domenica 14 giugno 2009

Galileo

Intervista al sottosegretario del Pontificio Consiglio per la cultura


di Carmen Elena Villa

ROMA, martedì, 9 giugno 2009 (ZENIT.org).- L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha dichiarato l’anno 2009 come Anno dell’astronomia, in occasione della commemorazione del quarto centenario della nascita del telescopio.

Perché alcuni dicasteri della Chiesa e alcune istituzioni religiose si uniscono alle celebrazioni dell’Anno dell’astronomia proposto dalle Nazioni Unite?

La pubblica opinione in generale manifesta una sorta di “allergia istintiva” ogni volta che si parla del caso della condanna della Chiesa a Galileo Galilei. Viene visto come un “santo laico”, come un “martire della scienza” e la Chiesa come la “grande inquisitrice” di questo genio dell’astronomia.

Il caso di Galileo è citato anche nel libro “Angeli e Demoni” di Dan Brown, il cui film è stato lanciato in tutto il mondo lo scorso 13 maggio.

ZENIT ha parlato con monsignor Melchor Sánchez de Toca, sottosegretario del Pontificio Consiglio della Cultura e coautore del libro “Galileo e il Vaticano”, su quei miti storici e sulle verità storiche del processo che la Chiesa ha svolto su questo controverso personaggio.

Parliamo un po’ delle leggende nere di Galileo...

Monsignor Sánchez de Toca: Lo scorso 9 maggio stavo dando una conferenza su Galileo a Toledo, in Spagna, ad un pubblico formato principalmente da seminaristi e ricercatori cattolici, ed ho esordito dicendo che molti si sorprendono di scoprire che Galileo non è stato bruciato sul rogo né è stato torturato o messo in prigione. Alla fine della conferenza uno dei partecipanti mi ha detto: “io sono uno di loro, io ho sempre pensato che Galileo fosse morto sul rogo”.

La cosa curiosa è che in realtà nessuno gliel’ha detto, né probabilmente l’ha letto da qualche parte. Semplicemente se lo immaginava. Questo dimostra la grande forza di questo mito che è stato costruito intorno a Galileo. Un mito in cui, diceva Giovanni Paolo II, la verità storica è molto lontana dall’immagine che è stata creata successivamente su Galileo. Tutti sono convinti che Galileo è stato maltrattato, condannato, torturato, dichiarato eretico, ma non è così.

Per fare un esempio molto recente, il libro di Dan Brown “Angeli e Demoni” contiene un breve dialogo in cui presenta Galileo come membro della setta degli Illuminati, con una serie di errori storici grossolani accanto ad altre cose che sono corrette.

Possiamo parlare di questi errori storici di “Angeli e Demoni” sul tema di Galileo?

Monsignor Sánchez de Toca: In realtà il libro riflette stereotipi molto diffusi. Il problema di fondo di questo libro è che mescola idee filosofiche ed elementi scientifici. La trama presenta il professore e sacerdote Leonardo Vetra che viene assassinato da una setta poiché ha scoperto il modo per rendere compatibili la fede e la religione. Inoltre, si afferma che la fisica è il vero cammino verso Dio. Il professore sarebbe infatti riuscito, in laboratorio, a creare la materia dal nulla. Questo è concettualmente un assurdo perché fisicamente dal nulla non esce fuori nulla. Si può creare la materia partendo dal vuoto, ma il vuoto non è il nulla. Il vuoto “è”, mentre il nulla “non è”. È un principio filosofico elementare.

Secondo questa tesi, la fisica rappresenta un cammino migliore e più sicuro per arrivare a Dio. Poi, riguardo in particolare Galileo, si ripropone lo stereotipo secondo cui Galileo fu condannato per aver dimostrato il movimento della terra. Non è così. Galileo non ha dimostrato questo. Anzi è proprio questo l’elemento che gli mancava nella sua argomentazione.

Galileo diceva, e in questo erano d’accordo anche i suoi accusatori, che non può esserci contraddizione tra il libro della Bibbia e il libro della natura, perché l’uno e l’altro procedono dallo stesso autore. La Bibbia, ispirata da Dio, e la natura ossequiosissima esecutrice dei suoi ordini. Se entrambi hanno lo stesso autore, non può esserci contraddizione. Quando sorge un’apparente contraddizione significa che stiamo leggendo male uno dei due libri. Al riguardo Galileo afferma: “È più facile che siamo noi ad equivocarci nel leggere il libro della Bibbia perché il senso delle parole della Bibbia a volte è recondito e occorre lavorare per tirarlo fuori, che sbagliare a leggere il libro della natura perché la natura non si sbaglia”.

Una verità naturale, scientificamente dimostrata, ha una forza maggiore dell’interpretazione che io do del libro della Bibbia. Per questo, dice lui, in presenza di una verità scientifica dimostrata, dovrò correggere il modo di interpretare la Bibbia. La Bibbia non si sbaglia, sono quelli che la interpretano che si sbagliano. Un criterio chiarissimo, condiviso dai suoi giudici e dal mondo intero.

D’altra parte, ciò che diceva il Concilio di Trento è che nella lettura della Bibbia bisognava seguire l’interpretazione letterale e il consenso unanime dei suoi padri, a meno che ci fosse una verità dimostrata che ci permettesse di dare una lettura spirituale o allegorica. Il criterio era molto chiaro: ciò che è avvenuto è che Galileo pensò di essere lì lì per dimostrare il movimento della Terra. Ma una cosa è esserne convinto, un’altra è dimostrare che la Terra si muove. E Galileo non ha mai dimostrato che la Terra si muovesse. Era convinto di questo, e oggi sappiamo che aveva ragione, ma i suoi giudici gli dicevano di non capire perché dovessero cambiare il modo di interpretare la Bibbia, senza una prova definitiva e quando il sentire comune affermava il contrario. I giudici adottarono una posizione prudente. Ma Galileo andò oltre. Quale fu l’errore dei giudici di Galileo? Si sarebbero dovuti astenere dalla condanna.

Come si svolse in realtà il processo a Galileo?

Monsignor Sanchez de Toca: In sostanza Galileo fu processato nel 1633 per aver violato una disposizione del 1616. Tale disposizione, a cui Galileo non si attenne, gli vietava di insegnare la teoria copernicana, ovvero la dottrina secondo cui il Sole si trova al centro e la Terra gli ruota attorno.

Galileo pensò che il divieto non fosse così rigido, soprattutto dopo l’elezione di Papa Urbano VIII, e pubblicò un libro nel quale, sotto l’apparenza di un dialogo in cui vengono esposte le argomentazioni a favore e contro sia del sistema tolemaico che di quello copernicano, in realtà si celava un’apologia mascherata del sistema copernicano. Ma non fu solo questo, che già era una violazione del divieto che gli era stato imposto. Egli inoltre ottenne in modo fraudolento l’imprimatur, ingannando chi glielo concesse dicendo che era un’esposizione imparziale, mentre non lo era affatto. Per questo motivo fu accusato e quindi sottoposto ad un processo disciplinare.

Galileo non fu mai condannato per eresia, né la teoria copernicana fu dichiarata eretica. Semplicemente fu dichiarata contraria alle Scritture, perché sulla base delle prove allora esistenti non era possibile dimostrare il movimento della Terra. Per questo, dire che la Terra si muoveva sembrava andare contro le Scritture. Molto significativo fu che nel 1616 un gruppo di esperti dichiarò che la dottrina secondo cui la Terra si muoveva attorno al Sole era assurda e questo si comprende perfettamente nel contesto dell’epoca, perché era un assunto che non si poteva dimostrare e, in più, il sentire comune diceva che era il Sole che sorgeva e che tramontava.

Senza una fisica come quella di Newton, senza una prova ottica del movimento della Terra, la cosa sembrava assurda.

Noi siamo cresciuti sin da piccoli vedendo modelli e immagini del sistema solare, ma è un fatto che nessuno ha visto la Terra muoversi attorno al Sole, neanche un astronauta. Abbiamo prove ottiche del movimento della Terra, ma nessuno ha visto la Terra muoversi. Per questo la condanna di Galileo, pur rimanendo esagerata, risponde in realtà ad una logica.

E risponde non soltanto a ciò che pensava la Chiesa ma a ciò che pensava la società in generale...

Monsignor Sánchez de Toca: Naturalmente. La teoria copernicana ha trovato una grane opposizione principalmente nelle università. È stata accettata solo in modo molto graduale e l’opposizione non proveniva solo dalla Chiesa cattolica. Anche le Chiese protestanti si opponevano a Copernico. Ancora nel 1670 l’Università di Upsala, in Svezia, ha condannato uno studente perché aveva difeso le tesi copernicane.

