mercoledì 11 novembre 2009

Monachesimo tra oriente e occidente


Questo articolo è stato da me scritto alcuni anni fa, precisamente nel 2004,lo propongo oggi in occasione della memoria liturgica di S.Martino, monaco e vescovo di origini ungherese,in seguito Vescovo di Tours in Francia, discepolo di S. Ilario, da tutti noto per donarci un piccolo gradevole mutamento climatico, l' "estate di S. Martino" e sovente raffigurato nell'azione di donare una parte del suo mantello ad un povero ignudo.

Monachesimo tra oriente ed occidente, ponte ideale nei processi di unificazione Europea

di Maria Letizia Azzilonna


Indice
I. Introduzione»
II. Valore della vita consacrata»
III. Cenni sulla vita ascetica ortodossa»


I. Introduzione

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad alcuni eventi ecumenici di grande rilievo: la visita a Roma del Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, la solenne celebrazione svoltasi nel giorno della festa di S. Pietro e Paolo insieme alla firma di una dichiarazione congiunta tra il Pontefice romano e il Patriarca, il 1 luglio, sono stati importanti e storici eventi che confermano e rilanciano l'impegno di cattolici e ortodossi a servizio della grande causa della comunione tra i cristiani.
Giovanni Paolo II, nell'Angelus del 4 luglio ha detto: "Riconoscendo i passi positivi sinora compiuti e senza dimenticare gli ostacoli che ancora sussistono, abbiamo riaffermato la volontà di proseguire e di intensificare il dialogo ecumenico, sia sul piano delle relazioni fraterne che su quello del confronto dottrinale. Con questo spirito abbiamo potuto affrontare alcuni problemi e malintesi sorti recentemente, offrendo un segno concreto di come i cristiani possano e debbano sempre collaborare, anche in presenza di divisioni e conflitti. (...) Solo così l'Europa potrà svolgere appieno il suo ruolo nel dialogo tra le civiltà e nella promozione globale della giustizia, della solidarietà e della salvaguardia del creato".
L'ultimo importante e storico avvenimento è avvenuto negli ultimi giorni di agosto: una antica icona russa, raffigurante la Madonna di Kazan, protagonista di una misteriosa odissea e finita nell'ultimo decennio nell'appartamento privato del Santo Padre, è stata restituita al Patriarca di Mosca, Alessio II per mano di una folta delegazione cattolica composta da personalità di spicco nell'impegno del dialogo ecumenico. Tra tutti il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani e il monaco Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica ecumenica di Bose. L'icona era accompagnata da una bellissima lettera di Giovanni Paolo II, nella quale tra le altre cose il Santo Padre dichiarava di affidare alle mani materne della Madonna di Kazan, le sorti della stessa Europa. La toccante lettera di ringraziamento del Patriarca ha ribadito come, pur nelle difficoltà del particolare momento stoico, la volontà di comunione e collaborazione sia reciproca.
Sull'onda di questi recenti avvenimenti vogliamo inserire questa nostra ricerca sull' antico eremo basiliano situato nella località della Torretta.
Il primo passo da fare in questo senso è quello di colmare le lacune dell'ignoranza a riguardo di questi nostri fratelli d'oriente. L'unione e la comunione della nuova Europa infatti non potrà mai reggere se fondata unicamente sulle questioni economiche, per quanto esse siano importanti. Ma esiste anche un patrimonio spirituale che sarebbe molto rischioso voler appiattire. Le vicende storiche, sociali ed economiche, finora hanno facilitato maggiormente la frequentazione e quindi la conoscenza dei paesi a maggioranza protestante, metodista, o anglicana. Le mutate condizione dell'Europa e il continuo flusso migratorio ci porta oggi ad ospitare numerosi cristiani di rito orientale.
La ricerca sull'antica comunità monastica di Prata può essere una buona occasione per iniziare a conoscere le peculiarità della spiritualità delle chiese d'oriente. L'insediamento monastico di Prata seguiva la regola di S. Basilio, da cui la definizione di basiliani. Approfondire la conoscenza di questa storia locale ci sembra un modo di corrispondere a questi importanti eventi della chiesa universale.

II. Valore della vita consacrata

Questa è una storia vera è una storia vera, non è una leggenda o una favola, è una storia che ha lasciato delle tracce in questa terra, e, anche se invisibili, anche nei cuori che continuano tramite il culto ad onorare queste vite autenticamente vissute e interamente donate all'amore di Dio e all'amore del prossimo: S. Ilarione, S. Falco, S. Stefano, S. Franco, S. Orante, S. Rinaldo, S. Nicola Greco, S. Giovanni Eremita e S. Giovanni Stabile sono tutt'ora onorati come patroni di diverse località di questa zona.
Nelle radici spirituali di quella che è oggi questa terra e questa gente c'è stato un fiorente movimento monastico-eremitico favorito dalla particolare conformazione geografica di alcuni dei luoghi più suggestivi dell'Abruzzo.
Conoscere senza mistificazioni le proprie radici è utile per slanciarsi con più forza verso il futuro, nessuno anela ad anacronistici ritorni al passato, ma solo chi conosce bene la propria identità è in grado di progettare il proprio futuro. Questo vale anche per questioni spirituali, e riteniamo possa essere un valido antidoto ai continui tentativi di omologazione e di appiattimento che stanno riducendo il nostro popolo ad una massa amorfa "telecomandata" e "teleguidata", non solo per la spesa da fare al supermercato ma anche per il modo di recitare il Padre Nostro o di rendere lode al Signore.
La storia testimonia l'importanza di una scelta di vita che molti oggi vorrebbero far scomparire o, il che è ancora peggio, adulterare.
Oggi siamo disposti a ritornare a credere al culto dei sacrifici umani per placare l'ira divina, piuttosto che riconoscere il valore di queste scelte radicali e accettare che possa esserci qualcuno che volontariamente si "sacrifica" per amore di Dio e del prossimo. Siamo disposti a partire per luoghi esotici per ritrovare noi stessi e le radici della nostra anima, ma poi dissacriamo i nostri luoghi sacri dove le pietre silenzione ancora contengono echi e profumi delle preghiere di anime sante. Eppure queste scelte particolari di vita sono il motore nascosto della storia e sono necessarie per riequilibrare le nostre società squilibrate. E' chiaro che certe forme di vita religiosa appartengono al passato, le forme cambiano ma il contenuto rimane lo stesso. E questa ricerca è anche un omaggio a quanti oggi si sforzano di testimoniare con la loro esistenza un cammino "controcorrente".
"Il contemplativo immerso nel silenzio e ogni atteggiamento di preghiera, di apertura al mistero, provoca nella storia una irruzione dell'eternità e permette quelle creazioni di vita e di bellezza che, a loro volta terranno desti i cuori......e fanno nascere nella cultura quelle immagini, quei simboli (...) sui quali milioni di anime fonderanno (...) il coraggio di esistere, così scrive il teologo ortodosso O. Clement, e continua, "Francesco d'Assisi ha reso possibile Cimabue e un primo Rinascimento nel quale l'umano si affermava senza separarsi dal divino; Sergio di Radonez ha reso possibile Rublev e poi Tarkovsij". (1)

"I vecchi asceti dicevano che il più grande dei peccati è l'oblio: quando l'uomo diventa opaco, insensibile, talora indaffarato, o miseramente sensuale, quando diventa incapace di fermarsi un istante nel silenzio, di meravigliarsi, di vacillare davanti all'abisso, per l'orrore o per il giubilo; quando diventa incapace di ribellarsi, di amare, di ammirare, di accogliere lo straordinario negli esseri e nelle cose, quando diventa insensibile alle sollecitazioni segrete, anche se frequenti di Dio" (2), e quando, aggiungerei, non contento, decide di costruire muri di separazione, (muri di pietre, muri informatici, muri telefonici, muri nelle relazioni umane) di tornare alle "caste", quando diventano "paria" tutti coloro che divergono dalle opinioni della massa, o anche solo coloro che hanno ancora opinioni, o solo una sensibilità diversa, significa allora che c'è una regressione nel cammino della civiltà umana, una involuzione del progresso evolutivo, un rigurgito di bestialità .

"L'uomo che si identifica con il Cristo crocifisso riceve la forza del Cristo risorto, 'Io mi compiaccio negli oltraggi, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte (2 Cor. 12,10). Nella tradizione degli anawim, e del profeta Amos, di Geremia, di molti salmi, i "miti", i "poveri" gli "umili" dell'Antico Testamento sono chiamati "beati" nelle Beatitudini, perché fanno posto a Dio in se stessi, perché offrono uno spazio allo Spirito Santo. Per questo Maria, nel suo cantico di lode, il Magnificat, celebra gli "umili", quelli che si sono svuotati per Dio, aperti a Dio, e che egli ha potuto innalzare proprio mentre rovescia i "potenti" dai loro troni, troppo appesantiti e troppo pieni di sè, troppo ricchi, nei quali egli non può trovare spazio... (3)
P. Paolo Pasolini scriveva: "per me c'è un vuoto nel cosmo/ un vuoto nel cosmo/ e da là tu canti./ Questo può dire un profeta che non ha/ la forza di uccidere una mosca - la cui forza / è nella sua degradante diversità".
Ma "Pro-feta" significa colui che parla "a favore di" ciò che è più segreto, più inosservato, più disprezzato, più debole. In nome di quel Dio che il profeta Elia intuisce non essere nella tempesta, nè nel terremoto nè in qualsiasi manifestazione eclatante e assordante, ma in un mormorio leggero, "al confine con il silenzio".

Secondo un'interessante figura scomparsa nel 1981, di origine italiana, ma francese di adozione, Giovanni G. Lanza Del Vasto, discepolo di Gandhi e fondatore delle comunità dell'Arca, il peccato maggiore dell'uomo consiste in questo: "nell'abbassare la Conoscenza-Contemplazione (tipica della nostra natura umana) alla Conoscenza del bene e del male finalizzata al proprio tornaconto individuale, cioé al Sapere-Sfruttamento della Natura e ancor più degli altri... questa tendenza è tipica dei tutto il mondo animale, ma l'uomo che pretende di seguire le leggi della natura animale, dimentica uno dei suoi piani, si prende per un essere solamente doppio, mentre invece è triplo, cioé si dà la vita materiale e animale, ma non la vita spirituale ed eterna. (...) Le conseguenze di questo atteggiamento sono: sia lo sfruttamento cinico della Natura invece che la sua gestione saggia e simpatetica, sia gli sfruttamenti reciproci tra gli uomini. Lo stato pietoso della Natura, denunciato da Lanza del Vasto cinquant'anni fa è oggi sotto gli occhi di tutti e da molti è deprecato. Mentre non sono ancora percepite tutte le conseguenze da lui indicate, sullo spirito e sulla società. (4)
E' anche interessante l'interpretazione che lo stesso autore dà sul famoso passo biblico dell'Apocalisse dove si parla della Bestia che sale dalla terra (in Apocalisse, 15-18): (5)
"Poi vidi un'altra bestia salire dalla terra (...) Questa ordinava che fossero uccisi tutti quanti non avessero voluto adorare l'"immagine" della bestia. Si adoperava inoltre che a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, fosse impresso sulla loro mano destra o sulla fronte un marchio, in modo che nessuno potesse comprare o vendere all'infuori di coloro che portavano il marchio, cioé il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha mente, calcoli il numero della bestia, è un numero d'uomo, il suo numero è seicentossessantasei."
Rispetto alle tante interpretazioni di questo passo della scrittura, Lanza del Vasto ne propone una nuova. Il 666 è visto alla luce del linguaggio della scienza moderna, l'analisi matematica dell'infinito: quel nome è allora una sequenza infinita di 6, il quale a sua volta secondo la numerologia tradizionale è il numero dell'uomo. Quindi il numero della Bestia, 666, è 'l'uomo che si espande all'infinito', ma sempre nel piano della natura animale, senza mai raggiungere il 7, cioè l'uomo spirituale. Il che esprime effettivamente la natura di questa nostra civiltà: essa illude chiunque di diventare una persona superiore, solo perchè le sue capacità umane-animali vengono "espanse" illimitatamente, in dimenticanza della sua dimensione interiore.
Sotto questa luce la conversione del "rientrare in se stessi" per seguire la vita interiore, è innanzitutto l'uscire dalla prospettiva della espansione animale illimitata; cioé semplificare la vita e ridurre i propri bisogni. Secondo lo stesso autore, il natale di Gesù e la vita semplice di Gandhi sono i grandi esempi di questa conversione personale e sociale.


