende verso un futuro migliore. Si genera così uno slancio continuo che non si ferma mai e che, concepito in maniera corretta, preserva contro qualsiasi depressione. La speranza reale costituisce l’immunità contro qualsiasi frustrazione.


2. Armonia

Quello che si spera, quel verso il quale si tende è l’armonia. Certo, la piena armonia non è raggiungibile in questa vita. Dunque non è reale aspettare, come dice la definizione dell’OMS, “uno stato di perfetto benessere”. Ma quello che è reale è tendere verso l’armonia; in altre parole, lentamente, aumentare in se stesso l’armonia parziale che ormai si possiede. La salute, dunque, è una lotta contro tutto quello che avversa l’armonia nell’uomo. Questa affermazione si chiarisce considerando che l’armonia è la confluenza ordinata di distinti, cioè, l’unità. E l’unità è la vita, giacchè proprio la disintegrazione è la morte. Tendere verso l’armonia è lottare per avere ed aumentare la vita, e la salute è proprio la maniera unica per conservare ed aumentare la vita. Guardando che classe di armonia sia quella che domanda la salute, vediamo che non si tratta soltanto in questa tensione di meri desideri, ma di fatti concreti che realizzano continuamente l’armonia in tensione, in pratica che fanno aumentare quella che ormai si ha, e correggono i difetti di disarmonia che si possono trovare. Infatti, si tende verso una quadrupla armonia, vale a dire: fisica, psichica, sociale e spirituale. E’ evidente che quest’armonia si riferisce ai singoli aspetti, ma non si può riferirla ai singoli se non quando c’è armonia nell’insieme dei quattro aspetti, alla maniera dei vasi comunicanti.


3. Fisica

Costruire l’armonia fisica significa costruire tutto l’aspetto biologico della salute, aspetto sul quale puntano tante concezioni attuali della medicina, che non si rifiuta, ma che fa notare la sua parzialità. La salute è anche l’assenza delle malattie, ma non soltanto. Dunque, lottare contro le malattie e con tutta la forza appartiene al concetto stesso di salute. E’ chiaro che nell’armonia fisica, nell’assenza di malattie, ci sono dei gradi; si può avere più o meno salute fisica.


4. Psichica

Quando si parla dell’armonia psichica parliamo dell’armonia nell’autoconduzione. Ricordiamo il famoso mito dell’auriga del quale ci parla Platone nel Dialogo di Fedro e che narra così:
Volava per il mondo intelligibile un auriga, condotto da due cavalli, uno tirava bene, l’altro male. Uno bianco, l’altro nero. All’improvviso, e per colpa del cavallo nero, l’auriga perde il controllo e tutti precipitano nell’abisso ed al carro si rompono le ali. Il carro alato è l’anima, l’intelletto, la parte razionale, l’auriga che conduce; dirige le altre parti, benchè talvolta discutano. Il cavallo bianco è la parte irascibile dell’uomo, il coraggio, l’impulso, la bravura, l’azione. Il cavallo nero è la parte concupiscente, il desiderio, la soddisfazione delle necessità fisiche. La nascita fisica di una persona porta con sé la caduta dell’anima nel corpo, si perde il controllo del carro alato che cade nell’abisso. Si rompono le sue ali e non può volare più, ma con il moncone ha ancora sensibilità ed inquietudini che lo fanno piano piano risalire.
Senza accettare l’impronta dualistica di Platone, possiamo però affermare che l’armonia psicologica consiste nell’armonia dei due cavalli, quello bianco e quello nero, e quell’armonia è retta dall’auriga. L’Intelletto, la Volontà, la parte irascibile dell’uomo, il coraggio, l’impulso, la bravura, l’azione e la parte concupiscente, il desiderio, la soddisfazione delle necessità fisiche, ecc. devono equilibrarsi ed essere in armonia, per poter percorrere adeguatamente il cammino della vita. Cioè l’armonia psicologica consiste nella propria auto trasparenza e guida cosciente di se stessi verso un fine degno e capace, specialmente quando le malattie fisiche s’intensificano, oppure quando fattori estrinseci, fisici o affettivi minano la persona. Intelletto, volontà, sentimenti, impulsi vitali, tutti in perfetta armonia. La sesta e settima definizione di salute indicate, toccano quest’aspetto.


5. Sociale

La persona umana ha, per così dire, due versanti che la costituiscono, il versante individuale ed il versante sociale. L’armonia verso la quale si tende nella salute, è l’armonia individuale, ma anche l’armonia sociale. L’armonia sociale è l’armonia di complemento con altre persone. E’ l’armonia dell’amore. Significa la giustizia, la pace, l’amore. Significa trovare l’altra persona, individuale e collettivamente, donarsi a lei e riceverla nello stesso tempo. Va dall’armonia familiare e dall’amicizia, a quella sociale nei diversi tipi di manifestazione, tanto politici quanto economici, scientifici ed in genere culturali. Qui possiamo anche parlare dell’armonia ambientale, che significa la preservazione dell’ambiente contro l’inquinamento. La distruzione dell’ambiente distrugge anche la salute sociale, psichica e fisica.

6. Spirituale

Quando parliamo della salute spirituale, intendiamo il grado di unificazione totale umana. La persona umana si unifica quando ha un obbiettivo vitale al quale tende in totalità. La salute spirituale coordina, per così dire, la salute fisica, la salute psichica e la salute sociale, in quanto le dirige tutte e tre verso quest’obbiettivo vitale. Se la persona è persa e non sa cosa deve fare nella vita, a che cosa o a chi deve ordinare la sua esistenza, quella persona non gode di salute spirituale. Quindi, l’obbiettivo vitale deve essere in sé degno e capace di ordinare verso di sé la salute fisica, la salute psichica e la salute sociale. Un errore nella scelta di quest’obbiettivo fa si che non si consegui l’armonia desiderata e che veramente non si abbia la salute. Nella misura in cui quest’obbiettivo domina l’esistenza si avrà l’armonia, e così la salute.

7. L’Unificazione

Per questo il Servo di Dio Giovanni Paolo II afferma che la salute dipende dall’adempimento della missione che Dio ha assegnato alle diverse persone. La missione è l’obbiettivo vitale che deve unificare tutta la vita. Questa missione, in molteplici forme, consiste nel fatto che ognuno deve superare la morte ed avere una vita che non finisce mai. Vale a dire, la missione di ognuno consisterebbe nel conseguire la pienezza di vita. La salute è per conservare la vita. La spiritualità della salute consiste non soltanto nel conservare la vita presente, ma moltiplicarla in una maniera quasi infinita.
Questa salute spirituale non è in contrasto con la salute fisica, psichica e sociale, ma oltre ad unificarle, come si è detto, nell’adempimento della propria missione, le prolunga fino a frontiere inimmaginabili.


8. Il cammino

Il cammino di questa salute spirituale è offerto gratuitamente ad ogni persona da Dio stesso in Gesù Cristo. Egli è l’unica salute. Egli ci assume nella sua morte e risurrezione, attraverso il grande Amore che è lo Spirito Santo. Adempiere la missione significa rispondere con tutto l’amore umano a quest’Amore divino e, così, unificare tutta l’esistenza nell’amore. Quest’Amore non è soltanto tra Dio ed una persona in particolare, ma è un amore che si estende a tutta la famiglia umana, iniziando con la propria famiglia ed arrivando all’umanità intera. Anzi, è un amore totale che abbraccia tutto l’Universo. Amore, Unità Armonia, Salute sono concetti intercambiabili.


9. Diversità di salute

La tendenza verso l’armonia e l’armonia conseguita ha, pertanto, dei gradi che, in fondo, dipendono dalla configurazione con Cristo Morto e Risorto; vale a dire dipendono dal dono d’Amore dello Spirito Santo e dal grado di amore umano con il quale liberamente si risponde a quest’Amore divino.
Le diversità delle donazioni divine ricevute da questo Amore costituiscono la diversità mai ripetibile delle missioni, la diversità di ogni persona umana, la diversità dei distinti caratteri, la diversità di circostanze nelle quali si vive. Così si configurano le diverse spiritualità e si configurano le distinte armonie. Conseguentemente, si arriva alla diversità di salute e dei gradi di salute. E’ così evidente che la salute è sempre differente tra una persona e l’altra, ed è anche diversa secondo la tappa della vita nella quale ognuno si trova.
Come annotazione finale, osserviamo che quest’obbiettivo vitale è un obbiettivo per tutta l’umanità; tuttavia, secondo i disegni divini, si presenta differentemente ad ognuno. Non si può dire, dunque, che valga soltanto per i cattolici, ovvero per chi abbia la fede cristiana. E’ per tutti. Come conseguano quest’armonia nella pratica coloro che non condividono la fede cristiana, è qualcosa che in ultimo termine soltanto Dio conosce.


Conclusione:

La salute è l’armonia.

Questa si consegue in diversi gradi che determinano i gradi di salute che si generano per la tendenza verso l’armonia.

Questa armonia è fisica, psichica, sociale e spirituale.

La si consegue soltanto vincendo la morte.


L’unica forma reale e storica per vincere la morte è essere incorporato alla morte e risurrezione di Cristo.

Questa incorporazione la fa lo Spirito Santo, l’Amore infinito di Dio e la Sua piena armonia.


Così, Salute, Armonia, Vita, e Unità sono concetti che si implicano a vicenda.

L’affermazione centrale in questa riflessione è che la salute è l’armonia e quest’ultima la si ottiene soltanto vincendo la morte; l’unica via per vincere la morte è essere, in piena realtà, incorporati alla morte e risurrezione di Cristo.


Così possiamo meglio capire perché il Servo di Dio Giovanni Paolo II ci abbia lasciato questa descrizione di Salute come la tensione verso l’armonia fisica, psichica, sociale e spirituale, e non soltanto l’assenza di malattie, che capacita la persona per adempiere la missione che il Signore le ha affidato.



