giovedì 8 ottobre 2009

Quando sono debole è allora che sono forte!

Suor Elena Bosetti riflette sul paradosso paolino

di Antonio Gaspari
(ZENIT.org).- In tutta la storia, con particolare rilevanza nei periodi di decadenza, è possibile scorgere una corrente culturale che esalta la perfezione materiale, la forza muscolare, la durezza del cuore.

Per questo suona del tutto paradossale l’affermazione di San Paolo riportata nella lettera ai Corinzi (2Cor 12,10), secondo cui “quando sono debole è allora che sono forte”.

Si tratta di un paradosso che è insito anche nella vicenda di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che accetta di farsi uccidere sulla Croce da quegli uomini che è venuto a salvare.

Per cercare di comprendere il significato profondo di questo paradosso, ZENIT ha intervistato suor Elena Bosetti, docente di Sacra Scrittura alla Pontificia Università Gregoriana, che sul tema ha scritto un saggio pubblicato sulla Rivista dell’Istituto Internazionale di teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum” (n.25 anno IX, Primo quadrimestre 2009).

Nella lettera ai Corinzi San Paolo ha scritto “quando sono debole è allora che sono forte”. Che cosa intende dire?

Bosetti: Anzitutto mi sembra che Paolo faccia riferimento a una sua esperienza concreta, esistenziale. Evoca una situazione di debolezza fisica o psicologica, quale una infermità o uno stato d’animo provato, depresso. Egli non si vergogna di ricordare ai Corinti la situazione di debolezza, umanamente parlando sfavorevole, che ha caratterizzato la sua opera di evangelizzazione in mezzo a loro. Ma riflettendo su tale situazione egli vi coglie qualcosa di sorprendente: l’energia del Risorto. L’Apostolo ritiene di essere “forte” nella sua debolezza in quanto coinvolto nella dinamica vittoriosa del Crocifisso risorto.

La debolezza che diviene occasione fortezza d'animo non è del tutto estranea all'esperienza umana. Ci sono numerose testimonianze di uomini e donne (anche non credenti) per le quali situazioni disperate e di deriva umana sono diventate momento di grande cambiamento, hanno ricuperato grandi valori che avevano smarrito. In altre parole, attraverso la “debolezza” queste persone sono diventate più uomini e più donne. Nel leggere queste storie il credente non si sconcerta, ma vi legge la mano della Provvidenza.

L’assunto di San Paolo è paradossale, sembra contrario alla logica umana. Che cosa ha sperimentato San Paolo per giungere a tale considerazione?

Bosetti: In effetti Paolo ama il paradosso. Non per fare l’originale ma per quella sua capacità acuta di cogliere le polarità che attraversano la storia e la vicenda umana dentro cui si iscrive l’azione salvifica di Dio che agisce in modo illogico secondo la sapienza del mondo. Il mondo infatti elogia la forza e la potenza, mentre Dio per salvare il mondo ha imboccato e percorso fino in fondo la via della debolezza e della kenosis, ovvero del volontario abbassamento e svuotamento di sé. Non ci ha “usati” per farsi più grande e bello. Al contrario, si è lasciato “ferire” dalla nostra miseria e tristezza e se ne è fatto carico, oltre ogni buon senso, fino all’infamia della croce.

Che tipo di Dio è quello di cui parla San Paolo?

Bosetti: È il Dio dei paradossi! In realtà tutta la storia biblica concorda nel rivelare un Dio che sembra divertirsi a capovolgere le “sorti” (o situazioni) come racconta il libro di Ester e come canta la vergine Maria nel suo Magnificat: “i potenti li ha deposti dai troni, ha innalzato gli umili…” (Luca 1,52). Dio stesso nel suo appassionato amore per l’umanità si avventura nel paradosso più sconcertante che è quello dell’Incarnazione. Nella lettera ai Filippesi Paolo presenta un Dio che si abbassa e si svuota di ogni pretesa divina per farsi in tutto simile all’uomo, anzi si abbassa fino alla terrificante morte di croce per amore della sua creatura.

San Paolo parla del Dio che ha sperimentato personalmente come amore: «Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Galati 2,20); del Dio che l'ha reso forte nell'amore, niente e nessuno «potrà mai separarci dal'amore di Dio che in Cristo Gesù, nostro Signore» (Romani 8, 39). In questo sta la fortezza di San Paolo che gli permette di uscire da ogni debolezza.

E qual è l’idea di salute e di salvezza dell’apostolo delle genti?

Bosetti: Paolo ha una visione organica e complessiva della salute. Se il piede sta male tutto il corpo soffre. Così la Chiesa, che per Paolo è il corpo di Cristo. Non si tratta quindi di salvare semplicemente la propria anima. È in gioco la salute di tutto il corpo ecclesiale e dell’intera famiglia umana. Anzi occorre avere sensibilità anche per il gemito della creazione, la quale nutre anch’essa il desiderio di essere liberata e di entrare nella salvezza definitiva, nella libertà dei figli di Dio (cf. Romani 8).

Nel corso della storia umana e nel mondo moderno la figura del debole e malato viene mal tollerata. Perchè nella religione cristiana Dio ha scelto ciò che è debole?

Bosetti: Si direbbe per un moto di amore misericordioso e straordinariamente divino. Dio rivela se stesso in coloro che si fidano di lui e gli lasciano spazio di azione. Per la Bibbia sono i poveri e i piccoli, coloro che non strumentalizzano Dio per i propri interessi o progetti di grandezza, ma che al contrario si fidano di Lui in ogni situazione.

La figura del debole e del malato è mal tollerata dove domina la cultura efficientista, utilitarista... Il dolore e la sofferenza bloccano la persona se non ne vede alcun senso, rimane solo la debolezza che schiaccia. Perché la fortezza abbia il sopravvento sulla debolezza, occorre passare e fare propria l'esperienza di San Paolo. Dio ha scelto (e sceglie) ciò che è debole, perché questa è la logica dell'amore, e Dio è specializzato in amore.

E qual è la dimensione antropologica e civile che distingue l’umano nell’aiuto ai deboli?

Bosetti: è la distinzione che passa tra la filantropia e l'amore carità. La filantropia è un sentimento nobile che porta l'individuo o gruppi umani (società filantropiche ) verso i bisognosi per renderli felici. L'amore-carità unisce l'amore di Dio con l'amore del prossimo, anzi si fa prossimo al bisognoso, imita il Buon Samaritano che è Gesù stesso. Ovviamente non c'è contrapposizione, ma la filantropia ha bisogno di immettersi nella forza dell'amore-carità.

Che Dio è quello che manifesta nella debolezza la potenza salvifica del suo amore?

Bosetti: È un Dio umile, che vince dal di dentro le pretese dell’orgoglio satanico condividendo la fatica e il dolore degli umani. È un Dio che non salva se stesso scendendo dalla croce, ma che apre le porte del paradiso al malfattore che si rivolge a lui nell’agonia del suo patibolo.

È un Dio che salva sacrificando se stesso, non gli altri; è il Dio che vince con l'amore: l'unica potenza che trasforma l'umanità se viene accolta pienamente nella Chiesa e nella società

mercoledì 7 ottobre 2009

Appunti di letture: Simeone Nuovo Teologo

L'insegnamento di Simeone relativo al potere deificante dell'eucarestia è particolarmente vivece ed intransigente. Ricevendo nella santa comunione il "corpo divinizzato" di Cristo, noi stessi veniamo divinizzati:

Purificato dal pentimento
e di torrenti di lacrime,
comunicando a un corpo divinizzato
come a Dio stesso,
divento io stesso Dio
in un'unione inesprimibile.

Simeone insiste nell'affermare che attraverso la comunione eucaristica veniamo trasformati in ciò che riceviamo:

Il tuo corpo, il corpo immacolato e divino,
risplende tutto del fuoco della tua divinità,
al quale è indicibilmente mescolato e congiunto;
questo corpo tu me lo hai donato, Dio mio.
Questa tenda insozzata e corruttibile
è stata unita al tuo corpo immacolato,
e il mio sangue mescolato con il tuo sangue.
Sono stato unito, lo so, anche alla tua divinità
e sono diventato il tuo purissimo corpo,
membro radioso, membro realmente santo,
membro risplendente, trasparente e luminoso.
Vedo la bellezza, considero lo splendore,
rifletto la luce della tua grazia
e contemplo con stupore questo indicibile splendore
e sono fuori di me pensando a me stesso;
che cos'ero e che cosa sono divenuto, oh meraviglia!
Provo venerazione e rispetto di me stesso,
riverenza e timore come davanti a te,
esito e mi vergogno.
Dove sedermi, a chi avvicinarmi,
dove far riposare queste membra che sono tue,
in quali opere, in quali azioni
impiegare queste mie membra terribili e divine?

Attraverso al santa comunione, la totalità della persona di Cristo, contemporaneamente umana e divina è comunicata alla totalità della persona umana, non solo alla nostra anima, ma anche ogni membro del corpo; e così non solo la nostra anuma ma anche ogni membro del nostro corpo diventa "terribile e divino". In tal modo la deificazione si estende al nostro corpo oltre che alla nostra anima;
non si tratta semplicemente di un'esperienza intellettuale, ma di una realtà fisica. Non solo diventiamo parenti di Cristo o suoi familiari, diventiamo "incorporati a lui" e il suo stesso corpo.

Considera il mistero!
L'anima e il corpo...
sono una cosa sola in due essenze;
essi dunque che sono uno e due,
perché hanno comunicato al Cristo
e bevuto il suo sangue,
unito alle due essenze
e anche alle due nature del mio Dio,
divengono Dio per partecipazione,
e sono chiamati con lo stesso nome, con il suo nome.

Noi diventiamo membra di Cristo
e il Cristo diviene nostre membra,
e Cristo diventa mia mano,
Cristo mio piede, di me miserabile,
e io misero divento la mano di Cristo e il piede di Cristo,
muovo la mano e la mia mano è Cristo tutto intero
poiché Dio è indivisibile nella sua divinità, comprendilo
muovo il piede ed ecco risplende al pari di lui.
Non dire che bestemmio, ma accetta queste cose
e adora Cristo che ti rende tale!
Se tu volessi, diventeresti suo membro,
e così tutte le membra di ciascuno di noi
diventeranno membra di Cristo e Cristo nostre membra,
e tutto quello che è privo di onore,
lo renderà degno di onore
adornandolo di bellezza divina e di gloria,
e abitando con Dio diventeremo dei
senza più vedere affatto la vergogna del nostro corpo,
ma saremo simili a Cristo completamente
in tutto il nostro corpo
e ciascun delle nostre membra sarà il Cristo tutto intero.

Trascinato dalla logia interna della sua argomentazione, Simeone continua:

Dunque hai riconosciuto che anche il mio dito è Cristo,
e anche il pene.

A questo punto immagina che il suo interlocutore lo interrompa indignato: "Non tremi no arrossisci?" Ma Simeone risponde impassibile:

Ma Dio non ha avuto vergogna di diventare simile a te!...
Le tue supposizioni sono malvage
queste membra non sono affatto vergognose!
Sono membra nascoste di Cristo,che vengono ricoirperte.

