martedì 16 marzo 2010

Fedeltà di Cristo, fedeltà del Sacerdote

Pontificia Università Lateranense,

«Fedeltà di Cristo, fedeltà del Sacerdote»

Comunicazione di Mons. Fortunatus Nwachukwu,
Capo del Protocollo, Segreteria di Stato


CELIBATO, CASTITÀ E VERGINITÀ

Introduzione: vecchie o nuove questioni?

Il celibato «deve ancor oggi sussistere per coloro che intendono accedere agli ordini sacri maggiori? È oggi conveniente l'osservanza di un tale obbligo? Non sarebbe maturato il tempo per scindere il vincolo che unisce nella Chiesa il celibato al sacerdozio? Non potrebbe essere facoltativa questa difficile osservanza? Non ne sarebbe favorito il ministero sacerdotale, facilitato l'avvicinamento ecumenico?».
Non facciamoci ingannare. Queste non sono domande nuove e non sono mie. Se le è poste Paolo VI, più di quarant'anni fa, nell'enciclica Sacerdotalis caelibatus (24 giugno 1967, n. 3). Tuttavia, rassomigliano perfettamente alle preoccupazioni di oggi. Sembra mancare soltanto una domanda, forse perché il problema che affronta non era a quel tempo tanto concreto come è oggi. La scelta del matrimonio non contribuirà a impedire i reati di pedofilia perpetrati dai sacerdoti?
Sia chiaro: i problemi legati alla pratica del celibato non sono nuovi. Sono sempre esistiti, ma hanno acquisito una rilevanza e un'urgenza particolare in questi ultimi anni (cfr Congregazione per l'Educazione Cattolica, Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale, 1974, n. 3). A questo proposito, Paolo VI stesso ha osservato che «si è manifestata anche la tendenza, anzi l'espressa volontà di sollecitare la Chiesa a riesaminare questo suo istituto caratteristico, la cui osservanza secondo alcuni sarebbe resa ora problematica e quasi impossibile nel nostro tempo e nel nostro mondo» (Sacerdotalis caelibatus, n. 3).
Sebbene i problemi non siano nuovi, attualmente le questioni emerse a tale proposito sembrano avere maggiore persistenza e risonanza. Ciò è attribuibile a un notevole aumento della consapevolezza pubblica, dovuto al ruolo crescente dei mezzi di comunicazione sociale, nonché a un migliore accesso all'educazione e alla conoscenza dei diritti umani e della legge. Oggi, a volte, la Chiesa stessa è messa sotto pressione dall'opinione pubblica e spesso condizionata da correnti ideologiche che la vorrebbero indurre nella tentazione di cercare risposte socialmente allettanti, che non necessariamente corrispondono alla fondazione evangelica del suo insegnamento. Piuttosto spesso, ciò che è messo abilmente in dubbio non è l'importanza dell'una o dell'altra pratica nella Chiesa, ma di la centralità Gesù Cristo stesso il quale è alla base di ogni insegnamento.
Tuttavia, le questioni non sono sempre sollevate da avversari esterni alla Chiesa. A volte, provengono anche da cattolici devoti e ben intenzionati, forse preoccupati perché sanno che alcuni sacerdoti sarebbero bravi, se non «faticassero» a soddisfare le esigenze del celibato, e che l'infedeltà di alcuni di essi tende a rendere difficile per la Chiesa rendere una testimonianza credibile del Vangelo. Come ha osservato il professor Heid nel suo intervento, le pratiche del celibato, della castità e della verginità sacerdotali risalgono ai primissimi giorni della Chiesa. Tuttavia, il recente magistero ha continuato a nutrire grande interesse per questo argomento. Oltre alla summenzionata Enciclica di Paolo VI, si potrebbero ricordare anche, negli ultimi sessant'anni, la Lettera Enciclica Sacra Virginitas di Pio XII (25 marzo 1954), i Decreti del Concilio Vaticano II Optatam totius (28 ottobre 1965) sulla formazione dei sacerdoti e Presbyterorum ordinis (7 dicembre 1965), sul ministero e sulla vita dei presbiteri o anche l'esortazione post-sinodale sulla formazione dei sacerdoti, Pastores dabo vobis di Giovanni Paolo II (25 marzo 1992). A questi documenti si possono aggiungere le indicazioni contenute nel Codice di Diritto Canonico e nel Catechismo della Chiesa cattolica, le varie istruzioni pubblicate dai Dicasteri della Curia Romana, in particolare dalle Congregazioni per il Clero e per l'Educazione cattolica nonché le differenti omelie e i vari discorsi a tale riguardo del Romano Pontefice Papa Benedetto XVI. Il Papa è anche ritornato sulla questione con un certo numero di interventi e di colloqui spontanei con il clero e con i seminaristi durante alcune sue visite pastorali. Per esempio, il 6 agosto 2008, durante l'incontro con il Clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone, ha affermato che «ci sarà sempre bisogno del sacerdote che è completamente dedito al Signore e perciò completamente dedito all'uomo». Poi ha continuato affermando che «il celibato» è «un'espressione fondamentale di questa totalità» ed «esso ha senso soltanto se crediamo veramente la vita eterna e se crediamo che Dio ci impegna e che noi possiamo esserci per Lui»
Il fine di questo intervento non è studiare in che modo la Chiesa deve rispondere a questi problemi, a queste domande e obiezioni. Si tratta piuttosto di individuare il significato, nonostante tutto, di una vita di celibato, di castità e di verginità. Di certo, molto dei contenuti dei documenti summenzionati resta valido ancora oggi, come i problemi che essi affrontano. Uno sguardo alla storia e alle esperienze di altre tradizioni ecclesiali (non latine), dimostrerebbe che anche l'opzione del matrimonio non è una panacea per la lotta ai problemi spesso sollevati come obiezioni al celibato sacerdotale, mentre il rimedio fondamentale è una formazione valida. Inoltre, uno sguardo alle comunità religiose con regole di vita esigenti e a ordini monastici di stretta osservanza, tende a evidenziare che, perfino ai nostri giorni, i giovani sono ancora in cerca di sfide e se i livelli vengono abbassati, molti non sono più attratti perché possono trovare facili alternative altrove.


Un'importanza perenne e una sfida universale

L'interesse dimostrato dal magistero per i temi del celibato, della castità e della verginità sacerdotali sottolinea la loro rilevanza e la loro importanza costanti per la vita e la missione della Chiesa. Evidenzia anche il carattere perenne e universale della sfida implicita in tali pratiche. Essa non è né legata ai tempi né geograficamente circoscritta. Nessuna persona che vive in qualsiasi parte del nostro pianeta dovrebbe considerarsi immune da tali questioni o comportarsi come se le avessero eliminate. È semplicemente non vero che certe popolazioni o culture sono meno adatte di altre a queste pratiche. Quello che si può dire è che alcune esperienze storiche, nei rapporti fra popolazioni, hanno spesso prodotto certi stereotipi e una tendenza a concentrarsi solo sugli errori di alcuni e ad applicarli in modo generalizzato a tutti i membri di una stessa popolazione, denigrando così la loro cultura e la loro mentalità, insinuando che sono incapaci o, in ogni caso, meno adatti di altri al celibato, alla castità e alla verginità. Tuttavia, i recenti spiacevoli avvenimenti in varie regioni del mondo sono un aspro rimprovero a questa tendenza arrogante. La debolezza umana, che causa infedeltà all'impegno al celibato, è universale. Così anche, a Dio piacendo, è la grazia divina che permette l'adesione feconda all'impegno assunto con l'ordinazione sacerdotale. Il celibato è un dono di Dio, attraverso lo Spirito Santo che soffia dove vuole (Giovanni 3, 8) e deve essere alimentato da fede, amore e umiltà.
Si può anche affermare che ovunque l'opera di evangelizzazione sia stata efficace, e alcuni missionari sono stati eccellenti non solo nel radicamento iniziale della fede, ma anche nella formazione dei seminaristi, spesso ci si imbatte nel passaggio, nel lasso di tempo di tre generazioni, dalla pratica della poligamia a quella della monogamia e poi a quella del celibato. È il caso di sacerdoti o religiosi che sono felicemente celibi, sebbene i loro genitori siano stati monogami e i loro nonni poligami.
Il principio di universalità non si applica solo alla sfida del celibato, della castità e della verginità, ma anche al riconoscimento del loro valore. La maggior parte delle culture ha a cuore la verginità, fino a una certa fase della vita, spesso fino al matrimonio, forse per garantire che il primo figlio di una donna sia del marito. Nello stesso modo, in molte società, la castità, almeno per un certo periodo di tempo, è molto valutata e a volte considerata indispensabile nella preparazione per alcuni riti religiosi. Questi casi non vanno confusi con il celibato sacerdotale e con la verginità e la castità ad esso collegate, ma indicano la presenza di un terreno fertile o di un certo primo seme di questa pratica sacerdotale.
A tale proposito, nel 2005, in occasione del Sinodo dei Vescovi sull'Eucaristia, il Cardinale Peter Turkson ha affermato che i ministri delle religioni tradizionali africane si astengono per tre giorni dai rapporti sessuali prima di compiere i riti religiosi. Quindi ha detto: «chi dice che per la mentalità africana il celibato è inconcepibile dice una cosa non vera» (30 giorni, ottobre 2005). Infatti, fra gli Igbo della Nigeria il periodo di astinenza era a volte superiore a tre giorni, secondo il significato dell'evento, ed era accompagnato da rituali speciali di autopreparazione che si supponeva creassero contatti con il mondo spirituale e ancestrale. Alla fine di questo periodo, il «sacerdote» veniva considerato carico di particolari poteri spirituali. Queste pratiche sono state una base utile per i missionari per insegnare la castità permanente, intrinseca al celibato sacerdotale. Spiegano anche, in una certa misura, l'alta considerazione di quelle persone per i sacerdoti cattolici che, oltre alla temporanea continenza praticata anche dai loro «sacerdoti tradizionali», sceglievano una vita di astinenza perpetua.