1 httpp//es.wikipedia.org/xki/Salud
2 Messaggio dell’Anno Giubilare del 2000, n. 13
3 cfr. W. Koester, Heil, In LThk., 5,76-77: J Ratzinger, ibid, 78-80






giovedì 14 agosto 2008

Maria l'Assunta

Dal'Inno Akathistos

Il più eccelso degli Angeli
fu mandato dal cielo
per dir Ave alla
Madre di Dio,
Al suo incorporeo saluto
vedendoti in Lei fatto uomo,
Signore, in estasi stette,
acclamando la Madre così:
Gioisci, per Te la gioia risplende,
Gioisci per Te il dolore s'estingue.
Gioisci salvezza di Adamo caduto;
Gioisci riscatto riscatto del pianto di Eva.
GIoisci, Tu vetta sublime
a umano intelletto;
Gioisci Tu abisso profondo
agli occhi degli Angeli.
Gioisci, in Te fu elevato
il trono el Re;
Gioisci Tu porti Colui
che il tutto sostiene.
Gioisci o stella che il Sole precorri;
Gioisci o grembo del Dio che s'incarna.
Gioisci per Te si rinnova il creato;
Gioisci per Te il Creatore è bambino.
Gioisci Vergine e Sposa!

IL DIRITTO ALLA LIBERTA' RELIGIOSA:
FONTE E SINTESI DI TUTTI GLI ALTRI DIRITTI


S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi
Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