Quali furono gli errori commessi dalla Chiesa nel processo a Galileo e quali furono le conclusioni del lavoro svolto dalla Commissione creata da Giovanni Paolo II nel 1981 per studiare il caso Galileo?

Monsignor Sánchez de Toca: Questo lo ha espresso molto bene il cardinal Poupard nel discorso conclusivo del lavoro di questa Commissione, in cui le sue parole appaiono sottolineate per evidenziare che si tratta della valutazione del cardinale su ciò che avvenne nel passato: “In quella congiuntura storico-culturale – quella di Galileo – molto lontana dalla nostra, i giudici di Galileo, incapaci di distinguere il dato di fede da una cosmologia millenaria, credettero che l’accoglimento della rivoluzione copernicana, che peraltro non era ancora approvata definitivamente, avrebbe potuto rompere la tradizione cattolica e che fosse loro dovere vietarne l’insegnamento. Questo errore soggettivo di giudizio, così chiaro per noi oggi, li ha condotti ad adottare una misura disciplinare a causa della quale Galileo deve aver molto sofferto. È giusto riconoscere questi errori, così come il Santo Padre ha chiesto”.

I giudici di Galileo hanno sbagliato dunque non solo perché oggi noi sappiamo che la Terra si muove. Cosa che a quel tempo non era possibile saperlo. Ma d’altra parte la storia dell’umanità è piena di matti che hanno affermato cose sorprendenti, poi rivelatesi false, e di cui oggi nessuno ricorda il nome. Se Galileo avesse proposto una teoria diversa, oggi nessuno si ricorderebbe di lui. Questo fu il primo errore oggettivo.

Il cardinal Poupard parla anche di un errore soggettivo. Quale fu questo errore? Di credere di dover vietare un insegnamento scientifico per timore delle conseguenze. Pensarono che permettere l’insegnamento di una dottrina scientifica che non era approvata poteva mettere in pericolo l’edificio della fede cattolica e soprattutto della gente più semplice. E credettero che fosse loro dovere vietare questo insegnamento.

Oggi sappiamo che vietare l’insegnamento di una dottrina scientifica è un errore. Non è compito della Chiesa dire se è stata dimostrata scientificamente o meno. Tocca alla scienza. Galileo chiedeva che la Chiesa non condannasse la teoria copernicana, non tanto per timore della propria carriera professionale, quanto perché se si fosse dimostrato in seguito che la Terra ruota intorno al Sole, la Chiesa si sarebbe trovata in una situazione molto difficile e si sarebbe ridicolizzata di fronte ai protestanti e Galileo voleva evitare questo perché era un uomo cattolico sincero. Egli diceva: “Se oggi si condanna come eretica una dottrina scientifica, come è quella secondo cui la Terra si muove attorno al Sole, cosa succederà il giorno in cui la Terra dimostri di muoversi intorno al Sole? Bisognerà dichiarare eretici quindi coloro che sostengono che la Terra sia al centro?”. Questo è ciò che era in gioco, ed è molto più complesso di ciò che solitamente si sente dire.

In cosa consistette il castigo inflitto a Galileo?

Monsignor Sánchez de Toca: Si disse che Galileo si era reso veementemente sospetto di eresia, ma non fu mai dichiarato eretico. Gli fu chiesto di abiurare per dissipare ogni dubbio. Galileo abiurò. Disse che non aveva difeso le teorie copernicane. Venne messo all’indice il suo libro “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” e gli venne imposta una “pena salutare” che consisteva nel recitare una volta a settimana i sette salmi penitenziari, che la figlia si offrì di fare in sua vece, e – questo fu la cosa più umiliante – l’obbligo di inviare una copia della sentenza e dell’abiura a tutte le nunziature d’Europa. Fu condannato agli arresti domiciliari. In sostanza la condanna oggettivamente non fu pesante. Non stette in carcere neanche un momento. Per riguardo alla sua fama, alla sua età e alla considerazione che si aveva di lui, fu sempre trattato con grande venerazione.

Chi ha iniziato a diffondere la leggenda nera secondo cui Galileo fu bruciato sul rogo?

Monsignor Sánchez de Toca: Questa è la cosa strana: nessuno l’ha detto ma tutti ne sono convinti. Probabilmente perché si sovrappongono le immagini di Galileo e di Giordano Bruno. In ogni caso, il mito di Galileo nasce con l’Illuminismo, che fa diventare Galileo una sorta di portabandiera del libero pensiero contro l’oscurantismo della Chiesa, un martire della scienza e del progresso.

Galileo, e questo è ciò che sorprende molti, non solo non è mai stato né bruciato né torturato, ma è stato in realtà un cattolico e un credente per tutta la vita. Non ha il minimo segno di un libero pensatore. Non è stato un cattolico modello, è vero, e vi sono momenti della sua vita poco edificanti, ma in nessun momento egli ha rinnegato la sua appartenenza alla Chiesa. Anzi, sente il dovere di difenderla dal rischio di esposizione al ridicolo di fronte ai protestanti.

Lo dice lui stesso, esagerando come sempre, in una lettera indirizzata ad un nobile francese: “altri possono aver parlato più piamente e più dottamente, ma nessuno è più pieno di zelo per l’onore e la reputazione della Santa Madre Chiesa di ciò che ho scritto io”. Ha un tono esagerato, ma in ogni caso dimostra che ciò è vero.

Aveva due figlie suore?

Monsignor Sánchez de Toca: Ha avuto tre figli, due dei quali femmine. Quando si è trasferito da Padova a Firenze le ha messe in un convento, dovendo chiedere una dispensa perché erano molto giovani. Di una di loro, suor Maria Celeste, si conserva la corrispondenza con il padre, che è veramente ammirevole. Lei era una donna straordinaria, molto intelligente, di una grande perspicacia, una grande scrittrice; esiste un libro che si basa sull’epistolario tra suor Maria e il padre.

Ci parli del suo libro “Galileo e il Vaticano”, la cui edizione italiana è stata pubblicata di recente.

Monsignor Sánchez de Toca: Questa ricerca non è esattamente sul caso Galileo, ma sul modo in cui la Commissione creata da Giovanni Paolo II ha studiato il caso Galileo. Come diceva don Mariano Artigas, il caso Galileo è un culebron (un tormentone) in un senso quasi letterale, che secondo il dizionario indica, oltre che una telenovela lunga e melodrammatica, anche una “storia reale con caratteristiche di un tormentone televisivo, ovvero insolita, strappalacrime, ed estremamente lunga”. La Commissione istituita da Giovanni Paolo II tra il 1981 e 1992 è stata oggetto di forti critiche. Dicono che non sia stata all’altezza delle aspettative di Giovanni Paolo II, che i discorsi conclusivi del cardinale Poupard e del Papa sono stati carenti e molto deboli, che la Chiesa non ha fatto realmente ciò che avrebbe dovuto. Il professor Artigas - l’altro autore del libro, che è morto nel 2006 - ed io abbiamo studiato l’intera documentazione che esiste negli archivi, per vedere esattamente ciò che la Commissione ha fatto e come lo ha lavorato.

La nostra opinione è che alcuni elementi sono mancati sin dall’inizio. Mancavano mezzi, voglia di lavorare, ma nonostante tutto, i risultati sono stati buoni: ha consentito l’apertura degli archivi del Sant’Uffizio e ha dimostrato che in realtà non esistono documenti tenuti nascosti. Sono state pubblicate importanti opere di riferimento e credo che questo abbia permesso alla Chiesa di fare una sorta di esame di coscienza. Rileggere il caso Galileo sotto una luce diversa, senza scoprire cose nuove, perché questo è difficile, e fare in modo che la Chiesa nel suo insieme guardi serenamente al caso Galileo senza rancore e senza timore.

Perché, secondo lei, il caso Galileo irrita tanto l’opinione pubblica, al punto che alcuni professori dell’Università La Sapienza hanno negato l’invito a Papa Benedetto XVI, l’anno scorso, ricordando una citazione su Galielo da lui fatta in un discorso pronunciato proprio a La Sapienza nel 1990?

Monsignor Sánchez de Toca: Perché c’è chi vuole continuare a considerare Galileo una specie di “santo laico”, laico nel senso di anticristiano. Ma in realtà egli è stato un uomo di Chiesa, sebbene con tutte le sue mancanze. Ricordo, che un arcivescovo di Pisa, che era anche astronomo, nel 1922 propose di collocare in Piazza dei Miracoli, la piazza più famosa, quella della Torre di Pisa, una statua dedicata a Galileo. L’amministrazione comunale non lo ha permesso, perché voleva continuare ad avere l’esclusiva sulla figura di Galileo, come se fosse qualcuno che non apparteneva alla Chiesa ma al cosiddetto mondo laico.