Concetti differenti, ma interrelati

Sebbene presenti in varie forme e in differenti culture, il celibato, la castità e la verginità praticate nella Chiesa hanno un significato distinto da quello che viene loro comunemente attribuito e che tende a considerarli concetti differenti. In questo tipo di terminologia popolare, il celibato è inteso come lo stato civile dell'essere soli, distinto da quello di avere un coniuge. Non richiede né implica necessariamente la castità o la verginità. D'altro canto, la castità, che non è legata ad alcun particolare stato civile, tende a essere intesa secondo la sua etimologia latina (castitas, ossia «pulizia», «purezza») o greca (sophrosyne, ovvero «moderazione»), per cui per alcuni implica l'evitare i rapporti sessuali e per altri significa semplicemente moderazione o autocontrollo in tali rapporti. La verginità è concepita comunemente come l'assenza di esperienza sessuale dalla nascita. Questo, per alcune persone, implica l'integrità di alcuni organi, in particolare nelle donne, mentre per altre l'integrità si riferisce all'essere «puri» o semplicemente «nuovi».
Contrariamente all'idea popolare, il celibato sacerdotale nella Chiesa cattolica è intrinsecamente legato alla castità e alla verginità. Non implica soltanto uno stato civile, ma anche uno stato di continenza che è il risultato della donazione totale di sé al Signore nella Chiesa. Il Codice di Diritto Canonico è piuttosto chiaro su cosa ci si aspetta dagli ecclesiastici a questo proposito (can. 277 § 1):
«I chierici sono tenuti all'obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò sono vincolati al celibato, che è un dono particolare di Dio mediante il quale i ministri sacri possono aderire più facilmente a Cristo con cuore indiviso e sono mesi in grado di dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini».
È in questa continenza perfetta e perpetua che il celibato sacerdotale trova il suo significato autentico, che condivide con la castità e con la verginità. Infatti, la «purezza» e la «moderazione» indicate dalla «castità» nonché l'«assenza di esperienza sessuale» indicata dalla verginità, al di là di qualunque connotazione fisica o corporea, convergono tutte in questo concetto di continenza perfetta che per il sacerdote deve anche essere perpetua. Di conseguenza, un celibato sacerdotale autentico implica non solo lo stato sociale dell'essere soli, ma anche la virtù della castità e la condizione di verginità. Ciò significa che, sebbene un sacerdote diocesano non emetta voti specifici di castità o di verginità, come i religiosi, il suo impegno per il celibato implica la stessa continenza perfetta e perpetua prevista dai voti.
Ci si potrebbe chiedere: in che senso al sacerdote celibe viene richiesto di essere vergine?
Sebbene l'uso comune tenda ad applicare la verginità solo alle donne, il concetto che essa esprime non è limitato ad un solo sesso e può anche, in alcune circostanze, essere applicato a un sacerdote casto. Si è osservato che la verginità implica non solo un'integrità sessuale fisica o «l'essere nuovi», ma anche una condizione di perfetta continenza dalla nascita. Per il cristiano, la nascita non è soltanto fisica. La nascita più importante non è necessariamente quella fisica, ma anche la nascita o rinascita sacramentale in Cristo, attraverso lo Spirito Santo.
Gesù stesso dichiara enfaticamente che «se uno non nasce anothen (greco per “dall'alto”)... da acqua e Spirito, non può vedere il regno di Dio» (Giovanni 3, 3,5). Questo concetto di rinascita è presente in tutto il Vecchio Testamento e sottende l'intero messaggio cristiano. Paolo VI lo sottolinea nell'Enciclica Sacerdotalis caelibatus (n. 19):
«Il Signore Gesù, unigenito di Dio, inviato dal Padre nel mondo, si fece uomo affinché l'umanità., soggetta al peccato e alla morte, venisse rigenerata e, mediante una nascita nuova (Giovanni 3,5; Tito, 3, 5) entrasse nel regno dei cieli. Consacratosi tutto alla volontà del Padre, (Giovanni 4, 34; 17,4) Gesù compì mediante il suo mistero pasquale questa nuova creazione,(2 Corinzi 5, 17; Galati 6, 15) introducendo nel tempo e nel mondo una forma nuova, sublime, divina, di vita che trasforma la stessa condizione terrena dell'umanità (Galati 3, 28)».
Infatti, il concetto di rinascita è talmente fondamentale che il Nuovo Testamento tende a suddividere l'intera vita di un cristiano in due parti: prima e dopo l'incontro con Cristo (1 Pietro 1, 23; Tito 3; 2 Corinzi 5,17; Efesini 2, 12; 1 Corinzi 2, 14; Apocalisse, 1, 8; Romani 8, 9b). Nella vita della Chiesa, questa rinascita viene realizzata attraverso i sacramenti, che sono «efficaci segni della grazia... attraverso i quali ci viene elargita la vita divina» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1131). Il rinnovamento della rinascita si realizza anche attraverso i sacramentali, istituiti dalla Chiesa «per la santificazione di alcuni ministeri, di alcuni stati di vita, di circostanze molto varie della vita cristiana, così come dell'uso di cose utili all'uomo» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1668). Sia nei sacramenti sia nei sacramentali, il principio di rinascita è lo Spirito Santo. Per il cristiano, il Mistero dell'Incarnazione, divide la storia umana in due parti: prima e dopo Cristo. Nello stesso modo, l'incontro con Gesù Cristo, «l'Alfa e l'Omega» (Apocalisse, 1, 8) divide la vita del cristiano in un «prima e in un dopo», che cominciano rispettivamente dalla nascita fisica e dalla rinascita spirituale in Cristo.
Questo significa che, se la verginità implica generalmente integrità sessuale o «purezza» dalla nascita a livello fisico, per il cristiano significa anche un'integrità simile - la perfetta continenza! - coltivata coscientemente dal momento della rinascita o «rinnovamento».
Questa interpretazione della verginità non sminuisce il suo contenuto né il suo valore. Anzi ne amplia e nobilita il significato. L'importanza dell'integrità fisica non è messa in dubbio. Per il cristiano resta una partecipazione simbolica basilare alla passione e alla morte di Cristo nella carne. Tuttavia, la verginità, quando è limitata solo all'integrità sessuale fisica dalla nascita, può non essere necessariamente una decisione e una scelta, ma anche il frutto di circostanze fuori dal controllo di una persona, come l'ambiente in cui è nata e cresciuta. Se, tuttavia, ad essa si aggiunge la dimensione di rinascita, la verginità acquisisce pienamente la dignità di una condizione scelta, amata e alimentata coscientemente. È anche enfatizzato il ruolo dello Spirito Santo, nel principio della rinascita. È lo Spirito Santo che costantemente rinnova la vita e la decisione presa, e conforma la persona vergine all'immagine di Gesù Cristo, che oltre ad avere la divina perfezione, è stato pienamente umano in tutte le cose, inclusa la tentazione e le necessità fisiche (fame, sete, dolore), eccetto il peccato. Come afferma la Lettera degli Ebrei (2, 18) «Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto, personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova»
Quest'idea di verginità si ripropone nella tradizione liturgica della Chiesa. Si pensi a varie persone consacrate che sono celebrate dalla Chiesa come vergini, sebbene siano cresciute in circostanze particolarmente difficili, che potrebbero aver compromesso la loro integrità fisica prima del loro incontro con Cristo e della loro rinascita in Lui. Un esempio recente è la nobile figura di santa Josephine Bakhita, presa come schiava quando era ancora una bambina. Non è difficile immaginare in che modo i padroni trattassero le giovani schiave e che cosa quella bambina abbia dovuto sopportare nelle mani dei suoi padroni arabi e ottomani, prima di venir acquistata dal diplomatico italiano Callisto Legnani. Fu il signor Legnani a portare Bakhita in Italia dove riguadagnò la sua libertà, si convertì al cristianesimo e divenne una religiosa. In un certo senso, la sua vera vita cominciò solo con il suo incontro con Cristo e la sua entrata nell'Istituto delle Figlie della Carità, dette Canossiane. È un segno di grande saggezza da parte della Chiesa renderle onore e celebrarla nella liturgia come «religiosa e vergine». Prima di lei, un trattamento simile era stato riservato ad altri come sant'Afra, che, dopo essere stata una prostituta, conobbe Cristo e in seguito venne martirizzata a motivo della sua fede. Anche lei è celebrata dalla Chiesa come «vergine e martire» ed è stata eletta patrona della città e della Diocesi di Augusta in Germania.