La "libertas religiosa" nell'insegnamento della Chiesa
La Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II difende il diritto dell'uomo alla libertà religiosa fondandolo su un dovere. Gli uomini "sono spronati dalla loro stessa natura e tenuti per obbligo morale a ricercare la verità" (n. 2) [1]. Il diritto deriva da un dovere: "Ognuno ha il dovere, e quindi il diritto, di cercare la verità in materia religiosa" (n. 3). Trattandosi di un obbligo che scaturisce dalla natura umana, non va inteso come una costrizione, ma come un bene che tale natura suscita e che la nostra libertà assume. Poiché esiste il dovere di cercare la verità, dovere che è esso stesso una verità, deve anche esistere il diritto di poterlo fare. Gli uomini, infatti, "non possono soddisfare a quest'obbligo in conformità alla propria natura, se non godono della libertà psicologica e insieme dell'immunità da coercizione esterna" [2]. Il diritto alla libertà religiosa non va inteso come un mero desiderio soggettivo, ma come diritto oggettivo, che ogni uomo ed ogni potere civile o politico deve rispettare e promuovere.
Su questo legame del diritto alla libertà religiosa con il dovere di cercare la verità si incentra la diversità tra la impostazione del magistero della Chiesa e quella di alcune correnti di pensiero della modernità. Ambedue si incontrano nel riconoscimento del diritto alla libertà religiosa, ma talvolta divergono, in quanto il magistero della Chiesa fonda tale diritto "sulla dignità della persona umana" [3], mentre alcune correnti della modernità tendono a fondarlo sulla coscienza soggettiva, ossia sulla rappresentazione che della propria dignità ha ogni individuo. Per la Chiesa la libertà di religione è nel soggetto ma non nasce dal soggetto, bensì dalla fedeltà alla propria natura di persona umana compreso il dovere di cercare il vero, perché solo dalla verità può derivarci la salvezza [4]. Il diritto viene rivendicato per poter assumere con pienezza una responsabilità che sta alla sua origine.
La collocazione del diritto alla libertà religiosa nel contesto del dovere di cercare la verità porta con sé tre conseguenze molto importanti per il riconoscimento e la tutela di questo diritto.
La prima conseguenza è che la libertà di religione non comporta di per sé una accettazione del relativismo religioso, che sarebbe la negazione di ogni legame tra religione e verità. La seconda conseguenza, immediatamente connessa con questa, è che la libertà di religione non può essere vissuta solo nell'ambito privato, in quanto non è un'evasione dalla propria universale umanità, ma una ricerca delle vie migliori per realizzarla. Quel diritto, in altre parole, ha indissolubilmente una dimensione privata e pubblica. Infine, una terza conseguenza è che è possibile sia distinguere tra verità ed errore senza attribuire a quest'ultimo il diritto ad essere riconosciuto come vero [5], sia tenere ferma la libertà di errare nella ricerca del vero, che si fonda sull'esercizio di un dovere connesso con la natura umana ed espressione di una intangibile dignità. La "regalità di Cristo su tutta la creazione e in particolare sulle società umane" [6] non è messa in discussione dal riconoscimento della libertà religiosa, la quale presuppone il dovere del discernimento veritativo. La libertà di religione non elimina il problema della verità in sé e della verità della religione in particolare, come elementi fondamentali per la società. Per questo la Chiesa, assieme all'affermazione del diritto alla libertà religiosa, ribadisce non solo la verità del cristianesimo [7], ma anche il "dovere morale degli uomini e delle società verso la vera religione e l'unica Chiesa di Cristo" [8].
La "libertas religiosa" fonte e sintesi dei diritti umani
La connessione tra il diritto alla libertà religiosa e il dovere di cercare la verità spiega anche perché quello alla libertà religiosa sia la fonte e la sintesi - secondo le parole della Centesimus annus [9] - di tutti gli altri diritti umani. La ricerca della verità, per essere esercitata in modo libero e quindi pienamente umano, non deve venire limitata, deve potersi espandere fino al Fondamento ultimo, a Dio. L'uomo cerca la verità, non le opinioni, e solo la trascendenza della verità è in grado di fondare pienamente la sua oggettività [10]. Ecco perché il diritto alla libertà di religione è, in fondo, il diritto della persona umana a vivere attingendo ad un Senso trascendente ed assoluto le ragioni dell'esistenza. Ammettere e rispettare la libertà religiosa vuol dire, quindi, riconoscere nell'uomo questo bisogno come a lui connaturato. Non si tratta solo di riconoscere un diritto soggettivo, ma implica anche il "riconoscimento della dimensione religiosa dell'uomo" [11]. La persona umana può coltivare e sviluppare questa sua dimensione religiosa, come può anche liberamente sopirla, trascurarla e perfino negarla, ma essa c'è in tutti, perché fa parte della natura umana. Se la ricerca della verità rende l'uomo degno di stima e rispetto, la ricerca della verità religiosa, in quanto ricerca del Fondamento ultimo, "esprime le aspirazioni più profonde della persona umana [...], offre, in fondo, la risposta alla questione del vero significato dell'esistenza sia personale che sociale" [12] e quindi è il nucleo più profondo della sua dignità. Riconoscendo nella persona l'aspirazione al Fondamento trascendente come sua propria dimensione naturale si capisce anche che "la verità della persona umana è un valore trascendente" [13]. Ecco perché il diritto alla libertà religiosa è "il cuore stesso dei diritti umani" [14]: ne preserva l'origine trascendente e quindi motiva la loro inviolabilità. I diritti umani hanno bisogno di essere fondati su una dimensione superiore a quella politica. La libertà di religione è la libertà di fondare i diritti umani in modo assoluto [15]. Per questo essa è a vantaggio di tutti, e non solo dei credenti. E' un bisogno non solo "confessionale", ma umano e sociale. La libertà di religione si rivela essere un diritto non solo individuale ma comunitario, un elemento del bene comune da preservare e sviluppare. Essa infatti contribuisce a liberare i diritti umani dai limiti del potere politico ed a collocarli in una ambito di inviolabilità, a garanzia di tutti i cittadini di una comunità. La libertà di religione svela l'esistenza di una comunità più ampia della stessa comunità politica di uno Stato, la comunità umana. Si tratta di una "appartenenza" precedente a quella politica, che esprime nella libera adesione della coscienza personale una dignità inviolabile per ogni regime politico.
Due osservazioni ulteriori possono confermare questa importanza della libertà religiosa per i diritti umani. Se analizziamo la questione dal punto di vista storico, osserviamo che il diritto alla libertà di religione è stato concepito per primo e, seppure con modalità tortuose e difficili, è stato alla base di tutti gli altri. A questa osservazione storica se ne può aggiungere un'altra che nasce da una comune esperienza: quando un regime politico nega la libertà di religione finisce per negare anche tutte le altre libertà. I totalitarismi, infatti, hanno prima di tutto tentato di "sradicare il bisogno di Dio dal cuore dell'uomo" [16].
La "libertas religiosa"garanzia dei diritti umani
Quest'ultima osservazione ci spinge a considerare come il diritto alla libertà religiosa non sia solo la fonte e la sintesi di tutti gli altri diritti umani, ma ne sia anche la garanzia. Il suo esercizio da parte di fedeli e comunità religiose e la sua promozione da parte dei poteri sociali e politici, è un concreto sostegno, un vitale supporto, una garanzia di tutela dei diritti umani fondamentali. I diritti, infatti, non hanno solo bisogno di essere formalmente elencati, ma soprattutto di essere vissuti ed anche la loro difesa non sarà mai un atto puramente legislativo e burocratico, ma vitale. In altre parole i diritti umani hanno bisogno di uomini e donne che credano nella giustizia e che, soprattutto, siano capaci di sacrificarsi per essa. Nell'enciclica Spe salvi Benedetto XVI afferma che "se non possiamo sperare più di quanto è effettivamente raggiungibile di volta in volta e di quanto di sperabile le autorità politiche ed economiche ci offrono, la nostra vita si riduce ben presto ad essere priva di speranza" [17]. Anche la difesa dei diritti umani ha bisogno di una speranza che vada oltre "quanto èffettivamente raggiungibile di volta in volta". Non c'è dubbio che essi abbiano un fondamento etico e razionale e debbano essere oggetto di volontà, però è altrettanto vero che senza la speranza cristiana essi non sarebbero stati pienamente intravisti e la nostra volontà e la nostra ragione non sarebbero pienamente in grado di rimanervi fedeli fino alla fine. Senza la dimensione religiosa essi rischiano continuamente di essere persi di vista, o di venire lasciati da parte di fronte alle difficoltà. E' la speranza cristiana, afferma il papa, "che ci dà il coraggio di metterci dalla parte del bene anche là dove la cosa sembra senza speranza" [18]. I diritti umani, dicevo, non vanno solo elencati, vanno vissuti. Essi non vivono di solo spirito legalistico [19] e non sono garantiti semplicemente da delle procedure . Richiedono, piuttosto, una speranza [20]. I diritti umani, suscitati dal Cristianesimo, e che pure godono di una loro autonomia morale e razionale, non possono sussistere senza di esso: «La conoscenza della persona è legata alla fede cristiana. La persona può essere affermata e coltivata per qualche tempo anche quando tale fede si è spenta, ma poi gradatamente queste cose vanno perdute» [21].
Lo Stato, la tutela dei diritti umani e la "libertas religiosa"
Il rapporto precedentemente messo in evidenza tra il diritto alla libertà religiosa e il dovere di cercare la verità pone allo Stato dei precisi obblighi nella difesa e nella promozione della libertà di religione, obblighi che vanno ben oltre la semplice contemplazione giuridica di questo diritto. Infatti, la sua tutela è elemento fondamentale del perseguimento del bene comune, nei cui confronti il dialogo sui diritti umani rappresenta la grammatica. Non è sufficiente il concetto di "tolleranza". Lo Stato deve costituire una cornice giuridica in modo che tutti i cittadini godano della libertà di non "rinnegare Dio per godere dei propri diritti" [22]. Poiché però tale diritto è legato al dovere di cercare la verità e sgorga dalla natura umana, lo Stato dovrà costruire quella cornice giuridica nel rispetto della dignità della persona. Ecco perché la libertà di religione trova un limite dentro se stessa: deve essere conforme alla verità dell'uomo e non contro di essa. Anche la libertà di religione deve, quindi, rispettare la legge morale naturale, l'ordine pubblico e, in una parola, i diritti umani. Sono questi i "debiti limiti" cui fa riferimento il Concilio [23]. Chi chiede per sé la libertà di religione, ma non accetta di rispettare la giustizia, delegittima quella sua stessa richiesta, privandola del suo vero fondamento. Lo Stato che, nell'organizzare la vita della comunità in vista di un bene comune, disciplina anche la libertà di religione, deve farlo alla luce della verità dell'uomo.
Già da questa preliminare osservazione emerge che lo Stato non può condividere l'ideologia del relativismo religioso. Esso non eserciterebbe, in questo caso, il suo mandato di costruire il bene comune secondo i dettami della ragione. Ci possono essere religioni che nelle loro pratiche contraddicono quegli stessi diritti umani in nome dei quali pretendono la propria libertà . Il caso più evidente è quello del terrorismo e, in generale, di chi uccide in nome di Dio: "quando una certa concezione di Dio è all'origine di fatti criminosi, è segno che tale concezione si è già trasformata in ideologia" [24]. Le religioni possono contraddire i diritti umani anche quando non ammettono l'eguale dignità di tutti gli uomini senza distinzione di sesso o di razza o di ceto sociale. In tutti questi casi lo Stato dovrà discernere, non con criteri confessionali, ma alla luce della verità razionale, che rimane la bussola principale del potere politico. Il nesso tra religione e verità è all'origine del diritto alla libertà religiosa. Questo non è un diritto arbitrario, ma espressione del dovere di cercare la verità. Per questo lo Stato, nel riconoscerlo, deve farlo senza rompere il nesso religione-verità. Se lo Stato considera il diritto alla libertà religiosa come un diritto arbitrario e destituito di una sua verità, finirà per equiparare tutte le religioni in un qualunquismo relativistico che può aprire la strada al non rispetto di diritti umani fondamentali. Anche la religione può esprimersi in forme patologiche ed in questo caso la ragione politica deve correggerla. Per poterlo fare la ragione politica deve a sua volta accettare di farsi correggere dalla religione, che la aiuta a non chiudersi in se stessa [25].
Oltre a discernere tra le religioni alla luce dei diritti umani, lo Stato dovrà garantire alla religione non solo uno spazio privato ma anche uno spazio pubblico. Non sarà cioè sufficiente che i credenti possano liberamente partecipare al culto, occorrerà anche che le comunità religiose, sia a livello sociale che istituzionale, possano partecipare al dibattito pubblico in modo che a Dio sia riconosciuta una "piena cittadinanza" [26] nella società. Così facendo, lo Stato non diventa esso stesso religioso, perché esercitare una ragione aperta alla trascendenza è fonte di libertà di giudizio, mentre diventerebbe ideologicamente antireligioso nel caso facesse il contrario. In questo ambito la neutralità non esiste [27], un presunto spazio pubblico neutro da assoluti religiosi esprime una assolutezza antireligiosa.
Una delle principali forme per la tutela del diritto alla libertà religiosa e degli altri diritti umani, è da parte dello Stato il riconoscimento del diritto all'obiezione di coscienza, quando siano in gioco valori inerenti la trascendente dignità della persona umana e quando si ritenga di dover obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Anche in questo caso, lo Stato è tenuto a riconoscere tale diritto non per motivi "religiosi", ma per due ragioni connesse con la verità della persona umana. La prima ragione è il riconoscimento della coscienza personale come originario spazio di libertà per la persona. Il secondo è il riconoscimento del significato politico dell'obiezione di coscienza, che non è da vedersi come un fatto semplicemente privato, ma anche pubblico in quanto richiama la politica stessa a quanto non è a sua disposizione e, così facendo, la conferma nella propria libertà [28].
[1] Analogamente il paragrafo 1 afferma: "tutti gli uomini sono tenuti a cercare la verità" .
[2] Dignitatis humanae cit., n. 2. "E' però un diritto in funzione di un dovere. Anzi, come ha ribadito più volte il mio predecessore Paolo VI, è il più fondamentale dei diritti in funzione del primo dei doveri, qual è il dovere di muoversi verso Dio nella luce della verità e con quel moto dell'animo che è amore" (GIOVANNI PAOLO II, Discorso a studiosi giuristi, 10 marzo 1984, n. 6. "Il diritto alla libertà religiosa presuppone il dovere di cercare la verità su Dio, con una volontà esente da coazioni e con una ragione immune da pregiudizi" (D. MAMBERTI, L'azione della Santa Sede in favore della libertà religiosa,
www.zenit.org).
[3] Dignitatis humanae n. 2; CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Nota dottrinale su alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, n. 8.
[4] "La salvezza si trova nella verità" (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione Dominus Jesus n. 22.
[5] "La libertà religiosa non è licenza di aderire all'errore, né un implicito diritto all'errore" (PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004, n. 421, p. 229; Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2108).
[6] Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2105.
[7] "Noi crediamo che quest'unica vera religione risieda nella Chiesa cattolica ed apostolica" (Dignitatis humanae, n. 1): "Occorre quindi aver riguardo sia ai doveri verso Cristo, Verbo vivificante che deve essere predicato, sia ai diritti della persona umana" (Ivi, n. 14).
[8] Dignitatis humanae n. 1.
[9] GIOVANNI PAOLO II, Enc. Centesimus annus, n. 47: "Fonte e sintesi di questi diritti è, in un certo senso, la libertà religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede ed in conformità alla trascendente dignità della persona umana".
[10] "Solo una verità trascendente è intrascendibile" (G. CREPALDI e S. FONTANA, La dimensione interdisciplinare della Dottrina sociale della Chiesa, Cantagalli, Siena 2006, p 18; ma si veda l'intero capitolo).
[11] GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici, n. 39.
[12] GIOVANNI PAOLO II, Nel rispetto dei diritti umani il segreto della pace vera, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1 gennaio 1999, n. 5.
[13] Ivi, n. 49.
[14] Ivi, n. 5.
[15] La ha di recente ribadito Benedetto XVI nel Discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite del 18 aprile scorso: "Tali diritti sono basati e modellati sulla natura trascendente della persona [...]. Il riconoscimento di questa dimensione va rafforzato se vogliamo sostenere la speranza dell'umanità in un mondo migliore".
[16] GIOVANNI PAOLO II, Enc. Centesimus annus, n. 24.
[17] BENEDETTO XVI, Enc. Spe salvi, n. 35.
[18] Ivi, n. 36.
[19] Non si possono "realizzare semplicemente con l'applicazione di procedure corrette" (BENEDETTO XVI, Discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite - 18 aprile 2008).
[20] Anche a proposito dei diritti umani si può affermare quanto Romano Guardini diceva della vita in generale: "Senza elemento religioso la vita diventa come un motore che non ha più olio» (R. GUARDINI, La fine dell'epoca moderna, Morcelliana, Brescia 10038, p. 98).
[21] R. GUARDINI, La fine dell'epoca moderna cit., p. 100.
[22] BENEDETTO XVI, Discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite - 18 aprile 2008).
[23] Dignitatis humanae cit., n. 2; Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2106.
[24] BENEDETTO XVI, La persona umana cuore della pace, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008, n. 10.
[25] J. RATZINGER-J. HABERMAS, Etica, religione e Stato liberale, Morcelliana, Brescia 2005.
[26] BENEDETTO XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno ecclesiale nazionale della Chiesa italiana, Verona 19 ottobre 2006, in Insegnamenti di Benedetto XVI, II, 2, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, p. 471.
[27] S. FONTANA, El relativismo occidental como cuestión ética y política. Respuesta de la fe cristiana, in "Corintios XIII - Revista de teologia y pastoral de la caridad", n. 122, abril-junio 2007, pp. 233-268.
[28] PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004, n. 399, p. 218.

mercoledì 13 agosto 2008

Comportamento ecologico


Monsignor Crepaldi: rispettare la natura è rispettare se stessi
(Da un recente documento di Mons. Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.)
COMPORTAMENTO ECOLOGICO, RESPONSABILITA' ETICA DELL'UOMO, RISPETTO DELLA NATURA E DELLA PROPRIA VITA NEL MONDO
(...) Il problema ambientale è un problema antropologico. Scriveva Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: "All'origine dell'insensata distruzione dell'ambiente naturale c'è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L'uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione della cose da parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra [...] e invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell'opera della creazione, l'uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui" [9].Nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, quella ecologica non è solo un'emergenza naturale, è anche un'emergenza antropologica. Il modo di rapportarsi al mondo dipende dal modo di rapportarsi dell'uomo con se stesso. Ma a leggere il passo della Centesimus annus riportato qui sopra, bisogna anche aggiungere che il modo con cui l'uomo guarda dentro se stesso dipende da come si rivolge a Dio. L'errore antropologico è, a sua volta, un errore teologico. Quando l'uomo vuole porsi al posto di Dio, come dice l'enciclica, perde di vista anche se stesso e la sua responsabilità di governo della natura. (...)
Utilizzando l'orizzonte concettuale di fondo proposto dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa sulla questione ambientale, si può tentare di evidenziare alcune tra le più significative affermazioni. Per efficacia espositiva si utilizzerà il codice linguistico del decalogo, anche se quello che segue non intende essere e proporsi come il decalogo.