Cercheremo di delineare brevemente alcune caratteristiche del monachesimo d'oriente, senza con questo voler togliere nulla alla ricchissima e pregiata tradizione monastica occidentale. La regola basiliana è infatti una delle quattro grandi regole religiose insieme alla Agostiniana, alla Benedettina e alla regola Francescana. Il prestigio di queste grandi Regole si deve alla loro aderenza al Vangelo, che della vita religiosa è la regola suprema. L'influsso che queste grandi Regole religiose hanno esercitato sull'organizzazione comunitaria della vita religiosa è stato determinante. Tutte le famiglie religiose hanno goduto dell'influsso di queste regole e hanno attinto a piene mani dalla loro legislazione e dalla loro esperienza di vita vissuta, attraverso le alterne vicende della storia. A tutt'oggi, queste grandi Regole religiose costituiscono la fonte d'ispirazione e la base strutturale di tutte le famiglie religiose che si ispirano alle istituzioni di religione monastica, canonicale ed apostolica.

S. Gregorio Magno ha scritto che "chi restituisce in dono a Dio qualche cosa (di ciò che ha ricevuto), compie un sacrificio; chi restituisce in dono a Dio tutto ciò che è e tutto ciò che ha ricevuto, compie un "olocausto". Con la propria professione il religioso si restituisce a Dio come dono cultuale per tutto quello che è e per tutto quello che ha, per cui tutta la sua esistenza diventa un interrotto atto di culto a Dio nella carità.
"Dio si rende giudice dei diritti fondamentali dell'uomo di farsi una famiglia, di usufruire della propria libertà e di usufruire dei beni economici necessari per la vita, ma gli abusi perpetrati dall'uomo contro questi stessi diritti (lussuria, superbia, avarizia) gridano vendetta al cospetto del Signore. Contro questi mali che sono epicentro di tutti i mali che affliggono l'umanità, si erge, come diga di contenimento, la vita casta, povera ed obbediente del consacrato". (6)
Oggi, mentre da una parte, come periodicamente è accaduto anche in altre epoche storiche, si cerca di svilire questo tipo di scelta, di sovvertirla con subdoli attacchi, "è innaturale", "appartiene al passato" o di annacquarla al punto che diviene inutile, dall'altra si assiste alla crescita di una serie di fenomeni spaventosi, come bambini acquistati per sacrifici in riti satanici, come il cossidetto "mobbing" che altro non è che tortura psicologica che sovente spinge la vittima fino al suicidio, o ad una sorta di suicidio "chimico" cioé da psicofarmaci, costringendo le vittime ad un isolamento forzato che è comunque morte, perché la vita dell'uomo è e deve essere sempre in "relazione".
C'è in un certo tipo di società secolarizzata, un disperato bisogno di "vittime", ma pur di non riconoscere la necessità di vittime volontarie, ciòé di persone scelgono di "offrirsi" e di consacrarsi a Dio, (ricordo che il monachesimo è una caratteristica di tutte le grandi religioni, di tutte le epoche, anche pre-cristiane, pensiamo per esempio agli esseni) si è disposti a costringere ad essere vittima chi non ha mai ricevuto la vocazione di esserlo. Nell'ultima edizione del Salone del Libro di Torino, nell'ambito di una importante tavola rotonda a cura di Gabriella Caramore, dal tema "Lo Stato e le Religioni", Enzo Bianchi ha ammonito: "Sempre più spesso viene capovolto il forte monito evangelico di "dare a Cesare ciò che è di Cesare e dare a Dio ciò che è di Dio" .
Mentre spesso si dà a Cesare ciò che è di Dio e a Dio ciò che è di Cesare! Ma non è saggio arrendersi ad una fede civile, accomodante, di "plastica", una chiesa che evade la propria missione evangelizzatrice, che non è più nè "fermento" né "lievito", né "sale", come chiaramente chiedeva Gesù ai discepoli, che preferisce relegarsi nel privato e in una sorta di autismo spirituale senza alcuna osmosi con la realtà.
Se nostro Signore tornasse sulla terra, troverebbe in certi ambienti ecclesiali la stessa situazione di duemila anni fa, troverebbe mercanti nel tempio, troverebbe ipocrisia farisiaca, e troverebbe ogni sorta di peccatori pentiti e toccati dalla grazia di Dio, relegati nel recinto delle "cattive compagnie", tenuti rigorosamente a distanza, (tranne in caso possano elargire laute somme, è noto il caso di un boss mafioso, che aveva nella sua latitanza una sorta di cappellano privato).
Chi non si ritrova in questo modello di fede cristiana si ritrova oggi in nuove forme di "catacombe" e sottoposto a torture subdole e meschine al cui confronto le antiche fiere del Colosseo sono poco più che un solletico.
Ma chi può arrogarsi diritti che competono solo a Dio? Chi può usurpare all'Altissimo il diritto di designare o modificare la linea del destino delle sue creature? Chi può arrogarsi impunemente il diritto di trasformare una ignara creatura umana nel "capro maledetto" della tradizione giudaica?
Si ha l'impressione che ci sia una certa confusione anche in ambienti ecclesiali su ciò che è "sacrificio" volontariamente scelto e ciò che è subdola persecuzione o sacrificio umano a modello delle società pre-colombiane, per intenderci. (7)
Per non parlare della enorme confusione, parrebbe a volte creata ad arte, sul termine "martirio". Ma il martire cristiano si priva della sua vita non per dare la morte, come gli arcinoti kamikaze, ma, al contrario, per dare la vita a modello di Gesù Cristo. Un paio di esempi di "martiri" cristiani neanche tanto lontano da noi: Padre Massimiliano Kolbe, che non era un poveraccio qualsiasi, religioso giovane, colto, giornalista, aveva messo in piedi una fiorente attività editoriale, quando venne rinchiuso in campo di concentramento si offrì di andare a morire al posto di un padre di famiglia che avrebbe lasciato sole numerose creature orfane. Edith Stein, ebrea convertita in età adulta al cristianesimo, pedagogista, filosofa e intellettuale di gran pregio, nella seconda parte della sua vita entrò nel monastero delle Carmelitane Scalze di Colonia, e lì stava continuando a scrivere opere teologiche di pregio (ma scrisse anche una forte lettera al Pontefice dell'epoca sollecitando una presa di posizione della Chiesa sul rischio che il mondo stava correndo), quando venne ritrovata dalla Gestapo che non dimenticava di rastrellare neanche i conventi. Numerose testimonianze affermano che Edith Stein avrebbe potuto salvarsi, approfittando dei privilegi della sua condizione di religiosa e nascondersi in un'altro monastero fuori dall'Europa, ma per solidarietà con il suo popolo, di cui non smise mai di sentirsi parte, volle condividerne le stesse sorti e si lasciò internare. Prima di finire nella camera a gas, la si vide prendersi cura dei bambini e degli ammalati del campo (era anche infermiera) e quando le imponevano il tipico saluto nazista con il nome di Hitler, lei rispondeva sempre: "Sia lodato Gesù Cristo".

Sociologicamente parlando, si assiste al seguente fenomeno: dove la vita religiosa non esiste più o è in declino si verifica il proliferare di certe storture sociali, dove la vita religiosa perde la sua essenza e diviene arrogante privilegio, invece che "servizio", si perde quel fondamentale ponte verso il cielo che intercede e riequilibria ogni esistenza e ogni attività umana. Perché la vita cristiana autenticamente vissuta non rimane su di una nuvola ma più si innalza verso il cielo con la preghiera, più si estende in orizzontale, aprendosi ai bisogni dei fratelli e alle necessità dell'umanità.

Nonostante gli appelli continui di Giovanni Paolo II a costruire "ponti" invece che "muri", si ha l'impressione che a volte proprio all'interno delle stesse nostre chiese si drizzino barriere insormontabili dove predominano il pregiudizio e il calcolo di bassa lega. Dove persino svolgere attività caritatevoli è un privilegio di casta. Ma servirà agli occhi del Signore dare elemosine con una mano e colpire "canne incrinate" con l'altra? Serviranno a qualcosa ai fini della nostra salvezza eterna le S. Messe in suffragio dei nostri cari estinti se stiamo opprimendo delle creature viventi? (10)

Si nota inoltre una tendenza deviante di alcune forme delle opere di carità che coinvolge sia organizzazioni civili-umanitarie (i famosi "centri di accoglienza", dove la parola "accoglienza" è qualche volta fuori luogo) ma a volte anche ricoveri e ospizi per disabili e senza fissa-dimora gestiti da istituzioni religiose. E' frequente trovare tra gli "scarti" umani, individui sani e sovente anche della nostra stessa etnia, decisamente recuperabili, con un minimo di attività e calore umano, trattenuti con diagnosi poco chiare e sedati in modo inumano. Se giustamente oggi puniamo chi maltratta o abbandona un animale, quanto più dovremmo punire chi uccide (a sproposito) "chimicamente" una creatura umana! Spesso non basta più sfamare-vestire-alloggiare un individuo nel bisogno. Occorre restituire la dignità della persona. In alcuni luoghi della terra forse ancora vi sono bisogni primari da soddisfare, ma da noi non può bastare. Occorre, se è possibile, guarire e "affrancare".
In un saggio di Mons. Bruno Forte, teologo e novello Arcivescovo di questa diocesi, sull'autore già citato, Giovanni Lanza del Vasto, si legge: "Il mistero non lo si dimostra, lo si accoglie; ad esso ci si avvicina non con l'argomentazione, ma per via di corrispondenza vitale (...) Il cogito cartesiano non è semplicemente capovolto nel 'cogitor, ergo sum' ma trasposto nell' 'amo, ergo es', che attinge all'esperienza del sentirsi raggiunti e amati dall'Altro... 'amor, ergo sum', cioé esisto perché sono amato, ci sono perché Tu ci sei". (8)