Più di un mero digiuno perpetuo

Ho già detto che il celibato sacerdotale condivide il nucleo comune della perfetta continenza con la castità e la verginità. Alla base dell'idea di continenza ci sono le pratiche dell'autolimitazione e dell'astinenza, e, di conseguenza, del digiuno. Ciò significa che celibato, castità e verginità implicano tutti una certa forma di digiuno permanente. Implicano tutti una rinuncia a qualcosa che altrimenti sarebbe desiderabile, una mortificazione, e di conseguenza un sacrificio. Tutti, come il digiuno, presuppongono un certo desiderio o appetito umano, potenziale o reale, che come la fame o la sete nel digiuno, non viene soddisfatto, ma controllato attraverso l'autolimitazione. Per quanto riguarda il celibato questo desiderio è legato al matrimonio, mentre per la castità e la verginità è associato all'attività sessuale e al godimento. Nel digiuno, l'oggetto dell'astinenza di una persona non può essere una cosa per cui non ha appetito. Un individuo che non fuma non può scegliere di astenersi dal fumo così come uno a cui non piacciono i dolci, o non ne mangia, non può scegliere di «digiunare» non ingerendo cheese-cake! Nello stesso modo, solo persone capaci di attività sessuale e di godimento possono validamente intraprendere la pratica del celibato sacerdotale.
Il punto debole di quest'analogia con il digiuno è che tende a concentrarsi su una sola dimensione del celibato, quella dell'astinenza o dell'elusione di certi comportamenti e pratiche. Se considerato solo da questo punto di vista, il celibato diventa uno stile di vita triste e perfino terrificante, composto solo una serie di mortificazioni. Ciò sarebbe scorretto perché il celibato è essenzialmente uno stile di vita positivo, che mette il sacerdote totalmente al servizio di Dio e degli altri. Il sacerdote celibe è conformato all'immagine di Gesù Cristo, Eterno Sacerdote, che, nello stesso tempo, era completamente dedito alla volontà del Padre e totalmente al servizio degli altri, al punto di divenire non solo il loro cibo (nell'Eucaristia), ma anche il sacrificio per la loro salvezza. In tal modo, il sacerdote può considerarsi veramente alter Christus, totalmente per Dio e per gli altri. La dimensione dell'astinenza, sebbene essenziale, dovrebbe servire soltanto come strumento per raggiungere questo più pieno significato del celibato. È per questo motivo che l'uso del digiuno qui ha solo funzione di esempio.
Tuttavia, sarebbe anche sbagliato considerare il digiuno come essenzialmente negativo. Bisogna evitare un'idea dura e restrittiva di tale pratica. Il digiuno è apprezzato e praticato, in una forma o nell'altra, nella maggior parte delle culture e delle religioni, in particolare in relazione alla preghiera, a riti di purificazione e di rinnovamento, e a nuove imprese. Nella Bibbia il digiuno si riscontra regolarmente in riferimento alla preghiera e alla penitenza (Giudici 20, 26; 1 Samuele 31,13; Neemia 9, 1; Tobia 12, 8; Luca 2, 37) sia per necessità personali e nazionali (Salmi 25,13; Gioele 2, 15) o come osservanza liturgica (Zaccaria 8, 19), in particolare nella festa del Giorno dell'Espiazione (Levitico 16, 29-34). Inoltre, per avere un significato (Isaia 58), deve essere accompagnato da compassione e sollecitudine per la giustizia sociale.
Il digiuno non è la stessa cosa della carestia. È un atto liberamente scelto di astinenza volto a conseguire benefici maggiori sia fisicamente sia spiritualmente. Il digiuno nella nostra analogia con il celibato non è astensione da qualsiasi cibo e bevanda, altrimenti non potrebbe essere perpetuo. Si intende come astinenza da particolari cibi, bevande, abitudini, che può essere sia completa sia permanente. Infatti, Papa Leone Magno parla di digiuno «non soltanto con la parsimonia del cibo, ma soprattutto con l'astinenza dal peccato» (Sermone Quaresimale, 1-2). Non dovrebbe sorprenderci che alcune persone possano essere terrorizzate dal digiuno, mentre altre siano semplicemente scoraggiate dall'idea del celibato stesso. Dopo tutto, molte persone sono disturbate anche dall'immagine della croce e tuttavia ciò non diminuisce il suo valore per i cristiani. L'astinenza implicita nel celibato può essere la croce che il sacerdote è chiamato a portare seguendo il Signore (Matteo 10, 38). Per alcuni, la croce può essere più pesante, per altri più leggera, ma questo non la rende di meno una croce!
L'analogia con il digiuno ha il grande merito di fungere da importante fonte di orientamento biblico per la pratica efficace del celibato sacerdotale. Da una parte, sebbene vari testi biblici vengano citati a sostegno del celibato nonché della castità e della verginità (in particolare Matteo 19,11-12, Luca 18, 29-30 e 1 Corinzi 7, 33-35), nessuno di essi offre direttive bibliche specifiche per l'esercizio di questo modello di vita. Infatti, il testo di Matteo 19, 11-12 viene generalmente citato per presentare il celibato sacerdotale come un dono divino (v.11: «ai quali è stato concesso»), ricevuto da quanti si rendono (V.12: «eunuchi per il regno dei cieli»; Luca 18, 29-30 ricorda l'abbondante ricompensa promessa a quanti lasciano casa, famiglia, moglie e figli per il bene del Regno di Dio, e 1 Corinzi 7, 33-35 viene citato per presentare il sacerdote celibe come colui che aderisce totalmente e direttamente al Signore, e si preoccupa soltanto di Lui e delle sue cose (cfr Sacerdotalis caelibatus, n. 20-22). Dall'altra, la Bibbia offre chiare indicazioni su come il digiuno possa essere reso fecondo e accettabile al Signore. Sono questi i suggerimenti che vengono qui proposti, per analogia, come principi e caratteristiche di un corretto esercizio del celibato, della castità e della verginità sacerdotali. Non intendo fare qui un'esposizione dettagliata o l'esegesi di tutti i testi biblici relativi al digiuno. Dovrebbe essere sufficiente ricordare che Gesù stesso non solo ha digiunato in un certo numero di occasioni (ovvero nella tentazione e all'inizio del suo ministero), ma ha anche lasciato un chiaro insegnamento su questa pratica che potrebbe dunque essere applicata all'esercizio del celibato sacerdotale.
A questo riguardo il testo più importante è quello di Matteo 6,1-18, una «trilogia» di Gesù relativa all'esercizio della pietà, dikaiosyne. Dopo un'ammonizione iniziale contro la pratica della pietà «davanti agli uomini per essere ammirati da loro», Gesù prosegue e offre istruzioni precise sui tre pilastri della pietà secondo la tradizione ebraica: preghiera, elemosina e digiuno. Un rapido sguardo al testo rivela il legame intrinseco fra i tre elementi. Infatti, l'ammonizione introduttiva di Gesù e i paragrafi sulla preghiera, sull'elemosina e sul digiuno sono legati da un flusso logico stabilito dalle espressioni di congiunzione, hotan oun (v. 2: «Dunque, quando...», «Invece, mentre»), kai hotan (v. 5 «E quando...»), hotan de (v. 16: “E quando ..», «Invece, quando...»).
Questo vincolo fondamentale fra digiuno, preghiera ed elemosina ha conseguenze di vasta portata. Le tre pratiche implicano un rapporto triplice: con se stessi (digiuno), con Dio (preghiera) e con il prossimo (elemosina). Il digiuno contribuisce a dominare i propri appetiti e le proprie abitudini per accrescere l'autodisciplina e in particolare per distogliere l'attenzione da se stessi (dai propri bisogni, appetiti, desideri ardenti, brame) e concentrarla, invece, su Dio e sul proprio prossimo. In questo modo, il digiuno rende disponibili a Dio e al prossimo. Dunque, il digiuno (e ciò include tutti gli atti di astinenza e di negazione di sé, come i voti di povertà, castità e obbedienza), senza preghiera (apertura a Dio) e senza elemosina, che precorre la condivisione cristiana o carità (apertura al prossimo), non è solo vuoto e insignificante, ma potrebbe anche equivalere a un ipocrita sadismo o divenire semplicemente un atto deliberato di orgoglio e di ostentazione di spiritualità.
Al contrario, quando il digiuno è veramente posto alla base della preghiera e della carità, aumenta così tanto la concentrazione sul divino da divenire un canale molto efficace per la forza divina. L'implicita astinenza lascia uno spazio nel soggetto, che la preghiera riempie con la presenza e la forza divine.
Un'altra osservazione riguarda le parole che Gesù pronuncia proprio a proposito del digiuno (Matteo 6, 16-18):
«E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un'aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano... Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Il testo è chiaro. Il digiuno non si dovrebbe praticare per ottenere l'approvazione o l'ammirazione degli altri. La domanda essenziale non è «che lode ottengo dalla gente?», ma «Che cosa pensa Dio di questa mia azione?». Pensiamo alle parole del profeta Gioele (2, 13): «Laceratevi il cuore e non le vesti». Il termine ipocrita (hypocrites, ossia attore), ripetuto varie volte in tutto il testo, chiarisce bene questo concetto. La persona che digiuna non è un attore che cerca di intrattenere spettatori umani e di ottenerne il plauso, ma una persona che, con le proprie azioni, mira all'approvazione divina. Il digiuno deve essere vissuto come un atto gioioso («profumati la testa» e «lavati il volto»), che crea un rapporto d'intimità («in segreto»!) fra la persona e Dio.
Quali sono le implicazioni di questo per la pratica del celibato sacerdotale? Grazie all'analogia con il digiuno, le parole di Gesù in questo testo divengono pienamente applicabili al sacerdote impegnato nel celibato, nella castità e nella verginità. Come il digiuno, queste tre pratiche divengono, insieme con quelle della preghiera e della carità, elementi costitutivi della pietà, al servizio del Regno di Dio. Per essere completo, il celibato sacerdotale deve essere accompagnato dalla preghiera e dalla carità, che rendono il sacerdote aperto a Dio (preghiera) e al prossimo (carità).
Quando la preghiera e la carità mancano, il celibato si concentra sul sé e si trasforma facilmente in una vuota auto-indulgenza e in un certo sadismo, in un atto di ipocrisia, di ostentazione e di orgoglio. In seguito alimenta arroganza e intolleranza verso il prossimo, in particolare verso quanti sono considerati meno capaci di onorare quell'impegno. Al contrario, l'astinenza implicita nel celibato dovrebbe creare uno spazio, che il sacerdote dovrebbe riempire con la preghiera, con la presenza e con la forza di Dio nonché con l'amore per il prossimo. Infatti, l'astinenza senza la carità è vana. Come afferma san Paolo: «E se anche consegnassi il mio corpo, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Corinzi 13, 3). Nello stesso modo un sacerdote o un religioso celibe che però è privo di amore può essere definito un rinnegato.
Infatti, l'elemento della mortificazione insito nel concetto di digiuno, fa pensare alla dichiarazione categorica di Gesù secondo la quale «se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Giovanni 12, 24). Questo si può applicare al «morire» a se stessi implicito nel digiuno e, per analogia, nel celibato, al fine di vivere nel Signore e per il proprio prossimo? Ciò evidenzierebbe il fatto che il celibato, come il digiuno, non è un fine in sé, ma un mezzo per raggiungere una pienezza di vita a immagine di Gesù che, come pienamente umano, digiunò, fu tentato, soffrì e morì prima di risorgere in gloria (Ebrei 2, 18).
Riassumendo, come il digiuno, il celibato non dovrebbe essere trattato come una cosa triste, per la quale il sacerdote o il religioso deve assumere un'aria mesta o disfatta per mostrare la serietà della sua devozione. Gesù desidera che l'astinenza del celibato sacerdotale sia vissuta come una fonte di intimità («in segreto») con Dio, che vede e ricompensa anche «in segreto», dunque come un rapporto che ispiri nel sacerdote una gioia, che non è solo interiore, ma anche esternamente visibile (profumati la testa e lavati il volto»). Un celibato triste è un cattivo celibato.

La Liturgia ferita

Pontificia Università Lateranense,
giovedì 11 e venerdì 12 marzo 2010

«Fedeltà di Cristo, fedeltà del Sacerdote»

Comunicazione di S.E. Mons Marc Aillet,
Vescovo di Bayonne, Lescar e Oloron


LA LITURGIA FERITA


All’origine del Movimento liturgico, vi era la volontà del Papa san Pio X, in particolare nel motu proprio Tra le sollecitudini (1903), di restaurare la liturgia e renderne maggiormente accessibili i tesori affinché ridiventasse la fonte di una vita autenticamente cristiana, proprio per rilevare la sfida di una crescente secolarizzazione e incoraggiare i fedeli a consacrare il mondo a Dio. Da qui, la definizione conciliare della liturgia come “culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa”. Contro ogni aspettativa, come hanno spesso rilevato Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, l’attuazione della Riforma liturgica, a volte, ha portato ad una sorta di desacralizzazione sistematica, mentre la liturgia si è lasciata progressivamente pervadere dalla cultura secolarizzata del mondo circostante perdendo così la sua natura e la sua identità: “Questo Mistero di Cristo la Chiesa annunzia e celebra nella sua Liturgia, affinché i fedeli ne vivano e ne rendano testimonianza nel mondo”: (CCC n. 1068).
Senza negare i frutti autentici della riforma liturgica, si può dire tuttavia che la liturgia è stata ferita da ciò che Giovanni Paolo II ha definito “pratiche non accettabili” (Ecclesia de Eucharistia, n. 10) e Benedetto XVI ha denunciato come “deformazioni al limite del sopportabile” (Lettera ai vescovi in occasione della pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum). Così è stata ferita anche l’identità della Chiesa e del sacerdote.
Negli anni postconciliari si assisteva ad una sorta di opposizione dialettica fra i difensori del culto liturgico e i promotori dell’apertura al mondo. Siccome questi ultimi arrivavano a ridurre la vita cristiana al solo impegno sociale, in base a un’interpretazione secolare della fede, i primi, per reazione, si rifugiavano nella pura liturgia fino al “rubricismo”, col rischio di incoraggiare i fedeli a proteggersi eccessivamente dal mondo. Nell’esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, Benedetto XVI pone fine a questa polemica e ricompone questa opposizione. L’azione liturgica deve riconciliare la fede e la vita. Proprio in quanto celebrazione del Mistero pasquale di Cristo, reso realmente presente in mezzo al suo popolo, la liturgia dà una forma eucaristica a tutta la vita cristiana per farne un “culto spirituale gradito a Dio”. Così, l’impegno del cristiano nel mondo e il mondo stesso, grazie alla liturgia, sono chiamati ad essere consacrati a Dio. L’impegno del cristiano nella missione della Chiesa e nella società trova, infatti, la sua sorgente e il suo impulso nella liturgia, fino ad essere attirato nel dinamismo dell’offerta d’amore di Cristo che vi è attualizzata.
Il primato che Benedetto XVI intende dare alla liturgia nella vita della Chiesa – “Il culto liturgico è l’espressione più alta della vita sacerdotale ed episcopale”, ha detto ai vescovi di Francia riuniti a Lourdes il 14 settembre 2008 in assemblea plenaria straordinaria – vuole mettere di nuovo l’adorazione al centro della vita del sacerdote e dei fedeli. Invece e al posto del “cristianesimo secolare” che ha spesso accompagnato l’attuazione della riforma liturgica, Papa Benedetto XVI intende promuovere un “cristianesimo teologale”, il solo in grado di servire quella che ha definito la priorità che predomina in questa fase della storia, ossia “rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l’accesso a Dio” (Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica, 10 marzo 2009). Dove, infatti, meglio che nella liturgia, il sacerdote approfondisce la propria identità, così ben definita dall’autore della Lettera agli Ebrei: “Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (Eb 5, 1)?
L’apertura al mondo auspicata dal Concilio Vaticano II è stata spesso interpretata, negli anni postconciliari, come una sorta di “conversione alla secolarizzazione”: questo atteggiamento non mancava di generosità, ma portava a trascurare l’importanza della liturgia e a minimizzare la necessità di osservare i riti, ritenuti troppo lontani dalla vita del mondo che bisognava amare e con il quale bisognava essere pienamente solidali, fino a lasciarsi affascinare da esso. Ne è risultata una grave crisi di identità del sacerdote che non riusciva più a percepire l’importanza della salvezza delle anime e la necessità di annunciare al mondo la novità del Vangelo della Salvezza. La liturgia è, senza dubbio, il luogo privilegiato dell’approfondimento dell’identità del sacerdote, chiamato a “combattere la secolarizzazione”; poiché, come dice Gesù, nella sua preghiera sacerdotale: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità” (Gv 17, 15-17).
Questo certamente sarà possibile attraverso una più rigorosa osservazione delle prescrizioni liturgiche che preservano il sacerdote dalla pretesa, pur inconsapevole, di attirare l’attenzione dei fedeli sulla sua persona: il rituale liturgico che il celebrante è chiamato a ricevere filialmente dalla Chiesa permette, infatti, ai fedeli di giungere più facilmente alla presenza di Cristo Signore del quale la celebrazione liturgica deve essere il segno eloquente e che deve avere sempre il primo posto. La liturgia è ferita quando i fedeli sono lasciati all’arbitrio del celebrante, alle sue manie, alle sue idee o opinioni personali, alle sue stesse ferite. Ne consegue anche l’importanza di non banalizzare dei riti che, strappandoci al mondo profano e dunque alla tentazione dell’immanentismo, hanno il dono di immergerci di colpo nel Mistero e di aprirci alla Trascendenza. In questo senso, non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza del silenzio che precede la celebrazione liturgica, nartece interiore dove ci si libera delle preoccupazioni, pur legittime, del mondo profano, per entrare nel tempo e nello spazio sacri, dove Dio rivelerà il suo Mistero; del silenzio nella liturgia per aprirsi più sicuramente all’azione di Dio; e la pertinenza di un tempo di azione di grazia, integrato o non nella celebrazione, per prendere la misura interiore della missione che ci attende, una volta ritornati nel mondo. L’obbedienza del sacerdote alle rubriche è anch’essa segno silenzioso ed eloquente del suo amore per la Chiesa di cui non è che il ministro, cioè il servitore.
Ne deriva l’importanza anche della formazione dei futuri sacerdoti alla liturgia e specialmente alla partecipazione interiore, senza la quale la partecipazione esteriore preconizzata dalla riforma sarebbe senz’anima e favorirebbe una concezione parziale della liturgia che si esprimerebbe in termini di teatralizzazione eccessiva dei ruoli, cerebralizzazione riduttiva dei riti e autocelebrazione abusiva dell’assemblea. Se la partecipazione attiva, che è il principio operativo della riforma liturgica, non è l’esercizio del “senso soprannaturale della fede”, la liturgia non è più opera di Cristo, ma degli uomini. Insistendo sull’importanza della formazione liturgica dei sacerdoti, il Concilio Vaticano II fa della liturgia una delle discipline principali degli studi ecclesiastici, evitando di ridurla ad una formazione puramente intellettuale: infatti, prima di essere un oggetto di studio, la liturgia è una vita, o meglio, è “passare la propria vita a passare nella vita di Cristo”. È l’immergersi per eccellenza di ogni vita cristiana: immersione nel senso della fede e nel senso della Chiesa, nella lode e nell’adorazione, come nella missione.
Siamo dunque chiamati ad un autentico “sursum corda”. La frase del prefazio “in alto i nostri cuori” introduce i fedeli al cuore del cuore della liturgia: la Pasqua di Cristo, cioè il suo passaggio da questo mondo al Padre. L’incontro di Gesù Risorto con Maria Maddalena, la mattina della Risurrezione, è in questo senso molto significativo: con il suo “noli me tangere” Gesù invita Maria Maddalena a “guardare alle realtà dell’alto”, facendole notare di non essere ancora salito al Padre nel suo cuore e invitandola appunto ad andare a dire ai discepoli che egli deve salire al suo Dio e nostro Dio, a suo Padre e nostro Padre. La liturgia è esattamente il luogo di questa elevazione, di questa tensione verso Dio che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con questo, il suo orientamento decisivo. A patto di non considerarla come materiale disponibile alle nostre manipolazioni troppo umane, ma di osservare, con un’obbedienza filiale, le prescrizioni della Santa Chiesa.
Come affermava Papa Benedetto XVI nella conclusione della sua omelia nella solennità dei Santi Pietro e Paolo del 2008: “Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo”.

