venerdì 11 novembre 2011

Che giorno è oggi?

Il calendario ebraico

In questo calendario l'anno può essere comune (se composto di 12 mesi lunari per un totale di 353, 354 o 355 giorni, a seconda che sia difettivo, regolare o abbondante) oppure embolismico (se composto di 13 mesi lunari per un totale di 383, 384 o 385 giorni).
Dodici anni comuni (il 1°, 2°, 4°, 5°, 7°, 9°, 10°, 12°, 13°, 15°, 16°, 18°) intercalati con sette anni embolismici (il 3°, 6°, 8°, 11°, 14°, 17°, 19°) formano un ciclo diciannovennale che si ripete continuamente (ciclo di Metone), poiché equivale a diciannove anni solari. Perciò questo calendario si definisce lunisolare.
I mesi del calendario ebraico sono: Tishri o TishreiHeshvan o CheshvanKislev, Tevet, Shevat, Adar, Nisan, Iyar o IyyarSivan, Tammuz, Av, Elul. Gli anni embolismici hanno 13 mesi, raddoppiando il mese di Adar.
I mesi hanno una durata di 29 o 30 giorni, generalmente (ma non sempre) in modo alternativo (29-30-29 ecc.).
L'inizio del giorno ebraico si ha al tramonto del sole, convenzionalmente (ai fini dei calcoli del calendario) alle ore 18, ora di Gerusalemme.
Ogni ora è suddivisa in 1080 parti.
Gli Ebrei contano gli anni a partire dalla prima luna nuova dell'anno della creazione del mondo secondo la Bibbia. Questo momento corrisponde a 5 ore e 204 parti dopo le ore 18 (quindi poco prima di mezzanotte) del 6 ottobre 3761 a.C., secondo il calendario giuliano. Questo giorno è il giorno 1 del mese Tishri. Da questo giorno parte il calcolo dei mesi e degli anni, secondo il ciclo di 19 descritto sopra, composto da anni comuni ed embolismici. A loro volta anche gli anni comuni possono distinguersi in anni di 353, 354 o 355 giorni, e gli embolismici in anni di 383, 384 o 385 giorni. Questo avviene secondo il seguente meccanismo. L'anno dura di regola 354 giorni; se però la luna nuova cade dopo mezzogiorno del giorno che dovrebbe essere il nuovo capodanno, questo slitta di un giorno, così come slitta di un altro giorno nel caso in cui il capodanno dovesse cadere di mercoledì, venerdì o sabato. In questo modo può succedere che risultino 2 anni consecutivi di 356 giorni: in questo caso si ritarda di 2 giorni l'inizio del primo di questi 2 anni. Analogamente, se dovessero risultare 2 anni consecutivi di 382 giorni, si correggerebbe ritardando di 1 giorno l'inizio del secondo di questi 2 anni.
Pur essendo di diversa durata e iniziando in periodi diversi (in particolare, l'anno del calendario ebraico ha una durata e quindi un capodanno variabile), il calendario ebraico e il calendario giuliano (e gregoriano) si raggiungono ogni 19 anni, come detto sopra, per cui nel corso dei secoli marciano di pari passo.

Considerazioni più approfondite si possono ricavare dal sito di Claus Tondering Frequently asked questions about calendars, dal quale ho tratto gran parte delle informazioni.

II calendari musulmano e iraniano

Il calendario musulmano è lunare, poiché l'anno è composto di 12 mesi lunari di 29 e 30 giorni, per un totale di 354 o 355 giorni. Non essendo regolato dunque con quelli di tipo solare, questo calendario "corre" più velocemente di questi ultimi.
I mesi del calendario islamico sono: Muharram (30 g.), Safar (29 g.), Rabi'a I o Rabi I (30 g.), Rabi'a II o Rabi II (29 g.), Jumada I(30 g.), Jumada II (29 g.), Rajab (30 g.), Sha'ban (29 g.), Ramadan (30 g.), Shawwal Dhu (29 g.), Dhu al-Q'adah o Dhu'l-Qa'dah(30 g.), Dhu al-Hijjah o Dhu'l-Hijja (29 g., 30 g. negli anni bisestili).
Gli anni bisestili, che prevedono un giorno in più alla fine dell'ultimo mese, sono 11 nell'arco di 30 anni.
Il primo degli anni lunari ha avuto inizio il 16 luglio 622 dell'era volgare, cioè al principio dell'Egira.
Il calendario iraniano fu introdotto nel 1925. E' anch'esso basato sull'Egira, ma è regolato con quello solare. Il primo giorno dell'anno, che conta 12 mesi, è il 21 marzo (equinozio di primavera).