III. Cenni sulla vita ascetica ortodossa

La tradizione ascetica orientale ortodossa ha sviluppato maggiormente ciò che il teologo V. Lossky chiama l'immagine "medica" del Cristo. Questa immagine possiede un fondamento scritturistico particolarmente solido. Il Redentore è anche Salvatore, se noi siamo riscattati, siamo anche salvati. ora si dimentica troppo spesso che il verbo "soizo", salvare frequentemente usato nel Nuovo Testamento, significa non solo "liberare" o "trarre fuori dal pericolo", ma anche "guarire", e che il termine "soterìa" (salvezza) indica non solo la liberazione ma anche la guarigione. Il nome stesso di Gesù, significa "Jhwh salva" (Mt 1,21; At 4,12).
Del resto è come tale che spesso i profeti lo annunciano e che gli evangelisti lo caratterizzano; la stessa parabolica evangelica del Buon Samaritano può essere a buon diritto considerata come una rappresentazione del Cristo Medico.
Durante la sua vita terrena, infine, diversi suoi contemporanei andarono da lui come verso un medico. I Padri, fin dai primi secoli gli attribuiranno in modo corrente il nome di Medico.. secondo il contesto, dei corpi delle anime, più frequentemente delle anime e dei corpi, sottolineando che è tutto l'uomo che egli è venuto a guarire. Questa definizione appare al centro stesso della liturgia di S. Giovanni Crisostomo e nella maggior parte delle formule sacramentali. La si ritrova costantemente in quasi tutti i servizi liturgici della Chiesa ortodossa e in molte formule di preghiera.
(...) L'opera salvifica del dio-uomo appare come il processo della guarigione, nella sua persona della intera umanità che egli ha assunto e della restituzione alla umanità dello stato di salute spirituale che essa ha in origine conosciuto. In questo modo il Cristo ha portato alla perfezione della deificazione la natura umana così restaurata.
Questa salute-guarigione di tutta l'umanità e la sua deificazione compiuta nella persona del Verbo di Dio incarnato sono offerte dallo Spirito Santo ad ogni battezzato. Tutto ciò è in potenza nel battezzato: questi deve assimilare tale dono in tutto il suo essere. In questo consiste il ruolo della vita spirituale e dell'ascesi.
L'ascesi nella Chiesa ortodossa non ha quel senso stretto che spesso le viene assegnato in Occidente, indica piuttosto ciò che ogni cristiano deve compiere per aprirsi a questa grazia e appropriarsene, sforzo che si compie in tutta la vita, in ogni momento e in tutti gli atti dell'esistenza. Il termine greco "àskesis" significa esercizio, allenamento, pratica, genere di vita.
(...) Attraverso l'ascesi il cristiano, per la grazia dello Spirito, muore, risorge ed è glorificato con il Cristo, cessa di essere un uomo decaduto e diviene un uomo "nuovo", si spoglia dell'uomo vecchio e si riveste del Cristo, attualizza lo scambio che il battesimo ha potenzialmente realizzato in lui della natura decaduta con la natura restaurata e deificata in Cristo.
(...) La nozione che l'antropologia ortodossa ha della salute dell'uomo è indissociabile da quella di una natura umana ideale posseduta dall'Adamo originale e, dovendo essere condotta da lui, nella sinergia tra la sua libera volontà e la grazia divina, alla sua perfezione, quella della "deificazione". Ciò vuol dire che la natura umana ha un senso che si trova nelle sue diverse componenti: essa è naturalmente orientata verso Dio ed ha come destino di trovare in lui il proprio compimento. Secondo l'antropologia ascetica ortodossa, l'uomo è in uno stato di salute quando realizza il suo destino e le sue facoltà si esercitano conformemente a questa finalità naturale. Il peccato, inteso come separazione da Dio, allontana l'uomo da questo fine essenziale, instaura in lui uno stato di malattia che si caratterizza con l'uso contro natura di tutte le sue facoltà. L'ascesi, per mezzo della quale l'uomo si converte ontologicamente, costituisce una vera terapia che gli permette di recuperare la salute della sua natura originale nel ritornare verso Dio. " (9)
E, contemporaneamente, ritornare ad essere il vero se stesso! Infatti come leggiamo nella Genesi, l'uomo è creato "secondo" l' immagine di Dio.
Nelle lingue slave un monaco stimato come santo viene chiamato "prepodobnyj" cioè "molto rassomigliante". La Madre di Dio è "prepodobnejsaia" la più rassomigliante. Sono molto profonde a riguardo le considerazioni di V. Solov'ev, uno dei più autentici filosofi russi, sulla bellezza spirituale, considerata come uno dei più importanti concetti religiosi. (10) Una realtà isolata non è bella, diventa bella quando comincia a far "trasparire" una realtà superiore. Solov'ev porta l'esempio del diamante. Per composizione chimica è identico al carbone, ma mentre ques'ultimo soffoca la luce, il diamante la fa risplendere. La bellezza può essere definita come trasparenza di qualcosa di superiore. Secondo questa visione è possibile leggere le parole di Cristo: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9). Colui che ha visto una persona santa ha visto Cristo, e attraverso Cristo, il Padre. E' possibile applicare questa estetica anche all'arte iconografica: infatti la "diafanità", la trasparenza delle icone, fa elevare lo spirito dal tipo, (immagine materiale) al prototipo (il santo rappresentato) fino all'archetipo (Padre).

Casoli, 6 Settembre 2004

Riferimenti bibliografici:

1. Olivier Clement "Il potere crocifisso", Qiqajon, 1999.
2. ibidem
3. ibidem
4. P.F. Teologica dell'Italia Meridionale, Ist. Ital. per gli Studi Filosofici, "Tra Cristo e Gandhi" San Paolo, 2003.
5. Giovanni Lanza del Vasto, Les Quatre Fleaux, Denoel, Paris 1954.
6. Andrea Boni, "Regole religiose di ieri e di oggi", Ed Studium, Roma, 1999.
7. Già nell'antichità il profeta Isaia ammoniva: "Che mi importa dell'abbondanza dei vostri sacrifici? Dice il Signore. Sono sazio degli olocausti degli arieti e del grasso dei vitelli... cessate di portare oblazioni inutili...non sopporto iniquità e feste solenni. L'anima mia odia i vostri noviluni e le vostre solennità, esse sono per me un peso, sono stanco di sopportarle....Lavatevi, purificatevi, rimuovete dal mio cospetto il male delle vostre azioni, cessate di operare il male. Imparate a fare il bene, ricercate il diritto, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la vedova.... Se sarete volenterosi e obbedirete, mangerete i beni del paese. Ma se rifiutate e vi ribellerete, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato." (Isaia 1, 10-20)
8. P.F. Teologica dell'Italia Meridionale, Ist. Ital. per gli Studi Filosofici, "Tra Cristo e Gandhi" San Paolo, 2003.
9. J.C. Larchet, Terapia delle malattie spirituali, Un'introduzione ascetica della Chiesa ortodossa, San Paolo, 2003.

martedì 10 novembre 2009

Astrobiologia

Incontro sull'Astrobiologia in Vaticano per fare il punto sulla ricerca di vita intelligente fuori della terra

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E' iniziata oggi in Vaticano la settimana di studi dedicata all’Astrobiologia, un’iniziativa che rientra nell’ambito dell’attuale Anno dell’Astronomia e organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze insieme alla Specola Vaticana. Il cardinale Giovanni Lajolo ha portato il saluto del Papa agli studiosi che partecipano all'incontro: un appuntamento che affronta la tematica della possibilità di una vita intelligente fuori della terra: "un compito che esige serietà scientifica - ha detto il porporato - e che non va confuso con la fantascienza". Il cardinale Lajolo ha quindi sottolineato che "nella ricerca nessuna verità può farci temere" perché "le scienze, proprio mentre aprono l'uomo a nuova conoscenza, contribuiscono a realizzare l'uomo come uomo". Ma cosa significa astrobiologia? Benedetta Capelli ha rivolto la domanda a padre José Funes, direttore della Specola Vaticana:

R. – L’oggetto dell’astrobiologia è la ricerca della possibilità di vita sia nel nostro sistema solare, nei luoghi più vicini dell’universo, sia in altri sistemi stellari. Finora sappiamo che ci sono circa 350 stelle che hanno pianeti che girano loro intorno; tra questi pianeti, potrebbero essercene di simili alla terra. Ecco, questo è lo scopo dell’astrobiologia: cercare possibilità di vita nell’universo, al di fuori della terra.

D. – Qual è l’obiettivo di questa settimana di studi?

R. – L’obiettivo è quello di fare il punto della situazione in questa disciplina scientifica. Si presenteranno gli ultimi risultati per aiutarci a capire meglio a che punto siamo nella ricerca della vita nell’universo; e anche per fare il punto della situazione in una disciplina in cui crediamo che sia molto importante che la Chiesa sia coinvolta in questo tipo di ricerca, almeno nel seguire i principali risultati riconosciuti dalla comunità scientifica.

D. – Per quanto riguarda la questione dell’“intelligenza altrove”, ci vuole spiegare che cos’è e soprattutto su cosa si rifletterà?

R. – Ci sono programmi destinati alla ricerca di "vita altrove" – ovviamente, parliamo di vita intelligente. Non abbiamo nessuna prova dell’esistenza di vita, nemmeno nelle forme più primitive, nell’universo. Ancor più si può dire della vita intelligente al di fuori della terra. Ci sono programmi seri, tra cui quello più conosciuto è quello che cerca di “catturare” – per così dire – possibili segnali di una civilizzazione più sviluppata della nostra. Questo ha come premessa che queste civilizzazioni siano sviluppate, abbiano una tecnologia almeno simile alla nostra e che siano in grado di emettere segnali. Finora, non c’è nessun risultato che ci possa indurre a credere che ci sia vita intelligente fuori dalla terra.

D. – Secondo lei, attraverso nuovi studi quali prospettive si pone, però, la scienza?

R. – Direi che questo è un confine, una frontiera della scienza; credo che il paragone tra gli studi che compiono i biologi sulla terra, come le forme di vita anche molto primitive che possano sopravvivere a condizioni estreme, come ad esempio nelle profondità degli oceani, ci possono aiutare a comprendere anche le possibilità che esista la vita anche in altri mondi. Allo stesso tempo, se riuscissimo a scoprire se c’è vita fuori dalla terra, questo potrebbe aiutarci a comprendere meglio come si è formata e sviluppata la vita sul nostro pianeta.

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“E’ possibile credere in Dio e negli extraterrestri” e “si può ammettere l’esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell’incarnazione e nella redenzione”. Lo afferma il direttore della Specola Vaticana, padre Josè Gabriel Funes, in una intervista all’0sservatore romano.
Anche se “molti astronomi non perdono occasione per fare pubblica professione di ateismo”, rimarca Funes nell’intervista, “è un po’ un mito ritenere che l’astronomia favorisca una visione atea del mondo. Mi sembra – aggiunge – che proprio chi lavora alla Specola offra la testimonianza migliore di come sia possibile credere in Dio e fare scienza in modo serio”.
“Come esiste una molteplicità di creature sulla terra, – afferma padre Funes – così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Per dirla con San Francesco, se consideriamo le creature terrene come ‘fratello’ e ’sorella’, perché non potremmo parlare anche di un ‘fratello extraterrestre’? Farebbe parte comunque della creazione”.
A proposito dei problemi che altri mondi porrebbero al concetto di redenzione, l’astronomo osserva che “se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore”. E se questi extraterrestri fossero peccatori? “Gesù – osserva il gesuita – si è incarnato una volta per tutte. L’incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini”.