1. La Sacra Scrittura indica i criteri morali fondamentali per affrontare la questione ambientale: la persona umana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio Creatore, è posta al di sopra di tutte le altre creature terrene, che deve usare e curare in modo responsabile per corrispondere al grande progetto divino sulla creazione. L'Incarnazione di Gesù, Verbo divino, e la Sua predicazione testimoniano il valore della natura: niente di quanto esiste in questo mondo risulta estraneo al disegno creatore e redentore divino (nn. 451-455).
2. Nell'approccio alla questione ambientale il Magistero sociale della Chiesa sollecita a tener conto di due esigenze fondamentali: a) non si deve ridurre utilitaristicamente la natura a mero oggetto di manipolazione e sfruttamento; b) non si deve assolutizzare la natura, ne sovrapporla in dignità alla stessa persona umana (nn. 461-464).
3. La questione ambientale odierna coinvolge l'intero pianeta e la tutela dell'ambiente costituisce una sfida per l'umanità intera: si tratta del dovere, comune e universale, di rispettare un bene collettivo. La responsabilità verso l'ambiente, patrimonio comune del genere umano, si estende non solo alle esigenze del presente, ma anche a quelle del futuro. Si tratta di una responsabilità che le generazioni presenti hanno nei confronti di quelle future (nn. 466-467).
4. Nell'approccio alla questione ambientale si deve far valere il primato dell'etica sulla tecnica e, dunque, della necessità di salvaguardare sempre la dignità dell'essere umano. Punto di riferimento centrale per ogni applicazione scientifica e tecnica è il rispetto dell'uomo, che deve accompagnarsi ad un doveroso atteggiamento di rispetto nei confronti delle altre creature viventi (nn. 456-460).
5. In una corretta impostazione della questione ambientale, la natura non va considerata una realtà sacra o divina, sottratta all'azione umana. Essa è piuttosto un dono offerto dal Creatore alla comunità umana, affidato all'intelligenza e alla responsabilità morale dell'uomo. Per questo egli non compie un atto illecito quando, rispettando l'ordine, la bellezza e l'utilità dei singoli esseri viventi e della loro funzione nell'ecosistema, interviene modificando alcune loro caratteristiche e proprietà. Sono deprecabili gli interventi dell'uomo quando danneggiano gli esseri viventi o l'ambiente naturale, mentre sono lodevoli quando si traducono in un loro miglioramento (nn. 472-480).
6. La questione ambientale evidenzia la necessità di armonizzare le politiche dello sviluppo con le politiche ambientali, a livello nazionale e internazionale. La programmazione dello sviluppo economico deve considerare attentamente la necessità di rispettare l'integrità e i ritmi della natura, poiché le risorse naturali sono limitate e alcune non sono rinnovabili. Ogni attività economica che si avvalga delle risorse naturali deve anche preoccuparsi della salvaguardia dell'ambiente e prevederne i costi, che sono da considerare come una voce essenziale dei costi dell'attività economica (nn. 469-470).
7. La questione ambientale richiede che si operi attivamente per lo sviluppo integrale e solidale delle regioni più povere del pianeta. A questo riguardo, la dottrina sociale invita a tener presente che i beni della terra sono stati creati da Dio per essere sapientemente usati da tutti: tali beni vanno equamente condivisi, secondo giustizia e carità. Nell'attuazione di uno sviluppo integrale e solidale, il principio della destinazione universale dei beni offre un fondamentale orientamento, morale e culturale, per sciogliere il complesso e drammatico nodo che lega insieme questione ambientale e povertà (nn. 481-485).
8. La questione ambientale richiede per la protezione dell'ambiente la collaborazione internazionale, attraverso la ratifica di accordi mondiali sanciti dal diritto internazionale. La responsabilità verso l'ambiente deve trovare una traduzione adeguata a livello giuridico. Il contenuto giuridico del diritto ad un ambiente sano e sicuro dovrà essere elaborato secondo le esigenze del bene comune e in una comune volontà di introdurre anche sanzioni per coloro che inquinano (n. 468).
9. La questione ambientale sollecita un effettivo cambiamento di mentalità che induca ad adottare nuovi stili di vita. Tali stili di vita devono essere ispirati alla sobrietà, alla temperanza, all'autodisciplina, sul piano personale e sociale. Bisogna uscire dalla logica del mero consumo e promuovere forme di produzione agricola e industriale che rispettino l'ordine della creazione e soddisfino i bisogni primari di tutti. Un simile atteggiamento favorisce una rinnovata consapevolezza dell'interdipendenza che lega tra loro tutti gli abitanti della terra (n. 486).
10. La questione ambientale richiede anche una risposta a livello di spiritualità, ispirata dalla convinzione che il creato è un dono, che Dio ha messo nelle mani responsabili dell'uomo, affinché ne usi con amorevole cura. L'atteggiamento che deve caratterizzare l'uomo di fronte al creato è essenzialmente quello della gratitudine e della riconoscenza: il mondo, infatti, rinvia al mistero di Dio che lo ha creato e lo sostiene. Se si mette tra parentesi la relazione con Dio, si svuota la natura del suo significato profondo, depauperandola. Se invece si arriva a riscoprire la natura nella sua dimensione di creatura, si può stabilire con essa un rapporto comunicativo, cogliere il suo significato evocativo e simbolico, penetrare così nell'orizzonte del mistero, che apre all'uomo il varco verso Dio, Creatore dei cieli e della terra. Il mondo si offre allo sguardo dell'uomo come traccia di Dio, luogo nel quale si svela la
Sua potenza creatrice, provvidente e redentrice (n. 487).

giovedì 7 agosto 2008

Olimpiadi


I Giochi ginnici celebrati dai Greci nella città di Olimpia, in occasione delle feste Olimpie, si fanno risalire al 776 a.C. Ai giochi partecipavano numerosi atleti, che ci cimentavano in diverse discipline: corse a piedi e con i carri, lanci del giavellotto e del disco, pugilato, lotta e altro ancora. I giochi si svolgevano in piena estate fra luglio e agosto, nel periodo della luna piena, perchè allora il mare era calmo, la navigazione tranquilla e si poteva dormire all'aperto. Gli spettatori si raccoglievano sui pendii oppure ai lati della pista e i nomi dei vincitori passavano di bocca in bocca insieme al nome della città d'origine. A sera i tifosi, amici, parenti, compatrioti, li portavano in trionfo fra canti di gioia. La fama dei giochi di Olimpia fu tale che alle gare si affiancarono presto manifestazioni culturali e artistiche. Gli storici leggevano brani delle loro opere, i poeti le loro poesie, gli scultori esponevano le loro opere, le guerre venivano sospese e gli avversari si riappacificavano. Le Olimpiadi moderne si svolsero per la prima volta nel 1896 ad Atene pr iniziativa di Pierre De Coubertin e continuano a celebrarsi ancora oggi con frequenza quadriennale.
***
Padre Celeste,
Tu che ami e proteggi il creato e tutte le creature,
Tu che dai sostegno e vita a tutte le attività dell'uomo,
guarda con benevolenza le antiche, sane, belle attivitò ludiche di questa umanità,
perché fedeli all'autentico spirito sportivo, si svolgano nella pace e nella concordia di tutti i popoli e le nazioni che vi parteciperanno sia di persona che attraverso i mezzi di comunicazione.
Padre Buono e tre volte Santo, scoraggia gli operatori di discordia, sostieni e incoraggia gli operatori della vera, autentica pace, e di ciò che è autentico spirito sportivo, perché attraverso la bellezza e la perfezione fisica dell'umana creatura, così ben esaltata in queste competizioni, salga da tutti i cuori un inno gioioso di lode a Te Sommo e Celeste Creatore. Amen