Anche se possimao rimanere sconcertati dalle sue arle impudenti, dobbiamo ammettere che egli non fa altro che affermare in un modo particolarmente esplicito la verità affermata da Paolo: "Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo...(ICor 6,19-20)Glorificate dunque Dio nel vostro corpo...Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo gradito a Dio". (Rm 12,1)

* * *

Ci sono poi almeno altre tre considerazioni di Simeone in cui traspare come la deificazione sia illimitata. Innnzitutto essa non è limitata qui sulla terra a una particolare vocazione o a una determinata forma di vita. Non è limitata ad esempio agli eremiti piuttosto che hai monaci cenobiti o ai celibi piuttosto che agli sposati. Essa al contrario è accessibile a tutti senza eccezioni; il meglio è per tutti...Un laico spposato afferma Simeone può

anche giungere alla perfezione della virtù... e ricevere lo Spirito Santo, divenir amico di Dio e godere della visione di lui.

L'Apostolo Pietro aveva una suocera eppure fu ritenuto degno di salire sul monte Tabor e di vedere la gloria del Salvatore trasfigurato. L'unione con Dio e l'esperienza consapevole della sua presenza in noi è possibile non solo "nelle grotte e sulle montagne o nelle celle dei monasteri" ma anche in mezzo alle città. A questo proposito Simeone è restio a considerare un particolare modo di vita come intrinsecamente superiore ad altri. Egli preferisce pensare non in astratto ma in termini personali. Il più luminoso modo di vivere per ciascuno di noi singolarmente è quel modo particolare al quale Dio ha chiamato ciascuno di noi:

Molti considerano beata la vita eremitica, altri la vita comune o cenobitica, altri il governo, l'educazione, l'insegnamento, le fondazioni di chiese...Per conto mio non oserei pronunciarmi a favore dell'uno o dell'altro stato, nè esalterei un genere di vita per denigrarne un altro,ma qualunque sia l'opera o la'attività, è la vita vissuta per Dio e secondo Dio la più benedetta.

* * *

La théosis non è confinata nel mondo futuro, ma può essere sperimentata per anticipazione qui e ora nella vita presente....
la pienezza della deificazione è riservata alla vita oltre la morte, la visione di Dio è più scura di qui e più perfetta di là. Ma al tempo stesso, la promessa fatta in Matteo 5,8, che il puro di cuore vedrà Dio non è limitata solo all'età futura:

Se la purezza è qui sulla terra, qui vi sarà anche la visione, ma se tu dici che la visione non esiste che dopo la morte, inevitabilmente poni anche la purificazione dopo la morte e così non vedrai mai Dio.
La théosis poi in quanto mistero del mondo fututo è raggiungibile nella sua pienezza soltanto nell'eschaton; ma i santi sperimentano le sue primizie già ora, durante la vita terrena in una maniera autentica e trasformante.

La deificazione in Simeone Nuovo Teologo (Kallistos Ware)in "Simeone il monachesimo a Costantinopoli" Ed Qiqajon 2003.

martedì 6 ottobre 2009

Per una spiritualità dello studio

Per una spiritualità dello studio, articolo di padre Antonio Spadaro S.I., apparso su “La Civiltà Cattolica”.

* * *

È esperienza comune l’aver frequentato una biblioteca. Entrare nella sala di consultazione è come varcare una soglia tra il mondo dei rumori e quello del silenzio. Le persone che si incontrano appaiono, in genere, concentrate su ciò che stanno leggendo con un atteggiamento del corpo che sembra esprimere una profonda attenzione. Gli ambienti, il silenzio, la concentrazione che si «respira» nell’aria sembrano richiamare, per certi aspetti, l’ingresso in una chiesa e la preghiera. L’uomo che studia e l’uomo che prega sembrano assumere atteggiamenti simili. Quest’analogia è molto fruttuosa per la riflessione e spinge a pensare naturalmente a una spiritualità dello studio. Lo studioso cristiano è fortemente sollecitato a interrogarsi su come la sua attività e la preghiera possano convivere nella propria vita interiore. Nel secolo scorso — da A. Gratry ad A. D. Sertillanges, da J. Guitton a P. Teilhard de Chardin (1) — grandi spiriti hanno scritto riflessioni acute su questo binomio. Ma come non ricordare quel saggio straordinario di Simone Weil dal titolo «Riflessioni sull’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di Dio» (2)?

Studio e preghiera

In un tempo in cui si rischia di considerare la formazione come l’«erogazione di un servizio» e lo studio come l’attuazione di valide tecniche di apprendimento, si sente il bisogno di un supplemento d’anima che aiuti il cristiano a comprendere meglio se e come il suo studio abbia realmente a che fare con la sua vita spirituale. Lo studio assume molti volti ed è praticato in molteplici modi. È lo «studio dello studente, del discepolo, cioè di chi si applica a imparare, a “tesoreggiare” il sapere altrui. Studio del ricercatore, dell’assetato di verità, ordinato allo sviluppo originale del proprio sapere: esso è lo studioso tipico. Studio infine del docente, del maestro assorbito nella lunga preparazione silenziosa delle sue lezioni, nel lavorio ingrato di formulazione didattica, nello sforzo di espressione intento a comunicare fedelmente la verità conquistata» (3).

Prendiamo spunto dalla pubblicazione di un piccolo libro dal titolo Studio e Sapienza. La passione per la verità e l’assoluto (4). Si tratta del primo di una collana che si propone di investigare il legame profondo tra studio e spiritualità. Questo primo contributo recupera tre riflessioni di due autori che hanno vissuto nella propria esistenza tale legame e hanno provato a comprenderlo meglio nei suoi fondamenti: p. Saverio Corradino e p. Michel Ledrus, entrambi gesuiti.

Lo studio, per il credente, è «un servizio per l’uomo, una carità ecumenica, ma nondimeno un’esperienza spirituale. Un servizio insieme umile e alto, che richiede rigore e impegno: che esige solitudine ma non isolamento, e insieme grande liberalità e generosità, proprio perché lo studio è sempre ricerca di senso globale, approfondimento della verità che è nel cuore dell’uomo. In tal modo lo studioso diviene uomo della verità, uomo al servizio dell’uomo, in una dedizione talvolta ingrata, ma che reca il segno del trascendente e dell’infinito» (5). In maniera lucida e precisa così p. Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana e della Radio Vaticana, sintetizza nella sua presentazione il senso del volume, parlando dello studio come esperienza spirituale.

Analogia o competizione?

Ciò che fin qui abbiamo dato per acquisito, cioè l’analogia tra studio e preghiera, in realtà è tutto da verificare. Nel suo saggio, p. Ledrus constata innanzitutto che la vita di studio, «quale attività intellettuale costante, disciplinata, metodica, dedicata al progresso del sapere, concepita e amata come servizio disinteressato e universale del progresso scientifico, rappresenta una forma di vita interiore» (6). Tuttavia subito dopo afferma che tra le due «vie interiori», cioè quella dello studio e quella della preghiera, sembra invece regnare il contrasto, l’incompatibilità, fino a ipotizzare «l’impossibilità di una sintesi di vita interiore per lo studioso» (7).

Riportiamo il pensiero di p. Ledrus che con grande lucidità espone il problema: «Non parliamo della preghiera come semplice dovere di vita cristiana, adempiuto con l’orazione mattutina, con l’assiduità alla Santa Messa, con le visite al Santissimo e le giaculatorie immesse nel lavoro. L’attuazione marginale e intermittente della preghiera nella vita di studio è senza dubbio un preliminare indispensabile, come la mescolanza giusta del carburante e di aria nel cilindro del motore. Occorre però che questi necessari esercizi di pietà non rimangano mera cornice religiosa di una occupazione intellettuale svolta con animo profano. Bisogna passare dalla coesistenza della preghiera e dello studio a una simbiosi, in modo da rendere studiosa la preghiera e religioso lo studio. Il problema di vita interiore che stiamo considerando è appunto quello di realizzare il Semper orate voluto dal Signore (Lc 18,1), la continuità dell’orazione, la familiarità con Dio, in una doverosa intensa applicazione allo studio, e pure allo studio profano di materie profane. In che modo si potrà mantenere come operazione eminente del cuore l’elevazione della mente in Dio e la consapevolezza celeste, caratteristica della fede viva, mentre si è vincolati e assorbiti da impegni scientifici? Non si è forse infiltrata in molti scienziati, anche se non privi di sentimenti religiosi, la convinzione che bisogna, sì, pregare per la salvezza dell’anima e per le necessità dell’esistenza, ma che lo studio, la ricerca scientifica è di competenza esclusiva del proprio ingegno e sudore? Sarebbe vanto della scienza il non aver bisogno della preghiera!» (8). Non si tratta dunque di conciliare due realtà distinte, simili esteriormente, ma della continuità della preghiera nell’applicazione allo studio, di qualunque tipo si tratti.

A questo punto è proprio la loro analogia che sembra contrapporre studio e preghiera. Infatti la preghiera tende «a snervare lo studio», a distrarre, perché la prima attinge alle stesse risorse interiori del secondo, e perciò sembra loro destino quello di contendersi il cuore dell’uomo, di soppiantarsi vicendevolmente come concorrenti. Lo studio, più di ogni altra occupazione, richiede l’impegno di tutto l’essere umano, interiormente e senza distrazioni esteriori. È un problema di bilanciamento di energie: studio e preghiera tendono ad assorbirle in profondità. E così, anzi, chi è intento a una occupazione manuale che non richiede grande concentrazione può trovare facile un vero raccoglimento di preghiera. Invece, nello studio, l’attenzione si trova impegnata e assorbita, per cui la preghiera sarebbe una distrazione.

Non solo: la competenza spesso fa insuperbire, indice di autosufficienza. E basterebbe ricordare le parole del Vangelo: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Ecco dunque il nodo vero al di là di qualunque analogia estrinseca: la sintesi di vita interiore capace di vedere la compenetrazione mutua dello studio e della preghiera in uno slancio unico, e non in una giustapposizione esteriore. Ci si illude che la vita intellettuale, proprio perché spirituale, sia permeabile allo spirito di Dio, e quindi alla preghiera: sì, «la vita intellettuale è spirito; ma è spirito dell’uomo; e diviene facilissimamente, quasi per spontanea necessità, lo spirito dell’uomo nella sua autonomia, nel suo cavare tutto da se stesso, del suo non avere bisogno di nessuno. In queste condizioni può accadere che si ricorra a Dio soltanto per avere una benedizione da fuori, quasi una specie di medaglia che venga a premiare questo splendido prodotto dell’egoismo puro» (9). Ecco dunque che ciò che sembrava vicino per analogia proprio perché simile appare invece opposto, alternativo.

L’offerta e la sintesi

Lo studioso che è uomo spirituale va alla ricerca di una sintesi profonda, che faccia sì che preghiera e studio siano virtualmente indistinti come l’equilibrio non si distingue dal camminare, né il movimento uniforme del treno si distingue dagli spostamenti del viaggiatore nel compartimento, per usare due immagini efficaci di M. Ledrus. Egli è interessato alla preghiera propriamente detta dello studioso, ne afferma l’importanza e persino la descrive, provando a comprenderne le caratteristiche generali. Parla di una preghiera «sobria, disadorna, ellittica», tendenzialmente poco portata alla devozione sentita, all’emozione religiosa, alla facondia intima affettiva e commossa. L’uomo di studio, a suo avviso, «ha parecchio dell’anacoreta» (10).