 I calendari copto ed etiopico

L'anno copto (utilizzato dalla Chiesa egiziana) inizia il 29 agosto del calendario giuliano (data dell'introduzione in Egitto del calendario romano, intorno al 10 a.C.), corrispondente, attualmente, all'11 settembre del calendario gregoriano. E' composto di 12 mesi di 30 giorni ciascuno, oltre a 5 giorni supplementari (6 negli anni bisestili).
Gli anni bisestili precedono di un anno quelli del calendario giuliano. Dunque, l'anno che segue immediatamente il bisestile inizia il 30 agosto del calendario giuliano, mentre dall'anno successivo il capodanno torna ad essere il 29 agosto, perché nel frattempo anche il calendario giuliano ha avuto il suo 29 febbraio.
La base del conteggio degli anni è il 284 dell'era volgare, anno in cui fu proclamato imperatore Diocleziano.
Il calendario etiopico è equivalente a quello copto, ma le ere utilizzate sono, accanto a quella di Diocleziano, quella dettaalessandrina minore, che stabilisce la data della creazione del mondo nel 5493 a.C., e quella cristiana, che però differisce dall'era cristiana del calendario gregoriano per un ritardo di 7 anni e 8 mesi circa (ovvero il periodo dall'1 gennaio al 29 agosto-11 settembre).

I calendari musulmano e iraniano

Il calendario musulmano è lunare, poiché l'anno è composto di 12 mesi lunari di 29 e 30 giorni, per un totale di 354 o 355 giorni. Non essendo regolato dunque con quelli di tipo solare, questo calendario "corre" più velocemente di questi ultimi.
I mesi del calendario islamico sono: Muharram (30 g.), Safar (29 g.), Rabi'a I o Rabi I (30 g.), Rabi'a II o Rabi II (29 g.), Jumada I(30 g.), Jumada II (29 g.), Rajab (30 g.), Sha'ban (29 g.), Ramadan (30 g.), Shawwal Dhu (29 g.), Dhu al-Q'adah o Dhu'l-Qa'dah(30 g.), Dhu al-Hijjah o Dhu'l-Hijja (29 g., 30 g. negli anni bisestili).
Gli anni bisestili, che prevedono un giorno in più alla fine dell'ultimo mese, sono 11 nell'arco di 30 anni.
Il primo degli anni lunari ha avuto inizio il 16 luglio 622 dell'era volgare, cioè al principio dell'Egira.
Il calendario iraniano fu introdotto nel 1925. E' anch'esso basato sull'Egira, ma è regolato con quello solare. Il primo giorno dell'anno, che conta 12 mesi, è il 21 marzo (equinozio di primavera).


Il calendario lunare cinese

La Repubblica popolare cinese adotta ufficialmente il calendario gregoriano; d'altra parte, il calendario giuliano era già conosciuto e utilizzato in Cina fin dai tempi di Marco Polo.
Tuttavia, accanto al calendario gregoriano, continua ad essere osservato, soprattutto per le festività, l'antico calendario lunare cinese.
Si tratta, in realtà, di un calendario lunisolare e si presenta simile, per molti aspetti, al calendario ebraico.
Anche il calendario cinese prevede, infatti, anni comuni, composti da 12 mesi e da 353, 354 o 355 giorni, e anni embolismici, composti da 13 mesi e da 383, 384 o 385 giorni.
L'inizio di ogni mese avviene ad ogni fase di luna nuova, considerata tale dai cinesi nel momento della congiunzione della Luna col Sole, ovvero quando la Luna è completamente invisibile, per le zone in prossimità del meridiano a 120 gradi a est di Greenwich, che è il meridiano delle coste orientali della Cina.
E' importante la definizione di termine principale: è la data in cui il Sole, nel suo apparente moto intorno alla Terra, determina un angolo multiplo di trenta gradi, considerando l'angolo di zero gradi quello creato dalla posizione del Sole il giorno dell'equinozio di primavera.
Il termine principale 1 si ha quando la longitudine del Sole è di 330 gradi, il termine principale 2 si ha quando la longitudine del Sole è di 0 gradi, il termine principale 3 avviene quando il Sole è a 30 gradi, e così via.
Ogni mese prende il numero del termine principale in esso contenuto.
Nel caso in cui capiti che un mese contenga due termini principali, non si tiene conto del secondo. Il termine principale 11, che coincide col solstizio d'inverno, deve sempre cadere nel mese numero 11.
Quando si hanno 13 lune piene tra l'undicesimo mese di un anno e l'undicesimo mese dell'anno successivo (ovvero tra un solstizio e il successivo), l'anno che segue diventa di 13 mesi. Poiché in tale anno c'è almeno un mese che non contiene nessun termine principale, il mese successivo a questo diventa il mese aggiuntivo, che porta però lo stesso numero del mese precedente.
Nel calendario cinese gli anni sono contati seguendo un ciclo di 60 anni. Fino al 1911 venivano contati partendo dal momento dell'ascesa al trono di ogni imperatore.
Ad ogni anno viene assegnato un nome composto da due parti: una radice celeste e un ramo terrestre.
Le parole che costituiscono la prima parte del nome sono dieci, e non sono traducibili:
jia, yi, bing, ding, wu, ji, geng, xin, ren, gui.
Le parole che costituiscono la seconda parte, quella terrestre, sono le seguenti dodici:
zi (topo), chou (bue), yin (tigre), mao (coniglio), chen (drago), si (serpente), wu (cavallo), wei (pecora), shen (scimmia), you (gallo), xu (cane), hai (maiale).
I nomi degli anni vengono creati partendo dal primo nome 'celeste' e dal primo 'terrestre', e utilizzando successivamente i secondi, i terzi, ecc. delle due liste; quando si arriva all'ultimo di una delle due liste, si ricomincia dal primo di quella lista. In questo modo è possibile costruire 60 combinazioni, ossia 60 nomi di mesi, che sono quelli che compongono un ciclo completo.
Si usa contare questi cicli sessantennali a partire dal 2637 a.C., quando, secondo la tradizione, il calendario cinese fu inventato (in realtà dovrebbe avere circa duemila anni).
Ecco ora una tabella che illustra i nomi di alcuni anni a noi vicini:
bing-ziding-chouwu-yinji-maogeng-chenxin-si
TopoBueTigreConiglioDragoSerpente
199619971998199920002001