Il celibato ecclesiastico I

Conferenza del Prof. Manfred Lütz,
Consultore della Congregazione per il Clero

IL CELIBATO ECCLESIASTICO – PROFILI PSICO-SPIRITUALI


Mi è stato chiesto di trattare qui alcuni aspetti psicologici del sacerdozio e in particolare del celibato. Ora io non sono uno psicologo specialista del celibato. Mi sembra anche che ci sia poca letteratura rilevante su questo tema. In primo piano nel dibattito pubblico si danno spesso alcuni clichées del tutto logori e inverificati, sulla forma di vita celibataria, e certe reazioni ecclesiastiche di atteggiamento difensivo. Allorchè, alcuni anni fa, in una trasmissione televisiva, dovetti difendere il celibato cercai prima presso dei Rettori di Seminari un po’ di letteratura circa buoni esempi di celibato ben riuscito attraverso i secoli. C’erano solo dei dati assai sparuti. Così anche qui posso parlare solo di alcuni aspetti del tema e per il resto evidenziare il fatto che abbiamo bisogno di più letteratura nutrita di esperienza su questo tema. Affronterò questo tema in modo ampio e toccherò non solamente aspetti psicologici nella vita di celibato stessa, ma considererò qui anche i dibattiti sul celibato dal punto di vista psicologico, e specialmente socio-psicologico.
Indubbiamente, sotto l’aspetto socio-psicologico, il celibato è una provocazione. In un mondo che non crede più propriamente in una vita dopo la morte, questa forma di vita è una costante protesta contro l’universale superficialità. Il celibato è il messaggio continuamente vissuto che l’aldiquà con le sue gioie e i suoi dolori non è tutto. Ci sono persone che al sentire questo diventano davvero furiose. In effetti qui viene messa massicciamente in discussione la loro concezione di vita. E non semplicemente da un testo scritto o da un dialogo buttato là, bensì da una decisione di vita davanti alla quale non ci si può tappare gli occhi. Il celibato non è una confessione di fede fatta con le labbra, ma una confessione di fede fatta con la vita. Senza dubbio, se con la morte tutto fosse finito, allora il celibato sarebbe un’idiozia. Perché rinunciare all’intimità dell’amore di una donna, perché rinunciare all’emozionante incontro con i propri bambini, perché rinunciare alla sessualità felicemente vissuta? Perché ci si dovrebbe privare della fecondità corporale in questa vita? Solo se la vita terrena è un frammento, che dovrà trovare nell’eternità il suo compimento, solo allora questa forma di vita, il celibato, può gettare una luce chiara sulla vita ancor di là da venire; solo allora si annuncia ad alta voce il messaggio di una vita in pienezza, che la nostalgia degli uomini di ogni epoca ha desiderato ardentemente, ha intuìto, ma la cui realtà solo con l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo e specialmente con la sua morte e la sua mirabile resurrezione è divenuta manifesta a tutti gli uomini. Per la nostra società il celibato risulta addirittura come un “pungolo nella carne”, che ci ricorda sempre nuovamente, a tempo debito e indebito, che le incessanti preoccupazioni e gli incalzanti problemi della vita terrena non sono tutto.
Il celibato è una forma di vita non borghese, che relativizza pieno di humor l’ordine borghese apparentemente così sicuro di sé. Gli avversari del celibato sollecitano non di rado dicendo che la verginità per il regno dei cieli non è certo da mettere in discussione se si tratta di un monastero lontano dal mondo. Ma se si tratta delle comunità parrocchiali, se si è “nel mondo”, allora si deve lasciare che fungano da sacerdoti dei “viri probati” (uomini sposati che hanno dato buona prova di sé). Sono spesso quelle stesse persone che vorrebbero lasciar cadere tutte le distinzioni tra profano e sacro, anche la distinzione tra clero e laici, tra temi mondani ed ecclesiali. Certamente la fede nel fatto che Dio è divenuto uomo è una massiccia irruzione della sacralità nella profanità. I primi cristiani rimarcavano assai chiaramente che gli antichi concetti pagani di sacro e profano non potevano venir semplicemente trasposti nel cristianesimo. Non c’era più alcuna rozza separazione. Il Dio trinitario aveva in Gesù Cristo attirato definitivamente a sé anche il mondo intero. Tuttavia con ciò il mondo non era annientato, l’uomo non era andato in fumo davanti al Dio eterno, il tempo non si era dissolto nell’eternità. In maniera nuova i cristiani sentivano che il cristianesimo era “una distinzione che faceva una distinzione”, come si direbbe oggi nella terapia sistemica. I cristiani non si confondevano con il mondo, ma sentivano di essere una “ekklesia”, e cioè di essere chiamati fuori dalla monotonia quotidiana. Ma proprio così operavano all’interno di questo mondo efficacemente, senza paure nell’entrare in contatto con esso.
Questa “distinzione che faceva una distinzione” rischiò però dopo la svolta constantiniana di venir messa in pericolo. Improvvisamente l’esser cristiani non era più una provocazione già in sé. Improvvisamente i posti di guida nell’Impero vennero occupati da cristiani. Esser cristiani non era più, parlando in termini mondani, uno svantaggio, ma un vantaggio. Procopio descrive come la donna di società riccamente vestita e ornata di gioielli durante la liturgia domenicale sta accanto alla figura scarna, consunta, del confessore della fede. Questo era anche un problema psicologico. Il cristianesimo rischiava di insabbiarsi spiritualmente. E proprio in questa epoca il celibato cominciò ad avviarsi sul suo sentiero vittorioso. Noi sappiamo oggi che il celibato aveva già radici apostoliche, ma ora esso diventava un’ancora di salvezza spirituale di una Chiesa promossa, favorita, da imperatori e re. In Egitto gli uomini avevano cominciato ad uscire dalle città e ad affluire in massa fuori, nel deserto, presso i monaci, per lasciarsi stimolare e provocare in profondità nuovamente, circa la vita in città che era lussuriosa e monotona. E come guide di comunità si vollero presto dovunque degli uomini celibi. L’alta stima di questa forma di vita si estese poi lungo tutta la storia della Chiesa. Il Sinodo di Elvira, la Riforma gregoriana del secolo undicesimo e le riforme successive al Concilio di Trento si preoccuparono tutte di riportare alla luce l’importanza del celibato. Viceversa in epoche di debolezza della Chiesa entrò in crisi anche il celibato. All’inizio del secolo diciannovesimo nell’odierna arcidiocesi di Freiburg ci fu un “movimento anticelibatario”, appoggiato da 156 preti. Allorchè poi inaspettatamente si giunse alla rinascita della Chiesa cattolica nel secolo diciannovesimo, la campagna anticelibataria si spense da sola, risultando superflua. Anche nella crisi successiva al Concilio Vaticano II fu nuovamente il celibato a finire sotto tiro. Tuttavia proprio nei movimenti ecclesiali nuovamente fiorenti esso gode nuovamente di grande apprezzamento. Qui è di grande aiuto, dal punto di vista psicologico, il fatto che i preti stiano in un vivo contatto con laici impegnati e da questa “normalità” ottengano sempre nuovi impulsi vitali. Ma anche il fatto che sappiano di esser sostenuti dalla preghiera dei laici che pregano per loro. La distinzione tra preti e laici, ma anche il servizio reciproco degli uni per gli altri possono così venir vissuti in maniera particolarmente intensa.
La generale critica al celibato frattanto sta nettamente calando. Tuttavia i giornalisti si divertono sempre a mettere alla prova ogni persona incaricata di un nuovo ministero ecclesiastico, ai suoi inizi, con la domanda circa il celibato. Qui poi non salta fuori se il vescovo sia a favore o contro il celibato, bensì con le sue formulazioni più o meno abili egli può mostrare se sappia già cavarsela con i mass-media oppure non ancora.
E’ da segnalare che il padre fondatore della moderna psicologia, Sigmund Freud, di certo non un amico della Chiesa e del cristianesimo, ha potuto scorgere certi aspetti positivi nel movimento celibatario del cristianesimo degli inizi: “In epoche in cui la soddisfazione del desiderio amoroso non trovava alcun ostacolo o difficoltà, come ad esempio al tramonto delle culture antiche, l’amore divenne privo di valore, la vita divenne vuota, e ci fu bisogno di forti educazioni a reagire, per rimettere al loro giusto posto gli imprescindibili valori affettivi. In questo contesto si può affermare che la corrente ascetica del cristianesimo ha creato per l’amore valori psichici che l’antichità pagana non avrebbe mai potuto conferirgli”.
Di contro, nella discussione sul celibato degli ultimi decenni sono stati sempre nuovamente svianti argomenti psicologici laicisti a occupare la scena. Così divenne solito udire da contemporanei poco illuminati che “rinunciare” alla sessualità non sarebbe affatto naturale. Alla base di questa affermazione c’è un concetto di natura totalmente sviante. Infatti che cosa può mai significare ciò? Forse che il Mahatma Gandhi era innaturale, lui che pur sempre aveva fatto voti corrispondenti al celibato? Forse che il Dalai Lama è innaturale? Sono forse tutti innaturali quegli uomini che, intenzionalmente o poiché in qualche maniera le cose sono andate così, vivono senza essersi sposati? Presso i greci la “natura dell’uomo” significava l’essenza di ogni uomo. Con ciò era spianata la via per la comprensione che ogni uomo ha una dignità che gli spetta in quanto uomo, una concezione che si impose universalmente solo in virtù delle religioni monoteistiche.
Ciò che spetta ad ogni uomo per natura è dunque soprattutto la dignità umana. Mai i greci dall’elevatezzza del loro grande pensiero sarebbero pervenuti all’idea che la natura sia in questo senso solo l’aspetto corporeo dell’uomo. Tali visioni ristrette, tali riduzioni naturalistiche vengono in primo piano e si impongono solo molto più tardi e vanno conseguentemente a sfociare, come tutti sappiamo, nelle definizioni razzistiche dell’uomo, che vedevano l’uomo autentico realizzato solo in una ben determinata razza. Il concetto di razza del nazionalsocialismo ebbe la conseguenza pratica che la prosecuzione di questa razza, la procreazione di essa, aveva la massima priorità. Le madri venivano ufficialmente premiate per i loro tanti figli. Qui allora non ci si può stupire che i nazionalsocialisti nel quadro di questa consequenziale battaglia contro la Chiesa cattolica discriminassero il celibato come “innaturale” e nei cosiddetti processi contro la moralità del 1936 e 1937 tentassero di screditare ufficialmente preti e monaci come omosessuali o come sessualmente devianti in altre maniere.
Così si può vedere che il concetto di natura nell’epoca moderna in molteplici modi è stato abusato, manipolato ideologicamente. “Innaturale” era un grido di battaglia delle dittature totalitarie contro la religione e tutto ciò che andava d’accordo con essa.
Purtroppo non si può dire che questa tradizione culturale dell’accusa di “innaturale” oggi non continui a sopravvivere. La frase dello scrittore Bertold Brecht nell’anno 1955: “E’ ancora fecondo il grembo da cui ciò sgusciò fuori” ha sempre un’attualità non sminuita. Ovviamente nessuno parla più di razza, ma tuttavia il culto pagano del corpo celebra nel frattempo nuovamente con esultanza i suoi successi. Talvolta si ha l’impressione che attraverso il mantenimento di un corpo sano e in forma gli uomini vogliano in qualche modo assicurarsi qualcosa come la vita eterna. Il corpo diventa il simbolo della messinscena di se stessi, in una società che diventa sempre più narcisistica. La capacità di esercitare un potere di attrattiva sessuale diventa il criterio decisivo per il proprio valore sul mercato. La relazione sessuale stessa è di valore subordinato, essa fallisce se il partner non arreca più quell’ammirazione che il proprio ego richiede. Così il nuovo culto del corpo produce infelicità di milioni di persone, a tappeto, giacché tutto il progetto non può che fallire per il semplice banale fatto che ogni uomo invecchia. Tuttavia proprio perché l’uomo rimuove questo lato oscuro dei suoi sforzi indefessi ma senza senso, ecco che una forma di vita come quella del celibato, che controbatte conseguentemente gli assurdi dogmi dell’universale idolatria del corpo, è una particolare provocazione.
Così si torna a por mano, senza realmente saperlo, al vecchio trucco dei nazisti e si discrimina il celibato come “innaturale”, cosa che sottintende il dichiarare se stessi, con le proprie relazioni sessuali sempre cangianti, sempre insoddisfatte, che ci si dichiari in tal modo indirettamente come totalmente “naturali”. Così l’attacco aggressivo contro il celibato con il termine da battaglia di “innaturale” è adatto ad elaborare le neurotiche insoddisfazioni nei confronti del proprio progetto di vita. In fondo potrebbe essere totalmente indifferente, per un uomo sano, tranquillo con se stesso, se altri uomini rinuncino alla sessualità volontariamente o costretti da malattie o situazioni simili. Ciò sarebbe in fondo propriamente soltanto affare loro. La massiccia aggressione con cui talvolta vengono portati avanti tali attacchi è però, in termini psicologici, un segno del fatto che l’aggressore stesso potrebbe avere un qualche problema con l’esperienza concreta della propria sessualità, un problema che egli però non vuole ammettere a se stesso.