La richiesta di una sintesi supera sia la preghiera posta accanto al lavoro, nei momenti liberi, sia il livello della santificazione delle attività e del lavoro intellettuale, già di per sé estremamente importante: non basta esercitare la propria professione e «avvolgerla» di intenzioni buone e spirituali perché quell’impegno secolare si trasformi in preghiera. L’obiettivo deve essere quello di scendere ancora più in profondità. Ledrus trova nell’«offertorio», nell’offerta del mondo a Dio un livello importante e superiore di sintesi: «Ora nell’offertorio universale, la parte dello scienziato è di primo rilievo. Il mondo elaboratamente conosciuto dalla scienza si offre a lode di Dio molto più degnamente che non un mondo tuttora caotico, ignorato nei suoi ordinamenti, a modo di materia grezza» (11). Lo studio che mette in luce i tesori della creazione in qualche modo «somiglia alla consacrazione per il pane dell’offertorio» (12). Dio è «punto di convergenza» (13): «Sia che si trovi chinato sul tavolino con la penna in mano, sia che si trovi in raccoglimento all’inginocchiatoio, lo scienziato cristiano serve un solo Maestro e lo serve a norma del Primo Comandamento, con tutto il cuore non meno che con tutta la mente» (14).

Parlando del binomio tra ricerca scientifica, intesa in senso ampio, e preghiera, è necessario ricordare il gesuita Pierre Teilhard de Chardin. Egli ha sempre incarnato una dialettica intensa, ora serena ora inquieta, tra la sua professionalità di studioso fino in fondo e la sua testimonianza profetica vissuta in spirito di preghiera.

La sua esperienza resta un riferimento col quale confrontarsi. Fra l’altro, egli dedica una sua conferenza parigina del 1921 dal titolo «Scienza e Cristo» a esporre — come scrive nel sottotitolo del testo — alcune «osservazioni su come lo studio scientifico della materia possa e debba servire a elevarsi fino al centro Divino» (15). La sua tesi è che lo studio, per il fatto di essere analitico, «ci fa dapprima procedere in senso inverso rispetto alle realtà divine», poi però proprio questa penetrazione scientifica ci invita a fare inversione di marcia, «e ci risospinge, in forza di una intensa propensione naturale, verso il Centro unico delle Cose, il quale è Dio Nostro Signore» (16).

Sentendosi mosso da un appello del Superiore Generale del suo Ordine, Teilhard si chiede: «Perché è importante, proprio per noi gesuiti, partecipare alla Ricerca umana fino a penetrarla e impregnarla della nostra fede e del nostro amore per Cristo?». La sua risposta è: «Perché la Ricerca è la forma sotto la quale si dissimula e opera più intensamente, nella Natura attorno a noi, il potere creatore di Dio. […] Dunque, il posto di noi sacerdoti è esattamente al punto di emergenza di ogni verità e di ogni nuova potenzialità: perché Cristo dia forma ad ogni crescita dell’Universo in movimento, attraverso l’Uomo» (17). Qui il pensiero di Teilhard si fa luminoso e vede il sacerdote au point d’émergence de toute puissance nouvelle. S. Corradino, estendendo la riflessione a ogni coscienza cristiana, afferma che essa sa «cogliere il momento in cui, per convergenza di affioramenti diversi, viene alla luce una conquista nuova: la cultura impegnata come servizio per il mondo, e quindi nutrita di vigilanza cristiana, ha sempre il senso delle novità essenziali che stanno maturando nel mondo di oggi» (18). La ricerca dunque non resta chiusa in se stessa.

La preghiera, secondo Teilhard, è comunione profonda con tutto il mondo, con l’itinerario dell’universo umano e pre-umano, che egli coglieva come studioso e ricercatore di paleoantropologia. Il nucleo di tale atteggiamento è «l’incontro con il Signore e con tutto quanto per mezzo del Signore affiori con nuova consistenza, si accomuni in modo nuovo, si colleghi e si scambi, si ritrovi trasfigurato dalla luce di Dio» (19). Sembra quasi che per il credente, a questo punto, la preghiera sia alla base, a fondamento dello studio e della ricerca scientifica, non solamente qualcosa che l’accompagna o che la segue come suo vertice e compimento. È l’unione con Cristo, col «punto Omega», secondo l’espressione teilhardiana, che muove e spinge alla ricerca intellettuale e allo studio analitico.

Ci limitiamo a indicare la direzione della riflessione di Teilhard e l’intima relazione che egli discerne tra vita di fede e vita di ricerca. Tutta l’esperienza interiore di Teilhard, quella che traspare nei suoi saggi e nelle sue lettere, è «il volto di fede della sua attività professionale. Egli sa leggere l’esistenza umana, in tutti i movimenti dello spirito e del corpo, così come lo Spirito di Dio li spinge, li afferra, li unifica, se ne appropria: e l’esistenza si trova risolta in consapevolezza della presenza di Dio, della comunione con Dio, della parola di Dio, dell’urgenza di Dio» (20). La vita interiore dunque può diventare il volto di fede della professionalità dedita allo studio e alla ricerca.

Carisma e impegno culturale nell’Università

In questa breve nota abbiamo voluto richiamare il lettore a una rinnovata attenzione all’incontro tra studio e preghiera, prendendo spunto da un volume che raccoglie tre saggi sul tema. Studio e sapienza presenta almeno due caratteristiche peculiari: la prima è che il Curatore, docente di Storia del Cristianesimo all’Università «La Sapienza» di Roma, e gli Autori appartengono a una spiritualità precisa, quella ignaziana; la seconda è che il volume nasce in ambito universitario, quello della cappella de «La Sapienza» (Roma). Perché ribadiamo questi due aspetti, richiamando l’attenzione su di essi?

In un nostro articolo di qualche anno fa dicevamo che ogni spiritualità cristiana non è soltanto un modo di pregare, ma anche un modo di vedere la realtà e di essere al mondo: essa dà «forma» a una vita umana e le conferisce una particolare sensibilità, la quale si proietta anche in un certo stile di vita. In concreto, chi si riconosce in una via spirituale (benedettina, domenicana, carmelitana, ignaziana, salesiana…) non solo vive la propria fede, ma anche la propria esperienza di vita alla luce di un carisma particolare, coinvolgendo anche tutti gli aspetti dell’esistenza (21). Le diverse spiritualità cristiane perciò hanno una ricaduta specifica anche a livello del rapporto tra la vita di studio e quella di preghiera. Vogliamo dunque richiamare il compito specifico proprio di coloro che sono portatori di un carisma spirituale nella Chiesa. Ci limitiamo qui, giusto a titolo di esempio, a ricordarne almeno uno, fornito nel 1995 da p. Timothy Radcliffe, allora maestro generale dell’Ordine domenicano, dal titolo La perenne sorgente della speranza (22). È un testo di grande profilo, che declina il significato e le modalità dello studio e della ricerca alla luce del carisma domenicano. Ricordiamo che anche A. D. Sertillanges, autore del fortunatissimo libro La vie intellectuelle, del 1920, era domenicano.

La seconda osservazione riguarda il fatto che viviamo in tempi nei quali si corre il rischio di smarrire il senso dello studio e di vederlo solamente in maniera funzionale a una occupazione lavorativa. Certamente lo studio «serve» l’uomo e lo aiuta anche a trovare il proprio posto nel mondo come lavoratore. Il rischio però è quello di vivere lo studio in maniera occasionale e funzionale, e non più come una forte e preziosa esperienza di vita. La presenza cristiana in un ambiente di studio come l’Università dunque deve innanzitutto puntare non ad aggiungere attività ad altre attività, ma ad aiutare il giovane studente a vivere in maniera cristiana la sua attività principale: lo studio. Men che meno formazione cristiana e studio accademico possono essere considerate in competizione tra loro.

È chiaro che questo compito si scontra con molti limiti. Il mutamento strutturale e funzionale della realtà universitaria (pendolarismo dei docenti, distribuzione dei corsi lungo l’arco dell’intera giornata senza tempi liberi fissi, moltiplicazione delle sessioni di esame, distribuzione periferica degli istituti…) fa sì che la vita degli studenti e dei docenti sia sempre più frammentata. Viene spesso rilevato dai cappellani universitari che tale situazione diventa particolarmente preoccupante riguardo agli studenti dei corsi di laurea di primo livello, per i quali la «corsa» verso l’esame da sostenere diventa affannosa. E tuttavia proprio questi sono gli anni «critici» nei quali si formano le attitudini alla ricerca e allo studio inteso come attività dello spirito. La presenza cristiana nell’Università ha il compito di aiutare studenti e docenti a maturare una «spiritualità dello studio», ad avere una visione del mondo e della realtà che possa fornire una motivazione alla ricerca.

1 Cfr J. Guitton, Il lavoro intellettuale. Consigli a coloro che studiano e lavorano, [1951], Cinisello Balsamo (Mi), Ed. Paoline, 1991; A. D. Sertillanges, La vita intellettuale [1920], Roma, Studium, 19986; A. Gratry, Le sorgenti [1862], Milano, Città Armoniosa, 1977; P. Teilhard de Chardin, La scienza di fronte a Cristo. Credere nel Mondo e credere in Dio [1965], San Pietro in Cariano (Vr), Il Segno dei Gabrielli, 2002.

2 Cfr S. Weil, «Riflessioni sull’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di Dio» [1949], in Id., Attesa di Dio, Milano, Rusconi, 19965, 75-84.

3 M. Ledrus, «Studio e Preghiera. Sintesi di una vita interiore», in G. Pani (ed.), Studio e sapienza. La passione per la verità e l’assoluto, Palermo, Vittorietti, 2008, 46.

4 Cfr G. Pani (ed.), Studio e sapienza…, cit.

5 F. Lombardi, «Presentazione», ivi, 13.

6 M. Ledrus, «Studio e Preghiera»…, cit., 46.

7 Ivi, 47.

8 Ivi, 47 s.

9 S. Corradino, «Ricerca scientifica e preghiera in Teilhard de Chardin», in G. Pani (ed.), Studio e sapienza…, cit., 38.

10 M. Ledrus, «Studio e Preghiera»…, cit., 53.

11 Ivi, 66.

12 Ivi, 70.

13 Ivi, 74.

14 Ivi, 49.

15 P. Teilhard de Chardin, La scienza di fronte a Cristo…, cit., 93.

16 Ivi, 50.

17 Ivi, 231.

18 S. Corradino, «Ricerca scientifica e preghiera»…, cit., 41. Corsivo nostro.

19 Ivi, 41.

20 Ivi, 31 s.

21 Cfr A. Spadaro, «La letteratura come immersione interattiva. Tra “Esercizi Spirituali” e “Realtà Virtuale”», in Civ. Catt. 2004 II 37-49.

22 Lo si può reperire sul sito http://www.domenicani.net

© La Civiltà Cattolica 2009 II 23-30 quaderno 3811

Teologia della liturgia

Nella presentazione al primo volume pubblicato delle sue opere complete, dal titolo Teologia della Liturgia, Papa Benedetto XVI richiama la sua importante monografia Introduzione allo spirito della liturgia, pubblicata nell’anno 2000, identificando in essa tre cerchi (Kreise), ossia le tre aree tematiche principali del libro, nel quale vengono trattati numerosi aspetti particolari. I primi due “cerchi” sono stati trattati precedentemente in questa rubrica liturgica. Il terzo “cerchio” riguarda «il carattere cosmico della liturgia, che rappresenta qualcosa che va oltre il semplice riunirsi di un gruppo più o meno grande di persone; piuttosto, la liturgia è celebrata dentro l’ampiezza del cosmo, abbraccia la creazione e la storia allo stesso tempo».