ren-wugui-weijia-shenyi-youbing-xuding-hai
CavalloPecoraScimmiaGalloCaneMaiale
200220032004200520062007

wu-ziji-chougeng-yinxin-maoren-chengui-si
TopoBueTigreConiglioDragoSerpente
200820092010201120122013
Va comunque precisato che gli anni di questo calendario non coincidono esattamente con quelli del calendario gregoriano, poiché varia necessariamente la data del capodanno: precisamente, il capodanno cinese, Hsin Nien, che dura quattro giorni, cade in coincidenza della prima luna nuova dopo l'entrata del Sole nel segno dell'Acquario, ossia nel momento in cui inizia il mese numero 1.
Per questa ragione può verificarsi tra il 21 gennaio e il 19 febbraio del calendario gregoriano.

Il calendario maya

I Maya (seguiti dagli altri popoli antichi dell'America centrale, quali gli Aztechi e i Toltechi) misuravano il tempo mediante tre calendari: accanto al calendario religioso, chiamato Tzolkin, e a quello civile, chiamato Haab, utilizzavano infatti un sistema per il conteggio nel lungo periodo.

LO TZOLKIN

Questo calendario si limitava a dare un nome a ogni giorno, creandolo dalla combinazione di un numero (da 1 a 13) con un nome (da un elenco di 20), a sua volta abbinato al numero del giorno (kin) del calendario per il computo degli anni, spiegato di seguito.
I 20 nomi erano:
0 Ahau4 Kan8 Lamat12 Eb16 Cib
1 Imix5 Chiccan9 Muluc13 Ben17 Caban
2 Ik6 Cimi10 Oc14 Ix18 Etznab
3 Akbal7 Manik11 Chuen15 Men19 Caunac
I numeri posti prima del nome corrispondono ai giorni (kin) del calendario di lungo periodo.
Combinando i numeri da 1 a 13 con i 20 nomi si otteneva un ciclo di 260 giorni con nomi diversi (13 x 20 =260), come, ad esempio, 1 Etznab, 4 Oc, 10 Akbal.
L'associazione tra il numero e il nome rendeva i giorni più o meno "fortunati".

L'HAAB

Era il calendario civile, come si è detto, ed era formato da 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più 5 giorni detti Uayeb, per un totale di 365 giorni.
I giorni di ogni mese erano numerati da 0 a 19; i cinque giorni Uayeb erano considerati particolarmente sfortunati.
I nomi dei 18 mesi erano:
1)
Pop
2)
Uo
3)
Zip
4)
Zotz
5)
Tzec
6)
Xul
7)
Yaxkin
8)
Mol
9)
Chen
10)
Yax
11)
Zac
12)
Ceh
13)
Mac
14)
Kankin
15)
Muan
16)
Pax
17)
Kayab
18)
Cumku

IL LUNGO CICLO (LONG COUNT) DEI MAYA

Il minimo comune multiplo fra 260 (durata in giorni del calendario sacro) e 365 (durata in giorni del calendario civile) è 18980: ecco perché un periodo di 18980 giorni (circa 52 anni) costituiva per i Maya un ciclo importante, al termine del quale si temeva sempre il rischio di una fine del mondo.
Ma per misurare il tempo lungo i secoli occorreva un terzo sistema di datazione, costituito dai seguenti elementi:
  • kin (giorno)
  • uinal: 1 uinal = 20 kin = 20 giorni
  • tun: 1 tun = 18 uinal = 360 giorni
  • katun: 1 katun = 20 tun = 7200 giorni
  • baktun: 1 baktun = 20 katun = 144000 giorni
La data era formata da cinque gruppi di cifre, che rappresentavano i cinque elementi come in questo esempio:
7.9.14.12.18
Questa data sta appunto a significare:
baktun, 9 katun, 14 tun, 12 uinal e 18 kin.
kin, i tun e i katun erano numerati da 0 a 19, mentre gli uinal andavano da 0 a 17 e i baktun da 1 a 13.
Ciò significa che la data presa come esempio corrisponde al giorno n. 1078098 dall'inizio del conteggio: infatti
18 + 12 x 20 + 14 x 18 x 20 + 9 x 20 x 18 x 20 + 7 x 20 x 20 x 18 x 20 = 1078098.
Data di partenza è considerata il 13.0.0.0.0 (che equivarrebbe allo 0.0.0.0.0, se il baktun cominciasse da 0 anziché da 1), coincidente con quella conclusiva, oltre la quale il ciclo ricomincia.
Un ciclo siffatto ha una durata di 1872000 giorni, cioè circa 5125 anni (1872000 = 13 x 144000).
Anche se non vi è certezza assoluta a riguardo, le date più accreditate a corrispondere a quella di partenza sono l'11 o il 13 agosto 3114 a.C. del calendario gregoriano (attenzione: ciò significa il 6 o l'8 settembre 3114 a.C. del calendario giuliano), e quindi quella conclusiva del ciclo (corrispondente al 13.0.0.0.0) dovrebbe cadere il 21 o il 23 dicembre 2012.
Dunque la data finale coincide, probabilmente in modo non casuale, con un solstizio d'inverno, che i Maya riuscivano a prevedere poiché probabilmente conoscevano il fenomeno della precessione degli equinozi.