C’è però anche la variante del tutto non neurotica dell’accusa di “non naturalità” del celibato. E’ questa la versione “macho”. Ecco qua uomini che al grido di “Avanti con il sesso!” si precipitano sul mondo delle donne a valanga. Simili “padroni del creato” , che eternamente si ostinano a non diventare adulti, insistono sul fatto che se a loro viene l’impulso “naturale”, la donna deve stare a loro disposizione. Tutto ciò che si comporta diversamente da ciò, lo reputano come totalmente “innaturale”. E’ un merito, una conquista del movimento internazionale delle donne, che la “violenza nel matrimonio” nel frattempo in molte nazioni della terra sia divenuta un reato punibile legalmente. Costringere le donne al sesso con la motivazione che la propria natura adesso spinge uno a fare questo viola la dignità della donna e la sua autodeterminazione sessuale. Perciò io come psicoterapeuta dico: “Chi non può rinunciare alla sessualità, non è idoneo al matrimonio”. Se la donna – oppure l’uomo – non vuole, o a causa di una malattia o di qualcos’altro non può, allora una coppia di coniugi matura deve essere in grado di rinunciare per un certo tempo alla sessualità. Una cosa del genere i nostri “machos” immaturi solo difficilmente la possono attuare.
La sessualità umana funziona appunto non come una pentola a pressione, in cui semplicemente con l’ausilio di una donna la pressione sessuale può venir lasciata fuoriuscire. Simili fraintendimenti della sessualità, immaturi e pieni di disprezzo della persona, che riescono a vedere la donna oramai solamente come oggetto della soddisfazione dei propri impulsi, feriscono la dignità della donna e la sua autodeterminazione sessuale, ma giocano un grande ruolo nella critica al celibato. La sessualità adulta non è mai semplicemente “naturale” in maniera grossolana. La natura dell’uomo è sempre già umanamente coltivata. In un matrimonio adulto, maturo, i partner fanno attenzione anche ai bisogni dell’altro. Ci sono diversi motivi per cui temporaneamente o durevolmente anche in un matrimonio il vivere totalmente la sessualità genitale non è possibile, sia per una malattia temporanea, o sia per un impedimento durevole. In questo senso vale il principio: chi non può rinunciare alla sessualità, non è idoneo al matrimonio. Tuttavia una partnership davvero matura non viene distrutta da questo fatto, bensì talvolta persino arricchita. Innaturale la vita celibataria lo diventa solo allorquando l’esser da solo diventa un egoismo chiuso in sé o una narcisistica messinscena di sé. Da una tale “incurvatio in seipsum” in contraddizione con la vera natura dell’uomo non è però immunizzato nemmeno l’uomo sposato.
Così l’affronto del celibato non dovrebbe concentrarsi soltanto sulle questioni della sessualità genitale, ma si dovrebbe invece vedere il celibato come una determinata forma di relazione che unisce una profonda relazione con Dio con una buona relazione con gli uomini affidati all’opera ministeriale del sacerdote.
La psicanalista Eva Jäggi nel suo libro sulla “Esistenza da single” ha definito l’uomo che con consapevolezza di sè vive da solo come particolarmente importante anche per tutti gli uomini che vivono in una partnership , poiché egli renderebbe chiaro anche a questi uomini che essi non sono semplicemente funzione di una relazione, ma hanno invece un loro valore proprio. Nel caso delle relazioni che finiscono, per qualunque motivo ciò accada, non di rado per l’uomo che viene lasciato solo la solitudine è particolarmente pesante. Allora il sapere che ci sono uomini che hanno scelto questo stato volontariamente dà, in simili situazioni, forza e rende più coraggiosi. Per il resto, anche storicamente l’elevata stima del celibato per amore del regno dei cieli ha avuto effetti di emancipazione per le donne, poiché esse così poterono percorrere una strada propria, non erano più socialmente riconosciute soltanto se si sottoponevano come moglie ad un marito.
Quando per la Pontifica Accademia per la vita” nel 2003 organizzai un congresso in Vaticano sull’abuso di bambini e ragazzi da parte di preti e religiosi, si pervenne a risultati toccanti. I più noti specialisti internazionali invitati in gran parte non erano cattolici. Quando nella questione circa la valutazione dei rischi emerse il criterio del “deficit di intimità”, sorse dal pubblico la domanda se allora non fosse il celibato un problema. Allora prese la parola Bill Marshall, uno dei terapeuti del crimine più famosi su scala mondiale, noto ateo professo con molta simpatia per la Chiesa. Egli disse che questo era un fraintendimento. Egli partiva dal presupposto che un prete cattolico ha un’intima relazione con Dio. E quando uno psicoterapeuta cattolico molto esperto nella terapia sui sacerdoti osservò che per vivere il celibato si dovrebbe insegnare di più circa la sessualità ai candidati al sacerdozio, chiese la parola lo specialista di valutazione dei rischi certamente più noto internazionalmente, il canadese Karl Hanson: egli riteneva che per vivere il celibato si dovrebbe piuttosto approfondire la sua spiritualità.
In base alla mia esperienza terapeutica io posso solamente confermare che l’inaridirsi della vita spirituale spesso è precedente alla “crisi del celibato”. Se un prete non prega più regolarmente, se egli stesso non si confessa più, se egli dunque non ha più alcuna relazione vitale con Dio, allora egli in quanto prete non è più fecondo. Gli uomini infatti notano che da questo uomo di Dio non fuoriesce più alcuna forza dello Spirito di Dio. Questo soltanto basta a condurre poi ulteriormente nel prete colpito ad uno stato di frustrazione e di insoddisfazione rispetto alla sua vocazione di sacerdote. Se poi in una simile situazione si offre una relazione esterna, allora il prete è massimamente esposto al rischio che le dighe in ogni caso già decrepite, divenute friabili, si sbriciolino definitivamente. Viceversa invece un prete vitale, che vive la sua fede in maniera convincente, davanti a sé e davanti agli altri, è un pastore d’anime fecondo, che così può anche vivere con gioia la sua attività pastorale. Importante per i sacerdoti è anche l’ascoltare le confessioni sacramentali dei fedeli, che costituiscono un contatto esistenziale con le persone. Il celibato rende il prete libero per contatti pastorali intensi. Ma questa libertà in favore delle persone il prete deve poi anche utilizzarla. Un celibato semplicemente “dietro la scrivania” oppure una vita da funzionario, che trascura il piano delle relazioni umane, in termini psicologici è più difficilmente vivibile. Un pastore d’anime zelante ha addirittura più esperienza di vita di certi uomini sposati. Non corrisponde affatto al vero quello che talvolta si sente dire, e cioè che un pastore d’anime sposato potrebbe accompagnare e guidare meglio le persone sposate. Un pastore d’anime sposato, così come uno psicoterapeuta sposato, corre sempre il rischio di rivivere inconsciamente e di far agire nel caso presente davanti a lui le esperienze del suo proprio matrimonio. Perciò egli ha bisogno, in genere, di una supervisione, per evitare rischi simili. Invece un buon pastore d’anime ha una ricca esperienza esistenziale con tantissime vicende matrimoniali. E da tutto ciò egli può attingere allora per certi casi più difficili. Ciò spiega la straordinaria fecondità degli scritti del papa Giovanni Paolo II sul matrimonio. Inoltre anche amicizie del tutto normali sono importanti per rimanere con i piedi per terra. Il celibato non deve diventare un monastero da eremiti. Sant’Agostino ha sempre ritenuto meritevole di raccomandazione se preti celibatari vivono insieme in una stessa casa. Questo viene oggi ripreso nuovamente in molti luoghi. Una simile comunità domestica, che è anche una comunità spirituale, rende possibile meglio la necessaria “correctio fraterna”, la critica finalizzata al bene dell’altro, che anche all’interno di un matrimonio fa sì che non ci si distanzi l’uno dall’altro. In questa maniera diventa chiaro che il celibato non significa davvero isolamento, solitudine, ma invece esser liberi per le persone e per un compito speciale. Certo, ad un prete per la sua vitalità sono negati certi campi di attività. Egli non svilupperà certe abilità, come quella di cambiare i pannolini ai bimbi piccoli, di governare e guidare con maestria le imprevedibilità dei rampolli in età di pubertà, e di mostrare l’intensità di dedizione che forgia un matrimonio. Per questo è ancor più importante che egli faccia diventare feconda la sua vitalità nell’ambito spirituale. Una volta il parroco era spesso l’unico ad aver compiuto studi universitari. La sua formazione culturale si irradiava tutt’intorno nel suo ambito di vita immediato. Preti che conducono una vita culturalmente animata, che si aprono secondo le possibilità all’arte e alla cultura e partecipano ad alto livello ai dibattiti culturali del tempo, possono vivere il celibato anche come sorgente di speciale vivacità culturale e spirituale. Così il celibato non è certamente una cosa per caratteri deboli e pallidi. Soprattutto però esso non è cosa per narcisisti, che girano psichicamente solo attorno a se stessi e si interessano solo di se stessi. Non eventuali anormalità sessuali sono il problema più frequente nella scelta e nella candidatura di nuovi sacerdoti, ma il narcisismo. Giacchè la “professione” del prete è per il narcisista una tentazione quasi invincibile. Rivestirsi di abiti da cerimonia e tenere prediche ad altre persone, prediche a cui non si può replicare, questo è per il narcisista addirittura il compimento di tutti i desideri. Tuttavia una soddisfazione autentica rimane esclusa, come nel caso di qualsiasi desiderio avido. Ma il prete deve avere una mentalità esattamente opposta. Egli si deve interessare soprattutto di altre persone e delle loro necessità e dietro il brillare delle sue parole deve rendere visibile lo splendore di Dio, e non la sua propria fioca luce.
Per riconoscere simili caratteristiche è meglio di tutti i test psicologici l’accurata osservazione in Seminario. E’ in grado un candidato al sacerdozio di sviluppare un feeling, una sensibilità nei confronti delle altre persone? Prende parte, con un certo calore del cuore alla vita e alle sofferenze degli altri? Oppure non fa altro che girare attorno a se stesso e utilizza gli altri per manipolarli per il proprio vantaggio? E nel caso che gli piovano addosso delle critiche si mostra esageratamente ferito, magari persino con scoppi di “furore narcisistico” senza misura?
Infine vogliamo aggiungere ancora una riflessione sociologica, da cui scaturiscono incisivi problemi psicologici: Il progetto delle convivenze a tempo, delle partnership solo per un tratto di esistenza, ha nel frattempo in Europa condotto a far sì che ci siano sempre più dei cosiddetti “single”. Il più alto “valore di mercato” sussiste tra i diciotto e i ventinove anni, dopo ci si sforza di mettere in luce ancora una certa giovinezza artificiale. E infine dopo numerose relazioni naufragate si rimane soli e ci si ritrae dalla vita, delusi. In questa maniera la nostra società del benessere non produce di certo alcuna felicità. Tuttavia non ci si deve illudere che una volta le cose andassero in modo del tutto diverso. Il matrimonio, propriamente, ha avuto una elevata congiuntura solo negli ultimi cent’anni. Duecentocinquant’anni fa solo all’incirca il trenta per cento della popolazione era sposata, poiché ci si poteva sposare solo se erano dati i corrispondenti presupposti economici. I maestri e le maestre spesso, anzi perlopiù, non erano sposati, gli impiegati anche, e così via. Così in quel tempo il celibato non era affatto così estraneo, in una società in linea di massima sposata. Oggi la situazione si avvicina nuovamente alle condizioni di un tempo. Solamente che un tempo i singles prendevano parte più intensamente alla vita della comunità. Di contro il problema dei singles che oggi trascinano avanti la loro vita da soli in piccoli appartamenti di città è nel frattempo riconosciuto. Si tratta di una cultura dell’esistenza da single che sia piena di senso. Ed ecco che allora ci si rivolge nuovamente volentieri, talvolta, alle buone esperienze che i celibatari lungo i secoli hanno fatto con la loro vita da celibi per amore del regno dei cieli. Anche la Regola di S. Benedetto è, per ogni psicoterapeuta spiritualmente desto, un patrimonio, uno scrigno prezioso pieno di saggi consigli, per suggerire come l’esser da solo del monaco possa venir messo in equilibrio con il vivere in comunità. Così il rispetto per il celibato in una società divenuta piena di singles è addirittura un segno per indicare l’umanità e la liberalità di questa società. Il Mahatma Gandhi, che ha emesso egli stesso un “voto di celibato” e fino alla fine della sua vita ha vissuto senza matrimonio e interamente dedito alla sua missione, ha detto che una società che non ha simili uomini è una società povera.
Il celibato costituisce oggi come ieri, per uomini psichicamente sani, la chance di una vita spiritualmente animata, emozionante, vivace, piena di fecondità spirituale. E per la Chiesa un prezioso dono di Dio ad essa – per il quale noi certamente dobbiamo sempre nuovamente pregare.