***

PONTIFICIA ACCADEMIA SCIENZE: SEMINARIO ASTROBIOLOGIA

CITTA' DEL VATICANO, 10 NOV. 2009 (VIS). Questa mattina, presso la Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo la Conferenza Stampa di presentazione della Settimana di Studio su "Astrobiology", organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze e dalla Specola Vaticana.
Alle Conferenza Stampa sono intervenuti:
Il Padre José Funes, S.J., Direttore della Specola Vaticana; il Professor Jonathan Lunine, Università di Tor Vergata (Roma), Dipartimento di Fisica; il Professor Chris Impey, The University of Arizona, Department of Astronomy and the Steward Observatory, Tucson (Stati Uniti d'America); e la Dottoressa Athena Coustenis, Observatoire de Paris-Meudon, LESIA/CNRS (Francia).

"Perché il Vaticano si interessa di Astrobiologia?" - è l'interrogativo del Padre Funes, S.I. che nel suo intervento ha risposto: "Sebbene l'Astrobiologia sia un una scienza emergente, è tuttora una scienza in evoluzione, gli interrogativi sulle origini della vita e se la vita esista in altre parti nell'universo sono molto pertinenti, ed occorre prestarvi seria attenzione. Tali questioni comportano molte implicazioni filosofiche e teologiche, tuttavia l'incontro si concentrerà sull'aspetto scientifico".

"L'Astrobiologia è lo studio del rapporto della vita con il resto del cosmo" - ha spiegato il Professor Lunine - "I maggiori temi comprendono l'origine della vita e i materiali precursori, l'evoluzione della vita sulla Terra, le prospettive future fuori e dentro il Pianeta. (...) La Settimana di Studio offre una speciale opportunità agli scienziati che si occupano di diverse discipline fondamentali di trascorrere una settimana intensa dedicandosi alla comprensione di come la ricerca nella loro particolare disciplina possa avere un impatto in altri ambiti o a sua volta essere influenzata da essi".

"Se la biologia non è un'esclusività della Terra" - ha affermato il Professor Impey - "o la vita in altre parti dell'universo differisce bio-chimicamente dalla nostra versione, o se mai ci mettessimo in contatto con specie intelligenti nella vastità dello spazio, profonde saranno le implicazioni per l'immagine che abbiamo di noi stessi. È oltremodo opportuno che un incontro su tale pionieristico argomento sia stato promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze. Le motivazioni e metodologie possono differire, ma scienza e religione concepiscono la vita come una particolare manifestazione di un universo vasto e in gran parte inospitale. Ci sono tutte le premesse per un dialogo fra studiosi di astrobiologia e quanti cercano di comprendere il significato della nostra esistenza in un universo biologico".

La Conferenza di presentazione della Settimana di Studi (6-10 novembre, Casina San Pio IV, Vaticano), si è conclusa con l'intervento della Dottoressa Coustenis, dedicato all'esplorazione di altri pianeti e dei loro sistemi.
OP/ASTROBIOLOGIA/FUNES

Per una nuova Europa


Comunicato stampa

EUROPA: CARD.SODANO, LAICISMO E' 'MACIGNO' SU STRADA INTEGRAZIONE
- Citta' del Vaticano, 9 nov - Sul ''lungo'' cammino dell'integrazione europea ''e' caduto il macigno del laicismo'' ed e' oggi ''urgente rimuoverlo, perche' tutti i popoli europei possano avanzare sul cammino dell'integrazione''. E' l'analisi del card. Angelo Sodano, ex-segretario di Stato vaticano, intervistato oggi dalla Radio Vaticana in occasione della pubblicazione del suo libro ''Per una nuova Europa''.

Benedetto XVI, spiega Sodano, ''ha raccolto la bandiera di valori spirituali innalzata sull'Europa dal suo compianto Predecessore Giovanni Paolo II e continua nella sua missione di ricordare ai cristiani d'Europa ed a tutti gli uomini di buona volonta' la necessita' di dare una base solida all'integrazione europea''. ''Purtroppo - aggiunge pero' - alcuni Governi (pochi in verita') di Paesi che compongono l'Unione Europea hanno preferito ignorare il patrimonio cristiano del nostro continente nella stesura del Trattato di Lisbona. Cio' pero' non deve scoraggiare i cristiani. Anzi li deve stimolare per continuare a portare il lievito del Vangelo nella nuova realta' europea che si va configurando''.

Il cammino dell'integrazione europea, osserva Sodano, e' ''lungo'' e oggi, ''grazie a Dio, si puo' camminare piu' spediti nell'attuale clima di liberta', come nell'attuale volonta' di collaborazione''. ''Purtroppo - aggiunge - su tale strada e' caduto il macigno del laicismo. Credo che sia urgente rimuoverlo, perche' tutti i popoli europei possano avanzare sul cammino dell'integrazione''. Per l'ex-segretario di Stato vaticano, ''i cristiani riconoscono certamente la distinzione fra sfera politica e religiosa, una distinzione che e' ormai un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa ed appartiene al patrimonio di civilta' che e' stato raggiunto''. ''Tale principio - precisa pero' il cardinale - non comporta pero' di ignorare il fatto religioso e di osteggiare ogni forma di rilevanza pubblica della fede. Ieri nell'Europa orientale s'era instaurato un ateismo di Stato''.

''Oggi - conclude - c'e' il pericolo che nell'Europa occidentale ci si orienti ad un laicismo di Stato. In ambedue i casi lo Stato tende ad ignorare i diritti fondamentali dei propri cittadini. E questo non e' il cammino della civilta'''.

(Asca)

PR TV | Discours Monde | 20ème anniversaire de la chute du mur de Berlin | Elysee.fr | Présidence de la République

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lunedì 9 novembre 2009

Il muro indiano

La frontiera coperta da filo spinato a Huda Digambapur, in India, a 170 chilometri a nord di Calcutta. La barriera che divide India e Bangladesh è pattugliata da guardie: ogni anno, per gli incidenti nelle vicinanze, muoiono in media 200 persone

Il muro israeliano


La barriera di separazione israeliana "Israeli West Bank barrier" è un sistema di barriere fisiche costruito da Israele in Cisgiordania sotto il nome di chiusura di sicurezza, allo scopo ufficiale d'impedire fisicamente ogni intrusione di terroristi palestinesi nel territorio nazionale. Ha un tracciato di 700 km ed è stato ridisegnato più volte particolarmente a causa delle pressioni internazionali, consiste per tutta la sua lunghezza in una successione di muri, trincee e porte elettroniche.

Altri muri - Il muro messicano


La barriera di separazione tra Stati Uniti e Messico, detta anche Muro messicano o Muro di Tijuana, è una barriera di sicurezza costruita dagli Stati Uniti lungo la frontiera con il Messico. Il suo nome ufficiale in Messico è quello di Muro della vergogna. Il suo obbiettivo è quello di impedire agli immigranti illegali, in particolar modo messicani e centroamericani, di oltrepassare il confine statunitense.

giovedì 5 novembre 2009

S. Bernardo e Abelardo

Benedetto XVI e la controversia fra San Bernardo ed Abelardo

Nella sua catechesi, il Papa, continuando a parlare dello sviluppo della teologia nel XII secolo, si è soffermato sulla controversia fra San Bernardo ed Abelardo.

* * *

Cari fratelli e sorelle,
nell’ultima catechesi ho presentato le caratteristiche principali della teologia monastica e della teologia scolastica del XII secolo, che potremmo chiamare, in un certo senso, rispettivamente "teologia del cuore" e "teologia della ragione". Tra i rappresentanti dell’una e dell’altra corrente teologica si è sviluppato un dibattito ampio e a volte acceso, simbolicamente rappresentato dalla controversia tra san Bernardo di Chiaravalle ed Abelardo.

Per comprendere questo confronto tra i due grandi maestri, è bene ricordare che la teologia è la ricerca di una comprensione razionale, per quanto è possibile, dei misteri della Rivelazione cristiana, creduti per fede: fides quaerens intellectum – la fede cerca l’intellegibilità – per usare una definizione tradizionale, concisa ed efficace. Ora, mentre san Bernardo, tipico rappresentante della teologia monastica, mette l’accento sulla prima parte della definizione, cioè sulla fides - la fede, Abelardo, che è uno scolastico, insiste sulla seconda parte, cioè sull’intellectus, sulla comprensione per mezzo della ragione. Per Bernardo la fede stessa è dotata di un’intima certezza, fondata sulla testimonianza della Scrittura e sull’insegnamento dei Padri della Chiesa. La fede inoltre viene rafforzata dalla testimonianza dei santi e dall’ispirazione dello Spirito Santo nell’anima dei singoli credenti. Nei casi di dubbio e di ambiguità, la fede viene protetta e illuminata dall’esercizio del Magistero ecclesiale. Così Bernardo fa fatica ad accordarsi con Abelardo, e più in generale con coloro che sottoponevano le verità della fede all’esame critico della ragione; un esame che comportava, a suo avviso, un grave pericolo, e cioè l’intellettualismo, la relativizzazione della verità, la messa in discussione delle stesse verità della fede. In tale modo di procedere Bernardo vedeva un’audacia spinta fino alla spregiudicatezza, frutto dell’orgoglio dell’intelligenza umana, che pretende di "catturare" il mistero di Dio. In una sua lettera, addolorato, scrive così: "L’ingegno umano si impadronisce di tutto, non lasciando più nulla alla fede. Affronta ciò che è al di sopra di sé, scruta ciò che gli è superiore, irrompe nel mondo di Dio, altera i misteri della fede, più che illuminarli; ciò che è chiuso e sigillato non lo apre, ma lo sradica, e ciò che non trova percorribile per sé, lo considera nulla, e rifiuta di credervi" (Epistola CLXXXVIII,1: PL 182, I, 353).

Per Bernardo la teologia ha un unico scopo: quello di promuovere l’esperienza viva e intima di Dio. La teologia è allora un aiuto per amare sempre di più e sempre meglio il Signore, come recita il titolo del trattato sul Dovere di amare Dio (De diligendo Deo). In questo cammino, ci sono diversi gradi, che Bernardo descrive approfonditamente, fino al culmine quando l’anima del credente si inebria nei vertici dell’amore. L’anima umana può raggiungere già sulla terra questa unione mistica con il Verbo divino, unione che il Doctor Mellifluus descrive come "nozze spirituali". Il Verbo divino la visita, elimina le ultime resistenze, l’illumina, l’infiamma e la trasforma. In tale unione mistica, essa gode di una grande serenità e dolcezza, e canta al suo Sposo un inno di letizia. Come ho ricordato nella catechesi dedicata alla vita e alla dottrina di san Bernardo, la teologia per lui non può che nutrirsi della preghiera contemplativa, in altri termini dell’unione affettiva del cuore e della mente con Dio.