Allo stesso modo, ogni volta che da parte della Chiesa qualcuno cita Galileo, si scatena una reazione di “allergia istintiva” in questi contesti pseudoscientifici in cui si dice: “come vi permettete di parlare di Galileo, voi che l’avete bruciato”?

Perché il Pontificio Consiglio della Cultura conserva un’immagine di Galileo nella sua biblioteca?

Monsignor Sánchez de Toca: Proprio perché Galileo è un modello di scienziato credente. Studia il cielo, scopre cose nuove e cerca di integrare le sue nuove conoscenze all’interno della visione cristiana. Si sforza di dimostrare che queste non si pongono in contraddizione con le Scritture, con la Bibbia. Il problema è che l’ha fatto con un entusiasmo così esuberante da suscitare non poca irritazione in altre persone. Senza essere teologo, si era messo in un ambito che era riservato esclusivamente ai teologi. Nell’epoca della Controriforma, che un laico, senza aver svolto studi di teologia, si mettesse ad interpretare la Bibbia per proprio conto, per quanto fosse in sintonia con la Tradizione cattolica, suscitava immediatamente dei sospetti.

Lei ha fatto riferimento alla condotta poco esemplare di Galileo...

Monsignor Sánchez de Toca: Non è un mistero che Galileo non fu esattamente un santo. Alcuni addirittura, incentrandosi sulla sua caratteristica di scienziato credente, arrivano persino a chiederne la beatificazione. Non esageriamo... Nella sua vita, Galileo aveva convissuto con Marina Gamba, a Padova, dalla quale ebbe tre figli. Ciò non era particolarmente scandaloso, ma neanche era una cosa ben vista.

Inoltre, Galileo aveva un carattere piuttosto irruente, come i grandi geni in generale. Aveva una lingua terribile. Era stato imprudente; si era rivolto alla Compagnia di Gesù, quando era un perfetto sconosciuto. I gesuiti lo accolsero a Roma e avallarono le sue scoperte. Fu un po’ presuntuoso, vanitoso e con un grande ego. Sono difetti che può avere chiunque e che non tolgono nulla alla genialità di Galileo.
www.zenit.org

giovedì 11 giugno 2009

Corpus Domini


Gli stessi studi con gli stessi risultati (vedi post precedente) sono stati realizzati Già da molti anni anche per il Santo Volto di Manoppello, il velo di bisso che riproduce le stesse fattezze del volto dell'uomo della Sindone.


LIBRI
Centro Studi MAMRE
La meravigliosa storia del
Volto di Cristo
Edizioni Mondolibri
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MICHELE GIULIO MASCIARELLI
Il mistero del volto:
Piccola teologia del volto del Signore
Edizioni San Paolo, 2008, pp .104, € 9,00
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ALESSANDRO ANGELI (a cura di)
La devozione al santo volto di Cristo
nell'iconografia delle immaginette sacre
Edizioni Velar, 2007, pp. 114
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SR. BLANDINA PASCHALIS SCHLÖMER
Jesus Christus
im selbstzeugnis Seiner Grabtücher - Atlas
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PAUL BADDE
La seconda Sindone.
La storia del vero volto di Cristo nel primo libro dedicato ai misteri del velo di Manoppello.
Newton Compton Editori, 2007, pp. 283, 14,90 €
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SAVERIO GAETA
Il volto del Risorto
Ed. San Paolo (speciale per Famiglia Cristiana),
2005, pp. 70
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IL VOLTOSANTO DI MANOPPELLO
a cura di Heinrich Pfeiffer
Carsa Editore, 2000, pp.112
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IL VOLTOSANTO DI MANOPPELLO
(Storia, devozione, ricerca)
a cura di P. Germano Di Pietro

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Suor Blandina Paschalis Schlòmer, nata il 6 marzo 1943 a Karisbad-Aich.
Ha ottenuto il diploma di maturità nel 1962, anno in cui entra tra le suore delle Missionarie del Preziosissimo Sangue. Nel Febbraio del 1965 fa il primo studio sulla Sindone. Si specializza nella pittura dei mosaici. Dal 1966 studierà farmacia nelle università di Würzburg e Bonn e nel 1973 passa all’ordine delle trappiste. Nel 1976 inizia lo studio delle icone e su questo si specializzerà in Francia. È del 1977 la prima conoscenza del Volto Santo di Manoppello. Nel 1984 viene a contatto con Werner Bulst ed Heinrich Pfeiffer, esperti della Sancra Sindone. In questo periodo inizia lo studio del confronto Sindone Volto, ottenendo, nel 1991, la prima "sovrapposizione". Nel 1998 espone i 27 pannelli che dimostrano la piena convergenza della due immagini al convegno sul "Volto dei Volti", tenutosi a Roma; pannelli che formano attualmente la "Mostra Penuel" di Manoppello.

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La bellezza del Volto di Gesù
Vorrei invitare ad uno sguardo meditato sul Volto, che già da vent'anni mi commuove e che, per me, addirittura è diventato un avvenimento: l’evento che porta il nome di “Veronica”. in altre parole, il Volto Santo di Manoppello. Lo testimoniano le fotografie che il Professor Andreas Resch ed io abbiamo scattato a Manoppello, nel corso di un pellegrinaggio compiuto durante l’Anno Santo.
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Nella prima parte della descrizione del mio cammino, devo esprimere qualcosa di molto personale e chiedo anticipatamente perdono. Nessuno avrebbe potuto pensare che io, di mia iniziativa, mi sarei incamminata su questa strada alla ricerca del Volto del Signore. Gesù Cristo si è servito della mia vita e della mia pochezza. Ripensando alla grande convergenza con cui certi avvenimenti si sono saldati l’uno con l’altro e allo stupore per il meraviglioso collegamento tra il libero arbitrio e la “coincidenza” delle circostanze, mi sono ricordata del passo della lettera ai Galati (1,15-16), in cui San Paolo descrive, richiamando l’inizio della sua conversione, l’opera e la volontà del divino Padre: “Ma quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre… si compiacque di rivelare a me Suo figlio…”.
Ho pensato che il tutto presupponesse solamente un più chiaro disegno divino, che però mi era completamente oscuro e del quale ero semplicemente un modestissimo strumento. Oltretutto, penso che il Padre stesso abbia voluto nuovamente rivelare Suo Figlio a noi poveri figli del XXI secolo, e abbia cercato e trovato uomini che consapevolmente o inconsapevolmente collaborassero a quest’opera. Da parte mia, vorrei soprattutto ringraziare coloro che mi hanno aiutato lungo questo cammino con la loro più alta visione spirituale e i loro mezzi, e anche coloro che mi hanno sostenuto con la loro preghiera.
La santissima Trinità, attraverso le sue onnipotenti Persone, mi è stata nascostamente vicino. Per tutto sia ad Essa lode e gloria!

Il Volto di Cristo nella mia vita
Il cammino già preparato

Sin dalla mia infanzia e prima giovinezza mi ha sempre affascinato il volto umano. Ero sempre molto occupata a disegnare volti. Più tardi, quando ho trovato, o meglio, ritrovato Gesù, volevo naturalmente raffigurare anche il Volto di Cristo. Ricordo ancora bene che Lo rendevo piuttosto astratto; nell’immagine, però, erano decisivi gli occhi e, soprattutto, il loro bianco luminoso. Era pura intuizione, poiché in seguito scoprii che quest’immagine, disegnata anni prima, inconsciamente riprendeva qualcosa del carattere del Mandilion di Genova o dell’icona vaticana. Il riferimento alla Veronica era dato sostanzialmente dall’analogia degli occhi e, visto il mio successivo interesse per il Velo di Manoppello, potrei definire il mio atteggiamento iniziale come una “disposizione precorritrice”.
Durante il mio periodo d’esami, andò prendendo corpo, nella mia vita, l’Icona del Risorto, con il capo inclinato verso l’osservatore: questa immagine mi ha accompagnata nei miei primi anni di vita religiosa. Dopo la mia professione, essa fu sostituita dal Volto della Sindone, di cui conoscevo l’esistenza sin dal 1965. Infatti, disegnavo spesso il Volto deturpato, senza lineamenti precisi, della Passione e Morte; e portavo sempre con me la fotografia. Poiché il Volto della Sindone era autentico, esso aveva assoluta precedenza su tutte le altre immagini.
Devo riconoscere che da giovane ero incline a proiettarmi verso l’esterno e il superficiale, costantemente affascinata e attratta dalla novità ed esteriorità della bellezza; tuttavia, spesso, ero anche sensibilmente colpita dal vuoto interiore che ne derivava, dalla povertà interiore conseguente alla considerazione della sola bellezza esteriore. In questa condizione, addirittura “avida” di belle cose e di persone, avevo da compiere un lungo cammino fino a che, lentamente, iniziai a capire che la bellezza che cercavo nel mio passato e in tutto non si trovava nelle cose esteriori. La bellezza durevole, imperitura, la bellezza che consola, che tocca il cuore, che guarisce le ferite, la bellezza che possiede il balsamo della forza sanante, nella sua più alta definizione, non era di natura materiale. Tuttavia, la fame di bellezza che era dentro di me, non poteva essere saziata se non attraverso lo splendore esteriore. La Sindone di Torino, che soddisfaceva il mio bisogno di una bellezza più profonda e interiore, nascondeva anche una forza operante. Non mi disturbava più, qui, la bellezza esteriore mancante, potevo vivere a lungo solamente con questa Sindone, e ci ho convissuto all’incirca per dodici anni; in seguito, il Signore ha prodotto, nella mia vita, una grande trasformazione.