giovedì 10 novembre 2011

Educare all'autostima


Riparte la scuola per genitori con Crepet
Giovedì 17 Novembre 2011, presso l’Aula Magna dell’ Itis “A.Volta” di Alessandria, sarà avviato il II° Anno della “Scuola per Genitori di Alessandria” sotto la direzione scientifica del Prof. Crepet.
L’impegno educativo che, questo ciclo di in 14:17:46contri sul rapporto genitori-figli, attua da qualche anno a questa parte, come vocazione principale, la Parrocchia di San Michele, trova, per il secondo anno consecutivo, nella formula della “Scuola” ideata e lanciata sette anni fa dal Prof. Paolo Crepet, la sua massima espressione laica e sociale. Si tratta di una sorta di “laboratorio” , una riflessione ed un monitoraggio continuo sulla più grande crisi del nostro tempo : l’emergenza educativa. Autorevoli esperti in ambito psicopedagogico, e psicoterapeutico  si alterneranno in un dialogo franco e sincero, analizzando le cause e proponendo riflessioni su alcune idee orientative di fondo che sottendono  una ben definita visione dell’ uomo, possa essa essere cristiana ovvero umana.  La nostra prima ospite sarà la Prof. Maria Rita Parsi, che inaugurerà la serata del 17 novembre, affrontando uno dei temi più delicati e meno sviluppati, in consapevolezza, sia dagli adulti, che dai giovani: “Educare all’ autostima”
Che cos’è l’autostima ? A parole, tutti dovremmo esserne in grado di darne definizione, ma , in pratica, accrescere la nostra autostima ed aiutare i nostri figli a diventare soggetti adulti liberi, autonomi, equilibrati, maturi, è il compito più arduo e impossibile oggi, per la maggior parte di noi , purtroppo!
Questa ed altre riflessioni che si articoleranno nel calendario delle serate, hanno riscontrato , fin dal loro esordio, l’approvazione del nostro Arcivescovo Mons.Giuseppe Versaldi che ha lasciato  al Parroco di San Michele , Mons. Ivo Piccinini, l’autonomia nell’organizzazione anche di questo secondo anno ,affinchè possa “declinare” , anche attraverso iniziative “laiche” come questa , una delle possibili risposte che la chiesa alessandrina desidera offrire in ambito educativo.
La Scuola , che è sostenuta economicamente da sponsor privati , ha trovato , come lo scorso anno , il sostegno ed il patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Familiari, nella persona dell’ Assessore Teresa Curino, sempre molto sensibile ad iniziative di questo genere , ed è contemplato nel  programma” La Vita in pienezza” .
Per informazioni  monicaocchi@alice.it
Per iscrizioni  beppe.cavaliere@alice.it   333- 3680831
La prima serata sarà a partecipazione libera.
Monica Occhi
Referente formativo “Scuola per Genitori di Alessandria” sotto la direzione scientifica del Prof.Paolo Crepet
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venerdì 28 ottobre 2011

GIORNATA DI RIFLESSIONE, DIALOGO E PREGHIERA PER LA PACE E LA GIUSTIZIA NEL MONDO "PELLEGRINI DELLA VERITÀ, PELLEGRINI DELLA PACE"