Abelardo, che tra l’altro è proprio colui che ha introdotto il termine "teologia" nel senso in cui lo intendiamo oggi, si pone invece in una prospettiva diversa. Nato in Bretagna, in Francia, questo famoso maestro del XII secolo era dotato di un’intelligenza vivissima e la sua vocazione era lo studio. Si occupò dapprima di filosofia e poi applicò i risultati raggiunti in questa disciplina alla teologia, di cui fu maestro nella città più colta dell’epoca, Parigi, e successivamente nei monasteri in cui visse. Era un oratore brillante: le sue lezioni venivano seguite da vere e proprie folle di studenti. Spirito religioso, ma personalità inquieta, la sua esistenza fu ricca di colpi di scena: contestò i suoi maestri, ebbe un figlio da una donna colta e intelligente, Eloisa. Si pose spesso in polemica con i suoi colleghi teologi, subì anche condanne ecclesiastiche, pur morendo in piena comunione con la Chiesa, alla cui autorità si sottomise con spirito di fede. Proprio san Bernardo contribuì alla condanna di alcune dottrine di Abelardo nel sinodo provinciale di Sens del 1140, e sollecitò anche l’intervento del Papa Innocenzo II. L’abate di Chiaravalle contestava, come abbiamo ricordato, il metodo troppo intellettualistico di Abelardo, che, ai suoi occhi, riduceva la fede a una semplice opinione sganciata dalla verità rivelata. Quelli di Bernardo non erano timori infondati ed erano condivisi, del resto, anche da altri grandi pensatori del tempo. Effettivamente, un uso eccessivo della filosofia rese pericolosamente fragile la dottrina trinitaria di Abelardo, e così la sua idea di Dio. In campo morale il suo insegnamento non era privo di ambiguità: egli insisteva nel considerare l’intenzione del soggetto come l’unica fonte per descrivere la bontà o la malizia degli atti morali, trascurando così l’oggettivo significato e valore morale delle azioni: un soggettivismo pericoloso. È questo – come sappiamo - un aspetto molto attuale per la nostra epoca, nella quale la cultura appare spesso segnata da una crescente tendenza al relativismo etico: solo l’io decide cosa sia buono per me, in questo momento. Non bisogna dimenticare, comunque, anche i grandi meriti di Abelardo, che ebbe molti discepoli e contribuì decisamente allo sviluppo della teologia scolastica, destinata a esprimersi in modo più maturo e fecondo nel secolo successivo. Né vanno sottovalutate alcune sue intuizioni, come, ad esempio, quando afferma che nelle tradizioni religiose non cristiane c’è già una preparazione all’accoglienza di Cristo, Verbo divino.

Che cosa possiamo imparare, noi oggi, dal confronto, dai toni spesso accesi, tra Bernardo e Abelardo, e, in genere, tra la teologia monastica e quella scolastica? Anzitutto credo che esso mostri l’utilità e la necessità di una sana discussione teologica nella Chiesa, soprattutto quando le questioni dibattute non sono state definite dal Magistero, il quale rimane, comunque, un punto di riferimento ineludibile. San Bernardo, ma anche lo stesso Abelardo, ne riconobbero sempre senza esitazione l’autorità. Inoltre, le condanne che quest’ultimo subì ci ricordano che in campo teologico deve esserci un equilibrio tra quelli che possiamo chiamare i principi architettonici datici dalla Rivelazione e che conservano perciò sempre la prioritaria importanza, e quelli interpretativi suggeriti dalla filosofia, cioè dalla ragione, e che hanno una funzione importante ma solo strumentale. Quando tale equilibrio tra l’architettura e gli strumenti di interpretazione viene meno, la riflessione teologica rischia di essere viziata da errori, ed è allora al Magistero che spetta l’esercizio di quel necessario servizio alla verità che gli è proprio. Inoltre, occorre mettere in evidenza che, tra le motivazioni che indussero Bernardo a "schierarsi" contro Abelardo e a sollecitare l’intervento del Magistero, vi fu anche la preoccupazione di salvaguardare i credenti semplici ed umili, i quali vanno difesi quando rischiano di essere confusi o sviati da opinioni troppo personali e da argomentazioni teologiche spregiudicate, che potrebbero mettere a repentaglio la loro fede.

Vorrei ricordare, infine, che il confronto teologico tra Bernardo e Abelardo si concluse con una piena riconciliazione tra i due, grazie alla mediazione di un amico comune, l’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, del quale ho parlato in una delle catechesi precedenti. Abelardo mostrò umiltà nel riconoscere i suoi errori, Bernardo usò grande benevolenza. In entrambi prevalse ciò che deve veramente stare a cuore quando nasce una controversia teologica, e cioè salvaguardare la fede della Chiesa e far trionfare la verità nella carità. Che questa sia anche oggi l’attitudine con cui ci si confronta nella Chiesa, avendo sempre come meta la ricerca della verità.

Il Crocifisso e Lévi Strauss

Il Crocifisso e Lévi-Strauss

(ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di Michele Zanzucchi apparso su “Città nuova” on-line in merito alla sentenza della Corte Europea sul Crocifisso nelle aule scolastiche.

* * *

Una coincidenza, pochi l’hanno notata. Il 3 novembre la Corte europea di Strasburgo, accogliendo la richiesta di una coppia veneto-finlandese, ha deciso di dichiarare contraria al diritto alla libertà religiosa l’affissione nelle aule delle scuole italiane del crocifisso. Contemporaneamente a Parigi se n’è andato, alla veneranda età di 101 anni, Claude Lévi-Strauss, l’antropologo per eccellenza, il fondatore dello strutturalismo e il paladino di una cultura radicalmente illuministica.

Curioso: nello stesso giorno muore l’uomo che più di ogni altro ha studiato i simboli, demitizzandoli e relativizzandoli, e nel contempo una delle istituzioni più rappresentative del convivere europeo stabilisce che il simbolo cristiano per eccellenza, il crocifisso, deve essere demitizzato e relativizzato per legge. Le polemiche, ovviamente, vanno per la maggiore, anche se, a parte qualche posizione estrema, in Italia si riscontra un certo consenso nello stigmatizzare la decisione di Strasburgo.

Va sottolineato come la più citata argomentazione contro la decisione di Strasburgo sia semplice: il crocifisso non sarebbe solo un simbolo religioso, ma anche un simbolo culturale. C’è chi si spinge più in là, coscientemente o meno, dicendo che la croce è “semplicemente” un simbolo culturale. Ora, se fosse così, in fondo avrebbe ragione Lévi-Strauss: il crocifisso sarebbe un simbolo culturale, nient’altro che culturale, e quindi relativizzabile, come tutti gli altri simboli della stessa natura.

Ma attenzione: a furia di cancellare i simboli di una cultura, si finirebbe col cancellare anche la cultura che li ha prodotti. E questo è un male, un attentato alla vita civile di un luogo e di un popolo. Non bisogna togliere i simboli, culturali o religiosi che siano, ma semmai aumentarli! La diversità è infatti una ricchezza per una società laica e democratica: essere “laici” e “democratici” a nostro parere non significa appiattire la società e togliere alle persone ogni loro simbologia (ogni simbolo ha dietro di sé uno o più valori!), quanto garantire una convivenza e una integrazione pacifica e arricchente delle diversità, rispettando la storia e la tradizione dei popoli: non si può negare che il crocifisso “abbia fatto” e “faccia” le nostre società europee.

Detto questo, se guardiamo le cose da un altro punto di vista, bisogna costatare come i simboli religiosi, e cristiani in particolare, abbiano una “qualità” supplementare, che ci interpella non poco: anche se li si cancellano esteriormente, restano presentissimi nella vita dei cristiani, «crocifissi che parlano e camminano», diceva Thomas Merton. Lo testimoniano i cristiani di Nagasaki, che per secoli hanno continuato a professare la loro fede nelle montagne, pur senza nessuna manifestazione pubblica. Lo testimoniano le babuske russe che sotto il comunismo hanno perpetuato la fede cristiana pur in mezzo alla trasformazione delle chiese in magazzini per il grano. Lo testimoniano i cristiani come Bonhoeffer che, sotto il nazismo, hanno saputo rendere pregnante la loro fede. Il fatto è che il problema “culturale” nel fondo nasconde il problema della (scarsa) testimonianza dei cristiani europei: «C’è bisogno di crocifissi vivi», come diceva Madre Teresa di Calcutta, non di «crocifissi anneriti in fondo ad un armadio», come scriveva Margherite Yourcenar.

mercoledì 4 novembre 2009

Crocifisso


Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 31-40 - Ogni volta che avete fatto del bene a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra.

Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.

Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?

Rispondendo il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me".

***

E'cosa assai lodevole vedere quante e quali voci si sono levate in difesa del Crocifisso, ma ahimè viene da chiedersi se le stesse voci sono anche capaci di riconoscere quell'Uomo crocifisso nei tanti crocifissi che ci passano accanto ogni giorno, nudi, spogliati di ogni cosa, anche della dignità dell'essere creatura umana, costretti ad una non-vita, alla mercè di qualche organizzazione benefica che qualche volta lo è davvero, altre non lo è affatto, oppure affidati alla presunta bontà di qualche anima che si santifica elemosinando loro qualcosa, tranne l'unica cosa veramente necessaria, ridare loro la dignità. Ecco allora come ben traspare che per molti il Crocifisso è una sorta di amuleto più che un rimando al Figlio di Dio vivo e vero che è risorto dai morti e certamente non se ne sta affisso ad una parete,come una sorta di economico e pratico "scaccia-demoni", viene anche un sospetto, che qualcuno lo voglia lì crocifisso ad un muro oltre che sulla croce perché così non se ne va in giro a vedere cosa capita!

martedì 3 novembre 2009

Lettera a coloro che sono vittima di ricatto


Cari amici,

vi scrivo pensando al dolore e alla sofferenza che molti di voi vivono per cause anche diverse tra loro; a molti è capitato di vivere davvero momenti di sbandamento e di aver volutamente e consapevolmente compiuto atti di cui poi magari si sono pentiti, ma Dio è misericordia e bontà infinita e a costoro dico di non temere perché ogni serio pentimento è ben accetto dal Signore; vi sono poi altri che sono stati vittima di inganno e che sono stati coinvolti loro malgrado in cose che mai avrebbero voluto; anche a costoro dico di non disperare perché la verità viene sempre fuori, così come è accaduto nell'episodio biblico di Susanna e i vecchioni (si trova nel libro di Daniele), può essere consolante leggerlo di tanto in tanto. Può accadere davvero anche ai nostri giorni! Ciò che è importante ora è di collaborare a smantellare la rete diabolica che imprigiona le forze sane di questa nostra nazione e che come un tumore senza fine continua ad espandersi. C'è solo un modo per tornare a vivere una vita normale con le normali gioie e difficoltà di ogni giorno: spezzare la rete del ricatto, indipendentemente dall'essere colpevoli di qualche cosa o semplicemente vittima innocente di qualcosa di costruito ad arte, l'importante è parlarne con le persone competenti e smettere di continuare a mal-operare per timore di diffamazioni. Come è possibile continuare a vivere non potendo più operare secondo ciò che la nostra coscienza ci dice ma secondo ciò che altri ci dicono di fare? Temo che in questo momento siano molti coloro che vivono questo dramma e a loro mi rivolgo, certamente non potremo mai estirpare completamente il male dal nostro mondo, nessuno è così ingenuo da pensarlo, però potremo migliorare molto il tono e l'umore di un intero popolo, ridare la speranza ai giovani e mostrargli che non si va avanti solo con la furbizia e l'inganno. Questo post sarà come il messaggio messo in una bottiglia e gettata nel mare, ma ho fiducia che qualcuno la ritroverà...!

Invito chi vuole a pregare per tutte le vittime di ricatto, perché abbiano la forza e il coraggio di rompere il muro dell'omertà e denunciare quanto stanno vivendo.

Le célibat


Clarification du P. Lombardi à propos des spéculations sur le célibat du prêtres

Le directeur de la Salle de presse du Saint-Siège, le P. Lombardi, a tenu à clarifier samedi 30 octobre la position du Vatican à propos des spéculations sur le thème du célibat dans la future constitution apostolique concernant les ordinariats personnels destinés aux anglicans entrant en pleine communion avec l’Église catholique

"Des rumeurs ont circulé, fondées sur des informations supposées fiables du journaliste italien Andrea Tornielli, selon lesquelles le retard dans la publication de la constitution apostolique concernant les ordinariats personnels destinés aux anglicans entrant en pleine communion avec l’Église catholique – publication annoncée le 20 octobre 2009 par le cardinal William Levada, préfet de la Congrégation pour la doctrine de la foi – ne serait pas dû seulement à des raisons « techniques ». Selon ces rumeurs, une question de fond essentielle se trouverait à l’origine de ce retard, à savoir un désaccord sur le célibat comme règle pour le futur clergé concerné.