Il teologo Joseph Ratzinger ha spesso riflettuto su quell’articolo del Credo che professa Dio come Creatore, perché egli lo considera essenziale per la comprensione della fede cristiana nel suo insieme. Dio è il Creatore di tutto il cosmo e mantiene ogni cosa nell’essere. Nella storia del popolo di Israele, l’aver capito che il mondo non è il prodotto di un puro caso, e che tutto ciò che esiste ha la propria origine solo dalla ragione e dall’amore di Dio, ha condotto all’“illuminismo” nel suo senso più profondo. Pertanto, la ragione umana è fondata «stabilmente sulla base originaria della Ragione creatrice di Dio, allo scopo di fondarla sulla verità e sull’amore» [1]. «Dio è il Signore di tutte le cose perché Egli è il loro Creatore e solo in base a ciò noi possiamo pregarlo. Poiché questo significa che la libertà e l’amore non sono idee astratte, ma piuttosto che esse sono forze che sostengono la realtà» [2].

Nel Libro della Genesi, la creazione ed il culto sono intimamente connessi: Dio ha creato il mondo in sei giorni e nel settimo si riposò (cf. Gen 2,2-3), orientando in questo modo la creazione verso il giorno del riposo, il quale è anche il segno dell’alleanza tra Dio e l’uomo. Commentando il prologo del Vangelo secondo Giovanni: «In principio era il Verbo», un’espressione che si rifà all’inizio del Libro della Genesi (cf. Gv 1,1 con Gen 1,1), Benedetto XVI afferma: «All’inizio il cielo parlò. E così la realtà nasce dalla Parola, è “creatura Verbi”. Tutto è creato dalla Parola e tutto è chiamato a servire la Parola. Questo vuol dire che tutta la creazione, alla fine, è pensata per creare il luogo dell’incontro tra Dio e la sua creatura, un luogo dove l’amore della creatura risponda all’amore divino, un luogo in cui si sviluppi la storia dell’amore tra Dio e la sua creatura» [3]. Il nostro incontro privilegiato con Dio è la sacra liturgia, nella quale noi siamo immersi nella comunione con il Signore, che ci benedice con il dono della sua presenza sacramentale.

Non sarebbe esagerato affermare che la teologia di Joseph Ratzinger è animata dalla profonda consapevolezza della bontà e bellezza della creazione di Dio. Nel contesto della dimensione cosmica della liturgia, il Papa si è rivolto ancora una volta al tema della direzione presa dal sacerdote celebrante e dai fedeli durante la liturgia eucaristica. Sin dai tempi più remoti, si è sempre considerata cosa ovvia per i cristiani il pregare insieme, sacerdote e fedeli, nella direzione del sole che sorge, simbolo di Cristo risorto, che tornerà nella gloria per giudicare il mondo e per raccogliere i suoi fedeli nella nuova, celeste Gerusalemme [4]. L’intera assemblea è unita nel «volgersi al Signore», come ci si esprime nelle preghiere spesso usate da sant’Agostino dopo i suoi sermoni, che cominciano con le parole Conversi ad Dominum… La direzione comune della preghiera liturgica divenne poi decisiva per la liturgia cristiana nonché per l’architettura sacra…

Nella sua presentazione al libro Teologia della liturgia, Benedetto XVI considera importante che questo simbolismo cosmico sia stato incorporato all’interno della celebrazione comunitaria: «Questo era ciò che si intendeva volgendosi ad est per la preghiera: che il Redentore che noi preghiamo è anche il Creatore, e per questo rimane sempre nella liturgia l’amore per la creazione e la responsabilità verso di essa».

Quest’ultimo aspetto riflette una preoccupazione che il Papa ha espresso in diverse occasioni, specialmente durante la sua visita in Australia per la Giornata Mondiale della Gioventù del 2008: Dio ha affidato la sua creazione a noi in quanto custodi, non padroni, e questo implica che noi non dobbiamo sfruttare le sue risorse secondo interessi egoistici, ma piuttosto che dobbiamo utilizzarle responsabilmente. Da una prospettiva cristiana, l’ecologia è radicata nella fede nel Dio creatore [5].

Da ultimo, un bell’esempio della comprensione propria al Santo Padre del carattere cosmico della liturgia è la raccolta di meditazioni «Il significato del Corpus Domini» [6], in cui egli richiama lo splendore della processione del Corpus Domini nella sua terra natale, la Baviera. Nel portare il Signore stesso, il Creatore, attraverso città e villaggi, su prati e su laghi, diviene tangibile che nella liturgia «si stratta di ciò che il cielo e la terra racchiudono, dell’umanità e di tutta la creazione» [7].




Note

[1] Benedict XVI, In the Beginning. A Catholic Understanding of Creation and the Fall, Eerdmans, Grand Rapids 1995, p. 14.

[2] Ibid., p. 18.

[3] Benedetto XVI, Meditazione nel corso della prima congregazione generale della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 6 ottobre 2008.

[4] Cf. Benedetto XVI, Omelia della Veglia pasquale, 22 marzo 2008.

[5] Cf. Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2008.

[6] Cf. J. Ratzinger, La festa della fede. Saggi di teologia liturgica, Jaca Book, Milano 1990, pp. 101-109.

[7] Ibid., p. 108.

domenica 4 ottobre 2009

Assemblea plenaria Ccee

Parigi 1-4 ottobre (presso la Maison de la Conférence des évêques de France), Assemblea Plenaria dei Presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa. Tema dell’incontro: “Chiesa e Stato, venti anni dopo il crollo del muro di Berlino”.

In vista di definire i vari modelli e soluzioni giuridiche adottate dai singoli Stati europei per inquadrare giuridicamente la Chiesa cattolica nel proprio paese e regolare i rapporti con essa e le sue strutture, in particolare pastorali, sociali e educative, il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) ha promosso un’inchiesta. Questa deve permettere di rispondere a diverse questioni: qual è l’inquadramento giuridico della Chiesa cattolica negli Stati europei? Quali sono le leggi e i concordati finora abrogati? Come vengono sovvenzionati le istituzioni ecclesiali (scuole, ospedali…) di pubblica utilità? Come influiscono i vari atti, trattati e accordi adottati presso le istituzioni europee nel contesto locale? E quali sono gli aspetti comunitari della religione? Nel corso di questo incontro annuale, i risultati di questa indagine europea saranno presentati ai Presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa.

La seconda parte dei lavori si concentrerà invece sul servizio del CCEE alla Chiesa in Europa con la presentazione delle attività delle varie Commissioni CCEE: della CEEM (Commissione Episcopale Europea per i Media); della Commissione “Migrazioni”; della Commissione “Catechesi, scuola e università”; del Servizio Europeo per le Vocazioni (EVS) e della Commissione “Ambiente”). Parte dei lavori sarà dedicata al tema della collaborazione tra il CCEE ed altri organismi continentali quali il SECAM (Symposium of Episcopal Conferences of Africa and Madagascar) e il CELAM (Consejo Episcopal Latinoamericano).

Riguardo alle attività del CCEE nell’ambito del dialogo ecumenico sarà presentato il programma del 2° Forum cattolico-ortodosso (Isola di Rodi, Grecia, 23-27 novembre 2009) sul tema La relazione Chiesa e Stato. I Presidenti saranno altresì informati sulle attività svolte nel corso dell’anno insieme alla KEK (Conferenza delle Chiese Europee). Nel corso dell’incontro, i presidenti riceveranno inoltre alcune brevi comunicazioni su temi di attualità: la visita di Papa Benedetto XVI in Repubblica Ceca (26-28 settembre 2009); l’Anno Sacerdotale (19 giugno 2009-19 giugno 2010); l’attenzione della Chiesa Cattolica per le popolazioni in Terra Santa; il rapporto Chiesa e Media nell’ultimo anno; l’ideologia dei gender nel panorama legislativo europeo e questioni attuali di bioetica.

Le giornate saranno scandite da momenti di preghiera e dalle celebrazioni eucaristiche. In particolare i presuli europei celebreranno l’eucaristia insieme alla comunità locale: sabato 3 ottobre – ore 8.00 presso la Chapelle Notre Dame de la médaille miraculeuse, 140 rue du Bac – Paris VII e domenica 4 ottobre presso la cattedrale di Nôtre-Dame de Paris alle ore 10.00.
All’incontro dei Presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa prenderanno parte anche, per la Santa Sede, il cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, Mons. Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, Mons. André Dupuy, Nunzio Apostolico presso l’Unione Europea e Mons. Aldo Giordano, Osservatore Permanente presso il Consiglio d’Europa.



***
(Parigi) – “Abbiamo parlato della laicità francese ed è stato un grande incoraggiamento per noi che seguiamo lo sviluppo delle relazioni tra Stato e Chiese in Europa. Siamo molto felici di aver conosciuto le idee del presidente Sarkozy”. Così il card. Peter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), ha commentato l’incontro di questo pomeriggio tra il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, e i vescovi partecipanti all’assemblea plenaria del Ccee, in corso a Parigi (1-4 ottobre). Nei quattro giorni di lavori all’ordine del giorno vi è il bilancio, sotto diversi punti di vista, del rapporto tra Chiesa e Stato in Europa a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Per l’arcivescovo di Parigi, card. Jean-Pierre Ricard, l’incontro con Sarkozy è stato “importante per i presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa”. Il capo dello Stato francese, ha aggiunto il card. Ricard, “si è posto sul piano della dimensione sociale delle religioni, sviluppando nuovamente un punto a lui caro, ossia che le religioni hanno a che fare con il senso da dare alla vita anche nell’ambito della ricerca di un bene comune”. L’arcivescovo di Parigi ha particolarmente apprezzato l’affermazione di Sarkozy, secondo la quale “il ruolo dello Stato non è dare un senso alla vita, ma organizzarla”.

***Plenaria CCEE 2009


I Media e il Papa: un anno difficile


Saluto e ringrazio Sua Eminenza il Cardinale Presidente e tutti i Confratelli nell’Episcopato per l’invito a illustrare questo significativo tema: “I Media e il Papa: un anno difficile”.