Cari fratelli e sorelle,
distinti Capi e rappresentanti delle Chiese e Comunità ecclesiali e delle religioni del mondo,
cari amici,

sono passati venticinque anni da quando il beato Papa Giovanni Paolo II invitò per la prima volta rappresentanti delle religioni del mondo ad Assisi per una preghiera per la pace. Che cosa è avvenuto da allora? A che punto è oggi la causa della pace? Allora la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. All’improvviso, gli enormi arsenali, che stavano dietro al muro, non avevano più alcun significato. Avevano perso la loro capacità di terrorizzare. La volontà dei popoli di essere liberi era più forte degli arsenali della violenza. La questione delle cause di tale rovesciamento è complessa e non può trovare una risposta in semplici formule. Ma accanto ai fattori economici e politici, la causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale. Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace. E bisogna aggiungere che in questo contesto si trattava non solamente, e forse neppure primariamente, della libertà di credere, ma anche di essa. Per questo possiamo collegare tutto ciò in qualche modo anche con la preghiera per la pace.
Ma che cosa è avvenuto in seguito? Purtroppo non possiamo dire che da allora la situazione sia caratterizzata da libertà e pace. Anche se la minaccia della grande guerra non è in vista, tuttavia il mondo, purtroppo, è pieno di discordia. Non è soltanto il fatto che qua e là ripetutamente si combattono guerre – la violenza come tale è potenzialmente sempre presente e caratterizza la condizione del nostro mondo. La libertà è un grande bene. Ma il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza. La discordia assume nuovi e spaventosi volti e la lotta per la pace deve stimolare in modo nuovo tutti noi.
Cerchiamo di identificare un po’ più da vicino i nuovi volti della violenza e della discordia. A grandi linee – a mio parere – si possono individuare due differenti tipologie di nuove forme di violenza che sono diametralmente opposte nella loro motivazione e manifestano poi nei particolari molte varianti. Anzitutto c’è il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del “bene” perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza.
La critica della religione, a partire dall’illuminismo, ha ripetutamente sostenuto che la religione fosse causa di violenza e con ciò ha fomentato l’ostilità contro le religioni. Che qui la religione motivi di fatto la violenza è cosa che, in quanto persone religiose, ci deve preoccupare profondamente. In un modo più sottile, ma sempre crudele, vediamo la religione come causa di violenza anche là dove la violenza viene esercitata da difensori di una religione contro gli altri. I rappresentanti delle religioni convenuti nel 1986 ad Assisi intendevano dire – e noi lo ripetiamo con forza e grande fermezza: questa non è la vera natura della religione. È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione. Contro ciò si obietta: ma da dove sapete quale sia la vera natura della religione? La vostra pretesa non deriva forse dal fatto che tra voi la forza della religione si è spenta? Ed altri obietteranno: ma esiste veramente una natura comune della religione, che si esprime in tutte le religioni ed è pertanto valida per tutte? Queste domande le dobbiamo affrontare se vogliamo contrastare in modo realistico e credibile il ricorso alla violenza per motivi religiosi. Qui si colloca un compito fondamentale del dialogo interreligioso – un compito che da questo incontro deve essere nuovamente sottolineato. Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura. Il Dio in cui noi cristiani crediamo è il Creatore e Padre di tutti gli uomini, a partire dal quale tutte le persone sono tra loro fratelli e sorelle e costituiscono un’unica famiglia. La Croce di Cristo è per noi il segno del Dio che, al posto della violenza, pone il soffrire con l’altro e l’amare con l’altro. Il suo nome è “Dio dell’amore e della pace” (2 Cor 13,11). È compito di tutti coloro che portano una qualche responsabilità per la fede cristiana purificare continuamente la religione dei cristiani a partire dal suo centro interiore, affinché – nonostante la debolezza dell’uomo – sia veramente strumento della pace di Dio nel mondo.
Se una tipologia fondamentale di violenza viene oggi motivata religiosamente, ponendo con ciò le religioni di fronte alla questione circa la loro natura e costringendo tutti noi ad una purificazione, una seconda tipologia di violenza dall’aspetto multiforme ha una motivazione esattamente opposta: è la conseguenza dell’assenza di Dio, della sua negazione e della perdita di umanità che va di pari passo con ciò. I nemici della religione – come abbiamo detto – vedono in questa una fonte primaria di violenza nella storia dell’umanità e pretendono quindi la scomparsa della religione. Ma il “no” a Dio ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio.
Qui non vorrei però soffermarmi sull’ateismo prescritto dallo Stato; vorrei piuttosto parlare della “decadenza” dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso.
L’assenza di Dio porta al decadimento dell’uomo e dell’umanesimo. Ma dov’è Dio? Lo conosciamo e possiamo mostrarLo nuovamente all’umanità per fondare una vera pace? Riassumiamo anzitutto brevemente le nostre riflessioni fatte finora. Ho detto che esiste una concezione e un uso della religione attraverso il quale essa diventa fonte di violenza, mentre l’orientamento dell’uomo verso Dio, vissuto rettamente, è una forza di pace. In tale contesto ho rimandato alla necessità del dialogo, e parlato della purificazione, sempre necessaria, della religione vissuta. Dall’altra parte, ho affermato che la negazione di Dio corrompe l’uomo, lo priva di misure e lo conduce alla violenza.
Accanto alle due realtà di religione e anti-religione esiste, nel mondo in espansione dell’agnosticismo, anche un altro orientamento di fondo: persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio. Persone del genere non affermano semplicemente: “Non esiste alcun Dio”. Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono “pellegrini della verità, pellegrini della pace”. Pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri. Queste persone cercano la verità, cercano il vero Dio, la cui immagine nelle religioni, a causa del modo nel quale non di rado sono praticate, è non raramente nascosta. Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo a noi credenti, a tutti i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile. Per questo ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”. Vi ringrazio.
***