Sur ce point, le cardinal Levada souhaite apporter quelques commentaires : « Si l’on m’avait interrogé sur les doutes suscités par mes propos lors de la conférence de presse, j’aurais volontiers procédé à la clarification nécessaire. Il n’y a aucun fondement à de telles rumeurs. Je n’ai jamais entendu personne au Vatican évoquer une telle hypothèse. Ce retard est purement technique, et a pour but d’assurer une cohérence selon les normes et la terminologie canoniques. Les questions de traduction sont secondaires ; la décision de retarder la publication pour attendre la publication de la version “officielle” en latin dans les Acta Apostolicae Sedis a été prise il y a quelque temps.

Les versions élaborées par le groupe de travail, et soumises, selon la procédure habituelle à la Congrégation, pour étude et approbation, comprenaient toutes le texte suivant, qui constitue l’article VI de la constitution :

§ 1 Ceux qui exerçaient leur ministère en tant que diacres, prêtres ou évêques anglicans, qui remplissent les conditions prévues par le droit canonique, et qui ne seraient pas empêchés par des irrégularités ou autres, peuvent être acceptés par l’Ordinaire comme candidats à l’ordination dans l’Église catholique. Dans le cas de ministres mariés, les règles établies par l’encyclique de Paul VI Sacerdotalis coelibatus (n° 42) et dans le décret In June devront être observées. Les ministres non mariés doivent se soumettre à la règle du célibat ecclésiastique selon le code de droit canonique (n° 277, § 1).

§2 L’Ordinaire, en observation de la discipline du clergé célibataire dans l’Église latine, envisagé comme une règle (Pro regula), n’admettra à l’ordination presbytérale que des hommes célibataires. Il peut aussi demander au Saint-Père, en dérogation au canon 277 § 1, d’admettre, au cas par cas, des hommes mariés à l’ordination presbytérale, selon les critères objectifs approuvés par le Saint-Siège.

Cet article doit être compris comme cohérent avec la pratique habituelle de l’Église, selon laquelle d’anciens ministres anglicans mariés peuvent être admis, au cas par cas, au ministère presbytéral dans l’Église catholique. En ce qui concerne les futurs séminaristes, l’hypothèse selon laquelle il pourrait y avoir des cas justifiant une dispense de la règle du célibat ne peut être considérée comme réaliste. Pour cette raison, les critères objectifs concernant de telles possibilités (des séminaristes mariés qui seraient déjà en formation) devraient être établis conjointement par l’Ordinariat personnel et la Conférence épiscopale, et soumis pour approbation au Saint-Siège. »

Selon le cardinal Levada, l’élaboration technique de la constitution et de ses règles sera mené à son terme vers la fin de la première semaine de novembre.

domenica 1 novembre 2009

Santità

Santità è l'essenza di Dio, negli uomini in maniera derivata, è una partecipazione per grazia alla santità di Dio. Dio è il santissimo, tre volte santo. Santa è l'umanità di Cristo in forza dell'unione ipostatica. Tutta singolare è la santità di Maria in quanto concepita senza peccato. Santa è la Chiesa, in quanto corpo mistico di Cristo e sposa dello Spirito Santo. Santi sono i cristiani in forza del Battesimo, e tutti nella Chiesa sono chiamati alla santità, (LG 39) secondo il detto dell'apostolo: "la volontà di Dio è questa, che vi santifichiate" (1 Ts 4,3). Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità. La santità è unica, ma praticata ed esercitata in modo multiforme secondo il genere e la condizione di vita. Il dono primo e più necessario per la santità è la carità (l'Amore), con cui amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Dio.

giovedì 29 ottobre 2009

Teologia monastica & Teologia scolastica, Benedetto XVI

Oggi mi soffermo su un’interessante pagina di storia, relativa alla fioritura della teologia latina nel secolo XII, avvenuta per una serie provvidenziale di coincidenze. Nei Paesi dell’Europa occidentale regnava allora una relativa pace, che assicurava alla società sviluppo economico e consolidamento delle strutture politiche, e favoriva una vivace attività culturale grazie pure ai contatti con l’Oriente. All’interno della Chiesa si avvertivano i benefici della vasta azione nota come "riforma gregoriana", che, promossa vigorosamente nel secolo precedente, aveva apportato una maggiore purezza evangelica nella vita della comunità ecclesiale, soprattutto nel clero, e aveva restituito alla Chiesa e al Papato un’autentica libertà di azione. Inoltre si andava diffondendo un vasto rinnovamento spirituale, sostenuto dal rigoglioso sviluppo della vita consacrata: nascevano e si espandevano nuovi Ordini religiosi, mentre quelli già esistenti conoscevano una promettente ripresa.

Rifiorì anche la teologia acquisendo una più grande consapevolezza della propria natura: affinò il metodo, affrontò problemi nuovi, avanzò nella contemplazione dei Misteri di Dio, produsse opere fondamentali, ispirò iniziative importanti della cultura, dall’arte alla letteratura, e preparò i capolavori del secolo successivo, il secolo di Tommaso d’Aquino e di Bonaventura da Bagnoregio. Due furono gli ambienti nei quali ebbe a svolgersi questa fervida attività teologica: i monasteri e le scuole cittadine, le scholae, alcune delle quali ben presto avrebbero dato vita alle Università, che costituiscono una delle tipiche "invenzioni" del Medioevo cristiano. Proprio a partire da questi due ambienti, i monasteri e le scholae, si può parlare di due differenti modelli di teologia: la "teologia monastica" e la "teologia scolastica". I rappresentanti della teologia monastica erano monaci, in genere Abati, dotati di saggezza e di fervore evangelico, dediti essenzialmente a suscitare e ad alimentare il desiderio amoroso di Dio. I rappresentanti della teologia scolastica erano uomini colti, appassionati della ricerca; dei magistri desiderosi di mostrare la ragionevolezza e la fondatezza dei Misteri di Dio e dell’uomo, creduti con la fede, certo, ma compresi pure dalla ragione. La diversa finalità spiega la differenza del loro metodo e del loro modo di fare teologia.

Nei monasteri del XII secolo il metodo teologico era legato principalmente alla spiegazione della Sacra Scrittura, della sacra pagina per esprimerci come gli autori di quel periodo; si praticava specialmente la teologia biblica. I monaci, cioè, erano tutti devoti ascoltatori e lettori delle Sacre Scritture, e una delle principali loro occupazioni consisteva nella lectio divina, cioè nella lettura pregata della Bibbia. Per loro la semplice lettura del Testo sacro non bastava per percepirne il senso profondo, l’unità interiore e il messaggio trascendente. Occorreva, pertanto, praticare una "lettura spirituale", condotta in docilità allo Spirito Santo. Alla scuola dei Padri, la Bibbia veniva così interpretata allegoricamente, per scoprire in ogni pagina, dell’Antico come del Nuovo Testamento, quanto dice di Cristo e della sua opera di salvezza.

Il Sinodo dei Vescovi dell’anno scorso sulla "Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" ha richiamato l’importanza dell’approccio spirituale alle Sacre Scritture. A tale scopo, è utile far tesoro della teologia monastica, un’ininterrotta esegesi biblica, come pure delle opere composte dai suoi rappresentanti, preziosi commentari ascetici ai libri della Bibbia. Alla preparazione letteraria la teologia monastica univa dunque quella spirituale. Era cioè consapevole che una lettura puramente teorica e profana non basta: per entrare nel cuore della Sacra Scrittura, la si deve leggere nello spirito in cui è stata scritta e creata. La preparazione letteraria era necessaria per conoscere l’esatto significato delle parole e facilitare la comprensione del testo, affinando la sensibilità grammaticale e filologica. Lo studioso benedettino del secolo scorso Jean Leclercq ha così intitolato il saggio con cui presenta le caratteristiche della teologia monastica: L’amour des lettres et le désir de Dieu (L’amore delle parole e il desiderio di Dio). In effetti, il desiderio di conoscere e di amare Dio, che ci viene incontro attraverso la sua Parola da accogliere, meditare e praticare, conduce a cercare di approfondire i testi biblici in tutte le loro dimensioni. Vi è poi un’altra attitudine sulla quale insistono coloro che praticano la teologia monastica, e cioè un intimo atteggiamento orante, che deve precedere, accompagnare e completare lo studio della Sacra Scrittura. Poiché, in ultima analisi, la teologia monastica è ascolto della Parola di Dio, non si può non purificare il cuore per accoglierla e, soprattutto, non si può non accenderlo di fervore per incontrare il Signore. La teologia diventa pertanto meditazione, preghiera, canto di lode e spinge a una sincera conversione. Non pochi rappresentanti della teologia monastica sono giunti, per questa via, ai più alti traguardi dell’esperienza mistica, e costituiscono un invito anche per noi a nutrire la nostra esistenza della Parola di Dio, ad esempio, mediante un ascolto più attento delle letture e del Vangelo specialmente nella Messa domenicale. E’ importante inoltre riservare un certo tempo ogni giorno alla meditazione della Bibbia, perché la Parola di Dio sia lampada che illumina il nostro cammino quotidiano sulla terra.

La teologia scolastica, invece, - come dicevo - era praticata nelle scholae, sorte accanto alle grandi cattedrali dell’epoca, per la preparazione del clero, o attorno a un maestro di teologia e ai suoi discepoli, per formare dei professionisti della cultura, in un’epoca in cui il sapere era sempre più apprezzato. Nel metodo degli scolastici era centrale la quaestio, cioè il problema che si pone al lettore nell’affrontare le parole della Scrittura e della Tradizione. Davanti al problema che questi testi autorevoli pongono, si sollevano questioni e nasce il dibattito tra il maestro e gli studenti. In tale dibattito appaiono da una parte gli argomenti dell’autorità, dall’altra quelli della ragione e il dibattito si sviluppa nel senso di trovare, alla fine, una sintesi tra autorità e ragione per giungere a una comprensione più profonda della parola di Dio. Al riguardo, san Bonaventura dice che la teologia è "per additionem" (cfr Commentaria in quatuor libros sententiarum, I, proem., q. 1, concl.), cioè la teologia aggiunge la dimensione della ragione alla parola di Dio e così crea una fede più profonda, più personale e quindi anche più concreta nella vita dell’uomo. In questo senso, si trovavano diverse soluzioni e si formavano conclusioni che cominciavano a costruire un sistema di teologia. L’organizzazione delle quaestiones conduceva alla compilazione di sintesi sempre più estese, cioè si componevano le diverse quaestiones con le risposte scaturite, creando così una sintesi, le cosiddette summae, che erano, in realtà, ampi trattati teologico-dogmatici nati dal confronto della ragione umana con la parola di Dio. La teologia scolastica mirava a presentare l’unità e l’armonia della Rivelazione cristiana con un metodo, detto appunto "scolastico", della scuola, che concede fiducia alla ragione umana: la grammatica e la filologia sono al servizio del sapere teologico, ma lo è ancora di più la logica, cioè quella disciplina che studia il "funzionamento" del ragionamento umano, in modo che appaia evidente la verità di una proposizione. Ancora oggi, leggendo le summae scolastiche si rimane colpiti dall’ordine, dalla chiarezza, dalla concatenazione logica degli argomenti, e dalla profondità di alcune intuizioni. Con linguaggio tecnico, viene attribuito ad ogni parola un preciso significato e, tra il credere e il comprendere, viene a stabilirsi un reciproco movimento di chiarificazione.