L’Icona di Cristo e le sante donne di Helfta

Il 29 settembre 1977 ho messo un’icona del Pantocrator a fianco della Sindone e, su questo soggetto, ho parlato e scritto varie volte.
Dato che attualmente vivo nel ricostruito convento delle sante donne di Helfta (Santa Matilde e Santa Gertrude), a febbraio dell’anno in corso, per la prima volta, sono riuscita ad interiorizzare, riscoprendole in una luce più intima, le visioni di Santa Matilde. Per Gertrude avevo già trovato, fin dall’inizio, una chiave di lettura. Mi sia, perciò, permesso - quando racconto delle mie esperienze con il Telo di Cristo - di far riferimento a queste due sante donne. Alcune delle loro esperienze le hanno sapientemente preparate e, quindi, narrate con linguaggio idoneo.
Così, nel primo libro sulle grazie speciali, la giovane Gertrude, che, in segreto, ha descritto le Rivelazioni di Santa Matilde (esattamente nel quarto capitolo), narra che a quest’ultima era apparso il Volto di Cristo "splendente come mille soli”. Matilde si meravigliava del fatto che il suo viso assumeva le sembianze del sole, ma il Signore le dette la seguente bella spiegazione: “Il sole ha tre caratteristiche nelle quali mi rassomiglia; infatti, esso produce il caldo, i frutti e la luce. Come il sole riscalda, così tutti quelli che si avvicinano a me vengono infiammati nell’amore e, come la cera con il fuoco, così i loro cuori si sciolgono davanti alla mia presenza.

Nel Legatus divinae pietatis, la grande opera di Santa Gertrude, si legge nel terzo libro, al capitolo ***V, sotto il titolo Dell’effetto degli sguardi di Dio: “Quassù risplende il Signore e il Suo sguardo, come raggi di sole, si volge alla sua anima con le parole: ‘Voglio fissare i miei occhi su di te”’.
Quindi Gertrude spiega che lo sguardo di Dio nell’anima compie una triplice azione: il primo sguardo monda da tutte le macchie; il terzo sguardo fa sbocciare le virtù dell’anima come il sole, sulla terra, fa germogliare vari tipi di frutti: il secondo sguardo dell’Amore di Dio, invece, intenerisce l’anima e la rende capace di accogliere i beni spirituali, come la cera che, sciolta dal sole, viene resa adatta ad imprimervi qualsiasi impronta.
Nel settimo capitolo del secondo libro, riprende la stessa immagine e scrive: “Come la cera ammorbidita dal fuoco viene preparata per imprimervi l’impronta, così l'anima era vicina al petto del Signore, e d’improvviso risplendette, come se fosse stata posta vicino a Lui. O mio Dio, Tu carbone consumato, Salvatore e Liberatore e colui che imprime. Tu brace viva! Mentre Tu resti eternamente senza estinguerti, nell’intimo umido della mia anima, facesti crescere la Tua potenza; e asciugando in lei, terreno diletto, prima, la sua umidità, successivamente hai ammorbidito la sua resistente durezza, che per un periodo era stata così irriducibile! O fuoco autentico e struggente, che esercita la sua forza anche sugli errori, e che è il fulcro dell’anima che rappresenta una lieve unzione. In Te ed in nessun altro riceviamo la forza, dalla quale veniamo rinnovati attraverso l’immagine e la rassomiglianza delle nostre origini! O forno ardente che tramuta il minerale tintinnante in oro eletto, quando finalmente l’anima, stanca degli inganni, con intensa nostalgia brama solo i beni della Tua verità!.


L’esperienza chiave

L’icona aveva allora per me questa forza e, come la cera accanto al fuoco, non potevo opporre resistenza. Il Volto di Cristo, nell’Icona, si era trasformato in una straordinaria sorgente d’energia. nella luce e, più propriamente, in una fiamma incandescente che annientò completamente la mia forza.
Quando il Volto del Signore s’impresse profondamente in me e nella mia più vera essenza, mi sentivo attraversata da essa nella stessa fisicità del mio corpo materiale. La sensazione era piena, avvertibile in tutto il mio corpo, dalla testa ai piedi. Provavo la sensazione consapevole di essere io stessa (o meglio, la mia anima) una tela sottilissima ed estremamente fine, che si avvolgeva intorno al Volto, aderendovi completamente, mentre io dovevo lasciarmi coinvolgere dall’evento. Sopraggiunse quindi una forte commozione, mentre io cercavo, senza darmi pace, di spiegarmi quanto vivevo. La ricerca ebbe fine quando trovai la chiave nel quinto capitolo del secondo libro di Santa Gertrude, ove si narra che Gesù aveva impresso nel suo cuore una ferita. Ella ne parla piena di meraviglia. Il Signore aveva tenuto, "per tante ore, una pietra preziosa regale, nell’umido incavo del suo cuore". ( foto n. 17) Mi sentii rasserenata e tranquillizzata nell’apprendere che Dio può compiere tutto ciò e che lo fa; e anche che altri, già molto prima di me, avevano vissuto e testimoniato intorno a esperienze analoghe. Questo breve passo del capitolo quinto, che ho citato, lo sperimentai in me, praticamente, soltanto lo scorso anno: bastava che io fossi tranquilla e accettassi l’accaduto nella sua realtà concreta.


La pittura dell’icona ed il Velo di Manoppello

Una volta, dato che “dovevo” dipingere un’icona, si verificò come conseguenza una profonda e tangibile conversione nel mio stile di vita e anche verso gli altri, anche se impararlo comportava un lungo e faticosissimo cammino. Però Nostro Signore è un buon maestro e, con molta pazienza, ha unito l’uno all’altro, conformandosi alla mia capacità. quando lo permetteva la mia, ahimè, tuttora persistente ritrosia. Allora, mentre mi sentivo costretta da una forza interiore, completamente contraria alla mia volontà, a dipingere da principio su un’icona bianca, un giorno mi imbattei, grazie all’iniziativa di una mia consorella, in una foto di giornale raffigurante il Velo di Manoppello (già in precedenza ho avuto modo di raccontare questo episodio). Dovendo oggi parlare della bellezza del Volto di Gesù, devo aggiungere che la mia reazione allora fu la medesima di quando, a Recklinghausen, mi trovai di fronte all’icona del Pantocrator: in un primo momento provai un rigetto interiore dell’opera, poiché non corrispondeva alla concezione che allora avevo della bellezza. Oltretutto, per me, l’immagine di Cristo di Torino era l’unica autentica e incontestabile. La “vecchia” Blandina si agitava in me e voleva conservare il “vecchio”, vale a dire una bellezza puramente esteriore dell’Uomo arrestato. Evidentemente, nella mia vanità e presunzione, mi sentivo colpita da questo Volto ferito. Oggi, sono eternamente grata a nostro Signore che, allora, non si sentì offeso dalla mia stoltezza e dalla mia spontanea reazione. Mantenne il Suo silenzio, rivolse il Suo benevolo sguardo su me, e infine vinse. Quest’esperienza si trasformò nella chiave che mi introdusse alla comprensione di molteplici aspetti, quali il modo di pensare, di esprimermi, e, insomma, mi fece capire che per vivere una radicale conversione era necessario allontanarsi da queste futili idee, da queste presuntuose saccenterie e anche dalle immagini di Cristo che portavo dentro di me. Dovevo svuotare il mio spirito da ogni altra immagine e quesito, e chiedere umilmente di esplorare, attraverso la ricerca, fino a capire che cosa avevano da dirmi queste due immagini del Telo e del Velo. E questo, esaminando la loro natura, cogliendo tutte le informazioni in essi racchiuse, e osservando che cosa avrebbe rivelato il rapporto dell’uno verso l’altro. Valse proprio la pena sottomettersi alla realtà di questi due “veli”.