(ASCA) - Assisi 27 ott - Sono 31 le delegazioni che oggi si sono ritrovate ad Assisi per assumere un impegno solenne per la pace, nel segno dello spirito francescano; 17 delle chiese d'Oriente, 13 quelle dell'Occidente (furono 28 nel 1986) e in questa citta' ''punto di incontroe di fratellanza'' come detto in piu' occasioni dal sindaco Claudio Ricci, anche i non credenti hanno accolto l'invito di Papa BenedettoXVI.
Sono stati per la prima volta chiamati ''a condividere il cammino dei rappresentanti delle comunita' cristiane e delle principali tradizioni religiose, personalita' della cultura e della scienza che pur non professandosi religiose, si sentono sulla strada della ricerca e verita' e avvertono la comune responsabilita' per la causa della giustizia e della pace in questo nostro mondo''. Le delegazioni dopo un momento di raccoglimento dinanzi alla Tomba del Poverello nella cripta della Basilica Inferiore, con mezz'ora di anticipo sul programma ufficiale, hanno lasciato la Piazza dove erano stati allestiti due mila posti a sedere. Rispettato lo stesso ordine dell'arrivo: prima gli autobus bianchi con i vari esponenti, quindi i mimibus, il Pontefice sul n.1, al primo posto a destra, accanto al segretario particolare, salutato dai giovani e dagli abitanti di Assisi con un ''viva, viva il Papa''. La giornata e' stata seguita in diretta video-audio da Telepace che ha ricordato, in chiusura l'incontro di domani alle 11,30 nella Sala Celestina nel palazzo Apostilico, di Papa Benedetto con le delegazioni per continuare il cammino intrapreso oggi, nello 'Spirito di Assisi' espressione coniata dal Beato Giovanni Paolo II.

pg/gc (Asca) 



(ASCA) - Assisi, 27 ott - Piccolo fuori programma questa mattina nella prima parte della giornata di preghiera, dialogo e riflessione delle religioni per la pace ad Assisi, alla presenza di papa Benedetto XVI: a prendere la parola in rappresentanza dei musulmani non e' stato, come da programma, il segretario generale della Conferenza internazionale degli studiosi islamici, l'indonesiano Kyai Haji Hasyim Muzadi, ma il gran mufti' del Tagikistan, Muskaram Abdukadirov. Questi ha parlato a braccio ma, secondo quanto riferisce il portavocevaticano, p. Federico Lombardi, ha espresso sentimenti ''in linea con lo spirito della giornata''. Successivamente, dopo la fine dell'ultimo intervento previsto in programma, quello della non-credente Julia Kristeva, un rappresentante ha letto il discorso programmato di Muzadi, che all'ultimo momento non e' potuto venire ad Assisi.
Nel discorso ufficiale e' stata riaffermata l'esortazione a ''essere saggi per discernere quei problemi che possono essere definiti come religiosi da quelli che si presentano abusivamente come problemi religiosi'', ad esempio ''interessi delle autorita' politiche'' che vengono ''etichettati come questioni religiose, mentre in realta' sono ben lontani dall'essere tali''. ''Religioni autentiche, con i propri salutari insegnamenti - si legge nel testo preparato da Muzadi -, possono avere seguaci che non sono in grado di comprenderne il carattere salutare in maniera piena e completa'', e da qui ''non vi e' dubbio che l'errore nella conoscenza religiosa abbia portato alla distorsione della religione stessa''.

asp/mau/rob
 

martedì 25 ottobre 2011

Lectio di Robert Spaemann

Mercoledì 26 ottobre ore 18
Circolo dei Lettori
Via Bogino 9 – Torino
Robert Spaemann
Che cose rende persone le persone?
con Ugo Perone
Lezione magistrale del X ciclo di seminari
della Scuola di Alta Formazione Filosofica


Il 26 ottobre a Torino la lezione magistrale di Robert Spaemann
 massimo filosofo cattolico tedesco vivente,
da molto tempo in dialogo privilegiato con Benedetto XVI –,
ospite della Scuola di Alta Formazione Filosofica torinese

La lectio sarà dedicata alla nozione di persona


giovedì 20 ottobre 2011

La fede e la storia: Convegno Teologico 2011

Tutte le quattro serate sono state veramente interessanti. Purtroppo a causa di un forte abbassamento di voce non mi è riuscito di far comprendere al prof. Paolo De Benedetti, relatore dell'ultima serata del Convegno la questione che mi interessava approfondire con lui. Il tema era in quella serata la narrazione e mi ricordavo come nella tradizione talmudica avessero grande importanza le corrette citazioni. Durante una lezione talmudica ci si può stupire quasi a sentir dire espressioni come queste "Rabbì dice: 'secondo l'opinione di Rabbì Shimon ben Jehudà, del Kefar Acco, che parla a nome di Rabbì Shimon...". L'insegnamento è un vero insegnamento, l'universalità della verità annunziata non deve far scomparire il nome, né la persona, di colui che lo ha detto. Anzi i dottori del Talmud pensano che il Messia verrà nel momento in cui tutti citeranno quello che imparano congiuntamente al nome di colui che glielo avrà insegnato. Avrei voluto che il Prof. De Benedetti che si è definito "ebreo in tutti i giorni della settimana e cristiano la Domenica" esprimesse una sua opinione su questa questione...