Cari fratelli e sorelle, facendo eco all’invito della Prima Lettera di Pietro, la teologia scolastica ci stimola ad essere sempre pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi (cfr 3,15). Sentire le domande come nostre e così essere capaci anche di dare una risposta. Ci ricorda che tra fede e ragione esiste una naturale amicizia, fondata nell’ordine stesso della creazione. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nell’incipit dell’Enciclica Fides et ratio scrive: "La fede e la ragione sono come le due ali, con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità". La fede è aperta allo sforzo di comprensione da parte della ragione; la ragione, a sua volta, riconosce che la fede non la mortifica, anzi la sospinge verso orizzonti più ampi ed elevati. Si inserisce qui la perenne lezione della teologia monastica. Fede e ragione, in reciproco dialogo, vibrano di gioia quando sono entrambe animate dalla ricerca dell’intima unione con Dio. Quando l’amore vivifica la dimensione orante della teologia, la conoscenza, acquisita dalla ragione, si allarga. La verità è ricercata con umiltà, accolta con stupore e gratitudine: in una parola, la conoscenza cresce solo se ama la verità. L’amore diventa intelligenza e la teologia autentica sapienza del cuore, che orienta e sostiene la fede e la vita dei credenti. Preghiamo dunque perché il cammino della conoscenza e dell’approfondimento dei Misteri di Dio sia sempre illuminato dall’amore divino.

(Catechesi mercoledì 28-10-09)

mercoledì 28 ottobre 2009

Teologia della Scrittura

TEOLOGIA DALLA SCRITTURA: SU MT 1,1-17 (XXI Congresso Nazionale ATI, Castel del Monte, 8 Settembre 2009) Omelia di Mons.Bruno Forte
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“Una disputa di pipistrelli e civette con le aquile sulla realtà dei raggi del sole a
mezzogiorno” : tale sarebbe - secondo Karl Barth - un parlare su Dio che volesse prescindere dall’ascolto della Sua Parola. Per sua natura, la teologia cristiana è parola su Dio (“lógos del Dio”, nel senso del genitivo oggettivo), che rimanda alla parola di Dio, quella che Lui ha detto di sé nella storia d’Israele e nella pienezza del tempo in Gesù Cristo (“parola del Dio”, nel senso del genitivo soggettivo). È parola di domanda ed insieme parola di risposta. Nella Parola essa ascolta il Silenzio; dal Silenzio riceve la Parola; fra Parola e Silenzio muove i suoi passi, linguaggio di frontiera. La teologia sta al confine, continuamente rinviando all’una e all’altra sponda, fra la fragile terra dove poggiano i nostri piedi e l’abisso insondabile, che è la regione dell’Altro. Due movimenti l’attraversano, fra di loro asimmetrici: quello del pellegrino, assetato di una patria verso cui orientare il cammino per combattere la sua lotta con la morte; e quello, senza il quale neanche l’altro esisterebbe, dell’Inizio, presupposto e fondamento di tutto ciò che esiste, che viene a noi dall’ insondabile Silenzio. Il ponte che percorre questa asimmetria è riconosciuto dal Nuovo Testamento in Gesù, il Cristo, la Parola venuta nella carne.
Il testo di Matteo 1,1-17, la genealogia di Gesù, ci aiuta ad accostarci alle arcate
fondamentali di questo ponte. La genealogia è introdotta dal titolo “libro delle origini (della genesi) di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio d’Abramo”(v. 1), che riprende l’indicazione del libro della Genesi 5,1, dove si parla del “sefer toledoth” di Adamo, del libro della genesi di Adamo. In tal modo Gesù ci è presentato come il nuovo Adamo, che inaugura una nuova creazione: c’è, tuttavia, una differenza fondamentale, perché nella Genesi è presentata la discendenza di Adamo, mentre qui è proposta l’ascendenza di Gesù, per mostrare come il Cristo si innesti nella storia del popolo eletto e ne sia il ricapitolatore, e che proprio così la sua è la storia della Parola venuta dall’eternità nel tempo.
Quest’idea è confermata dalla struttura della genealogia, annunciata dal versetto 1: i tre nomi qui segnalati, “Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio d’Abramo”, sono ripresi alla conclusione della genealogia, al versetto 17: “La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici”. L’intenzione teologica di Matteo, che ha sacrificato a essa i nomi di tre re, è evidente: egli vuole mostrare l’ordine della storia della salvezza, articolata intorno alle svolte rappresentate da Abramo, Davide e Gesù, e sottolineare che nel Cristo si realizza la svolta decisiva. Si potrebbe anche evidenziare una struttura ebdomadaria - tre volte quattordici significa sei volte sette -, che introdurrebbe così la settima settimana, quella del compimento realizzato in Gesù. In ogni caso, è evidente che Matteo presenta qui una teologia
della storia alla luce della Parola di Dio, che può aiutarci a discernere la maniera d’agire del Dio salvatore nel tempo. È possibile allora riconoscere tre arcate del ponte disegnato dalla genealogia, il ponte della Parola fra il tempo e l’eterno, ponendo al testo le domande soggiacenti a ogni teologia che venga dalla Scrittura:
1. Chi è il Dio di questa storia, il protagonista divino del racconto che è la Bibbia?
2. Chi è l’uomo chiamato da questo Dio a fare alleanza con Lui?
3. Quale risposta questo Dio chiede al protagonista umano dell’“historia salutis”?


1. Il Dio della Parola: “Deus loquens”

La genealogia di Matteo è composta dai personaggi più vari: uomini e donne, peccatori e peccatrici, persone che hanno svolto un ruolo decisivo nella storia d’Israele e figure del tutto ordinarie. Il Dio vivo scrive la storia della salvezza con tutti: fa le sue scelte, ma non esclude nessuno. È un Dio che parla, che si compromette e sceglie, ma il cui piano abbraccia tutti i figli di Adamo, ricapitolati dalla prima e dalla nuova Genesi. È un Dio che fa spazio a ognuno: Egli rende l’uomo “capax Dei”, in quando è un Dio “capax finiti”, capace di auto-limitarsi. I mistici ebrei
hanno espresso questo atteggiamento divino con l’espressione “zim-zum“, che dice che Dio “si contrae” perché la creatura abbia tutto il suo spazio. L’immagine esprime un messaggio, che è alla base della stessa idea ebraico-cristiana di Parola di Dio: l’Eterno dà spazio alla dignità e alla libertà delle sue creature. Perché noi possiamo esistere come esseri liberi, Dio consente ad autolimitarsi.
L’Infinito abita il finito: “Non coerceri maximo contineri a minimo, divinum est” – “Non esser costretto da ciò ch'è più grande, essere contenuto in ciò ch'è più piccolo, questo è divino!”(motto sulla tomba di Ignazio di Loiola, posto in esergo da Friedrich Hölderlin al suo Hypérion).
In questo senso Taulero può affermare che “l’umiltà è la virtù nascosta nel più profondo di Dio”. Il “Deus loquens” è il “Deus humilis”!
Una seconda caratteristica del Dio della Parola è quella di accettare il tempo: egli sa attendere; sa perfino “divenire” in corrispondenza al divenire degli esseri umani, fedele e immutabile nei cambiamenti richiesti dalla sua stessa fedeltà. È un Dio “che ha tempo per l’uomo” (Karl Barth), che attende e spera il ritorno dei suoi figli. La Sua speranza consiste nel proiettarsi verso l’altro, nel desiderare ch’egli sia se stesso, in una risposta d’amore libera e gratuita. Il Dio della genealogia è il Dio delle “tre volte quattordici generazioni”, e cioè il Dio della promessa, che
si realizzerà nella storia della salvezza fino al suo compimento in Gesù Cristo. È dunque il Dio che nella Parola si propone all’uomo, in attesa della risposta all’alleanza offerta: è il Dio del desiderio,che sa farsi mendicante del libero assenso della Sua creatura. Il “Deus loquens” è il “Deus temporis”!
Terza caratteristica del Dio della Parola è la misericordia, l’amore materno. È un amore più forte di tutto il non-amore che possa essergli reso in cambio! “Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, ci rende buoni e belli perché ci ama”, come afferma San Bernardo in una frase folgorante che tanto colpiva il giovane Lutero. Egli ama d’un amore irradiante tenerezza: “rachamim”, “viscere materne”, è il volto della Sua misericordia. Dio ama i peccatori e li abbraccia nel suo disegno di salvezza, come la genealogia di Matteo dimostra! Perciò la Sua Parola è destinata a tutti: accoglierla è mettersi al servizio del suo cammino verso il cuore di ogni uomo. Il “Deus loquens” è il “Deus amans”! Tutto questo ci porta a indicare un’ultima caratteristica del Dio della Scrittura: il mistero della sofferenza divina. Il “Deus loquens” - compromesso nella storia - non è indifferente alle vicende umane. “In tutte le loro sofferenze egli ha sofferto con loro” (Is 63,9, secondo il testo ebraico). È un Dio che soffre per amore alle creature: “Dio, il Padre, non è impassibile”, diceva Origene. “Egli soffre per amore”. E aggiungeva: “Dio soffre persino per Nabucodonosor!”. Dio
soffre perché suo Figlio soffre: non d’una sofferenza passiva, segno di limite o d’imperfezione, ma della sofferenza attiva dell’amore. È il mistero della sofferenza divina, di cui Giovanni Paolo II ha parlato nella sua Enciclica sullo Spirito Santo (cf. Dominum et vivificantem, nn. 39 e 41). Il Dio della storia della salvezza, il Dio d’Abramo, di Davide e di Gesù, soffre perché ama. È un Dio che non resta estraneo, chiuso in se stesso, prigioniero del suo divino egoismo: rivolgendoci la Sua Parola, egli partecipa alla nostra storia, la fa sua. Il “Deus loquens” è il “Deus patiens”!