lunedì 15 marzo 2010

Incontro del Papa con i Luterani

L’ecumenismo non si è fermato, anche se ancora ci sono divisioni e diffidenze; anzi, proprio cattolici e protestanti portano la colpa delle loro divisioni. È dedicata all’ecumenismo, la quarta domenica di Quaresima. Papa Benedetto va alla Christuskirche, la Chiesa luterana di Roma già visitata, nel 1983, da Giovanni Paolo II; e ricorda che “l'unità non può essere fatta dagli uomini, dobbiamo affidarci al Signore, solo lui ci porterà all'unità”. Oggi dice Benedetto XVI “non possiamo bere dallo stesso unico calice, non possiamo stare insieme intorno all’altare. Questo ci deve rendere tristi perché è una situazione peccaminosa”. D’altra parte, “siamo noi che abbiamo distrutto la nostra unità, abbiamo diviso l'unico cammino in tanti cammini”. Ma se oggi un Papa è in questa chiesa “è perché ascoltiamo la stessa parola di Dio, l'unico Cristo, rendendo testimonianza dell'unico Cristo”.
È accolto dalle note del Jubilate Deo di Mozart e dagli applausi dei presenti, il Papa; momento importante di dialogo tra cattolici ed eredi di quel monaco di Eisleben, Martin Lutero, che nel 1517 diede vita alla più dolorosa scissione del cristianesimo, affiggendo al duomo di Wittenberg le sue 95 tesi. Nel 1999 sono state ufficialmente cancellate le reciproche scomuniche grazie alla Dichiarazione di Augusta, nella quale cattolici e luterani hanno trovato un consenso sulle verità fondamentali della dottrina della giustificazione, affermando che “non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell’opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere buone opere”. Certo cattolici e luterani hanno ancora ostacoli sul cammino dell’unità, ma è bello “che oggi possiamo pregare insieme, insieme intonare gli stessi canti, insieme ascoltare la stessa la parola di Dio”.
Ad accogliere il Papa il pastore luterano Jens-Martin Kruse: le Chiese cristiane, pur nelle loro “divisioni e oppressioni”, devono cercare di essere vicine le une alle altre specie nei momenti di sofferenza e di dolore. Velato riferimento alle difficoltà che la chiesa sta vivendo in Germania a causa dello scandalo degli abusi sessuali compiuti su minori, abusi che vedono sotto accusa sacerdoti cattolici ma, secondo alcuni giornali tedeschi, anche ministri protestanti.
“Noi cristiani – ha detto ancora il pastore luterano – siamo esortati dall’apostolo Paolo a non procedere gli uni accanto agli altri, ma insieme. A prestare attenzione gli uni agli altri. Ad esserci, gli uni per gli altri. Ad aiutare a portare pesi, quando le forze dell’altro scemano. E nella tribolazione, a rafforzarci vicendevolmente”.
Benedetto XVI nel suo discorso, ha ricordato l'immagine evangelica del chicco di grano che muore e dà frutti. “Una persona che ama la sua vita la perderà ma quello che prende la croce e segue Gesù avrà la vita eterna”. Un discorso, ha spiegato il Papa tralasciando il testo scritto, che non ci piace: “ci domandiamo se dobbiamo odiare la nostra vita. In realtà possiamo e dobbiamo essere pieni di gratitudine per quello che Dio ci dà: se il Signore ci dice che dobbiamo odiare in qualche modo la nostra vita, vuole farci capire che la mia vita non è solo per me, se la voglio solo per me non la trovo ma la perdo. La vita non è ricevere ma darsi. Se non ci diamo all'altro non possiamo ricevere”.
Il tema del perdono attraverso il quale si ritrova la gioia della comunione, il riconciliarsi con Dio e in Dio, il Papa l’ha sviluppato soprattutto la mattina di domenica, nel discorso alla preghiera mariana dell’Angelus. Ha ricordato la parabola del figlio prodigo, il figlio minore che torna e per il quale il padre uccide il vitello grasso per il banchetto di festa, mentre il figlio maggiore contesta la scelta paterna.
Siamo un po’ tutti dei figli maggiori nei nostri comportamenti; non ci rendiamo conto che nella festa del ritorno, il padre, Dio, ridà all’uomo mediante il suo perdono, la dignità perduta, la dignità del figlio.
La volontà di essere autonomo, indipendente, la ricerca di una libertà dal padre, anima la scelta del figlio più giovane. Il suo ritorno è ritmato dalla paura di essere rifiutato, giudicato. Ma il padre annulla la lunga separazione nel perdono, nell’impazienza di chi ha atteso quel momento e ora gioisce. Il figlio maggiore, invece, è vinto dalla rabbia, è incapace di comprendere il gesto paterno, la gratuità del dono.
Dice il Papa: questa parabola “costituisce un vertice della spiritualità e della letteratura di tutti i tempi. Che cosa sarebbero la nostra cultura, l’arte, e più in generale la nostra civiltà senza questa rivelazione di un Dio padre pieno di misericordia”. Un testo, afferma ancora Benedetto XVI, che ha il potere “di parlarci di Dio, di farci conoscere il suo volto, meglio ancora, il suo cuore”. Nella parabola possiamo anche leggere momenti diversi del rapporto dell’uomo con Dio; c’è la fase dell’infanzia, “una religione mossa dal bisogno, dalla dipendenza. Via via che l’uomo cresce e si emancipa, vuole affrancarsi da questa sottomissione e diventare libero, adulto, capace di regolarsi da solo e di fare le proprie scelte in modo autonomo, pensando anche di poter fare a meno di Dio”. Fase delicata, afferma il Papa; può portare all’ateismo, “ma anche questo, non di rado, nasconde l’esigenza di scoprire il vero volto di Dio”. Se noi ci allontaniamo, ci perdiamo, Dio “continua a seguirci col suo amore, perdonando i nostri errori e parlando interiormente alla nostra coscienza per richiamarci a sé”. Dio non viene mai meno alla sua fedeltà verso l’uomo.
I due figli, ricorda ancora Benedetto XVI, si comportano in maniera opposta: “il minore se ne va e cade sempre più in basso”, mentre il maggiore che rimane a casa, “ha una relazione immatura con il padre” e quando torna il fratello non è felice. Sono due modi immaturi di rapportarsi con Dio, commenta il Papa: “la ribellione e una obbedienza infantile. Entrambe queste forme si superano attraverso l’esperienza della misericordia. Solo sperimentando il perdono, riconoscendosi amati di un amore gratuito, più grande della nostra miseria, ma anche della nostra giustizia, entriamo finalmente in un rapporto veramente filiale e libero con Dio”.
Fabio Zavattaro