ITALIAE. 150 Eventi in piazza per ri-disegnare l'Italia

Simpatica iniziativa il 30 settembre ad Alessandria a cura del Dipartimento Educazione di Rivoli e Museo d'Arte contemporanea, dell'Assessorato alle politiche per la famiglia, l'educazione e la solidarietà sociale; tantissime le classi scolastiche presenti dalle scuole per l'infanzia alle primarie, tutti a dipingere a colori tante Italie ...

venerdì 7 ottobre 2011

Mons.Fernando Charrier



Biografia 


Fernando Charrier nasce a Bourcet, frazione di Roure (provincia di Torino e diocesi di Pinerolo), comune della Valle del Chisone, il 12 settembre 1931.
Frequenta il Seminario Minore e Maggiore di Pinerolo. Ordinato sacerdote il 24 giugno 1956, segretario del vescovo Gaudenzio Binaschi e poi parroco a Mentoulles. Frequenta la Pontificia Università Lateranense licenziandosi in Diritto canonico.
Nel 1968 è chiamato dal vescovo Bartolomeo Santo Quadri ad operare nella Curia di Pinerolo con l'incarico dell'Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro. Nel 1969 è chiamato a Roma per assumere l'impegno di assistente nazionale della Gioventù delle ACLI. Nel 1971, in conseguenza del ritiro degli assistenti dalle ACLI, viene nominato segretario del Gruppo Sacerdotale per la Pastorale del Lavoro nell'ambito della Conferenza Episcopale Italiana. Nel 1975 dà vita all'Ufficio Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana per la Pastorale Sociale e il Lavoro; al tempo stesso è nominato segretario della Commissione Italiana di "Giustizia e Pace".
Il 6 ottobre 1984 è eletto vescovo titolare di Cercina con deputazione ad ausiliare dell'arcivescovo di Siena per la diocesi di Colle Val d'Elsa; è consacrato vescovo l'11 novembre 1984.
È stato Segretario dei due convegni ecclesiali nazionali Evangelizzazione e promozione umana e Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini. Nel maggio del 1985 viene eletto dall'Assemblea Generale della CEI, per un quinquennio, presidente della Commissione Episcopale per i Problemi Sociali e il Lavoro.
Nel gennaio del 1989 è eletto presidente del Comitato Scientifico-Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, di cui la prima, XLI della serie dopo la ventennale sospensione, si è celebrata a Roma dal 2 al 5 aprile 1991, la seconda a Torino dal 28 settembre al 2 ottobre 1993.
Mantiene l’incarico fino al maggio del 1996; ancora nel 2007 è membro di diritto del Comitato. Il 22 aprile 1989 è nominato vescovo di Alessandria. Nel maggio 1990, scaduto il quinquennio di presidenza, è segretario della Commissione Episcopale per i Problemi Sociali e il Lavoro.
Nel maggio del 1991 viene eletto dall'assemblea Generale della CEI delegato al Sinodo straordinario dei vescovi sull'Europa (28 novembre - 14 dicembre 1991).
Nel maggio 1995 viene nuovamente eletto presidente della Commissione Episcopale per i Problemi Sociali e il Lavoro.
Nel maggio 2000, alla scadenza del quinquennio, viene nominato membro della Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni sociali.
In occasione del Grande Giubileo dell'Anno 2000 è stato presidente dei gruppi preparatori dei tre incontri dei lavoratori con il Papa (Giubileo degli Artigiani 19 marzo - Giubileo dei Lavoratori 1º maggio - Giubileo degli Agricoltori 12 novembre).
È stato vice presidente della Conferenza episcopale Piemontese.
Il 4 aprile 2007 papa Benedetto XVI ha accettato la sua rinuncia alla Diocesi di Alessandria per raggiunti limiti di età ed ha nominato suo successore mons. Giuseppe Versaldi, fino ad allora vicario generale dell'arcidiocesi di Vercelli.
All'alba del 7 ottobre 2011, dopo un lungo periodo di malattia, Mons. Fernando Charrier è deceduto ad Alessandria dove aveva continuato a risiedere dopo il ritiro.

Incarichi 

  • Presidente del consiglio di Amministrazione Fondazione Giustizia e Solidarietà.
  • Consigliere Ecclesiastico del CIDSE, organismo di Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo e la Solidarietà con sede a Bruxelles.