Il Volto Santo di Manoppello

Caratteristiche ed effetti

A quanto ho detto seguì un lungo periodo di ricerca, d’indagine e riflessione, al punto che anche la contemplazione dei due Volti poteva protrarsi per ore. (foto n. 18)
Il Volto della Sindone di Torino mi era già più familiare, mentre il Volto del Velo mi era completamente estraneo, non solo dal punto di vista della sua esistenza, ma soprattutto per la peculiarità della sua espressione, tanto che per lungo tempo non mi fu possibile comprenderla. Mi resi conto ben presto che le proporzioni della Sindone e quelle del Volto sul Velo erano effettivamente equivalenti, se le equiparazioni sulle proporzioni si tengono possibilmente lontane l’una dall’altra.
Il Volto della Sindone si ammira normalmente in un contesto più ampio, mentre il Velo è di dimensioni più piccole, dato che ha le misure di una faccia, ed anche perché mostra più chiaramente le analogie tra le tumefazioni e le altre ferite. Ma l’espressione di quest’ultimo Volto rendeva il mio impegno sconvolgente.

Semplicità, riverenza, innocenza

Era un semplice volto umano di un’incredibile semplicità, tanto da poter essere considerato addirittura banale. Vi si leggeva la sofferenza, ma sebbene, a causa delle tumefazioni, fossero evidenti le ferite e la deturpazione. non vi si leggeva alcun rimprovero e nessuna amarezza, e neppure, per così dire, la chiusura in se stesso; risaltava soltanto questo particolare silenzio, che certamente comunicava anche senza parole, ma io ancora non lo capivo. Lo sguardo aveva una delicata schiettezza e trasmetteva amore; questo provocava l’effetto invitante di un gesto pieno di bontà.
Dinanzi a questo sguardo, però, mi sentivo ancora completamente indifferente, in quanto esso non esercitava su me alcuna sollecitazione, mentre emanava interiormente un enorme rispetto. Già, proprio il rispetto, in questo sguardo, era il fattore determinante: era quanto comunicava allora l’espressione di quel viso! Infatti, per tale disposizione, ricca di profondo rispetto, Egli è stato elevato: Propter reverentiam suam, come sottolinea il testo della versione latina della lettera di San Paolo agli Ebrei (5,7-9). Improvvisamente, un giorno, questa parola fu trasmessa al mio spirito con grande chiarezza e anche come risposta inconfondibile alla mia ricerca. Profondo rispetto davanti al misterioso disegno del Padre, che Cristo ha portato a termine con la sua morte orribile. Meraviglioso amore filiale, colmo di rispetto verso il Padre, come recita magnificamente l’Introito di Pasqua: Resurrexi et adhuc tecum sum, ma anche gran rispetto nei miei confronti: Creatore che, davanti alla mia anima, ne rispetta la sua piena libertà.
Per capire l’immagine del sole nella visione di Santa Matilde, occorre questo profondo rispetto amorevole verso il Volto del Velo, come i tenui raggi del sole primaverile, che fanno germogliare le piante e sbocciare le gemme. Mi viene infatti trasmesso che io sono, o meglio, che ho la possibilità di vivere, che ho anche la possibilità di essere così come sono. Vengo accettata nel mio essere umana, e ciò mi viene continuamente e nuovamente donato e reso fecondo. Durante la mia prolungata osservazione del Volto, ritornavo però sempre ad un determinato aspetto, che si era in un certo senso cristallizzato, come se da una soluzione satura di una composizione chimica venisse prodotto, con facilità, un cristallo. Qui c’era l’immacolatezza dello spirito, la completa assenza di superbia! Qui c’era l’innocenza! Tutto ciò si può trovare nei bambini, e qualche volta, ma molto, molto raramente, negli adulti. Ma è proprio di questo che abbiamo bisogno per essere felici! Il nostro cuore, quando di fronte a un altro reagisce con innocenza, dimostra gioia. Qui però abbiamo lo sguardo dell’agnello immacolato” (senza macchia), che si è sacrificato per la nostra salvezza. Davanti a questo viso del Velo, che mi era così estraneo e incomprensibile e così diverso da tutti gli umani aspetti, e nello stesso tempo così “solamente umano”, mi sono resa conto che la bellezza non è data dalla perfezione esteriore e dalla forma che piace, poiché a conferire vera bellezza è soltanto la purezza dell’interiorità delle persone, l’essere come bambini, innocenti di fronte a tutti. Avevo detto: “Gesù, se sei proprio tu, dovrei pur riconoscerti!”. Ed era soprattutto quest’aspetto dell’innocenza che mi ha convinta che si trattava veramente del Volto di Gesù.

Il Velo e il Vangelo

Ammirando questo Volto, mi sono trovata a riascoltare ripetutamente tutto il Vangelo di Giovanni. In particolar modo il prologo, e non vorrei privarvi di quest’esperienza: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di Lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,1-13).
Qui, come in tutti gli altri testi, il Volto è divenuto misteriosamente Verbo e il Verbo Volto; e anche gli altri testi evangelici si fanno straordinariamente vivi. Gesù, secondo le parole del fariseo: “…perché tu che sei uomo, ti fai Dio” (Gv 10,33); Gesù, secondo la testimonianza di Pietro: “Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,68); Gesù: “Figlio di Maria” (Mc 6,3), beata fra tutti, vergine immacolata, alla quale Egli doveva assomigliare molto fisicamente, mentre la parte interiore e immacolata della sua anima e del suo spirito, la sua, per così dire, interiore bellezza, l’ebbe come primo dono di redenzione attraverso suo figlio.
Gesù, l’umile figlio del Padre eterno, che si chiamò sempre e soltanto “Figlio dell’uomo” (Mt 12,34; 16,13; 16,27-28; 17,9.12.22; 19,28; 20,18-28; 24,27.30.37.39.44; 25,31; 26,2.24.45.64; Mc 2,18-28; 8,38; 9,9.12.31; 10,33.45;
13,26; 14,21.62; Lc 5,24; 6,5; 7,34; 9,26.44.58; 12,8.40; 17,26; 18,8; 19,10; 21,36;
22,22.48.69; 24,7; Gv 3,13.14; 5,27; 6,27.62; 7,28; 9,35; 12,23; 13,31), aveva trovato un cammino affinché i miei occhi potessero guardarlo: nel Velo che era il suo sudario nella tomba (Gv 20,7), nei veli che coprivano la sua salma (Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53; Gv 20,5-6) su cui misteriosamente aveva lasciato l’immagine del suo Volto umano-divino.

Immagine simile ad una fotografia

Come autore della sua creazione e utilizzando liberamente le sue regole e i suoi mezzi, Gesù ci ha lasciato, molto prima che gli uomini intervenissero con la fotografia, uno splendido capolavoro di questa “arte”, non come opera delle sue mani, bensì, per così dire, nel suo ultimo passaggio, come ultima traccia della sua presenza reale nella nostra vita mortale.
Tutti noi, che crediamo esclusivamente come Tommaso (Gv 20,29), quando apriamo gli occhi, possiamo effettivamente vederLo.

Il Volto Santo come espressione personale di Dio

Il Volto del Salvatore. Il problema della bellezza

Il salmista dice del re Messia: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle Tue labbra è diffusa la grazia, Ti ha benedetto Dio per sempre” (Sal 45,1).
Gesù come “Figlio di Davide” doveva o poteva pienamente già essere esistito, dal momento che viene più volte citato da Davide e che, secondo il salmo, era un uomo di bell'aspetto e aveva una capigliatura biondo-rossa. Penso, però, che in questo salmo non si faccia riferimento solamente alla pura bellezza esteriore, bensì a molto di più.
Grazia e benedizione divina alludono alla clemenza e alla bellezza che viene irradiata dall’interno. Questa bellezza e questa grazia di cui si parla non sono, però, conciliabili con le affermazioni sul Servo di Jahvè, di cui è stato detto che “non aveva bellezza”, così che noi non vorremmo guardarlo; dice il profeta: “Non ha né apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi” (Is 53,2).

Sofferenza e morte sul Volto di Cristo

Il Santo Padre, nella Lettera apostolica Novo Millennio ineunte, parla diffusamente del Volto di Cristo, come del Volto che bisogna contemplare. Al paragrafo 25 dice: “La contemplazione del Volto di Cristo ci conduce così ad accostare l’aspetto più paradossale del suo mistero, quale emerge nell’ora estrema, l’ora della Croce. Mistero nel mistero, davanti al quale l’essere umano non può che prostrarsi in adorazione”. E continua sostenendo che Cristo nell’ora della morte provò sia beatitudine che dolore, e che la profondità della sua sofferenza non avrebbe potuto in alcun modo distoglierlo né dalla sua dedizione al Padre né dal suo amore per gli uomini.
Nel Volto di Gesù, come noi lo conosciamo attraverso la Sindone, si rispecchiano nuovamente dolore e, nello stesso tempo, serenità nascosta, bontà, perdono, impronte di morte e nuova vita.