Articolo di Mons. Versaldi sull'Osservatore Romano

Commento di monsignor Giuseppe Versaldi, Vescovo di Alessandria e Ordinario emerito di Diritto Canonico e Psicologia alla Pontificia Università Gregoriana, sul rigore di Papa Benedetto XVI nel combattere gli abusi nella Chiesa, pubblicato sull'edizione di questa domenica de "L'Osservatore Romano".
* * *

Qualche precisazione è opportuna a proposito degli abusi sessuali sui minori che in passato sono stati compiuti da appartenenti al clero cattolico e che ora, specialmente in alcuni Paesi, stanno venendo alla luce con grande evidenza su molti media. Innanzitutto, va ribadita la condanna senza riserve di questi gravissimi delitti che ripugnano alla coscienza di chiunque. Se poi questi crimini vengono compiuti da persone che rivestono un ruolo nella Chiesa - persone nelle quali viene riposta una speciale fiducia da parte dei fedeli e particolarmente dei bambini - allora lo scandalo diventa ancora più grave ed esecrabile. Giustamente la Chiesa non intende tollerare alcuna incertezza circa la condanna del delitto e l'allontanamento dal ministero di chi risulta essersi macchiato di tanta infamia, insieme alla giusta riparazione verso le vittime.

Ribadita questa posizione, va però sottolineato un accanimento nei confronti della Chiesa cattolica, quasi fosse l'istituzione dove con più frequenza si compiono tali abusi. Per amore della verità bisogna dire che il numero dei preti colpevoli di questi abusi è in America del nord, dove si è registrato il maggior numero di casi, molto ridotto ed è ancora minore in Europa. Se questo ridimensiona quantitativamente il fenomeno, non attenua in alcun modo la sua condanna né la lotta per estirparlo, in quanto il sacerdozio esige che vi accedano soltanto persone umanamente e spiritualmente mature. Anche un solo caso di abuso da parte di un prete sarebbe inaccettabile.

Tuttavia, non si può non rilevare che l'immagine negativa attribuita alla Chiesa cattolica a causa di questi delitti appare esagerata. C'è poi chi imputa al celibato dei sacerdoti cattolici la causa dei comportamenti devianti, mentre è accertato che non esiste alcun nesso di causalità: innanzitutto, perché è noto che gli abusi sessuali su minori sono più diffusi tra i laici e gli sposati che non tra il clero celibatario; in secondo luogo, i dati delle ricerche evidenziano che i preti colpevoli di abusi già non osservavano il celibato.

Ma è ancora più rilevante sottolineare che la Chiesa cattolica - a dispetto dell'immagine deformata con cui la si vuole rappresentare - è l'istituzione che ha deciso di condurre la battaglia più chiara contro gli abusi sessuali a danno dei minori partendo dal suo interno. E qui bisogna dare atto a Benedetto xvi di avere impresso un impulso decisivo a questa lotta, grazie anche alla sua ultraventennale esperienza come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non va infatti dimenticato che proprio da quell'osservatorio il cardinale Ratzinger ha avuto la possibilità di seguire i casi di abusi sessuali che venivano denunciati e ha favorito una riforma anche legislativa più rigorosa in materia.

Ora, come supremo pastore della Chiesa, il Papa mantiene anche in questo campo - ma non solo - uno stile di governo che mira alla purificazione della Chiesa, eliminando la «sporcizia» che vi si annida. Benedetto xvi si dimostra, dunque, un pastore vigilante sul suo gregge, a dispetto dell'immagine falsata di uno studioso dedito soltanto a scrivere libri il quale delegherebbe ad altri il governo della Chiesa, secondo uno stereotipo che qualcuno, purtroppo anche all'interno della gerarchia cattolica, vorrebbe accreditare. È grazie al maggiore rigore del Papa che diverse conferenze episcopali stanno facendo luce sui casi di abusi sessuali, collaborando anche con le autorità civili per rendere giustizia alle vittime.

Appare dunque paradossale rappresentare la Chiesa quasi fosse la responsabile degli abusi sui minori ed è ingeneroso non riconoscere a essa, e specialmente a Benedetto xvi, il merito di una battaglia aperta e decisa ai delitti commessi da suoi preti. Con l'aggiunta di un altro paradosso: quando la Chiesa saggiamente stabilisce norme più severe per prevenire l'accesso al sacerdozio di persone immature in campo sessuale, in genere viene attaccata e criticata da quella stessa parte che la vorrebbe principale responsabile degli abusi sui minori. La linea rigorosa e chiara assunta dalla Santa Sede deve invece essere recepita nella Chiesa - e non solo - per garantire la verità, la giustizia e la carità verso tutti.

Diritto comparato



Ad Alessandria un seminario sul diritto comparato:

Si è aperto con la lezione del Rabbino Capo di Torino, rav Moshe Somekh, il seminario pubblicistico transnazionale "Famiglia, Religioni e Diritto Interculturale" promosso dall'Accademia I.S.A. (Interreligious Studies Academy) di Milano e realizzato con la collaborazione dei proff. R.Mazzola, E.Grande, e B. Gardella dell'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", Facoltà di Giurisprudenza.
Il seminario traccia un percorso interculturale e interreligioso sul diritto di famiglia attraverso la voce di esperti accademici e rappresentanti religiosi delle tre Rivelazioni del Monoteismo Abramico: Ebraismo, Cristianesimo e Islam, che insieme cercheranno di coniugare l'analisi tecnica e gli aspetti dottrinali propri di ciascuna Tradizione religiosa, facendo emergere spunti di riflessione ed elementi di confronto, nell'ottica di una piena integrazione delle religioni nella società contemporanea, senza omologazioni nè forzature identitarie.

Tra i temi trattati, il problema del riconoscimento dei matrimoni misti da parte della Chiesa cattolica, che verrà affrontato dal professor Tino Negri del Centro Peirone di Torino, e un focus sulla situazione del riconoscimento giuridico delle religioni in Italia affrontato dalla Dott.ssa Aisha Valeria Lazzerini (commissione Affari Giuridici della CO.RE.IS. Italiana).

Il ciclo di lezioni vedrà la partecipazione di giuristi e ricercatori provenienti da diversi atenei nazionali ed internazionali, e si concluderà con un intervento dell'Imam Yahya Pallavicini, vicepresidente della COREIS Italiana e presidente del Consiglio Superiore dell'ISESCO per la scienza, la cultura e l'educazione in Occidente, sulle prospettive della convivenza interculturale in Europa e nel Mediterraneo.

Appuntamento Martedì 16 Marzo con il Rabbino Capo di Genova, Giuseppe Momigliano, sul tema "Lo scioglimento del vincolo matrimoniale nel diritto ebraico".

Per informazioni e iscrizioni contattare la dott.ssa Donatella Ferrero, Accademia I.S.A., tel. 339 6174983 / email info@accademiaisa.it

mercoledì 10 marzo 2010

Informazione interculturale

COMUNICATO STAMPA

L’informazione interculturale in Piemonte è a “macchia di leopardo”

Convegno: 12 marzo 2010 – 9,30-13,30 - Circolo dei Lettori

La società locale vista attraverso i media del Piemonte resta fortemente arretrata nei confronti dell’intercultura, rivelandosi poco disponibile ad integrare le differenze anche nel linguaggio. Il cittadino immigrato resta ancora collegato in prevalenza alla dimensione della marginalità sociale e della devianza tanto nei grandi centri abitati che nelle province e solo sporadicamente si coglie l’impegno di cambiare registro. Persiste un ritardo e una difficoltà culturale a “normalizzare” il
discorso sull’Altro e abbattere pregiudizi.
Una situazione regionale a macchia di leopardo perché tra le molte zone grigie emergono anche numerosi casi di buone pratiche giornalistiche e di sperimentazioni che stanno andando nella direzione di un approccio multietnico. E’ questa la fotografia aggiornata e multifocale del rapporto tra sistema dei media piemontesi e la multiculturalità che emerge da una ricerca promossa dall’Istituto Paralleli nell’ambito del progetto “Antenna Informazione Interculturale” realizzata da tre docenti dell’Università di Torino con il sostegno della Regione Piemonte e dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Sarà presentata il 12 marzo al Circolo dei lettori, uno dei tre appuntamenti di “Melting News” che hanno coinvolto anche l’Associazione Stampa Subalpina e l’Ordine.
Dopo l’anno europeo dell’intercultura, il 2008, e a più di dieci anni da una precedente ricerca dedicata al rapporto tra intercultura e media piemontesi, l’Istituto Paralleli ritorna sull’argomento promuovendo un importante lavoro di ricerca realizzato da Marinella Belluati, Cristopher Cepernich e Michelangelo Conoscenti, docenti della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Il risultato, che dà l’avvio all’Antenna Informazione Interculturale, s’inserisce tra le iniziative della rete dell’Osservatorio nazionale sulla Carta di Roma (codice deontologico giornalistico sui richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti, sottoscritto dalla FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti).
Il lavoro, durato quasi tutto il 2009, ha affrontato il tema da molti punti di vista, sovrapponendo diversi piani di analisi allo scopo di ricostruire il quadro del dialogo interculturale in Piemonte sui media locali. Emerge così una fotografia aggiornata e multifocale del rapporto tra sistema dei media piemontesi e il modo di affrontare il discorso sull’Altro.
Un primo livello ha esplorato le esperienze dei giornalisti esperti della comunicazione multiculturale, ovvero di coloro che da anni si spendono per “forzare” categorie stereotipate di discorso e di portare il tema dell’interculturalità in primo piano nel dibattito pubblico. Le loro voci sono servite a ricostruire e ottenere una valutazione aggiornata della situazione e tracciarne una linea di tendenza. Un secondo piano ha monitorato come e quanto il sistema dei media locali consideri l’intercultura un elemento strutturale presente nelle pratiche quotidiane di lavoro. Attraverso un questionario inviato a tutte le 208 redazioni del Piemonte (stampa, radio e tv) si è ricostruito l’impegno e la capacità del sistema dei media locali di integrare persone ed esperienze competenti. Infine, un terzo aspetto indagato è stato quello del linguaggio giornalistico usato dalla stampa locale per parlare di intercultura e di immigrazione con gli strumenti della corpus linguistics, interpretando i dati forniti da software specifici con le parole chiave intercultura, extracomunitari, immigrati e rifugiati. Lo studio si è sviluppato seguendo tre assi principali: l’identificazione delle parole significative del dizionario mentale del lettore; la loro frequenza di utilizzo; la loro vicinanza ad altre parole significative (collocazioni).
In estrema sintesi, l’“Anno Europeo” è da considerarsi come un’opportunità persa in termini informativi. Dal corpus Extracomunitari emergono le aree riguardanti la “sicurezza”, il “lavoro” e gli “organi di polizia”. La frequenza di “problema” indica come la rappresentazione tenda ad essere di tipo negativo, dato confermato dai riferimenti, molto alti, alle istituzioni preposte al mantenimento dell’ordine pubblico, senza però indicare possibili soluzioni. È possibile inoltre osservare alcuni aspetti emotivi che toccano la sicurezza e la paura dei cittadini, rafforzando l’accezione allarmistica di Extracomunitari piuttosto che quella, ad esempio, di una risorsa positiva. Sebbene sia identificabile una sovrapposizione a livello semantico fra extracomunitario e immigrato, traspare come la maggior parte delle criticità e il ricorso a stereotipi siano accostabili ad extracomunitario. Si nota anche la formazione di una sorta di barriera tra Italiani/immigrati, in cui si percepisce una volontà, oltre che ad una necessità, di ridefinire il significato identitario dei primi. Dopo un lasso di tempo sufficientemente lungo, più di vent’anni di esperienza sociale sul territorio con il fenomeno del discorso interculturale e dei soggetti che ne sono portatori, dalla ricerca emerge dunque un ritardo e una difficoltà ormai strutturali nel modo di affrontare il tema degli immigrati, dei “nuovi cittadini”.
La società locale vista attraverso i media, resta fortemente arretrata e poco disponibile ad integrare le differenze anche a livello di discorso. Un primo dato che guida l’analisi è che solo la metà delle redazioni locali hanno risposto al questionario e di essi solo un quarto rivela una certa disponibilità ad includere l’intercultura nella propria offerta e a dotarsi di strumenti per farlo nel migliore dei modi. Si tratta in molti casi di una situazione di difficoltà produttive e di
scarsità di risorse economiche, aspetti che rendono difficile costruire altri modi di informare. In altri casi, spiace dirlo, persiste un ritardo e una difficoltà culturale a “normalizzare” il discorso sull’Altro. Il discrimine spesso è dato dalle politiche pubbliche per l’integrazione che, laddove sono più evidenti, producono discorsi pubblici migliori anche sui media. Nei contesti in cui l’intervento amministrativo è rimasto scarso, lo sono spesso anche i modi di affrontare la
questione. La situazione complessiva, seppure critica, impone anche di vedere le positività legate alle dinamiche di comunità. Soprattutto al di fuori dell’area metropolitana, le redazioni locali mostrano una certa propensione ad occuparsi degli aspetti di integrazione di successo quando questi hanno ricadute positive sulla vita locale. Lo dimostra il fatto che le agende dei media locali sono disposte ad includere le good news di cui sono portatori gli stranieri e le loro iniziative soprattutto se sono legate ad eventi pubblici di interesse locale. La strada però è lunga e le resistenze sono molte, da qui l’urgenza di un confronto che coinvolga tutti i protagonisti e di cui il convegno spera di essere un primo passo.