2. Il protagonista umano, “capax Verbi”

Chi è il protagonista umano della storia, presentata nella genealogia, l’uomo “uditore dellaParola”? La varietà delle figure umane evocate non impedisce di riconoscere una condizione comune, che segna le donne e gli uomini convocati dalla Parola.
La prima caratteristica dell’essere umano qui presentato è la libertà: il Dio che ci ha creati senza di noi, non ci salverà senza di noi. Il semplice fatto che nella genealogia del Cristo vi siano santi e peccatori ci dice che il dono della Parola venuta dall’eterno non elimina le scelte della libertà umana. Ciascuno è chiamato a dare la sua risposta, ad accogliere o rifiutare il Dio che si rivela. È la libertà la dimensione che corrisponde nell’essere umano all’umiltà divina: lo “zimzum” creatore fa spazio ai giochi delle decisioni libere degli esseri umani, che possono
corrispondere all’umiltà di Dio, o possono chiudersi nella pretesa di gestire la loro vita senza Dio. Il peccato non è che la Parola inascoltata: una leggenda rabbinica afferma che l’Eterno piange tre volte al giorno. La prima volta lo fa per chi potrebbe ascoltare la Sua Parola e non lo fa; la seconda, per chi non potrebbe ascoltare la Sua Parola e lo fa; infine, Dio piange di fronte ai superbi che pensano di poter fare a meno di Lui e del Suo Verbo. L’Eterno piange, insomma, quando la Sua Parola è trascurata, abusata o disprezzata dalla libertà umana. La Parola di Dio è un
appello di libertà, che esige di essere accolto per quello che è, senza manipolazioni o arbitri, rispettando la libertà assoluta dell’interlocutore divino: “Chi non ama la Torah più di Dio, non ama Dio”, dicono i saggi d’Israele. L’“uditore della Parola” è l’uomo, “capax libertatis” e perciò “capax oboedientiae”!
La seconda caratteristica del protagonista umano nella storia della Parola è di essere chiamato alla trascendenza: l’uomo è fatto per uscire da sé e andare verso Dio. È l’“essere dell’auto-trascendenza” (Karl Rahner), la creatura chiamata a vivere l’esodo senza ritorno dell’amore, che ci fa liberi da noi stessi e ci apre all’accoglienza del dono che salva. Volersi autenticamente umani significa mettersi alla scuola del Dio che viene, per fare del nostro cuore un cuore di misericordia, dove l’altro, ogni altro - a cominciare da Dio e dalla Sua Parola - possa
abitare e sentirsi accolto. L’“uditore della Parola” è l’uomo, “capax infiniti”!
Questo movimento di trascendenza non si compie mai nella solitudine di un essere chiuso in se stesso, ma nella solidarietà creata dall’ascolto della Parola divina: l’uomo della genealogia è un essere solidale, chiamato alla comunione del popolo della salvezza. Come Gesù, Verbo incarnato, è radicato nella storia del popolo eletto, così la Chiesa non è comprensibile senza questa inserzione profonda di tutto il suo essere nella storia della Parola, venuta dall’eterno. Amare e servire la Parola è inseparabile dall’amare e servire la Chiesa: una teologia dalla Scrittura è
ecclesiale nella sua più profonda identità e nella sua missione. La genealogia di Gesù ci insegna che non esiste salvezza senza solidarietà “sub Verbo Dei”, e che la piena solidarietà si realizza nella comunione accogliente della Chiesa, “creatura Verbi”. L’“uditore della Parola” è l’uomo,“capax communionis”!

3. Dove Dio e l’uomo si corrispondono nella Parola

La conclusione di questa meditazione sulla storia della Parola contenuta nella genealogia di Gesù può solamente indicare qualcuna delle prospettive d’impegno che scaturiscono dalle cose dette. Dov’è che l’uomo vivente dovrà corrispondere al Dio che parla per fare della sua storia la storia della salvezza? Quattro piste si lasciano discernere, in modo particolare alla luce della figura di Colei in cui culmina la genealogia per far spazio al Messia, la Vergine dell’ascolto, la Figlia di
Sion, Maria. Innanzi tutto, la corrispondenza dell’uomo vivente al Dio vivente vuol dire ascolto: la nuova creazione inaugurata dal nuovo Adamo, Gesù, si costruirà attraverso l’ascolto accogliente della Parola di Dio: “Eccomi, si compia in me secondo quello che hai detto”. Questo ascolto - di cui la teologia “auditus Verbi” è forma e voce riflessa - esige di fare memoria delle meraviglie di Dio, dei gesti salvifici che egli ha operato per i nostri padri e per noi. Occorre, però, anche fare
memoria delle nostre colpe e delle colpe del popolo di cui facciamo parte, per riconoscere le nostre responsabilità e cambiare il cuore e la vita. Questa purificazione della memoria è forma pura dell’ascolto della Parola e abbraccia tutti e ciascuno nella Chiesa voluta da Gesù.
La memoria suscita l’apertura all’avvenire che il Signore ci domanda di edificare: radicato nella solidarietà del passato della storia della salvezza, quest’avvenire dovrà essere costruito nell’accoglienza reciproca e nell’apertura agli altri. L’altro è il fratello nella fede, con cui l’ascolto della Parola fa nascere legami necessari e profondi, condizione di interpretazione autentica della stessa rivelazione di Dio: l’“auditus Verbi” si compie “in Ecclesia” e “cum Ecclesia”! L’altro, però, è anche il cristiano di un’altra confessione, il credente di un’altra religione, e in generale l’altro che bussa alla porta delle nostre convivenze umane. La vocazione di un popolo aperto all’universale disegno di Dio non potrà non misurarsi sull’accoglienza dell’altro: chiudersi in se stessi è tentazione e malattia che tutti dobbiamo evitare. Senza accoglienza dell’altro non c’è storia di salvezza né potrà esserci alcun processo di autentica riconciliazione fra popoli e culture. Maria che, abitata dal Verbo, si fa presenza amorosa a Elisabetta ci mostra come l’accoglienza dell’altro sia il segno di autenticità di qualunque cammino che nasca dall’ascolto della Parola di Dio. La vocazione di una teologia dalla Scrittura non potrà mai prescindere dalla responsabilità verso gli altri. L’“auditus Verbi” è sempre “propter nos homines et nostram salutem”!
Infine, la storia della salvezza ci chiama a essere responsabili in rapporto all’avvenire della terra: la responsabilità verso la giustizia e la pace e quella di natura ecologica sono componenti indispensabili dei nostri cammini di custodi del giardino, chiamati a essere tali dalla Parola dell’inizio e da quella del compimento (cf. Gen 2,15 e Gv 18,20). Il rispetto della natura e l’impegno per la giustizia sono espressione della riverenza dovuta al Dio vivente, che con la Sua Parola si è fatto partner dell’alleanza che costruisce nel tempo la storia della salvezza: il
Magnificat di Maria è il canto della vittoria pasquale estesa a tutto l’uomo in ogni uomo, ma anche all’intera creazione di Dio. Una teologia dalla Scrittura canta il Magnificat se non si sottrae alla sua responsabilità verso la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. L’“auditus Verbi in Ecclesia et cum Ecclesia” è sempre “pro mundi vita”! Davanti all’urgenza di questi cammini, la teologia dalla Scrittura presente nella genealogia di Matteo ci aiuta a riporre tutta la nostra fiducia nel Dio vivente, che attraverso la Sua Parola e il nostro ascolto credente scrive con noi la storia della salvezza. Vorrei allora terminare con una preghiera rivolta a Colei che è totalmente creatura della Parola, la Madre del Verbo incarnato:
Maria, Vergine dell’ascolto,
silenzio in cui la Parola è venuta ad abitare fra noi,
a Te ci affidiamo, perché alla Tua scuola e col Tuo aiuto
diveniamo silenzio e ascolto nella fedeltà delle opere e dei giorni,
e come Te siamo deserto fiorito, tenda dell’incontro,
santuario irradiante della Parola della vita.
Con Te, Madre del Bell’Amore,
vorremmo dire il nostro sì alla Parola dell’avvento,
per essere come Te Arca dell’Alleanza,
e portare a quanti incontreremo la gioia della presenza dell’Amato.
A Te, Sposa delle nozze eterne,
che canti le meraviglie compiute dallo Sposo
nell’umiltà della Tua storia e della nostra,
affidiamo i pensieri, le parole e le opere di ogni nostro giorno,
perché nella fedeltà al dono dell’Amore
siano tutti pensieri di pace, cantico di lode,
parole di speranza, opere di giustizia e carità dolcissima.
Vergine, Madre e Sposa,
intercedi per noi adesso e nell’ora della nostra morte,
perché veniamo a cantare con Te e tutti i Santi,
insieme a chi ci fu affidato nella fede,
il cantico nuovo dell’Agnello nella Gerusalemme celeste,
splendente della bellezza del giorno che non muore.
Amen. Alleluia!

Libertà religiosa

La libertà religiosa continua ad essere ampiamente violata nel mondo: la denuncia di mons. Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, intervenuto all’Assemblea generale dell’Onu, in corso nel Palazzo di Vetro a New York.
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A dispetto di quanto “ripetutamente proclamato dalla comunità internazionale e specificato negli strumenti legislativi internazionali, così come nella Costituzione di molti Stati”, il diritto alla libertà religiosa “continua oggi ad essere ampiamente violato”, si è rammaricato l’arcivescovo Migliore. Non c’è religione sul Pianeta “che sia libera da discriminazione”. Atti d’intolleranza religiosa, sono “perpetratri in molte forme” e innumerevoli sono i casi portati all’attenzione delle Corti e degli organismi che si occupano di diritti umani. E se l’intolleranza religiosa aumenta nel mondo, i cristiani sono il gruppo religioso maggiormente colpito – ha riferito il rappresentante vaticano - tanto che sarebbero più di 200 milioni le persone, di diverse confessioni cristiane, che subiscono discriminazioni sul piano legale e culturale.

Ha ricordato l’arcivescovo Migliore, i ripetuti attacchi registrati nei mesi scorsi in alcuni Paesi asiatici e del Medio Oriente contro le comunità cristiane, che hanno provocato morti e feriti, e visto bruciare chiese e case. Azioni “commesse – ha spiegato il presule – da estremisti “in risposta ad accuse contro individui ritenuti - secondo le leggi antiblasfemia - in qualche modo irrispettosi del credo altrui”. E, in questo contesto la Santa Sede accoglie con favore “la promessa del governo del Pakistan di rivedere ed emendare tali leggi”, che troppo facilmente danno opportunità agli estremisti di perseguitare chi liberamente sceglie di seguire una diversa tradizione di fede. Leggi che hanno favorito “ingiustizia, violenza settaria e violenza tra religioni”. I Governi – ha chiesto l’osservatore vaticano - devono abrogare queste “leggi che servono come strumenti di abuso.” Così anche “gli Stati dovrebbero astenersi dall’adottare restrizioni alla libertà d’espressione”, che hanno spesso condotto le autorità a tacitare “le voci dissidenti, specie quelle di individui appartenenti a minoranze etniche e religiose”. Al contrario “l’autentica libertà d’espressione può contribuire ad un più grande rispetto per tutti i popoli, così anche dare l’opportunità di denunciare violazioni come intolleranza religiosa o razzismo e promuovere eguale dignità di tutte le persone”. “Per questa ragione è imperativo – ha concluso il presule – che i popoli di varie fedi religiose lavorino insieme per crescere nella mutua comprensione”. E, qui ci vuole “un autentico cambiamento delle menti e dei cuori”.

Commento:

Esistono oggi dietro la parata ufficiale (a volte in buona fede) del rispetto e della libertà, manifestazioni subdole di discriminazione, ancora più pericolose perché non immediatamente visibili. Il moderno "Erode" agisce in questi tempi su un campo inter-confessionale ed inter-religioso, utilizza conoscenze scientifiche all'avanguardia, come ad esempio la genetica, ed opera in tutti i campi dell'agire umano, con un occhio speciale agli ambienti della sanità e dell'istruzione. Della serie: se ci sono dei probabili futuri, autentici santi, facciamoli fuori da piccoli! Oppure se proprio non possiamo farli fuori, trasformiamoli in poveri mentecatti o mutilatini, allora il mondo futuro sarà senz'altro migliore! Nessuno voce si leverà più contro la prepotenza e l'ingiustizia, nessuna forma di "buonismo" turberà più quelle coscienze che conservano ancora un barlume di umana sensibilità e di empatia, nessuno sguardo pulito metterà in crisi la nostra perfida condotta. Sì allora il mondo sarà senz'altro migliore!