Il Volto del Risorto

Il Santo Padre dice ancora che la Chiesa nelle sue considerazioni attinenti al Volto di Cristo non può mai rimanere ferma sulla figura del Crocifisso, dato che “Egli è risorto!”. Secondo le parole del Papa, che si rifà alla Lettera agli Ebrei (“...e fu esaudito per la sua pietà”, 5,7-9), la risurrezione era la risposta del Padre all’obbedienza del Figlio. Noi dunque abbiamo ora la possibilità di guardare concretamente il Volto del Risorto, e questo è il grande dono che ci elargisce il Padre in questo nostro tempo; o meglio, possiamo lasciarci guardare da Lui e venire guariti dal Suo sguardo. Questo ritrovato Velo della Veronica, che si sposa in maniera così meravigliosa con la Sindone, ci permette di guardare nel Volto, pieno d’amore e oltremodo benevolo, del nostro Salvatore. Possiamo partecipare delle Sue sofferenze e toccare le Sue ferite come Tommaso. Ci permette di scoprire che veramente sul Volto non c’è alcuna macchia: le tracce della corona di spine sono incredibilmente chiare, le escoriazioni della pelle, le profonde ferite, le tumefazioni riempiono il Viso, ma ritroviamo anche su questo Volto un certo splendore, quasi l’accenno di un sorriso.

La reazione umana e l’accesso al Volto

L’esperienza degli ultimi vent’anni mi ha insegnato che molta gente si allontana istintivamente da questo Volto, come davanti ad un lebbroso: non vogliono vederlo e lo evitano. Solo pochissime persone hanno un accesso immediato ad esso. Il silenzio e la preghiera permettono, invece, di avvicinarvisi.
Questa esperienza viene descritta, molto bene, dal Papa con le parole che si leggono nel paragrafo 20 della Tertio Millennio ineunte: “Alla contemplazione piena del Volto del Signore non arriviamo con le sole nostre forze, ma lasciandoci prendere per mano dalla grazia. Solo l’esperienza del silenzio e della preghiera offre l’orizzonte adeguato in cui può maturare e svilupparsi la conoscenza più vera, aderente e coerente, di quel mistero, che ha la sua espressione culminante nella solenne proclamazione dell’Evangelista Giovanni: ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria...’ (Gv 1,14)”.

L'espressione del divino

Lo splendore divino e la magnificenza del Volto di Cristo si rivelano a noi solamente attraverso lo sguardo di fede a Lui rivolto. Ma, nello stesso tempo, non c’è contrapposizione con ciò che scaturisce dalla sofferenza e dalla “bruttezza” di questo splendore divino. Anzi, la “leggiadria” sulle ‘labbra” del Messia, l’Unto, è proprio resa più chiaramente attraverso la sua sofferenza: in quest’estrema umiliazione come uomo, come “reietto delle nazioni” (Is 49,7).
Manca sulle labbra dell’Agnello immolato la maledizione, la nostra “incarnata” reazione al dolore! Qui la bellezza si illumina, e il fatto che Dio abbia benedetto quest’uomo sopra tutti, che lo abbia ricolmato di grazia, che lo abbia “unto”, si può cogliere dal segno di questa morte che è stata appena superata. Le tracce di morte sono ancora visibili sul Volto: una specie di triangolo bianco intorno a naso e bocca, segno dell’orrenda fine. Su questo Volto, però, si possono anche leggere le parole della Rivelazione: “...vedete... Io sono.., il Vivente” (Ap 1,18). Egli è l’Uomo di cui si può dire: “Io sono morto e vedete, io vivo!”; vivere aldilà della morte, ma vivere in questo corpo umano, in codesta carne. Qui troviamo qualcosa di straordinariamente nuovo: in questa fede della Chiesa in Cristo, nel Cristo risorto è l’inizio della nuova creazione! Nei suoi discorsi ad Antiochia, riferendosi alla Risurrezione, San Paolo citò il Salmo 2,7: “Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato”.

Il significato del Volto di Cristo nella Rivelazione propria di Dio

(foto n 21)Se noi, davanti a questo Volto, abbiamo veramente fede, possiamo diventare anche noi come gli apostoli, testimoni della Sua Risurrezione. Morte e vita, dolore e gioia, deturpazione e bellezza, è tutto qui. Anche se oso sostenere che la bellezza è determinante. Questo, però, è celato allo sguardo umano che è avido, esigente, possessivo, miscredente ed egoista. La bellezza si rivela in Lui nella misura della purificazione, nella Sua pronta disponibilità ad amare e umiliarsi. Quando il nostro occhio e il nostro cuore sono in grado di scoprire questa bellezza, è un dono di Dio, ed è la libera comunicazione di Dio. Se crediamo alle sante donne di Helfta, Egli prova una grande gioia quando può manifestarsi.
A questo punto, per rendere il tutto più chiaro, vorrei riportare il più fedelmente possibile, la visione di Santa Matilde.

La visione di Santa Matilde di Hackeborn

Siamo intorno al 1290. A Helfta c’erano dalle cento alle duecento religiose. Matilde cantava molto bene ed era molto amata per la sua grande affabilità. Nella domenica “Omnis terra” (seconda domenica dopo l’Epifania), secondo l’antico lezionario festivo, dato che a Roma veniva celebrata la festa del Santo Volto della Veronica, Matilde aveva convinto le consorelle affinché anche loro. nello stesso giorno, si trasportassero in spirito a prendere parte a questa venerazione del Volto di Cristo, con molte preghiere e profonda devozione. Ognuna, per prepararsi, doveva recitare centocinquanta Pater Noster, che corrispondevano al numero di miglia che separavano Roma da Eisleben; inoltre doveva pentirsi di tutti i suoi peccati, confessarsi e adorare il Volto di Cristo con estrema umiltà. Questo dovrebbe essere accaduto a Helfta Brauch, anche perché Gertrude, nello stesso giorno, ebbe una visione sul medesimo soggetto; Matilde l’ebbe per parecchi anni. Nel decimo capitolo del libro I delle Rivelazioni (ed. 1888, p. 57), si legge: “Il monte era circondato di begli alberi colmi di frutta. Sotto questi riposavano le anime dei santi. Ognuna aveva la sua tenda di stoffa dorata e con gran gioia e gusto si cibavano di frutti. Questo monte simboleggia il cammino terrestre di Gesù, gli alberi. le sue virtù, l’amore, la misericordia... Tutti coloro che si erano preparati ad onorare la venerabile immagine con cuore devoto si avvicinavano al Signore portando i loro peccati sulle loro spalle e li depositavano ai piedi del Signore; e da Lui venivano trasformati in gioielli dorati...
Poiché Matilde stava ammirando queste cose, il Signore disse: “Cosa vogliamo fare con questo? In ogni modo, tutto dovrà essere consumato dall’amore”. E aggiunse: “Si prepari la tavola”. Immediatamente si vedeva un tavolo carico di scodelle e di boccali d’oro. Il Volto del Signore, però, più splendente del sole, riempiva ogni recipiente, anziché di cibo e di bevande, con la sua luce. E tutti, rivestiti dello splendore di questo Volto come se indossassero un abito, s’inginocchiavano davanti al tavolo e ricevevano il cibo e la bevanda, che per gli angeli e per tutti i santi è il ristoro più meraviglioso. Segue ancora un invito, a venerare con zelo il Volto amato che nel cielo diventerà tutto per noi e “sarà tutto ciò che può desiderare un animo santo”. A Matilde apparve allora, durante la visione, il Volto di Cristo che brillava come il sole. I beati saranno rivestiti di luce come di splendidi abiti. Il Volto di Cristo, però, non solo elargisce ai beati grazia esteriore e splendore, ma li nutre e li rafforza, come fanno il cibo e le bevande nella nostra vita terrestre.
La scena ricorda il libro dell’Esodo, dove gli anziani, che avevano ricevuto lo Spirito Santo, erano saliti sul monte, e in cima vedevano lo splendore di Jahwè; e si narra che “mangiavano e bevevano” (Es 24,11c). Qui il Signore fa disporre dei tavoli e inonda tutti con lo splendore del suo Volto.
Trovo bello, in questa visione, anche l’atteggiamento regale del Signore in rapporto ai peccati che sono stati trascinati davanti al Suo Volto. Prima pone la domanda: “Cosa vogliamo fare con questo?”, e poi la Sua risposta in tono molto amabile: “Tutto dovrà essere consumato dall’amore”. Questa è la bontà così manifestamente visibile nel suo Volto; tutti i nostri pesi e peccati, tutta la nostra perversità che portiamo a Lui, vengono in maniera uguale consumati dal Suo amore, indipendentemente dall’ora in cui giungiamo e dal peso che portiamo.