Si tratta di un tema complesso e assai rilevante, considerata l’importanza assunta nell’odierna società globalizzata dai mezzi di comunicazione e i rischi connessi a un loro uso distorto, soprattutto oggi che, “in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede” (Benedetto XVI, Messaggio per la 42° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24 gennaio 2008).
In base all’analisi dell’esperienza italiana, che offre un punto di osservazione per molti aspetti privilegiato, si può affermare che in un primo periodo la rappresentazione mediatica del pontificato di Benedetto XVI è stata nel complesso adeguata e sostanzialmente positiva.
Le perplessità di qualche commentatore, legate per lo più alla proiezione sul nuovo Pontefice degli stereotipi non sempre del tutto positivi riferiti al cardinale Ratzinger ovvero alla sua presunta scarsa capacità comunicativa, sono state ben presto superate o comunque ridimensionate da un giudizio più attento ai contenuti del magistero, e dal riconoscimento della particolare attrattiva esercitata dal Papa sulle folle nonostante il suo stile volutamente sobrio, incentrato sulla parola più che sui gesti.
Questa attrattiva è stata alimentata da alcuni grandi eventi che si sono imposti dal punto di vista mediatico, come ad esempio la visita alla sinagoga di Colonia, compiuta durante il primo viaggio in Germania, il 19 agosto 2005, oppure la visita al campo di concentramento di Auschwitz–Birkenau, compiuta in occasione del viaggio in Polonia, il 28 maggio 2006 o ancora la visita alla Moschea Blu di Istanbul, compiuta durante il viaggio in Turchia, il 30 novembre 2006, o infine la lectio magistralis all’Università di Regensburg del 12 settembre 2006.
Oltre a questi eventi di notevole impatto, l’attenzione dei media è stata catalizzata dagli interventi di Benedetto XVI sui cosiddetti “principi non negoziabili” o sulle radici cristiane dell’Europa, cha hanno suscitato un vivace dibattito nell’opinione pubblica dei principali paesi europei.
Una minore considerazione è stata invece riservata a taluni incontri densi di significato per la vita ordinaria della Chiesa, come le visite alle parrocchie di Roma, i colloqui con i gruppi e le catechesi del mercoledì, che in realtà rappresentano spesso l’occasione per un’attività di predicazione e testimonianza da parte del Papa che meriterebbe ben altro rilievo e approfondimento.
Si avverte qui il rischio, emerso già a partire dal secondo anno di pontificato e via via accentuatosi, di una rappresentazione mediatica riduttiva, che tende a sottodimensionare il Papa testimone e predicatore del Vangelo e a sovrarappresentare il Papa intellettuale e politico, a enfatizzare gli interventi ritenuti potenzialmente conflittuali, giudicati più utili a fare notizia, e a trascurare alcuni temi di fondo che rivelano le priorità del Pontificato.
Queste ben note priorità possono essere brevemente richiamate.
La prima é rappresentata da Dio stesso, dal rapporto con Lui e dalla fede in Lui tramite il Signore Gesù Cristo che lo ha rivelato a noi. In questa prospettiva si può parlare anche di una priorità “cristologica”, manifestata in particolare nel libro Gesù di Nazaret, che spinge Benedetto XVI a riaffermare con forza che Gesù Cristo è la via a Dio Padre, il nostro unico salvatore, la vera sostanza della fede cristiana.
La Chiesa deve rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l’accesso a Dio. Questa missione si realizza anzitutto attraverso la preghiera, personale e liturgica, e richiede di avere a cuore l’unità dei credenti: sono queste, la preghiera e l’unità dei credenti, ulteriori priorità dell’attuale pontificato che coinvolgono tutti, ciascuno per la propria responsabilità.
Un’ultima priorità che pare qui opportuno richiamare riguarda la chiarificazione di un autentico concetto di libertà, necessaria per la vita della persona e per il bene della società. A questo proposito Benedetto XVI, rifiutando ogni etica e concezione riferibili a quella che ha definito come “dittatura del relativismo”, sottolinea che la libertà della persona è per sua natura relazionale e non può escludere la responsabilità verso l’altro. La libertà è tale, si può osservare, solo in relazione con il valore indisponibile di ogni vita, della pace, della giustizia, della solidarietà e di tutti i beni umani fondamentali al cui apprezzamento e rispetto essa peraltro ha bisogno di essere educata.
Se si ignora o trascura questo quadro di priorità nel quale si collocano i diversi interventi del Pontefice è difficile evitare rappresentazioni parziali e fuorvianti, critiche ideologiche e preconcette, letture volte a far dire al Papa ciò che egli con tutta evidenza non dice, fino ad alimentare persino forme di ostracismo estranee alla dialettica democratica.
Rientrano in questa tipo di deriva mediatica alcuni recenti polemiche, come ad esempio quelle conseguenti al celebre discorso di Ratisbona, al Motu proprio che consente l’uso della liturgia preconciliare, o alla remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, o ai chiarimenti circa la natura del dialogo interreligioso, o alle considerazioni sui limiti dell’uso dei preservativi svolte nel corso del viaggio in Africa.
In tutti questi casi, una rappresentazione corretta avrebbe consentito di superare i fraintendimenti e di chiarire l’effettiva portata di interventi che, lungi dal giustificare talune aspre critiche ch si sono registrate, in realtà sviluppano coerentemente alcune linee guida del pontificato e le priorità sopra richiamate.
É stata invece preferita una lettura parziale e non di rado francamente scorretta, che induce a domandarsi se in alcune componenti della cultura e dei mezzi di informazione non si stia facendo strada un anticlericalismo interessato a nascondere il vero volto della Chiesa e a distorcere il significato del suo messaggio, così che questo risuoni come incoerente o anacronistico e la Chiesa appaia animata solo dalla volontà «di alzare muri e scavare fossati», soprattutto in materia di etica. Sarebbe questa la Chiesa dei «no», nemica dell’uomo e indifferente ai suoi bisogni, oscurantista e contraria alla razionalità scientifica.
In realtà, segnalare i rischi che la mancanza del rispetto incondizionato per l’essere umano può comportare per la dignità dell’uomo non è certamente segno né di ostilità verso la scienza né di ottusa resistenza verso il moderno; è compito della Chiesa segnalarli, la loro segnalazione è piuttosto un sintomo di sollecitudine e di amicizia: l’amico non può non segnalare un pericolo.
Il più della Chiesa è condensabile nel grande «sì» con cui risponde all’amore del Signore indicando Lui a tutti. Per questo parla principalmente di Dio e della vita eterna, destinata cioè a non finire. Parla di speranza e di felicità. Alcuni «no», che ad un certo punto la Chiesa reputa di dover dire, sono il risvolto esatto di un’etica del «sì», e ancora più a fondo di un’etica dell’amore, in nome della quale non si può, per ottenere un facile quanto effimero consenso, scambiare, a danno di chicchessia, il male per il bene.
Si vorrebbe forse da parte di taluni ambienti una Chiesa o supinamente allineata sull’opinione che si autoproclama prevalente e progressista, o semplicemente muta. Le linee di demarcazione chiare, che impongono scelte a volte laceranti per le coscienze e quasi sempre non facili, non sono certamente in sintonia con un mondo dove la relatività (o il relativismo) dell’etica e della morale sottrae la scelta alla coscienza per consegnarla in un limbo dove tutto è al di là del bene e del male.
Tuttavia, la Chiesa non può venire meno alla propria missione. Esprimere liberamente la propria fede, partecipare in nome del Vangelo al dibattito pubblico, portare serenamente il proprio contributo nella formazione degli orientamenti politico-legislativi accettando sempre le decisioni prese dalla maggioranza non può essere scambiato per una minaccia alla laicità dello Stato.
La Chiesa non vuole imporre a nessuno la propria morale “religiosa”: essa enuncia da sempre e non può non enunciare – insieme a principi tipicamente religiosi – i valori fondamentali che definiscono la persona e ne garantiscono la dignità, senza alimentare polemiche ma privilegiando sempre il metodo del confronto sereno e costruttivo e la ricerca del bene comune.
Un ruolo essenziale per la conoscenza e la diffusione di tali valori, richiamati con esemplare chiarezza dal magistero di Benedetto XVI, spetta oggi ai mezzi di comunicazione. Si può auspicare che nell’esercizio di un compito così delicato prevalgano sempre le ragioni e i criteri di una responsabilità deontologica che, se non esclude la possibilità di critiche fondate e costruttive, tuttavia trova la propria ultima verifica nella capacità di contribuire alla conoscenza e alla ricerca della verità.

Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo di Genova
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

***

Mgr Jean-Pierre Ricard : « Nicolas Sarkozy a développé une approche positive de la laïcité »

Vendredi 2 octobre, une délégation du Conseil des conférences épiscopales européennes, qui tenait son Assemblée plénière à Paris, s’est rendue à l’Élysée. Parmi ses membres, le cardinal Jean-Pierre Ricard, vice-président de la CCEE


Pourquoi le président de la République a-t-il voulu rencontrer les présidents des évêques européens ?

Mgr Jean-Pierre Ricard : Nicolas Sarkozy a souhaité partager ses convictions, non pas à titre personnel, mais comme président de la République, à savoir que les religions ont leur place dans le débat public, qu’elles peuvent contribuer à une société plus fraternelle. Il a notamment eu cette expression intéressante : la République n’a pas comme mission de donner un sens à la vie ; là, en revanche, réside le rôle des religions. S’il n’a pas prononcé l’expression de laïcité positive, il a développé une approche positive de la laïcité. C’était important par rapport à nos collègues évêques de l’Europe, qui parfois voient la laïcité à la française comme un combat violent entre deux camps. Après cette visite, ils en auront une vision plus juste.
Nicolas Sarkozy a-t-il développé cette conception positive dans le cadre européen ?

Il a répété que ce fut une erreur de ne pas mentionner les racines chrétiennes de l’Europe dans les textes européens, alors qu’il s’agit pour lui d’une évidence. Nous avons aussi discuté de l’état de l’opinion. Si les Européens semblent désenchantés vis-à-vis de l’Union, c’est selon lui parce que l’Europe n’a pas tenu ses promesses, elle semble ne proposer qu’un cadre économique où domine une concurrence féroce. De ce point de vue, il a invité les Églises, mais aussi les intellectuels catholiques, à prendre la parole sur les grands sujets.
Avez-vous évoqué la pluralité religieuse en Europe ?

Oui, et Nicolas Sarkozy est revenu sur la notion de réciprocité, rejoignant là l’une de nos préoccupations. Il a expliqué que lorsqu’il était dans les pays musulmans, il se demandait où étaient les églises chrétiennes. Si les communautés musulmanes en Europe peuvent, de bon droit, revendiquer des lieux de culte, l’inverse doit être vrai en terre musulmane.
Le thème de votre Assemblée plénière était les relations entre Église et État. Quelle conception se dégage ?

Je suis frappé par l’extrême diversité des situations, qu’il s’agisse du financement des cultes, de la liberté d’éducation, de l’entretien des lieux de culte, des problèmes de patrimoine.
Mais il y a des points communs…

Oui. Comme la distinction, à peu près partout, du politique et du religieux, à l’exception de pays où l’Église orthodoxe pèse d’un grand poids et où le patriarche peut conduire une délégation de parlementaires. Comme aussi la volonté des États européens de se donner des interlocuteurs officiels parmi les religions.
Au plan européen, les évêques ont-ils le sentiment d’être entendus par le législateur ?

Nous avons parlé des lois qui posent des questions autour de la protection de la vie, de la famille, du mariage, comme par exemple le principe de non-discrimination qui ouvre le droit aux mariages homosexuels. Notre point de vue pourrait être mieux entendu si la mobilisation était plus importante. La voix des seuls évêques ne suffit pas : nous avons besoin de mobiliser les opinions catholiques. D’où la question de savoir comment mieux sensibiliser les chrétiens européens à l’action politique.

Recueilli par Isabelle DE GAULMYN (www.lacroix.com)

sabato 3 ottobre 2009

Don Sturzo, “modello di servizio al bene comune”

Don Sturzo, “modello di servizio al bene comune”

“Don Luigi Sturzo, uomo dello Spirito” è il titolo dell'incontro che si svolge il 2 e il 3 ottobre presso il centro congressuale “Le ciminiere” di Catania, e il 4 ottobre presso la residenza estiva della famiglia Sturzo a Caltagirone.

Il convegno – organizzato in occasione del cinquantesimo anniversario della morte del fondatore del Partito popolare italiano – è stato inaugurato dai saluti dell'Arcivescovo di Catania, mons. Salvatore Gristina, dall'Arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, e di mons Mariano Crociata, Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana.

I lavori sono organizzati per sessioni che – attraverso la lettura di brani sturziani, relazioni e dibattiti – sono dedicate, in successione, all'analisi della concezione cristiana della politica, della cultura, dell'economia, della società e della giustizia.

“La presenza al simposio di eminenti rappresentanti della Chiesa e dello Stato – si legge nel messaggio del Cardinale Bertone – attesta che la figura di don Luigi Sturzo conserva tuta la sua attualità per i sacerdoti e per i fedeli laici”.

“Per tutti i cittadini, e in special modo per quanti rivestono responsabilità amministrative e di governo – continua il messaggio –, egli è modello di integerrimo, competente e appassionato servizio al bene comune, in modo tale da anticipare, per molti aspetti, quella ‘Caritas in veritate’ che Sua Santità ha scelto quale tema centrale della sua recente enciclica di tagli sociale”.