Genealogia episcopale e successione apostolica 

venerdì 23 settembre 2011

SI MAHMOUD ABBAS DEMANDE L’ADHÉSION PLEINE ET ENTIÈRE À L’ONU




Après les discours de Barack Obama et Nicolas Sarkozy, mercredi 21 septembre, devant l’Assemblée générale des Nations unies, deux choix s’offrent au président palestinien, Mahmoud Abbas. Il peut persister dans sa volonté de demander l’adhésion pleine et entière de la Palestine devant le Conseil de sécurité.
Dans ce cas, il devrait saisir le secrétaire général des Nations unies d’une demande d’inscription à l’ordre du jour du Conseil de sécurité de l’acceptation de la Palestine comme État membre des Nations unies. Ensuite, le secrétaire général saisira le Conseil de sécurité, lequel mettra en place un comité d’examen de cette candidature, qui arrivera devant le Conseil de sécurité lui-même. Cela peut intervenir à tout moment ou traîner plusieurs semaines, voire plusieurs mois.
Mais, en cas de vote au Conseil de sécurité, la demande palestinienne sera rejetée du simple fait du veto américain, comme l’a prévenu l’administration Obama. L’obstination palestinienne n’aurait d’intérêt que si le président Abbas pouvait s’assurer au minimum neuf voix sur les quinze membres que compte le Conseil de sécurité – cinq permanents (France, Chine, Russie, États-Unis et Grande-Bretagne) et dix non permanents (Brésil, Liban, Afrique du Sud, Colombie, Bosnie Herzégovine, Gabon, Allemagne, Inde, Nigeria, Portugal).

LES CHANCES D’OBTENIR UN VOTE FAVORABLE DU CONSEIL DE SÉCURITÉ

S’ils obtenaient moins de neuf voix, « ce serait un désaveu », explique un diplomate, car en février dernier, une résolution condamnant la colonisation israélienne comme « illégale » et demandant son arrêt immédiat et total dans les Territoires palestiniens occupés, coparrainée par 130 pays, avait été votée par quatorze des quinze membres du Conseil de sécurité. Seuls les États-Unis avaient opposé leur veto, le premier de l’administration Obama à l’ONU.
Pour le moment, cinq États membres ont annoncé leur intention de voter en faveur de cette adhésion palestinienne à part entière – Brésil, Chine, Liban, Russie, Afrique du Sud. La Colombie a indiqué qu’elle s’abstiendrait en cas de vote. Les huit autres pays membres n’ont pas précisé leur intention, mais on sait que l’Allemagne y est opposée.
La France veut à tout prix éviter ce vote au Conseil de sécurité, qui « conduirait à l’impasse ». Paris compte mettre à profit « la période qui va s’ouvrir entre le dépôt de la demande palestinienne et son examen par le Conseil de sécurité, pour explorer d’autres alternatives », selon le ministre des affaires étrangères, Alain Juppé. La démarche diplomatique française vise à obtenir un accord définitif sur le futur État palestinien, jugé possible d’ici à un an.
À la tribune de l’ONU, Nicolas Sarkozy a proposé une feuille de route avec un calendrier pour sortir de l’impasse : reprise des négociations d’ici à un mois, accord sur les frontières et la sécurité dans six mois, accord définitif dans un an. La France accueillerait dans ce cadre une conférence des donateurs « dès cet automne », pour aider les Palestiniens à « parachever la construction de leur futur État, déjà remarquable », selon ses propos. Ce processus serait parrainé non seulement par les cinq membres permanents du Conseil de sécurité, mais aussi par les pays arabes engagés dans une normalisation avec Israël.

LE STATUT D’« OBSERVATEUR NON-MEMBRE » OU « OPTION VATICAN »

En attendant un accord définitif sur le futur État palestinien, la France propose que l’ONU accorde à la Palestine le statut d’« observateur non-membre » ou « option Vatican ». Celui-ci a été accordé jusque-là au Saint-Siège ainsi qu’à la Suisse, jusqu’à sa pleine adhésion en 2002. Pour les Palestiniens, il s’agirait d’un rehaussement de leur statut, puisque l’Organisation de libération de la Palestine (OLP), qui représente à l’ONU le peuple palestinien, y est déjà reconnue depuis 1974. Elle dispose déjà d’un statut d’« entité » qui lui permet de participer aux travaux de l’Assemblée en qualité d’observateur.
En cas de vote devant l’Assemblée générale, les Palestiniens devraient recueillir une majorité des deux tiers des 194 pays qui la composent. Le statut d’« observateur non-membre » lui donnerait, en théorie, la possibilité de s’adresser aux organisations dépendant de l’ONU, comme la Cour internationale de justice ou la Cour pénale internationale (CPI).
Sauf que, selon Alain Juppé, « les Palestiniens s’engageraient pendant cette période de négociation – avant un accord définitif pouvant déboucher sur la reconnaissance d’un statut d’État de plein exercice – à ne pas utiliser les possibilités du statut de membre observateur à des fins qui pourraient être négatives ou porteuses de conflit, c’est-à-dire s’engager à ne pas saisir la Cour pénale internationale ». Une couleuvre difficile à avaler pour les Palestiniens.
Agnès Rotivel  (lacroix.com)