Il Volto Santo e la sua particolare bellezza

Il messaggio della Veronica

Soffermiamoci, ancora una volta, in modo del tutto concreto, sul piccolo Velo con la sua particolarità singolare di completa trasparenza, che in pratica è un tutt’uno con il tessuto. Esso possiede la capacità di ”apparire” secondo gli influssi della luce oppure di sparire completamente. Ci guarda in un modo molto benevolo, ed è come se ci seguisse coi Suoi sguardi; quasi abbraccia amabilmente tutto il nostro essere umano, e pronuncia, in un certo modo, il suo “sì” alla nostra persona. Come potrebbe non essere affascinato il nostro cuore da questa bontà, da questa grazia, dallo splendore leggiadro di questa bocca, leggermente aperta, come se volesse dire qualcosa? Non ci dobbiamo chiedere allora che cosa ci vuole dire questo Volto? Non esiste una caratteristica, una parola, che potrebbe tradurre e riassumere la sua unicità? (foto n 25)
Dopo la mia prima visita a Manoppello, nel 1995, ho riflettuto a lungo su queste domande, come mi è già successo qualche altra volta, quando ho cercato un oggetto oppure una risposta ad una domanda, facendo costantemente una sorta d’introspezione. Inaspettatamente, la cosa ricercata mi apparve davanti agli occhi. Così avevo cercato, tanti anni fa, con gli ‘occhi nostalgicamente un concetto, un’immagine, una parabola che contenesse tutto ciò che si potesse esprimere e riassumere su Dio. Allora, all’orizzonte, apparve l’immagine di un pastore in mezzo al suo gregge. Non era nello spirito, ma era nella realtà. La mia anima aveva compreso immediatamente. In questo momento davanti al mio spirito appariva la parola “sposo”, e io avevo subito capito. Sì, la parola “sposo” comprende tutta la realtà della testimonianza del Velo, la circonda e la rende accessibile. Gesù è “lo sposo”, e qui ritroviamo lo sguardo dello sposo per la sua sposa. A questo stadio dell’amore, durante il periodo di fidanzamento, si incontra anche la bellezza, dato che viene posta nell’ambito puramente umano. Sposo, sposa, nozze, festa, tutto ha a che fare con la bellezza. Bellezza che viene dall’amore, dalla benevolenza, dalla dedizione, dal cuore, nascendo dall’amore e dall’essere amato. Come sappiamo, è un’esperienza multipla, per cui l’amore fa brillare il volto umano, lo fa risplendere e diventare così bello.

Il Volto dello sposo, il Volto dell'amore

Probabilmente, noi esseri umani rendiamo così complicato il nostro tempo con l’immagine della Veronica perché abbiamo perduto la comprensione verso questa verità dell’unione dello sposo con la sposa. Pensiamo di essere in grado, in ogni momento, di impossessarci di qualsiasi cosa; però non è così in relazione a Dio. Dovremmo, perciò, essere grati, se possiamo avvicinarci al Velo, perché il solo fatto di ammirarlo, ed essere da lui riammirati, può risvegliare in noi questa forza assopita. Gesù, Figlio di Dio, si è considerato come Sposo, e come possiamo vedere dal Velo, Egli è, per noi, sempre e in ogni modo completamente nuovo. Lo sguardo del Volto di Cristo, che troviamo nel Velo, è quello dello sposo per la sua sposa, la Chiesa, l’umanità e ogni singola anima. Gesù ha detto: “Vi vedrò di nuovo, e allora il vostro cuore si rallegrerà!’ (Gv 16,22). Il nostro cuore reagisce vera.mente con gioia davanti al Suo sguardo, che sia attiva o passiva la nostra mente; ma il presupposto è che questo sguardo è pieno d’amore.
Secondo una frase di Klaus Hemmerle, le cose sono non come sono, ma secondo il modo in cui sono amate: come i capolavori dell’arte antica, esigono amore per essere capite; e anche l’uomo viene giustificato nell’amore. E quanto, ancora, possiamo noi comprendere nell’amore il Volto del nostro Dio, che è Amore? La bellezza del Volto di Cristo è nel Suo essere buono e nel Suo amare ogni singolo uomo individualmente. Nel testo greco del Vangelo di Giovanni non viene forse detto: “Io sono il bel (kalos) pastore”? Come si può costatare, bisogna ritornare al senso del buono, che si trova già nella Bibbia. Si può perciò condividere la tesi di Don Vincenzo Bertolone: se soltanto Uno è veramente buono, allora quell’Uno sarà anche Bello; in altre parole, Dio.

L’Amore attraverso l’amore

Per concludere, ritorniamo alla visione che Santa Gertrude ebbe la seconda domenica di Quaresima: “Prima della Messa, durante la Processione, si cantava il Responsorio: "Ho visto il Signore da viso a viso", la mia anima è stata rischiarata da una splendida, indescrivibile lucentezza che proveniva da una rivelazione della luce Divina, e mi appariva come se davanti al mio viso si presentasse un altro viso che si adattava alle parole di San Bernardo (Sermone 31, Super Cantica Canticorum, III,6): "Non formato, ma creatore, non sfiorando gli occhi del corpo, bensì allietando il volto dell’anima, amore attraverso il dono dell’amore, non attraverso il colore".
Solo Tu conosci come, in seguito a questa dolcissima visione dei Tuoi occhi chiari come il sole, i miei risplendevano nello starTi di fronte, e come Tu, mia leggiadra dolcezza, avevi catturato non solamente la mia anima, ma anche il mio cuore insieme a tutte le articolazioni! Per cui vorrei, per quanto mi resta da vivere, dimostrarTi un servizio dedito... Quando Tu... ti eri adattato a me, che ero indegna, con il Tuo caldo e nostalgico viso, che custodiva la pienezza di tutta la gioia, mi sentii come se un’inesprimibile luce, che ti riempie di felicità, uscisse dai Tuoi occhi divini ed entrasse attraverso i miei. Ne fu permeato tutto il mio essere interiore, e dette a tutto il mio corpo un meraviglioso effetto risplendente, nel quale la mia carne e le mie ossa si dissolvevano fino al midollo; ebbi la sensazione che tutto il mio essere fosse nient'altro che un raggio di luce divina, il quale, in una maniera indescrivibile e deliziosa, quasi come per gioco, avrebbe preparato la mia anima ad un’imparagonabile allegrezza e serenità”.

L’anima umana, che fu creata per questo motivo: per eternamente gioire dello sguardo divino e per vivere con lui un’amicizia, trova pienamente, nel Velo, nella ‘Veronica”, la capacità di riconoscere la bellezza del Volto di Gesù e di farsi commuovere da Lui. Dato, però, che noi siamo diventati corrotti e, per quanto riguarda i sentimenti, in un certo senso grossolani, per le conseguenze del peccato originale e dei nostri peccati, abbiamo bisogno della grazia redentrice di Dio per ritrovare l’accesso e la sensibilità per le Verità divine. I Sacramenti della Chiesa e una vita di fede secondo i comandamenti di Dio ci aiuteranno a “rivedere” Gesù e rallegrarci in Lui. Ma il doppio Volto, della Sindone e della Veronica, da cui, in un certo senso, chiaramente traspare il sorriso di Dio, può anche aiutarci a ritrovare un nuovo accesso al cuore ed alla bellezza di Dio. Se veramente saremo i suoi bambini, anche secondo la parola degli Apostoli: “saremo chiamati bambini di Dio, e lo siamo", allora la Sua bellezza sarà la nostra bellezza, e viceversa; e sulla trama della nostra vita sarà visibile il Volto di Gesù.

Sindone - Libri


Per cercare di fare il punto sulle conoscenze e sulle diverse argomentazioni a favore e contro la Sindone, la professoressa Emanuela Marinelli, docente di Scienze Naturali e Geologiche, autorevole membro del Centro Romano di Sindonologia, organizzatrice del Congresso Mondiale Sindone 2000, autrice di numerosi libri, relatrice in centinaia di incontri sul tema, promotrice della rivista “Collegamento pro Sindone” e del sito www.sindone.info, ha appena pubblicato il volume: “La Sindone. Analisi di un mistero” (Sugarco Edizioni, 267 pagine, 19,50 Euro).

Analisi del mistero: chi era l’uomo della Sindone?

Emanuela Marinelli spiega perchè quell’uomo non poteva che essere Gesù

di Antonio Gaspari



ROMA, martedì, 26 maggio 2009 (ZENIT.org).- C’è un lenzuolo ingiallito dal tempo che da secoli interroga gli umani. Per alcuni è il telo in cui fu avvolto Gesù subito dopo la morte in Croce, per altri un falso utilizzato per alimentare la devozione cristiana.
Il telo ha avvolto un cadavere martoriato, riportandone vistose macchie di sangue e l’immagine di un corpo, frontale e dorsale, impressa in modo tuttora misterioso.