“La figura di Sturzo – ha dichiarato Salvatore Martinez, Presidente di Rinnovamento nello Spirito Santo e della Fondazione 'Mons. Francesco Di Vincenzo', che hanno organizzato il convegno – a 50 anni dalla sua morte, continua ancora a veicolare i grandi valori della tradizione democratica, al di là delle appartenenze ideologiche”.

Nel suo discorso di saluto, mons. Mariano Crociata ha ricordato di don Sturzo “l’amore indefesso per il sacerdozio, la completa dedizione all’Eucarestia come sacramento vivificante e all’Eucarestia come popolo da edificare [...] l’obbedienza alla Chiesa e ai superiori, la fortezza umana sposata ad una infinita umiltà, una salute che faceva penare, il coraggio di intraprendere cose nuove, il non fermare il proprio ministero sul sagrato dell’edificio di culto”

Don Sturzo, ha proseguito il Vescovo, “visse con una intensità resa possibile da un costante lavoro di distinzione del valore di questa azione sacramentale dal resto delle pratiche di devozione, che non disprezzò ma che seppe dimensionare orientando la propria vita di credente e di prete su ciò che noi oggi, grazie al Concilio, professiamo con rinnovata certezza quale fonte e culmine della vita cristiana”.

“Come ogni prete dovrebbe – ha proseguito –, si è speso per edificare il popolo, e per essere compagno degli uomini e delle donne di buona volontà”.

“Don Luigi ci ha insegnato quanto sia vero che nella Chiesa si può edificare senza primeggiare – ha ricordato –, si può fare molto con poco potere. Di quale magistero e di quale edificante testimonianza è stato capace permanendo nel servizio, quello vero e pesante, quello spesso incompreso, non quello che si menziona solo come fosse un soprannome dato a cariche, prestigio, o visibilità!”.

“Forse don Luigi non sarà un modello ripetibile – ha concluso –, ma di certo è testimone e sprone ad una misura elevatissima di intensità nella vita interiore, di intensità nell’obbedienza ecclesiale, di intensità nel coraggio dell’agonismo, e di intensità nel coraggio del rinnovamento”.

“La figura di Sturzo – ha dichiarato Salvatore Martinez Presidente RnS e fondazione “Mons. Di Vincenzo” – a 50 anni dalla sua morte, continua ancora a veicolare i grandi valori della tradizione democratica, al di là delle appartenenze ideologiche”.

“Questo Convegno – ha continuato – è dunque occasione di incontro tra anime diverse, ognuna chiamata a dare il proprio contributo per attualizzare il pensiero di Sturzo e dare risposte alla crisi morale ed economica che la nostra società sta attraversando”.

***
(L'intervento di Martinez completo)

Carissime amiche e amici,

è un atto d’amore la nostra presenza qui.

Il sentimento di gratitudine che mi pervade è intenso, a motivo dell’affetto, dell’incoraggiamento, dell’amicizia che in tanti hanno testimoniato a questa intrapresa che si consumerà tra Catania e Caltagirone.

Il mio pensiero va alle decine e decine di amici e fratelli nella fede, al professionista come al giovane disoccupato, agli esperti sturziani come ai tecnici della Provincia, della Regione, di diversi Ministeri, che con dedizione e sacrificio da mesi preparano questo Convegno e tutte le opere che andremo ad annunziare nel segno di un’eredità sturziana ancora viva e finalmente vivibile nei luoghi storici di Caltagirone.

Non è stato facile e non lo sarà per il prosieguo. Credetemi, un lavoro enorme, sfidante, pieno di insidie e anche di malevoli disturbi, ma che sempre abbiamo avvertito e avvertiamo come uno speciale privilegio, per me un privilegio divino.

Come non ringraziare il Santo Padre per l’affetto che ci ha mostrato. Nel salutarLo, al termine dell’udienza, presentavo il nostro Convegno. Il Papa commentava come “molto importante” il rilancio della figura di don Sturzo e “prezioso” il “metodo” che abbiamo voluto porre a base del Convegno. Poi, apprendendo dell’inaugurazione del Fondo rurale degli Sturzo, grazie al lavoro dei detenuti e degli ex detenuti, e della riapertura del Palazzo Sturzo nel centro storico di Caltagirone, il Papa con viva soddisfazione affermava: “così Sturzo ritorna vivo; è questo che bisogna fare”.

E noi, umilmente, vorrei dire, ci stiamo provando! Sì, nel 50° della morte, noi vogliamo che Don Luigi torni vivo; che tornino a parlare di lui non solo i libri o le pietre degli edifici che abbiamo restaurato, ma la sua eredità spirituale scritta nel cuore delle nuove generazioni e riscritta nella coscienza sociale addormentata del nostro Paese.

Ed è confortante sapere che lo vogliamo in tanti. Siamo qui per dire che è possibile farlo, al di là di ogni steccato culturale, al di là delle appartenze, al di là dell’autonomia della Chiesa e della laicità dello Stato.

E allora, intanto, grazie alla Regione Siciliana e alla Provincia Regionale di Catania. Si sono fatti nostri compagni di cammino, testimoniandomi lealtà e amicizia, disponibili ad accettare il motto di don Luigi Sturzo: “dall’ideale al fatto”, così da sostenere tangibilmente l’organizzazione di questi giorni e le opere che nel segno di don Luigi e di mons. Mario Sturzo qualificheranno il “Polo di Eccellenza di promozione umana e della solidarietà” loro dedicato e meglio presentato nella giornata di domenica a Caltagirone.

Grazie alle tre Istituzioni sturziane che hanno partecipato attivamente alla preparazione del nostro Convegno, al Comitato Scientifico, ai sub comitati tematici, alle nostre segreterie che si sono date cura di predisporre i materiali e l’organizzazione del Convegno.

Grazie ai sovrintendenti e agli allestitori che hanno predisposto le mostre degli itinerari sturziani esposte in questo complesso fieristico, come anche a Caltagirone, nonché agli architetti che hanno recuperato gli arredi e le memorie sturziane che torneranno fruibili.

Uno speciale grazie ai familiari eredi di don Sturzo – a Gaspare, Guglielmo, Emanuela – persone a me assai care, grazie alle quali molte delle cose che andremo a presentare si sono rese possibili, dai protocolli siglati alla creazione della Fondazione “Casa Museo Sturzo”.

Il mio affetto va poi al presidente onorario della Fondazione “Istituto di promozione umana «Mons. Francesco Di Vincenzo», il Vescovo Michele Pennisi, per la passione e l’impegno che continua a contagiarmi e per lo speciale rapporto di collaborazione che tiene in vita con noi.

Nella quarta di copertina del libretto del Convegno trovate tutti i patrocini e le collaborazioni istituzionali che questa iniziativa ha meritato. Credetemi, non si tratta di una parata di stemmi; con ognuna di queste istituzioni il rapporto è stato aperto, proficuo e significato in un aiuto concreto.

Guardando poi ai relatori, ai moderatori – che anticipatamente ringrazio – se dovessi raccontare di ciascuno, dovrei intrattenerVi per qualche ora. È davvero raro trovare tanta disponibilità a condividere un disegno unitario; in molti casi venire da molto lontano per prendere la parola anche solo per qualche minuto. È questo un regalo fatto alla memoria di don Luigi, quasi un debito che in tanti hanno voluto saldare in rappresentanza dei diversi mondi che questo Convegno proverà a rileggere, per ridire – con don Luigi Sturzo – che è possibile avere fiducia nel pensiero cristiano e che nel Vangelo l’uomo può trovare ispirazione, profezia, ideali, sentimenti, vita nuova.

Grazie a mons. Crociata, in cui vediamo rappresentati tutti i Vescovi d’Italia. È nostro desiderio che la tanto osteggiata laicità cristiana, in Italia e in Europa, possa trovare nel Polo di eccellenza dedicato ai fratelli Sturzo, nella terra degli Sturzo, un nuovo incubatore di prassi educative, a partire dalle famiglie disagiate, una nuova piattaforma di laicità vissuta, prepolitica, che segnali la possibilità di far interagire le tante istanze di rinnovamento presenti nel nostro tessuto sociale e ancora inespresse o condizionate da interessi particolari o da mafie locali.

E guardando al tavolo di questa sera, grazie a due speciali figure che testimonieranno cosa significa servire un “popolo”, essere solidali con i bisogni di un popolo, dare voce alle sofferenze di un popolo. Due figure amate, note in tutto il mondo, che hanno accolto il nostro invito ad essere i primi testimoni di questo nostro disegno: il card. Angelo Comastri; il Presidente Lech Walesa.

Onorare insieme il servo di Dio don Luigi Sturzo, significa che è ancora possibile far credito alla speranza, a quella speranza creatrice che irrorò gli ideali di libertà, di carità, di giustizia sociale di don Luigi Sturzo, fare credito a quella “speranza creatrice” che Giovanni Paolo consegnò ai siciliani nei suoi tre viaggi apostolici come risorsa vitale e di rinnovamento morale, sociale e politico.

Dal suo esilio londinese, nel giugno 1938, giudicando le rivoluzioni che la storia coeva aveva drammaticamente registrato (la socialista, la nazi-fascista, la messicana), così si esprimeva nel suo scritto “The preservation of the Faith”: “Per noi, la prima, vera, unica rivoluzione fu quella del cristianesimo. Cristo portò in terra un Vangelo che ripudia qualsiasi pervertimento e oppressione umana, qualsiasi predomino del mondo sullo spirito. La vera rivoluzione comincia con una negazione spirituale del male e una spirituale affermazione del bene. In pratica ciò procede lentamente, ma è una costruzione sicura, un edificio con profonde fondamenta e perciò stabile”.

Ecco perché il Rinnovamento nello Spirito recupera in don Luigi Sturzo uno straordinario testimone di quella “evangelizzazione del sociale” alla quale Benedetto XVI ci sta fortemente richiamando, fondata sulla riaffermazione ragionevole e vitale della nostra fede e della nostra identità cristiana. Rifare il tessuto spirituale della società umana è la nostra missione in un momento storico in cui sembra sempre più evidente lo smarrimento dell’originalità cristiana.

Ben lo comprese don Luigi Sturzo, il quale individuò chiaramente le ragioni di una crisi, che allora come ora, hanno lo stesso comune denominatore: separare, contrapporre cristianesimo e umanesimo. Scriverà don Sturzo: «L'errore moderno è consistito nel separare e contrapporre Umanesimo e Cristianesimo: dell'Umanesimo si è fatto un'entità divina; della religione cristiana un affare privato, un affare di coscienza o anche una setta, una chiesuola di cui si occupano solo i preti e i bigotti. Bisogna ristabilire l'unione e la sintesi dell'umano e del cristiano; il cristiano è nel mondo secondo i valori religiosi; l'umano deve essere penetrato di Cri stianesimo (Miscellanea londinese, vol. III).

Non c’è identità cristiana senza una fede umilmente confessata, vitalmente praticata, ma anche permanentemente perseguitata. La fede non è una teoria; è una via, quindi una prassi, meglio un insieme di buone prassi.

La nostra identità cristiana non può essere meticciata; le culture possono, ma non la fede. La fede salda la vita di un credente e la rende impenetrabile ad ogni negoziazione delle verità di Dio. Sono eterne, per questo non negoziabili. Sono divine, per questo non riducibili umanamente. Tra il nostro “essere cristiani in questo mondo” e “l’essere uomini di questo mondo” non potrà mai esserci coincidenza: ed ecco il nostro permanente soffrire, il disagio della coscienza, il prezzo del morire come cifra irriducibile dell’autenticità della fede.