giovedì 31 luglio 2008

Humanae Vitae

40 anni dalla pubblicazione della Lettera Enciclica "Humanae Vitae"
L'Enciclica Humanae vitae, venne firmata da Paolo VI il 25 luglio 1968. Il testo, ricorda, "respingeva la contraccezione con metodi artificiali" e andava "contro l'edonismo e le politiche di pianificazione familiare, spesso imposte ai Paesi poveri da quelli più ricchi". Appena pubblicata, l'Enciclica sollevò "un'opposizione senza precedenti all'interno della stessa Chiesa cattolica, al punto che il Papa decise di non utilizzare più la forma solenne dell'Enciclica, con ogni probabilità per non esporre a inutili logoramenti l'autorità pontificia". Il Cardinale Joseph Ratzinger scrisse nel 1995 che "raramente un testo della storia recente del Magistero è divenuto tanto un segno di contraddizione come questa Enciclica, che Paolo VI ha scritto a partire da una decisione profondamente sofferta". Nonostante tutto, il Papa non mutò il suo atteggiamento. Il 23 giugno 1978 ribadì anzi al collegio cardinalizio, "dopo le conferme venute dalla scienza più seria", le decisioni prese allora per affermare il principio del rispetto delle leggi di natura e quello "di una paternità cosciente ed eticamente responsabilizzata". Nel discorso per la solennità dei santi Pietro e Paolo, presentato come un bilancio del suo pontificato, Papa Montini "citò le encicliche Populorum progressio e Humanae vitae come espressioni di quella difesa della vita umana che definì elemento imprescindibile nel servizio alla verità della fede". La Humanae vitae, di fronte agli "inquietanti sviluppi dell'ingegneria genetica", appare "lucida e profetica in più punti, quando ad esempio, dichiara che 'se non si vuole esporre all'arbitrio degli uomini la missione di generare la vita, si devono necessariamente riconoscere limiti invalicabili alla possibilità di dominio dell'uomo sul proprio corpo e sulle sue funzioni; limiti che a nessun uomo, sia privato, sia rivestito di autorità, è lecito infrangere'". Malgrado i tanti attacchi a quella che è stata definita "l'Enciclica della pillola", si levarono anche voci a favore di quanto scritto dal Papa. Il noto filosofo Jean Guitton definì l'enciclica "ferme mais non fermée" (ferma ma non chiusa), perché "se parla della via stretta" mostra che è "la via aperta verso l'avvenire". Il Card. gesuita Jean Daniélou, dal canto suo, sottolineava che il documento "ci ha fatto sentire il carattere sacro dell'amore umano", esprimendo una "rivolta contro la tecnocrazia". Sostenitori di Paolo VI furono anche il cardinale Karol Wojtyła e Joseph Ratzinger.
***
Padre Federico Lombardi risponde a una pubblicità apparsa recentemente sul "Corriere della sera" dove i critici dell'Humanae vitae accusano falsamente la Chiesa cattolica di diffondere l'Aids e dimenticano il punto centrale dell'Enciclica di Paolo VI, cioé l'amore tra l'uomo e la donna, spiega il portavoce vaticano. Padre Federico Lombardi, S.I., direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha risposto alla pubblicazione di una "Lettera aperta al Papa", pubblicata a pagamento sul "Corriere della sera" da un cartello di associazioni, il "Catholics for choice", che attacca radicalmente l'Enciclica nel giorno in cui si compiono i 40 anni della sua pubblicazione. "Anzitutto - spiega padre Lombardi in una nota -, i firmatari sono un certo numero di gruppi ben noti per le loro posizioni contestatrici, che non si limitano al solo insegnamento sulla morale coniugale, ma riguardano molti altri argomenti (ad esempio l'ordinazione delle donne) e si pongono quindi da tempo in antitesi con il magistero della Chiesa. Quindi, nulla di nuovo". "Inoltre, la lunghezza della serie dei gruppi nominati non deve impressionare, poiché si tratta spesso delle diverse sezioni nazionali dello stesso gruppo, e diversi gruppi sono assai poco significativi". Il portavoce sottolinea poi "l'accusa più dura, che cioè la posizione cattolica sia causa della diffusione dell'Aids, e quindi di dolore e di morte, ostacolando politiche illuminate di sanità pubblica". Questa accusa, sottolinea, è "manifestamente infondata". "La diffusione dell'Aids è del tutto indipendente dalla confessione religiosa delle popolazioni e dall'influsso delle gerarchie ecclesiastiche, e le politiche di risposta all'Aids fondate principalmente sulla diffusione dei preservativi sono largamente fallite. La risposta all'Aids richiede interventi ben più profondi e articolati, in cui la Chiesa è attiva su molti fronti", osserva. Secondo padre Lombardi, "la 'lettera' non tocca neanche da lontano la vera questione che al centro della Humanae vitae, cioè il nesso fra il rapporto umano e spirituale fra i coniugi, l'esercizio della sessualità come sua espressione e la sua fecondità". "In tutta la lettera, la parola 'amore' non compare mai. Sembra che ai gruppi firmatari questo non interessi per nulla. Nella sola contraccezione sembra risiedere per essi la sola speranza delle coppie e del mondo. Per capire il significato dell'Enciclica e il suo valore 'profetico' sarebbe bene invece rileggere il discorso del Papa del 10 maggio scorso ai partecipanti al Convegno tenuto in Laterano appunto per il 40 della Humanae vitae". "Del resto - conclude il sacerdote -, è evidente che non si tratta di un articolo che esprima una posizione teologica o morale, ma di una propaganda a pagamento a favore dell'uso dei contraccettivi. Viene anche da domandarsi chi l'ha pagata e perché". (Fonti: L'Osservatore romano e Zenit)
***
Ma cosa dice alla fine di così "osceno" questa enciclica? Proviamo a leggerne qualche paragrafo (n.17-21-22)
17. Gli uomini retti potranno ancora meglio convincersi della fondatezza della dottrina della Chiesa in questo campo, se vorranno riflettere alle conseguenze dei metodi di regolazione artificiale delle nascite. Considerino prima di tutto, quale via larga e facile aprirebbero così all'infedeltà coniugale ed all'abbassamento generale della moralità. Non ci vuole molta esperienza per conoscere la debolezza umana e per comprendere che gli uomini, i giovani specialmente, così vulnerabili su questo punto, hanno bisogno di incoraggiamento a essere fedeli alla legge morale e non si deve loro offrire qualche facile mezzo per eludere l'osservanza. Si può anche temere che l'uomo, abituandosi all'uso delle pratiche anticoncezionali, finisca per perdere il rispetto della donna e, senza più curarsi del suo equilibrio fisico e psicologico, arrivi a considerarla come semplice strumento i godimento egoistico e non più come la sua compagna, rispettata e amata. Si rifletta anche all'arma pericolosa che si verrebbe a mettere nelle mani di autorità pubbliche, incuranti delle esigenze morali. Chi potrà rimprovarare a un governo di applicare alla soluzione dei problemi della collettività ciò che fosse riconosciuto lecito ai coniugi per la soluzione di un problema familiare? Chi impedirà ai governanti di favorire e persino di imporre ai loro popoli, ogni qualvolta lo ritenessero necessario, il metodo di contraccezione da essi considerato più efficace? In tal modo gli uomini, volendo evitare le difficoltà individuali, familiari o sociali che s'incontrano nell'osservanza della legge divina, arriverebbero a lasciare in balia dell'intervento delle pubbliche autorità il settore più personale e riservato della intimità coniugale. Pertanto, se non si vuole esporre all'arbitrio degli uomini la missione di generare la vita, si devono necessariamente riconoscere limiti invalicabili alle possibilità di dominio dell'uomo sul proprio corpo e sulle sue funzioni; limiti che a nessun uomo, sia privato, sia rivestito di autorità, è lecito infrangere. E tali limiti non possono essere determinati che dal rispetto dovuto all'integrità del corpo umano e delle sue funzioni naturali scondo i principi sopra ricordati e secondo la retta intelligenza del principio di totalità, illustrato dalle sue funzioni naturali secondo i principi sopra ricordati e secondo la retta intelligenza del principio di totalità, illustrato dal nostro Predecessore Pio XII.
***
21. Una retta e onesta pratica di regolazione della natalità richiede anzitutto dagli sposi che acquistino e posseggano solide convinzioni circa i veri valori della vità e della famiglia, e che tandano ad acquistare una perfetta padronanza di sé. Il dominio dell'istinto, mediante la ragione e la libera volontà, impone indubbiamente una ascesi, affinché le manifestazioni affettive della libertà coniugale, gli conferisce invece un un più alto valore umano. Esige un continuo sforzo, ma grazie al suo benefico influsso i coniugi sviluppano integralmente la loro personalità, arricchendosi di valori spirituali: essa apporta alla vita familiare frutti di serenità e di pace e agevola la soluzione degli altri problemi; favorisce l'attenzione verso l'altro coniuge, aiuta gli sposi a bandire l'egoismo, nemico del vero amore, e approfondisce il loro senso di responsabilità nel compimento dei loro doveri. I genitori acquistano con essa la capacità di un influsso più profondo ed efficace per l'educazione dei figli; la fanciullezza e la gioventù crescono nella giusta stima dei valori umani e nello sviluppo sereno ed armonico delle loro facoltà spirituali e sensibili.
22. Noi vogliamo in questa occasione richiamare l'attenzione degi educatori e di quanti assolvono compiti di responsabilità in ordine al bene comune dell'umana convivenza, sulla necessità di creare un clima favorevole all'educazione della castità, cioé al trionfo della sana libertà sulla licenza, mediante il rispetto dell'ordine morale. Tutto ciò che nei moderni mezzi di comunicazione sociale conduce alle eccitazioni dei sensi, alla sfrenatezza dei costumi, come pure ogni forma di pornografia o di spettacoli licenziosi, deve suscitare la franca e unanime reazione di tutte le persone sollecite del progresso della civiltà e della difesa dei beni supremi dello spirito umano. Invano si cercherebbe di giustificare queste depravazioni con pretese esigenze artistiche o di trarre argomento dalla libertà lasciata in questo settore da parte delle pubbliche autorità.
Quale donna, veramente donna potrebbe mai dire che non c'è del vero in queste riflessioni scritte proprio negli anni della così definita "liberazione sessuale"? La liberazione alla fine era esattamente il contrario di ciò che sembrava, era la frantumazione e la schizofrenia del bellissimo dono dell'amore e soprattutto per le stesse donne. Per quanto riguarda le coppie sposate invece è molto bello e attuale il pensiero del pontefice visto che oggi si parla tanto di santificazione della coppia!
Il miglior commento a questa enciclica è la seguente lettera scritta da una giovane donna che pur non avendola mai letta era arrivata alle stesse conclusioni con il solo buon senso!
***
Lettera ad un futuro padre