martedì 9 marzo 2010

Nigeria

PREOCCUPAZIONE E ORRORE VIOLENZE IN NIGERIA

CITTA' DEL VATICANO, 9 MAR. 2010 (VIS). Il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Padre Federico Lombardi, S.I., ha espresso ieri "preoccupazione e orrore" di fronte ai gravi fatti di violenza avvenuti in Nigeria, dove pastori nomadi di religione musulmana dell'etnia Fulani, hanno ucciso cinquecento cristiani di etnia Berom, nei villaggi della parte centro settentrionale del Paese.

Padre Lombardi ha precisato che la lettura che viene data degli avvenimenti è che "non si tratti di scontri di natura religiosa, ma sociale".

L'Arcivescovo John Olorunfemi Onaiyekan, di Abuja (Nigeria), in una dichiarazione resa alla Radio Vaticana ha affermato che: "Si tratta del classico conflitto tra pastori e agricoltori, solo che i Fulani sono tutti musulmani e i Berom sono tutti cristiani. Facilmente la stampa internazionale è portata a dire che sono i cristiani e i musulmani ad uccidersi. Ma non è questo il caso, perché non si uccide a causa della religione, ma per rivendicazioni sociali, economiche, tribali, culturali. Le vittime sono povera gente che non sa, che non ha niente a che fare con tutto questo e che non ha alcuna colpa. Dal punto di vista della Chiesa, continuiamo a lavorare per promuovere buone relazioni fra cristiani e musulmani e cerchiamo anche di metterci d'accordo nel tentare di domare la violenza e di impegnarci assieme per affrontare i problemi concreti, politici ed etnici".

"Preghiamo per la pace, per il buon governo, per la verità" - ha concluso l'Arcivescovo - "E preghiamo anche che la gente riconosca che l'unico modo di sopravvivere in questo Paese è che ci si riconosca come fratelli e cittadini dello stesso Paese".

sabato 6 marzo 2010

Cristo nel cinema


"Il figlio dell'Uomo e la figlia dell'Arte" è il nome del percorso proposto dal Centro Culturale salesiano.

Da "The Passion" di Mel Gibson al recente "Lourdes" dell'austriaca Jessica Hausner
(di Massimo Camussi).
Sugli schermi del cinema il Messia ha avuto il volto ferito e sofferente di James Caviezel in “The Passion” di Mel Gibson, e quello austero, in bianco e nero, del catalano Enrique Irazoqui, nel “Vangelo Secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini. Gesù Cristo, con la sua capacità di parlare al cuore della persona umana, ha affascinato decine di registi ed è stato la prova più difficile e avvincente per altrettanti attori che lo hanno interpretato.
A tutti coloro che vogliono capire come la fede possa passare attraverso una pellicola è rivolto il corso “Il figlio dell'Uomo e la figlia dell'Arte”, promosso dal Centro Culturale Salesiano, in collaborazione con Iris Film Distribution, in programma dal 15 marzo al 12 maggio presso la sede del Centro, in viale dei Salesiani 19,quartiere Cinecittà.
Undici incontri con proiezioni dei film, analisi delle scene con esperti di cinematografia e teologia, dibattiti. «Gesù ha conquistato il cinema - spiega il curatore del corso Christian Lelli, presidente della Iris Film, già docente presso la Scuola Nazionale di Cinema di Cinecittà - perché la sua è senz'altro la storia d'amore più bella che si possa raccontare». Si parte a marzo studiando insieme
agli esperti il cinema “sindonologico”, ovvero le pellicole che raccontano il vissuto del Cristo: i segni, il sacrificio e la morte visti con l'occhio dei maestri come Pasolini o Roberto Rossellini, oppure partendo dalla straordinaria esperienza di Maria e Giuseppe nel meno conosciuto ma molto apprezzato “Nativity”, di Catherine Hardwicke.
La seconda parte del corso sarà dedicata alla figurae Christi, il Cristo nascosto: Gesù che si rivela dietro al volto di altri personaggi. Dal sacerdote gesuita interpretato da Jeremy Irons in “Mission” di Roland Joffé; a Don Pino Puglisi, prete siciliano impegnato nella lotta alla mafia, ucciso a Palermo nel 1993 e protagonista del film “Alla luce del Sole” di Roberto Faenza; fino ad arrivare al più recente “Lourdes”, la natura dei miracoli secondo la regista austriaca Jessica Hausner. «È interessante notare come registi non credenti - continua Christian Lelli - lontani dal rischio del devozionismo, tendano a “romanzare” meno di altri la vita di Cristo, attenendosi di più alle Scritture.
Lo stesso Pasolini sceglie di usare solo le parole di Matteo: era fermamente convinto di non poter scrivere, per il suo film, qualcosa di meglio del testo evangelico». L'obiettivo dell'intero ciclo è analizzare la figura di Gesù in tutte le sue forme, e approfondire l'impatto che avuto il suo messaggio di salvezza nelle società di tutti i tempi.
«Proponiamo uno studio senz'altro molto particolare della figura di Cristo - conclude Lelli -. Approfondiamo il messaggio cristiano attraverso le immagini. Sfruttiamo un binario mediatico, ma cercheremo di parlare di Gesù con correttezza, affetto e rigore, a differenza di ciò che a volte, purtroppo, si vede in televisione». Chiunque voglia iscriversi al corso o più semplicemente ricevere informazioni può telefonare al Cinema Teatro Don Bosco di Roma: 06.71587612.

Piraterie informatiche

Démantèlement d'un réseau d'ordinateurs "zombies"

L'Espagne a annoncé mercredi 3 mars avoir désactivé le plus vaste réseau mondial "d'ordinateurs zombies", avec plus de 13 millions de machines piratées, contrôlées à l'insu de leurs propriétaires par trois Espagnols qui ont été arrêtés.

Ces ordinateurs pouvaient être contrôlés ou manipulés à distance après voir été affectés par un programme spécial, pour ensuite envoyer des courriers indésirables (pourriels ou spams) à d'autres ordinateurs, réaliser des cyber-attaques ou encore fournir aux délinquants les données bancaires de leurs propriétaires.

Coordonnées bancaires et codes d'accès personnels


Le chef de ce réseau, un Espagnol de 31 ans résident au Pays Basque, disposait sur son ordinateur des données personnelles de plus de 800.000 personnes piratées, a indiqué le commandant Juan Salom, responsable de l'enquête qui a été menée en collaboration avec le FBI américain.

Il s'agissait notamment de coordonnées bancaires électroniques et de codes d'accès personnels. Mais les enquêteurs n'ont pas encore déterminé si ces données avaient pu être exploitées économiquement par le cyber-délinquant.

Les millions "d'ordinateurs zombies", répartis dans plus de 190 pays, étaient des ordinateurs de particuliers, d'entreprises privées ou d'organismes publics. Les enquêteurs n'ont pas souhaité fournir de détails sur l'identité des entreprises et organismes affectés.

"Une cyber-attaque bien supérieure à celle en Estonie"


Le responsable du réseau était en fait un petit délinquant, qui n'avait pas un grand train de vie mais réussissait à vivre de son activité, en "louant" notamment son réseau "d'ordinateurs esclaves" à des tiers.

"Nous avons eu de la chance que ce réseau soit entre les mains d'une personne qui n'était pas consciente de son potentiel en matière de délit", a déclaré le commandant Salom. "Avec ce réseau, on aurait pu réaliser une cyber-attaque bien supérieure à celles réalisées contre l'Estonie ou la Georgie" a estimé la garde civile.

Des attaques par "déni de service" consistant à inonder le serveur d'un site web de requêtes jusqu'à obtenir sa paralysie, avaient été enregistrées en 2007 contre plusieurs institutions et sociétés estoniennes, puis en 2008 contre des sites officiels georgiens.

Un réseau baptisé Mariposa


Le réseau espagnol, baptisé "Mariposa" (papillon en espagnol, ndlr) a été détecté en mai 2009 par des techniciens d'une entreprise canadienne, Defence Intelligence. Le FBI américain a alors commencé à enquêter et découvert qu'un Espagnol pouvait être impliqué, puis a saisi la garde civile espagnole.

Le réseau "d'ordinateurs zombies" a été désactivé en décembre 2009, "de manière coordonnée au niveau international". Après cette neutralisation, une importante attaque informatique contre l'entreprise Defence Intelligence a eu lieu, ce qui a été interprété par la garde civile comme une "vengeance" de la part des cyber-délinquants.

Le responsable du réseau, connu sous les noms de "netkairo" ou "hamlet1917", a été arrêté en février à son domicile de Balmaseda au Pays Basque. Les deux autres Espagnols, âgés de 30 et 25 ans, ont été arrêtés dans les régions de Murcie (sud-est) et de Galice (nord-ouest). Une quatrième personne, de nationalité vénézuélienne, pourrait être impliquée.

AFP

Photo de Definitive HDR/CC/Flickr

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