Ricorre quest’anno il 90esimo dall’appello al Paese di don Luigi Sturzo, “a tutti gli uomini liberi e forti”, per la costituzione del Partito Popolare Italiano. L’appello era accompagnato da una programma in dodici punti. Vorrei qui ricordare l’ottavo:

Libertà e indipendenza della Chiesa nella piena esplicitazione del suo Magistero spirituale. Libertà e rispetto della coscienza cristiana considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo.

Sono parole che risuonano oggi come una profezia. Una grande tragedia del nostro tempo, che sottende alla cosiddetta “emergenza educativa”, trova un paradigma dominante nella separazione dell’etica dalla metafisica, dell’etica dallo spirituale. Ne consegue il cambiamento della visione del reale, della percezione delle relazioni, con il risultato che si separa il senso morale dal valore dell’esistere, si perde la tensione verso le virtù, si smarrisce la passione per la conversione personale e comunitaria, per il senso del dovere, del sacrificio.

Chi pone rimedio a questi squilibri? Se non ci sveglieremo dal torpore che è sceso sulle nostre responsabilità educative, tornando a vivere in armonia con noi stessi, con le nuove generazioni, con le differenti visioni del mondo, noi renderemo la nostra terra sempre meno riflesso del cielo e l’uomo e la donna sempre meno riflesso del divino.

Ora, guardando all’insegnamento di don Luigi Sturzo, e ai principi fondamentali che ispirarono i suoi scritti e le sue battaglie sociali e politiche, io ritengo che non ci sia pericolo peggiore, per la coscienza sociale di un popolo, che l’insensibilità del popolo stesso di fronte al dilagare dell’immoralità; è paradossale che l’insensibilità al male, l’assuefazione ai mali sociali che denigrano la dignità della persona, si vadano giustificando con l’idea che sia sinonimo di modernità una vita pubblica moralmente inquinata, in cui vera libertà è autonomia da ogni legge morale o da ogni verità, in cui vera libertà è l’affermarsi del bene individuale su ogni bene oggettivo, sul bene comune.

È bene ricordare che don Luigi Sturzo aggettivava “cristiana” la nostra democrazia nel senso che “delimitava”, arginava in nome di principi saldi, eticamente validi, il dilagare dell’immoralità pubblica e privata. Affermava don Luigi: “L’aggettivo “cristiano” non indica l’idea di uno stato confessionale, né di un regime teocratico. Indica invero un principio di moralità, la morale cristiana applicata alla vita pubblica di un Paese” (in L’Italia, 3 novembre 1951).

Per Sturzo, e anche per noi, è la morale cristiana il legame, il collante tra il cielo e la terra; è la morale cristiana che autentica i rapporti di fraternità fra gli uomini, fra i popoli; perché mancano della vera nozione di moralità coloro che la concepiscono solo in modo puramente individuale e individualista, mentre essa ha sempre un carattere pubblico, collettivo, sociale. Senza una morale religiosa, senza un rimando ai valori dello Spirito, la morale razionale rimarrà solo nell’ordine materiale, umano, e presto scadrà nel calcolo, nel vantaggio immediato, nell’egoismo.

La legge morale è anzitutto una legge interiore, è quell’intima convergenza dell’animo umano verso il bene in quanto vero bene e ripugnanza al male in quanto male; le leggi, i precetti religiosi, i costumi sono solo l’espressione esteriore e dipendono dai tempi, dalla natura sociale dell’uomo. Ma l’uomo non è scindibile: l’uomo che vive con gli altri è l’uomo che vive nella sua interiorità. La falsità, la malvagità non esistono nella natura, sono solo un disordinato rapporto tra noi e la natura, un’alterazione, un’inversione di valori, un disequilibrio tra noi e il mondo esterno, fra noi stessi. È impossibile che la falsità sia buona, né che il male sia bello.

È solo dall’adesione interiore, profonda, dell’intimo dell’uomo con il vero, con il bello, con il buono che le nostre azioni, la nostra attività pubblica produrrà beni duraturi e di vero progresso umano.

La sfida, dunque, è dare cittadinanza a livello culturale, educativo, formativo, sociale, politico ad una nuova dimensione interiore, spirituale dell'uomo. Se l'umanesimo cristiano – come Sturzo ampiamente documenta – è la cultura dell'uomo integrale, ci si accorge, a volte drammaticamente, come l'uomo contemporaneo sia "l'uomo ad una dimensione", secondo la definizione di Marcuse nel 1968, o dalle tante dimensioni frammentate, isolate, ripiegate su se stesse, immagine coerente dello sgretolamento di valori e di modelli.

Nell'uomo di oggi, la mancanza di una dimensione interiore e spirituale, trascurata perché ritenuta anacronistica ed inutile, si fa percepire con nuovi segnali, con fenomeni che vanno considerati attentamente. Urge una cultura dell'interiorità, che sia autentica ricerca della verità interiore, vissuta con lucidità, consapevolezza, e senso critico.

Tale cultura non può rimanere ambito esclusivo di pochi esperti, deve trasformarsi in educazione permanente al valore degli affetti, dei sentimenti, degli ideali, delle memorie, come abbiamo in animo di fare mediante il Polo di Eccellenza Sturzo, in cui “famiglia, chiesa, cultura e lavoro” tornino ad interagire, a completarsi a determinare autentici processi di redenzione umana, di liberazione dal male, di elevazione sociale.

Don Luigi Sturzo vedeva nella superbia la radice di tutte le immoralità. Ed esortava ad un “riarmo morale” nel desiderio di spingere tutti, credenti e non credenti, a combattere tutte quelle passioni che dentro di noi causano odi, lotte, egoismi, violenze. Questo era per Sturzo il trionfo dell’amore.

Urge questo trionfo dell’amore, perché nessuno di noi è tanto alle strette, nel proprio cuore, da non potere assumere l’altro, il prossimo, il collega, il diverso come parte del proprio destino, come un’opportunità di vivere sinceramente l’umanità che ci accomuna, come una risorsa da cogliere e non come un problema da eliminare.

Nessuno di noi è tanto alle strette da non potere dare e ricevere amore!

Affermava don Luigi: “Si può essere di diverso partito, di diverso sentire, anche sostenere le proprie tesi sul terreno politico ed economico, e pure amarsi cristianamente. Perché l’amore è anzitutto giustizia ed equità, è anche eguaglianza, è anche libertà, è rispetto degli altrui diritti, è esercizio del proprio dovere, è tolleranza, è sacrificio. Tutto ciò è la sintesi della vita sociale, è la forza morale della propria abnegazione, è l’affermazione dell’interesse generale sugli interessi particolari” (Don Luigi Sturzo, Il Cittadino di Brescia, Brescia 30 agosto 1925).

Ecco cosa è e che cosa fa l’amore cristiano quando si accasa nella storia e non viene espulso come un intruso!

C’è, talvolta, tra noi, una sorta di complesso d’inferiorità dinanzi all’ineluttabile male che si accanisce sulla storia, un’inquietudine che ci assale dinanzi al tentativo corrente di privare il cristianesimo di ogni rilievo pubblico. Si vorrebbe una sorta di cristianesimo svilito, diluito, anonimo, una chiesuola in cui riparare per trovare protezione.

Ebbene, come ha scritto un celebre martire cristiano evangelico del Novecento, Dietrich Bonhoeffer, «noi cristiani dobbiamo tornare all’aria aperta; dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale con il mondo» (in “Resistenza e Resa”).

La fede offre indicazioni concrete per la vita umana; proprio attraverso la loro morale i cristiani si differenziavano dagli altri nel mondo antico; proprio in tal modo la loro fede divenne visibile come qualcosa di nuovo, una realtà inconfondibile, attraente, contagiosa.

Per un cristiano, il bene comune nasce dalla capacità di rendere socialmente visibile il contenuto morale della fede. Finché non sapremo rimpatriare questa verità, noi continueremo a permettere la canonizzazione del relativismo etico.

Occorre un sentimento più alto perché i motivi di interesse, di orgoglio e di dominio che disintegrano la vita sociale siano repressi e contenuti, per potere sviluppare quelli di amicizia, di collaborazione e di aiuto reciproco.

Teniamo a mente queste tre parole: amicizia, collaborazione e aiuto reciproco. Erano per don Luigi la “cifra” della nostra laicità cristiana, come egli sosteneva il “metodo cristiano” applicabile in ogni tempo e in ogni situazione.

Ebbene, se guardo a questa sala, a questo Convegno, mi pare di poter sostenere che questo “metodo” ritorni possibile. Qui sono rappresentate la Chiesa, la società civile e lo Stato. Tre baluardi della nostra Democrazia al cui servizio don Luigi si pose sino al martirio.

L’Italia può contare su una società civile ricca di fermenti ideali, culturali, economici, come in nessun altro Paese al mondo: movimenti, associazioni, reti sociali sono una straordinaria forza “prepolitica” capace di riaffermare ideali e valori in modo vitale e tradurli in buone prassi. Non è questa una ricchezza trascurabile, ieri promossa da don Sturzo e oggi ribadita da Benedetto XVI, anche al G8, quando con l’enciclica “Caritas in veritate” afferma: “Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. È prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall'altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale”.

Nel tempo della crisi non è lecito rassegnarsi ad una sorta di “recessione dello spirito”. Non basta cercare di rimuovere le “diseguaglianze sociali” per creare una società più giusta. Nell’era della globalizzazione la sfida è non mortificare le differenze ma esaltarle nella fraternità, riconciliando gli opposti e dando nuova “soggettività sociale” a coloro che fino a ieri erano solo “oggetto” di politiche assistenziali o clientelari.

Bisogna dare slancio a nuove e concrete esperienze di “sussidiarietà orizzontale”, in cui i soggetti sociali radicati e diffusi sul territorio si aggreghino tra loro non per sostituirsi allo Stato, ma per ricucire le maglie di fiducia sociale sfibrate, provando ad occupare quegli spazi di dialogo e di sviluppo in cui lo Stato si mostra inadeguato. Sturzo proponeva il passaggio da una “economia socialista” ad una “economia sociale”, che al paternalismo centralista si sostituisse l’operosa efficienza delle reti intermedie, quei mondi vocati per talenti e missione alla costruzione del bene comune. Il suo proposito è anche il nostro.

Noi ci chiediamo come gli ideali cristiani possano determinare una cultura che ponga nel giusto equilibrio la giustizia, la misericordia, le leggi e i diritti umani, la solidarietà, in definitiva tutto ciò che ispira, fonda e rivela la nozione di “bene comune”.

E ribadiamo con don Luigi: la cifra perché questo avvenga è l’amicizia.

Ciascuno di noi è un testimone del dolore e delle speranze di un’epoca, se ne fa carico; vive su di sé l’angoscia di un mondo che non riesce più a trovare il rapporto tra le parole, i segni, le memorie, gli ideali per i quali vale la pena vivere ed essere uomini.

Serve un supplemento di passione, perché le grandi passioni sociali e civili che animavano la nostra tradizione occidentale stanno tramontando. È errato dire che ci sono negate; siamo noi che le stiamo lasciando tramontare! Ed ecco che l’amore si spegne, si scompone il dinamismo relazionale, i poveri divengono sempre più poveri, i lontani sempre più lontani. E agli uomini è tolta la possibilità stessa di esperimentare l’amore, nelle case, come nelle istituzioni; per le strade come nelle nostre chiese.