Sola con il mio piccolo dolore nella pancia. Il mio utero diventava grande, spingeva per crescere, per farsi spazio. Non sentiva ragioni, paure, dubbi, lui spingeva e basta. Allo stesso modo il seno non pareva volesse ascoltare nessuno. Cresceva si gonfiava, e ogni centimetro della sua superficie tirava e doleva. Il mio olfatto aveva acquistato una nuova sensibilità. Niente gli sfuggiva. Il gusto aveva modificato le sue abituali preferenze. Il mio umore, solitamente facile ad eccitarsi o a deprimersi, si sentiva come in una specie di limbo. Sospesa finalmente ad una giusta altezza, sperimentavo uno stato d'animo molto raro per il mio carattere, l'imperturbabilità. Mi sembrava tutto più distante. C'era qualcosa tra me e il mondo. Qualcosa che era mio, ma non completamente, e del mondo ma non ancora interamente. Era una strana condizione, non potevo fare a meno di rifletterci. Qualcosa di mio, di suo, e del mondo, era un tramite con il tutto, con la vita, era il riscatto dall'esserci amati separandoci dal mondo. Questo evento ci ricollegava ad esso. Ci permetteva di superare l'egoismo dell'essere amanti. Era... l'evoluzione del nostro amore!Caro amore, non è vero che voglio sabotare la tua vita.Cosa sono le nostre piccole vite in confronto alla Vita? Cos'è la nostra vita se ancora non siamo pronti alla Vita?Non venire a dirmi anche tu che queste cose si devono programmare. Quanto consumiamo, come possiamo avere il coraggio di dire che un'altra vita non avrebbe di che nutrirsi? Quante cose buttiamo, quanto superfluo ci circonda! E' orribile quello che stai dicendo amore. Sento la vita prendere corpo nel mio corpo, frutto del nostro amore. Davvero nel nostro caso non si puo' dire che non sia frutto d'amore. Ma tu mi stai chiedendo di dividere il desiderio di far l'amore con te, dal desiderio di avere un figlio da te. Non posso. Più sono consapevole dell'amore, cioè più amo con coscienza e consapevolezza, più non posso dividere queste due cose.Quanto tempo ho impiegato per arrivare a questo punto! Mi stai chiedendo di tornare indietro, di regredire a ruoli bestiali di accoppiamento senza coscienza, senza vero amore, senza luce. A questo punto della mia vita queste cose sono inscindibili per me. Questa piccola vita dentro di me mi rende sana, mi dà nausea se mangio male, se respiro aria sporca, se fumo una sigaretta. Perdonami amore forse questo stato modifica il mio sentire. Mi vedo vivere in mezzo a dei fagocitatori. Abbiamo bisogno di tanto, di troppo, e non ci basta mai. Divoriamo cibo in eccesso. I nostri corpi sono facilmente in sovrappeso, il nostro sangue è troppo ricco, ci ottura le arterie. Come posso crederti quando dici che sono tempi difficili per fare un figlio?Per dare bisogna togliere. Per dare qualcosa dobbiamo privarci di qualcosa. Per dare la vita a un nuovo essere, che è un’opera meravigliosa, non vogliamo privarci di niente?Non so veramente perchè caro amore io devo rinunciare a questo dono. Perchè la vita costa, rispondi tu.Parlare con te mi spezza il cuore amore mio. Ma esisterà mai un momento ideale per fare un figlio? Oppure i nostri desideri aumenteranno con il passare degli anni?Perchè proprio lì dove c’è più benessere, proprio li' paradossalmente non nascono più bambini? Qualcuno mi spieghi questo. Perchè, amore, tu conosci le regioni più ricche del nostro paese, e proprio li' aumenta il rifiuto della vita? In quella passiva assenza di desideri che accompagna la sazietà, nella corsa sfrenata verso l'accrescimento di beni materiali, il desiderio di vita non aumenta, ma diminuisce.Ma noi non possiamo vivere solo per le cose!Come fanno a non stancarsi del godimento fine a se stesso! Tu desideri vivere meglio. Ma quanti desiderano avere di più non per essere di più, ma per consumare l'esistenza in un godimento fine a se stesso.Ti prego amore tu non sei tra questi, vero?Se potessi comunicarti quello che sento. Questa spinta nella pancia è una spinta di vita. Un tempo studiavo danza amore mio, quanto tempo l'insegnante indiana dovette impiegare per farci sentire questo punto, in mezzo alla pancia. Le danzatrici Orissi considerano questo punto come l'origine del movimento delle loro danze. Come puoi non capire amore mio?La vita segue i suoi meravigliosi perfetti schemi e noi ne sappiamo ancora cosi' poco. Cosa sono le nostre piccole meschine vite in confronto alla miracolosa complessità della vita? Come possiamo noi con le nostre piccole menti 'decidere' qualcosa di cosi' importante?Le nostre piccole menti si sentono più importanti della grandiosa forza che le ha create?Cosi' mi sembra che il testimone della vita è più facile che passi tra le mani degli ignavi, dei poveri di spirito, di coloro che 'non sapendo' servono docilmente la forza della vita, non chiedendosi nulla, non possedendo nulla, essi servono.Piuttosto che tra le mani di coloro che convinti da una falsa consapevolezza, si illudono di aver squarciato il velo che ricopre il mistero della vita e si sentono padroni di essa come della loro automobile. Dicono che non si deve scherzare con la vita, che è troppo importante, ma io non vedo traccia di vita nelle loro comode abitazioni. I loro sensi sono annebbiati, mi sembrano ombre. La loro visione del mondo è condizionata da un falso sapere che loro chiamano ‘informazioni’, di cui si nutrono, e cosi' pensano di 'sapere'. La vita per loro consiste nel poter cambiare automobile ogni anno, o viaggiare in continuazione alla ricerca di nuove sensazioni.Come posso parlare loro della Vita, amore mio? Questa loro molteplicità per me è morte, come morte è la loro vita vissuta senza capirne il senso. Tesoro mio ancora prima di sapere che ero incinta mi hai accarezzato a lungo la pancia, ogni notte, come non hai mai fatto. E' strano vero? A quante cose non sappiamo dare una spiegazione razionale. Il cuore è più veloce della mente. La tua mente ora non vuole accettare. Ma la tua mano abituata a sentire tutto il mio corpo aveva sentito qualcosa nel mio ventre e istintivamente aveva cominciato ad accarezzare un punto che prima ignorava o quasi. Nonostante le tue assurde obiezioni a questo evento, io penso ancora di amarti. Ma non posso amare un amore sterile!Mi rigetti nell' antica contraddizione.Questa spinta nella pancia, questa sensazione di pienezza, di rotondità, mi fa uscire dal mondo piatto vostri teleschermi! Questa è una possibilità, tesoro, questa spinta sarà una spinta anche per noi due, per il nostro lavoro, per il nostro futuro, perchè la vita porta vita! Il ciclo delle futilità, il tempo della sensazione è finito ormai. La vita non puo' più essere un'insieme di sensazioni da sperimentare. Ho paura di me stessa, se seguiro' il tuo volere e mi 'libererò'' di questa piccola spinta.Che ne sarà di me ? E che ne sarà del nostro amore? Dopo che mi avranno infilato una cannula sterile li' dove le tue mani ultimamente amavano sostare. Come potro' sopportare di vedere il frutto del nostro amore ridotto in poltiglia colarmi tra le gambe?Nessuna anestesia sarà abbastanza potente da farmi aprire le gambe alla morte. A cosa mi stai conducendo amore mio, mi costringi a discorsi di morte. In questo momento vorrei urlare la mia felicità e la mia gratitudine al mondo intero per questo dono che la vita ci concede. E' un dono di vita amore mio, ci farà crescere, ci aiuterà a staccarci da certi stupidi attaccamenti. Ci darà consapevolezza. Ci insegnerà la rinuncia.I programmi lasciamoli alle macchine!Caro tesoro non guardarmi cosi'. Siamo adulti, entrambi, consapevoli di vivere in un momento buio dell'umanità. “Tutti erano concentrati intorno ai propri vitelli d'oro.” E' una colpa cosi' grande desiderare qualcosa di vero? Quello che io sto provando ora non è un film, non è un prodotto di illusione, non è niente di costruito, il mio seno che raddoppia di volume è vero! E' voglia di verità che mi spinge a parlarti cosi' ora. Non ti accorgi che tutto cio' che è falso e corrotto sta crollando? Tu mi parli della tua libertà, ma io vedo catene intorno a te. E non sono io che le ho messe.E' cosi' stupido pensare che la felicità derivi solo dal soddisfacimento di bisogni materiali, perche' nessuno pensa mai che la felicità puo' derivare anche da una rinuncia?Da desiderio nasce desiderio, nessuno si accorge di quanto pesino le catene dei desideri. Le donne lavorano, lavorano, per la loro indipendenza, dicono. La loro 'indipendenza' quasi sempre finisce nell'acquisto di qualcosa che gli darà felicità per dieci minuti, poi fastidio perchè i loro armadi sono troppo pieni.Ci sono tante cose che mi piacciono di questo mondo, ma ora questa gente mi sta dando dell'egoista. Mi sembrano cosi' confusi, io dico che sarei disposta a rinunciare a viaggi, divertimenti, pur di avere un figlio, e mi guardano come un'aliena. Non mi ero accorta che eravamo a questo punto.No amore. Ma questa spinta nella pancia, il mio corpo che si trasforma, è cosi' stupefacente! Tutto il resto ora mi sembra un gioco idiota. Uno specchio per le allodole, una danza di zombie.Quando studiavo all'università fui colpita dalla lettura del testo di un'antropologa sugli haitiani. Poveri, maltrattati, ignoranti, (secondo i nostri canoni) gli haitiani chiamano "zombies" gli uomini che si preoccupano solo dei bisogni materiali. Da noi si chiamano persone concrete. Tanto vale ricominciare a camminare a quattro zampe.Non guardarmi cosi', amore! E’ questa condizione che muta il mio sentire. Siamo piccoli granelli, polvere da polvere, nati per servire. Dio mio, perchè si dimentica così facilmente la sostanza di cui siamo fatti?Polvere, solo polvere, polvere divina, ma nient'altro che polvere. Eppure basta così poco per scatenare la nostra vanità!

mercoledì 30 luglio 2008

Una avvincente biografia

Ignazio è nato a Loyola, nei Paesi Baschi, da una famiglia di piccola nobiltà. Ha frequentato la corte e ha partecipato a campagne militari. Nel 1521, costretto a stare a letto per una ferita riportata nella difesa di Pamplona, ha trascorso il tempo leggendo una vita di Cristo e le vite dei santi. Queste letture lo animarono e emerse il desiderio di seguire Gesù.
Iniziò un lungo periodo di pellegrinaggio esteriore e interiore. L'itinerario del "pellegrino" - così si definisce Ignazio stesso nel raccontare la sua vita - ebbe come prima tappa il paese di Manresa, vicino Barcellona. Qui ha vissuto un'intensa esperienza spirituale che si è prolungata lungo tutto l'arco della sua vita. Il libro degli Esercizi Spirituali è il condensato di questa esperienza del santo.
Il cammino, sempre improntato a quello di un pellegrino, lo portò a Gerusalemme, dove gli fu proibito di stabilizzarsi, come avrebbe voluto, per cui dovette tornare in Europa.
Arrivato a Barcellona, si dedicò agli studi per poter aiutare meglio gli altri.
A Parigi, dove si era recato per approfondire e concludere la formazione filosofico - teologica, si costituì attorno a lui un gruppetto di una decina di studenti, che Ignazio stesso ha denominato "amici nel Signore". Questi "amici" (tra cui incontriamo Francesco Saverio, futuro santo e patrono delle Missioni) erano di diverse nazionalità e erano animati dallo stesso ideale di aiutare gli altri.Ignazio fu ordinato sacerdote a Venezia nel 1537 e nello stesso anno si recò a Roma.Lungo questo ultimo tratto di cammino verso la meta Ignazio ebbe un nuovo incontro forte con il Signore a La Storta, vicino Roma. E proprio a Roma quel gruppetto che si era formato a Parigi ora si mette a disposizione del Papa per essere inviato in missione ovunque: diventa la comunità che fonda la Compagnia di Gesù. Questa venne approvata dal Papa Paolo III nel 1540.Ignazio fu eletto primo Generale dei gesuiti. Fino al 1556, anno della sua morte, ha governato i gesuiti componendo le costituzioni dell'Ordine, scrivendo circa 6000 lettere e interessandosi di diverse dimensioni della società: dai governanti alle povere donne di strada, dal difendere e propagare la fede nello scacchiere nel mondo allora conosciuto alle questioni riguardanti singole persone. Ignazio fu in sintonia con il detto: "non farsi costringere dal massimo e tuttavia farsi contenere dal minimo: questo è divino"

1491
Nascita di Ignazio Lopez di Loyola ad Azpeitia nella casa-torre della famiglia. È l'ultimo di 13 figli di Beltran Ibañez de Oñaz e di Marina Sanchez de Licona.

1506 Ignazio, orfano di padre e di madre, è ad Arévalo, paggio del ministro delle finanze del re Ferdinando il Cattolico, Juan Velazquez de Cuellar. Qui riceve un'educazione cavalleresca.

1515 Ignazio è accusato di «enormi delitti», commessi ad Azpeitia durante il carnevale. Si ignora come terminò il processo.

1517 Dopo la morte di Juan Velazquez de Cuellar, Ignazio si reca presso il castello di Antonio Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra: vi rimarrà fino all'età di 26 anni.

1521 Durante l'assedio della fortezza di Pamplona da parte dei Francesi, Ignazio rimane gravemente ferito alle gambe da una palla di cannone e viene ricondotto a Loyola. Alla vigilia della festa di San Pietro, verso il quale aveva una speciale devozione, comincia lentamente a migliorare. Durante la convalescenza, non trovando in casa i racconti cavallereschi da lui preferiti, legge la Vita di Cristo di Ludolfo il Certosino e la Leggenda aurea (vite di santi) di Giacomo da Varazze. Nell'autunno ebbe luogo la conversione di Ignazio. Desidera seguire l'esempio dei grandi santi, in particolare Francesco d'Assisi e san Domenico, e mettersi al servizio di Cristo con una fedeltà cavalleresca maggiore di quella prestata ai signori della terra.

1522 Ignazio si reca prima a Aranzazu (santuario vicino a Loyola) e poi a Montserrat (poco distante da Barcellona), presso l'abbazia benedettina, dove fa la confessione generale della sua vita. Alla vigilia della festa dell'Annunciazione, trascorre tutta la notte in preghiera in una singolare «veglia d'armi». Quindi depone le suoi abiti cavallereschi e, vestito da pellegrino, parte per Manresa, dove conduce per più di un anno una vita di preghiera e penitenza. Ignazio comincia a scrivere gli Esercizi Spirituali. Presso il fiume Cardoner «riceve una grande illuminazione», da cui esce profondamente trasformato.

1523 Ignazio arriva a Barcellona, da dove vorrebbe imbarcarsi per Gerusalemme. Si imbarca invece per Gaeta e da qui si dirige verso Roma, dove arriva la domenica delle Palme. Incontra il papa Adriano VI, che benedice il suo prossimo pellegrinaggio nei luoghi santi. Da Venezia parte per la Terra Santa. Visita Gerusalemme, il Santo Sepolcro, Betania, Betlemme, il Giordano, il Monte degli olivi, e vorrebbe fermarsi in quei luoghi, ma deve rinunciare al suo progetto perché il superiore dei Francescani glielo proibisce.

1524 Rientra a Venezia, va a Genova e da qui si imbarca per Barcellona, dove comincia, a trentatré anni, a studiare la grammatica latina.

1526 Studente di filosofia e teologia ad Alcalá. Altri compagni si aggiungono a lui: Calixte de Sa, Juan de Arteaga, Lope de Cáceres e un giovane francese, Jean de Raynald. Ignazio e i suoi quattro compagni sono inquisiti dal Vicario generale della città. Ignazio, dopo aver tentato di trasferirsi presso l'università di Salamanca, decide di trasferirsi a Parigi.

1528 Nella capitale francese Ignazio rimase fino al 1535, ottenendo il dottorato in filosofia. Riunisce attorno a sé alcuni giovani maestri: Pietro Favre, Francesco Xavier, Laínez, Salmerón, Rodrigues, Bobadilla, con i quali nella cappella di Montmartre, il 15 agosto 1534, fa voto di vivere in castità e in povertà e di recarsi a Gerusalemme; se poi per qualsiasi ragione quel pellegrinaggio non si fosse realizzato essi si sarebbero rimessi alla decisione del Papa perché fosse lui a fissare il luogo dove esercitare il loro servizio sacerdotale.

1537 Ignazio si trasferisce in Italia: prima a Bologna e poi a Venezia, dove è ordinato sacerdote. Insieme a Favre e Laínez si avvicina a Roma, rinunciando definitivamente a tornare in Terra Santa. A 14 chilometri a nord della città ha una straordinaria esperienza mistica («visione di La Storta»), che lo conferma nell'idea che portasse il nome di Gesù a quella «Compagnia» o un gruppo di apostoli, che attraverso di loro il Signore Gesùstava facendo nascere.

1538 Ignazio e i suoi compagni si offrono al Papa, secondo il voto di Montmartre. Il papa Paolo III accetta la loro offerta e come prima missione indica loro la catechesi di tutti i bambini delle scuole di Roma. Ignazio celebra la sua prima messa la notte di Natale nella cappella della natività della basilica di Santa Maria Maggiore.

1539 Paolo III approva a voce la formula dei nuovo Istituto.

1540 Il 27 settembre Paolo III approva la Compagnia di Gesù con il decreto «Regimini Militantis Ecclesiae»

1541 Ignazio è eletto all'unanimità, l'8 aprile, Preposito generale della Compagnia. Chiede una nuova elezione, preceduta da tre giorni di preghiera. Il 13 aprile viene confermata l'elezione di Ignazio, che dopo sei giorni accetta. Il 22 aprile Ignazio e i suoi sei compagni vanno in pellegrinaggio alle sette chiese di Roma, e fanno la professione religiosa nella basilica di S. Paolo fuori le Mura.

1544 Ignazio lavora alla redazione delle Costituzioni

1546 Documento «Exponi nobis» di Paolo III, che consente a Ignazio di ammettere nell'Ordine dei coadiutori.

1548 Paolo III approva il testo degli Esercizi Spirituali. Ignazio, pur ammalato, continua a occuparsi delle Costituzioni.

1549 Ignazio per la prima volta parla del progetto di fondare il Collegio Romano. La malattia gli impedisce anche di scrivere e di occuparsi dei catecumeni di Roma

1550 Il 21 giugno: decreto: «Exposcit debitum» di papa Giulio III, che conferma la Compagnia di Gesù. Ignazio completa la stesura delle Costituzioni.

1551 Ignazio tenta invano di dare le dimissioni da Preposito generale. Inaugurazione del Collegio Romano, per il quale redige le prime «Regole».

1552 Ignazio si oppone decisamente alla fusione della Compagnia di Gesù con altre congregazioni religiose già esistenti.

1553 Dietro la pressione dei suoi compagni inzia a dettare le sue meomorie, comunemente designate come Autobiografia.

1556 Si aggravano le condizioni di salute di Ignazio, che si ritira prima in una casa sull'Aventino, poi rientra nella casa situata vicino alla cappella di Santa Maria della Strada (incorporata nell'attuale chiesa del Gesù di Roma), dove muore il 31 luglio.