Le nostre società stanno perdendo la capacità di essere misericordiose e benevole. Abbiamo il compito di ricondurre la società ai valori morali eterni, cioè il compito di sviluppare nuovamente nel cuore degli uomini l’udito spirituale, ormai quasi spento, per risentire interiormente la voce di Dio che infonde coraggio e speranza.

Il pensiero di don Luigi Sturzo costituisce oggi la migliore via d’uscita alle continue rimozioni storiche che stanno pesantemente segnando la vita civile, sociale e morale insieme del nostro Paese, in special modo del nostro Sud d’Italia. Non è un caso che Sturzo sia stato così a lungo trascurato, archiviato anzitempo dal pensiero dominante in modo ingiustificato.

Noi crediamo che si possa, si debba ripartire da don Luigi Sturzo, da quella nozione a lui cara di “autentico umanesimo integrale”, un umanesimo che sappia coniugare e valorizzare quei “beni spirituali e sociali” ancora ampiamente disponibili alle nostre comunità, per dare dignità e soggettività all’uomo, ad ogni uomo.

Nell’enciclica “Caritas in veritate” il Santo Padre ha ribadito con forza che non sarà vero sviluppo dei popoli senza un autentico umanesimo integrale, senza un’umanità a misura d’uomo. Afferma il Papa: “Senza Dio l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia. L'umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all'Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile — nell'ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell'ethos — salvaguardandoci dal rischio di cadere prigionieri delle mode del momento… Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l'amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede” (nn.78-79).

Nel tempo della crisi non è in crisi la responsabilità per il futuro dell’uomo. Il Papa è chirao: non ci saranno sviluppo plenario e bene comune e universale senza l’elevazione spirituale dell’uomo, senza un impegno per il rinnovamento dei cuori, delle menti, delle volontà, dell’agire umano nella direzione di una nuova fraternità.

Istituzioni, strutture sociali, culture hanno bisogno di un nuovo ethós, di un’etica delle virtù che segni una profonda stagione di conversione degli stili di vita sociali. Noi non vogliamo sfuggire a questa responsabilità, ecco perché siamo qui e perché da qui proseguiremo il nostro impegno.

Alla vigilia della sua morte, a tre mesi dal compimento degli 88 anni, don Luigi componeva una “Appello ai Siciliani”, una sorta di testamento spirituale di un siciliano ai siciliani. Vorrei concludere con le stesse parole che don Luigi usa alla fine di questo ultimo Appello ai Siciliani: “È vero sono un ottimista impenitente, anche di fronte ad una situazione oscura… Ma voglio andare all’altro mondo, quando Dio vorrà, con il mio ottimismo. Che potrei dire di più?”.

Voglia il Cielo che questo ottimismo della speranza contagi anche noi e continui ad ispirare i nostri lavori.

venerdì 2 ottobre 2009

Infanzia spirituale? Teresina non ne ha mai parlato!

Dai manoscritti autobiografici della giovane monaca carmelitana, con la traduzione e introduzione di Giovanni Gennari, pubblicati in Italia da Piemme nel 1998, con la presentazione di Mons. Claudio M. Celli, viene fuori una nuova inedita Teresa. Non più il "santino" stereotipo, la piccola bambina borghese un po' triste, modello di una santità in miniatura, la "santina" delle piccole virtù, la maestra di un "infanzia spirituale", termine che lei, tra l'altro, non ha mai usato! La scoperta è di un prete professore alla Sorbona, poi al Laterano di Roma, André Combes. Questi, nonostante avesse ricevuto le congratulazioni di Pio XII per il suo lavoro sulle Lettere della santa, a firma di Giovanni Battista Montini, nel 1950 viene allontanato dal Carmelo nel corso di una visita canonica: stava mettendo in pericolo la tradizione di Lisieux,la reputazione delle sorelle, la pace interna del Carmelo. Nonostante le resistenze, la verità degli autentici testi di Teresa viene fuori nel 1956 grazie a Padre Francois de S.te Marie che pubblicò i Manoscritti in versione fototipica integrale, con la precisazione delle tante peripezie di quei testi.

Per una edizione critica delle Lettere, con il titolo di Correspondance Générale, dovranno passare ancora vent'anni, fino al centenario della nascita, il 1973. Pur tuttavia, come avvertivano studiosi seri come Laurentin, non si aveva il coraggio di tagliare con il passato e si è continuato a presentare come di Teresa, testi che sono stati scritti dalle sorelle anche vent'anni dopo la morte della Santa. E' il caso dei Derniers Entretiens, di Madre Agnese, e dei Conseils et Souvenirs di Celina, che non sono di Teresa. Nell'opera di divulgazione delle opere di Teresa questi testi sono messi sullo stesso piano degli autografi di Teresa stessa o addirittura preferiti a essi nella loro volontà di spiegare a modo loro le idee di Teresa con conseguenze che ancora pesano molto. Agli inizi degli anni 50, quando Combes era a Lisieux, egli aveva scoperto che nella più antica copia del Petit Carnet, mancava del tutto la famosa definizione della via di Teresa come "infanzia spirituale". Madre Agnese ammise di aver aggiunto quella definizione e anche quel termine, del tutto ignoto a Teresa, che quindi non ha mai usato quella espressione in seguito divenuta lo slogan del suo messaggio.

La copia originale di questo piccolo quaderno venne distrutta volontariamente quando arrivò da Roma Padre Paul Philippe, domenicano e Visitatore apostolico che non pareva disposto a lasciar correre. Il famoso testo di Matteo, 18,3 ("Se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei cieli") che dovrebbe essere il testo fondamentale di tutta la dottrina divulgata come quella di Teresa di Lisieux, non è mai stato scritto da Teresa che pure abbonda di citazioni del Vangelo di Matteo. Quando agli inizi degli anni '70 il Padre Generale dei Carmelitani, Anastasio Ballestrero, si recò al Carmelo di Lisieux,non potè neppure entrare in parlatorio! La ragione del divieto era che la rivista teologica ufficiale dei Carmelitani Scalzi, Ephemerides Carmeliticae, aveva pubblicato due studi, uno di Mons.Combes nel 62, "Sainte Thérèse de Lisieux, modèle de vie contemplative", e uno di Giovanni Gennari, "Teresa di Lisieux, un'eco del cuore di Dio, nel 68".

Non si può comunque pensare che oggi sia tutto risolto, non si è avuto il coraggio di affrontare seriamente la questione della interpretazione della dottrina di Teresa, neanche quando si sono levate voci autorevoli come René Laurentin e Jean Francois Six. Il cliché della "piccola via" rimane ben saldo. Fa notare Laurentin nella sua opera "Thérèse de Lisieux, mythes et réalité", Beauchesne, Paris 1972, che per tutelare lo schema della "piccolezza" come criterio unico e fondante della sua dottrina, si è omesso deliberatamente in tutte le concordanze dei testi, di inserire l'aggettivo "grande" che pure è presente moltissime volte nella Storia di un'anima. E' così ancora aperta la questione del messaggio vero della sua dottrina propria, che è ancora oggi anchilosata e ridotta ai termini della infanzia spirituale, vista come ricerca della piccolezza umana, delle piccole cose, delle piccole virtù, c'è anche questo in Teresa, ma non è roba sua...è delle sorelle, delle devozioni alimentate da tanti anni di manipolazioni testuali e dottrinali.

I testi dicono che Teresa parla di piccolezza quasi sempre quando scrive alle sorelle, Paolina, Maria, Celina, perché per loro era sempre rimasta la più piccola della famiglia. A lei le sorelle avevano tante volte corretto i compiti da bambina, anche dopo la sua morte e la canonizzazione, avrebbero corretto i testi più preziosi.
Chi legge i veri manoscritti si accorge quanto siano stretti tali schemi, per quanto ripetuti dalla tradizione, a confronto con le sue grandi speranze, i suoi desideri infiniti, i suoi gridi totali di passione per Dio e per il prossimo, con la sua "immedesimazione" fusionale con Gesù Cristo, con lo Spirito Santo che diventa il suo Amore stesso, con cui Dio è riamato in lei e con cui riama attraverso di lei, "piccolo pezzetto di ferro" che brucia del "fuoco" divino stesso.

Per Teresa Dio è amore, per cui ogni paura di lui è senza senso. E lo ha detto nel contesto di una spiritualità francese più giansenista e dolorista che avilana e sangiovannista...in cui l'ideale era quello di placare l'ira di io.Il Dio di Teresa è sempre visto attraverso Gesù, è un Dio il cui unico mestiere è amare, salvare, perdonare, abbassarsi verso la piccolezza che però non è una qualità dei bambini, ma delle creature come tali, compreso Gesù Cristo, uomo vero. L'Enfant di cui parla Teresa, il modello vero della sua spiritualità vera è Gesù, Figlio (enfant) e noi tutti, anche e soprattutto se peccatori, disperati, soli, dubbiosi, lacerati da incredulità e colpe, siamo chiamati ad essere "figli nel Figlio, enfants de Dieu. Nessuna paura ma confidenza e abbandono, l'ascensore che ci innalza fino a Dio sono le stesse braccia dell'Enfant de Dieu, Gesù Salvatore e Redentore di tutti quelli che si lasciano portare da lui.

E' essenziale: il modello non è il bambinetto, ma il Figlio di Dio. Altro che piccolezza! E' l'esaltazione totale dell'umanità. Chi legge il Manoscritto B e la follia dei desideri infiniti che Teresa elenca, pur nel pieno della sua crisi di fede, di dubbio lacerante, alla tavola dei peccatori e dei disperati, coglie ben altro che una piccolezza infantile. Non le bastano i modelli degli apostoli, dei missionari, dei martiri, degli asceti, lei nel 1896 vuole essere "tutto",e scopre che lo è già: "nel Cuore della Chiesa mia Madre io sarò l'Amore, e così sarò tutto"! E' la divinizzazione piena, per grazia della creatura umana.

Questo è il nucleo essenziale della dottrina e della missione di Teresa: la santità dell'uomo, in Gesù Cristo (Enfant de Dieu, Figlio di Dio) e nello Spirito Santo (l'Amore che è tutto), è Dio stesso. Questa è la sua propria "piccola via", una santità non riservata ai professionisti delle perfezione, ma accessibile a tutti quelli che si lasciano amare da Dio e lo riamano e che li "divinizza", Io sarò l'Amore e così sarò tutto. Nelle ultime righe del Manoscritto C, ha scritto: "Anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere andrei, con il cuore spezzato dal pentimento a gettarmi tra le braccia di Gesù... Non è perché il Buon Dio, nella sua preveniente misericordia ha preservato l'anima mia dal peccato mortale che io mi innalzo fino a Lui con la confidenza e con l'amore". E amore è l'ultima parola di tutti e tre i manoscritti, l'ultima parola uscita dalla sua bocca, al momento della sua partenza per il Cielo.

giovedì 1 ottobre 2009

Teresa di Lisieux: i pensieri moderni di una monaca di fine ottocento

Se mi capita di pensare e di dire una cosa che piace alle mie sorelle, trovo del tutto naturale che esse se ne impadroniscano come di un bene loro. Questo pensiero appartiene allo Spirito Santo e non a me poiché San Paolo dice che noi non possiamo, senza questo Spirito d'Amore, dare il nome di "Padre" al nostro Padre che è nei cieli. Egli è dunque liberissimo di servirsi di me per dare un buon pensiero ad un'anima; se credessi che questo pensiero mi appartiene io sarei come "L'asino che portava le reliquie"(Favola di La Fontaine) il quale credeva che gli omaggi resi al santo si indirizzassero a lui.

Teresa di Lisieux

(Manoscritto C, Storia di un anima, Piemme, 1998, pag. 279)