1609 Paolo V proclama Ignazio beato.

1622 In una solenne celebrazione nella basilica di San Pietro, Gregorio XV proclama santo Ignazio di Loyola. (Dal sito www.gesuiti.it)

En todo amar y servir

"En todo amar y servir"

Preghiera di consacrazione pronunziata da S. Ignazio e dai suoi primi compagni:

"Offro interamente la mia volontà e la mia libertà perché la Divina Maestà possa servirsene secondo la sua santa volontà. Seguendo il Signore casto, dono il mio cuore, le mie energie d'amore affinché Cristo possa servirsene per amare sino alla fine quelli che sono nel mondo. Seguendo il Signore povero, lascio tutto affinché nè l'argento né l'oro ma la forza di Cristo risusciti i poveri, spirituali e materiali. Seguendo il Signore obbediente, dono la mia volontà, affinché il Signore per la mediazione del suo Vicario in terra possa servirsene per le sue missioni presso ogni uomo, ma di preferenza presso i piccoli del Regno, sua preferenza. Il Signore della vigna se ne sera, mediante il suo corpo e il suo sangue, per la più grande gloria del Padre suo, nel loro Spirito d'Amore. (Da "Folli per Cristo, Kolvenback, Ed. Borla)

Ignazio Di Loyola

(dipinto su stoffa)
S. Ignazio di Loyola (1491-1556)
Fondatore della Compagnia di Gesù
***
Prendi, o Signore,
e ricevi ogni mia libertà,
la mia memoria, la mia volontà,
tutto ciò che ho e che possiedo.

Tu me lo hai dato, a Te, o Signore
lo riconsegno:
tutto è tuo, disponi secondo la tua volontà:
dammi il tuo amore e la grazia,
che questa mi basta.

(Esercizi Spirituali, per ottenere amore)

martedì 22 luglio 2008

S. Maria Maddalena 3

Quante volte anche noi gemiamo come la Maddalena vicino a tombe ormai vuote e cerchiamo tra i morti Colui che è ben vivo! Lo cerchiamo proprio nei luoghi dove non potrebbe mai essere, e rischiamo di non sentire neanche la sua voce che ci sta chiamando e che ci sta inviando proprio ad essere araldi della sua resurrezione! Chiediamo al Signore che ci conceda quel movimento, "conversa est" della Maddalena che voltandosi, cambiando radicalmente posizione e il luogo della nostra ricerca, fa sì che anche noi lo ritroviamo "vivo" e che anche noi corriamo a dirlo ai nostri amici, prima, e poi a tutti coloro che lo stanno cercando in luoghi e situazioni sbagliate, in troppi amori, nelle droghe, nell'ebbrezza del potere e dei soldi, ma anche ahimè in forme liturgiche vuote di ogni vita, in assemblee di sepolcri imbiancati, dove ciò che palpita di vita è visto con sospetto e ciò che è autentico crea fastidio e scompiglio. Chiediamo alla Maddalena di aiutarci a riconoscerlo dove di volta in volta vuole a noi mostrarsi. Ricordiamoci che il suo aspetto sarà quasi sempre "velato". Se siamo forti e focosi di zelo come Elia, in una brezza leggera, se siamo anziani come Abramo e Sara in tre giovani pellegrini, se proveniamo come Mosè dalle corti egiziane, nel mistero di un roveto che arde e non brucia... (continua)
Se invece siamo come il giovane eccentrico Francesco, re delle feste di Assisi, nel volto sfigurato del fratello lebbroso, se pure come Madre Teresa di Calcutta siamo comunque già tra le mura di un lindo convento e portiamo avanti una santa vocazione all'insegnamento, in un mendicante che ha sete, se siamo incamminati verso una buona carriera ecclesiastica, come Don Bosco, ecco il Signore "velato" in quei teppistelli di strada, maleducati e ignoranti che cominciarono a trovare in lui un punto di riferimento. Se siamo Camillo de Lellis o Giuseppe Moscati, eccolo nascosto nelle membra sofferenti dei fratelli ammalati, se siamo brillanti intellettuali come Edith Stein, eccolo ad attenderci in quell'inconcepibile follia che furono i campi di sterminio ebrei. Ma se siamo Teresa di Gesù e godiamo già in questa vita di vederlo nella sua umanità o di sentire la sua voce, ecco che ci chiede di occuparci del suo corpo "mistico", dell'intera Chiesa scossa dall'estendersi dei cattivi costumi del clero e dalle inevitabili eresie che ne conseguivano. (Continua)
Ma se conduciamo una esistenza "normale", in una famiglia "normale", in tempi e luoghi "normali", dove si nasconderà il nostro Cristo Risorto, dove ci chiederà di cercarlo? Nella piccola via come scriveva la piccola Teresa d Lisieaux, oppure trasformando in "endecasillabi la prosa quotidiana", come amava dire Escrivà de Balaguer, cioè svolgendo al meglio il nostro lavoro quotidiano, che sia pulire le aule di una scuola o ricoprire una importante carica politica agli occhi del Signore non fa nessuna differenza.
Ecco la lezione della Maddalena, il Signore l'ha guarita da un modo sbilanciato di amare, l'ha messa in contatto con la fonte stessa dell'Amore, ma poi non le ha chiesto di rimanere ad in-trattenersi con questo Amore, le ha chiesto di portare agli altri, specialmente ai crocifissi della terra, la gioia del mattino di Pasqua. Sembra di sentirla cantare con il salmista "corro per la via dei tuoi comandi perchè Tu hai dilatato il mio cuore, Signore..." Solo la misericordia e l'amore del Signore può dilatare i nostri cuori. Maria Maddalena aveva sperimentato come tutto il resto, compreso i famosi sette demoni che secondo alcune interpretazioni la possedevano, nonostante il loro fascino perverso ( possono apparire molto affascinanti, se vogliono, non necessariamente con i piedi caprini!) rimpicciolivano il suo cuore e la sua capacità di amare. Ma anche Paolo di Tarso era un esperto di misericordia, e nella seconda lettera ai Corinzi così scrive: "Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d'animo, al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia, né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio." (MLA)

S. Maria Maddalena 2


In questo dipinto di Pedro Berruguete del 1500 una figura angelica tiene in mano un velo trasparente straordinariamente simile al bisso (seta marina) custodito nella preziosa teca del Santuario del Volto Santo di Manoppello. Secondo la tesi di alcuni accreditati studiosi, il velo di Manoppello altro non sarebbe che quella parte del corredo di sepoltura "messo a parte" all'interno della tomba, come leggiamo nel passo di Giovanni, che copriva la testa del Signore. E che mostra l'immagine di un volto ancora in parte ferito ma vivo, con gli occhi aperti e la bocca socchiusa. Chissà se l'autore pensava agli angeli veduti dalla Maddalena!

S. Maria Maddalena 1

Una autem sabbati Maria Magdalene venit mane, cum adhuc tenebrae essent, ad monumentum et vidit lapidem sublatum a monumento. Cucurrit ergo et venit ad Simonem Petrum et ad alium discipulum, quem amabat Iesus, et dicis illis: Tulerunt Dominum de monumento, et nescimus ubi posuerunt eum. Exiit ergo Petrus e ille alius discipulus et venerunt ad monumentum. Currebant autem duo simul , et ille alius discipulus praecucurrit citius Petro et venit primus ad monumentum. Et cum se inclinasset, vidit posita linteanima, non tamen introivit. Venit ergo Simon Petrus sequens eum et introivit in monumentum et vidit linteanima posita et sudarium, quod fuerat super caput eius, non cum linteanimibus positum, sed separatim involutum in unum locum. Tunc ergo introivit et ille discipulus, qui venerat primus ad monumentum, et vidit et credidit; nondum enim sciebant Scripturam, quia oportebat eum a mortuis resugere. Abierunt ergo iterum discipuli ad semetipsos. Maria autem stabat ad monumentum foris plorans. Dum ergo fleret, inclinavit se et prospexit in monumentum, et vidit duos angelos in albis sedentes, unum ad caput et unum ad pedes, ubi positum fuerat corpus Iesu. Dicunt ei illi: Mulier, quid ploras? Dicit eis: Quia tulerunt Dominum meum, et nescio ubi posuerunt eum.Haec cum dixisset, conversa est retrorsum et vidit Iesum stantem, et non sciebat quia Iesus est. Dicit ei Iesus: Mulier, quid ploras? quem quaeris? Illa existimans quia hortulanus esset dicit ei: Rabboni, quod dicitur magister. Dicit ei Iesus: Noli me tangere; nondum enim ascendi ad Patrem meum; vade autem ad fratres meus et dic eis: ascendo ad Patrem meum et Patrem vestrum, Deum meum et Deum vestrum. Venit Maria Magdalene annuntians discipulis: Quia vidi Dominum, et haec dixit mihi.
***
(Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa. Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo».Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.)
Gv 20, 1-18

lunedì 21 luglio 2008

Elia Profeta

L'incontro con Dio (dal 1 Libro dei Re, 9-18)
Elia giunto nella caverna vi passò la notte. Ed ecco che la parola del Signore gli fu rivolta in questi termini: "Che fai qui, o Elia?" Egli rispose: Ardo di zelo per il Signore Dio degli eserciti, perché i figli d'Israele hanno abbandonato la tua alleanza, hanno distrutto i tuoi altari e ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto io solo eppure essi cercano di togliermi la vita". Di rimando sentì dirsi: "Esci e sta' sul monte davanti al Signore". Ecco che il Signore passò. Ci fu un vento grande e gagliardo, tale da scuotere le montagne e spaccare le pietre, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il sussurro di una brezza leggera. Non appena santì questo, Elia si coprì la faccia con il mantelli, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco una voce che gli diceva: "Che fai qui o Elia?". Egli rispose: "Ardo di zelo per il Signore, perché i figli d'Israele hanno abbandonato la tua alleanza, hanno distrutto i tuoi altari e ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto io solo, eppure tentano di togliermi la vita". Il Signore gli replicò: "Va' riprendi il tuo cammino verso il deserto di Damasco. Andrai ad ungere Cazaèl come re di Aram. Poi ungerai Ieu figlio di Nimsi, come re d'Israele; infine ungerai Eliseo, figlio di Safat, da Abel-Mecola, come profeta al tuo posto. Chiunque sfuggirà alla spada di Cazaèl, sarà ucciso da Ieu, e chiunque sfuggirà alla spada di Ieu, sarà ucciso da Eliseo. Io poi mi serberò in Israele settemila uomini: tutte le ginocchia che non si sono piegate davanti a Baal e tutte le bocche che non lo hanno baciato".