Un’immagine che è sbiadita ed eterea, ma straordinariamente ricca di dettagli impressionanti che permettono di ripercorrere, come in una Via Crucis, le ultime ore di quel defunto a cui si attribuisce un’identità sconvolgente: Gesù di Nazaret.

Su quel telo conosciuto come “la Sindone” sono state fatte Inchieste, indagini, studi, analisi, discussioni. Per secoli è stato venerato come la più preziosa reliquia della Cristianità.

Poi nel 1988 il colpo di scena. Un'analisi conosciuta come prova del carbonio 14 sostiene che l’origine di quel telo risale al Medioevo, cioè in epoca successiva alla data della crocifissione di Gesù.

Gli esperti si dividono, per alcuni la prova non è stata rigorosa, per altri l’esame non è valido. Altri ancora ribadiscono che la Sindone non ha avvolto il corpo di Gesù.

Per cercare di fare il punto sulle conoscenze e sulle diverse argomentazioni a favore e contro la Sindone, la professoressa Emanuela Marinelli, docente di Scienze Naturali e Geologiche, autorevole membro del Centro Romano di Sindonologia, organizzatrice del Congresso Mondiale Sindone 2000, autrice di numerosi libri, relatrice in centinaia di incontri sul tema, promotrice della rivista “Collegamento pro Sindone” e del sito www.sindone.info, ha appena pubblicato il volume: “La Sindone. Analisi di un mistero” (Sugarco Edizioni, 267 pagine, 19,50 Euro).

ZENIT l’ha intervistata.

Quanti e quali i misteri racchiusi in un pezzo di stoffa ingiallito dal tempo?

Marinelli: Da anni gli studiosi si interrogano sulla Sindone, conservata a Torino da più di quattro secoli. La sua storia rigorosamente documentata parte dalla metà del XIV secolo e i ricercatori indagano sul percorso del suo arrivo in Europa. Però il mistero più affascinante rimane l’origine dell’immagine umana che si scorge sull’antico telo. Questa impronta si osserva ancora meglio nel negativo fotografico. Il lenzuolo ha certamente avvolto un cadavere; ma questo corpo, come ha potuto proiettare la sua sembianza sulla stoffa? L’immagine consiste in una disidratazione e ossidazione del lino, che non può essere stata provocata dal semplice contatto del lenzuolo con il cadavere.

Sono tantissimi i libri sulla Sindone. Quali sono le novità in questo suo ultimo studio?

Marinelli: Oltre tutti i motivi per dubitare del risultato dell’analisi radiocarbonica, che collocava l’origine della Sindone nel Medioevo, il volume presenta i recenti studi di un gruppo di scienziati dell’ENEA (Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente) di Frascati (Roma). Presso questo istituto di ricerca, alcune stoffe di lino sono state irradiate con un laser ad eccimeri, un apparecchio che emette una radiazione ultravioletta ad alta intensità. I risultati, confrontati con l’immagine sindonica, mostrano interessanti analogie e confermano la possibilità che l’immagine sia stata provocata da una radiazione ultravioletta direzionale.

Sono decenni che lei studia la Sindone, che idea se ne è fatta? E’ veramente il lenzuolo che ha avvolto Gesù dopo la crocifissione?

Marinelli: Non ci sono dubbi, questo lenzuolo non può aver avvolto un altro cadavere. E l’immagine deve essersi formata al momento della Risurrezione, con un lampo di luce sprigionatosi dal corpo glorioso.

Quali sono le prove e gli argomenti più solidi che attesterebbero che è proprio questo il lino che ha avvolto il corpo di Cristo?

Marinelli: C'è una perfetta coincidenza tra le narrazioni dei quattro Vangeli sulla Passione di Cristo e quanto si osserva sulla Sindone: la flagellazione come pena a sé stante, troppo abbondante per essere il preludio della crocifissione (120 colpi invece degli ordinari 21); la coronazione di spine, fatto del tutto insolito; il trasporto del patibulum, il palo orizzontale della croce; la sospensione alla croce con i chiodi invece delle più comuni corde; l'assenza di crurifragio, la frattura delle gambe inflitta per accelerare la morte; la ferita al costato inferta dopo la morte, con fuoruscita di sangue e siero; il mancato lavaggio del corpo (per la morte violenta e una sepoltura affrettata); l'avvolgimento del cadavere in un lenzuolo pregiato e la deposizione in una tomba propria invece della fine in una fossa comune; il breve tempo di permanenza nel lenzuolo.

Se la Sindone è veramente quello che lei e tantissimi altri sostengono, qual è il senso di questa reliquia? Forse il Signore vuole dare una risposta alla nostra incredulità?

Marinelli: Certamente fa effetto pensare che la rivelazione fotografica della Sindone avvenne proprio sul finire dell’800, il periodo in cui il positivismo si caratterizzava per la fiducia nel progresso scientifico e per il tentativo di applicare il metodo scientifico a tutte le sfere della conoscenza e della vita umana. Quando la fede in Gesù Cristo sembrava qualcosa di sorpassato agli occhi dei sapienti, proprio la scienza fotografica rivelò la sua immagine come una misteriosa presenza sulla Sindone. Quando poi, nella seconda metà del XX secolo, si diffonde il computer, è proprio questo mezzo moderno a svelare la

tridimensionalità dell’immagine sindonica. Ancora una volta Cristo emerge maestoso da quel lino. I devoti di San Tommaso Apostolo attraverso la Sindone possono ancora oggi mettere il dito nelle piaghe del Signore ed avere un segno, che in realtà è come il segno di Giona (Matteo 12,39-40)

Quali sono gli argomenti e perché alcune persone cercano di dimostrare che la Sindone sia un falso storico?

Marinelli: La Sindone inquieta chi vuole escludere Cristo dalla propria vita. L’unico argomento che viene sempre riproposto per negare l’autenticità di questa reliquia è la prova radiocarbonica. Ma attorno a quel test è accaduto di tutto ed è giusto sapere i retroscena di quell’esame per rendersi conto dell’infondatezza dei suoi risultati. Ho dedicato più di metà del libro a quella vicenda, fino agli ultimi sviluppi, con le ammissioni di Christopher Bronk Ramsey, attuale direttore di uno dei tre laboratori che vent’anni fa datarono la Sindone: “Tra le misurazioni del radiocarbonio e le altre prove che abbiamo sulla Sindone sembra esserci un conflitto, su come interpretare queste prove. E per questo ritengo che chiunque abbia lavorato in questo settore, scienziati esperti di radiocarbonio ed altri esperti, debbano dare uno sguardo critico alle prove che hanno prodotto per riuscire a tracciare una storia coerente che si adatti e ci dica la storia vera di questo intrigante pezzo di stoffa”. Dunque le ricerche devono continuare, ma con uno spirito limpido e scevro da pregiudizi.

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Chi è l?uomo della Sindone?

Il vaticanista Marco Tosatti racconta l?inchiesta sul telo più visitato al mondo


di Antonio Gaspari


ROMA, lunedì, 6 aprile 2009 (ZENIT.org).- Custodito presso il Duomo di Torino c’è un lenzuolo di lino protagonista di una storia fitta di misteri e di colpi di scena. E’ la Sindone, il telo più famoso al mondo, quello che milioni di fedeli ritengono abbia avvolto, duemila anni fa, il corpo di Gesù deposto nel sepolcro.

Alcuni sono però convinti che si tratti di un falso storico perchè il telo, secondo analisi fatte nel 1988 con il metodo del C14, è risalente al tardo medioevo.

Le datazioni sembrano però smentite da quegli stessi scienziati che le eseguirono venti anni fa. A questo si aggiunge la quantità di misteri che riguardano il come e il perchè si sia formata l’immagine sul telo e le innumerevoli somiglianze di quell’immagine con la persona di Gesù che diceva di essere figlio di Dio.

Marco Tosatti, vaticanista de “La Stampa”, ha cercato di rispondere alle mille domande sulla Sindone, con un inchiesta che è diventata un libro: “Inchiesta sulla Sindone” (Piemme, 320 pagine, 15 Euro).

L’autore ha interpellato esperti e storici, ha consultato documenti e fonti, ha esaminato anche le più remote tessere di quello che sembra un vero e proprio mosaico di intrighi, segreti e misteri.

Tosatti non ha esitato a indagare anche tra i poteri occulti. Fu infatti il Cardinale Anastasio Alberto Ballestrero, Arcivescovo di Genova, che accennò ad alcune frange massoniche, interessate a screditare quello che forse è un testimone muto della Resurrezione.

Per conoscere gli esiti dell’inchiesta, ZENIT ha intervistato Marco Tosatti.

Nel libro lei sostiene che l’esame del C14 sulla Sindone era sbagliato. Ci spiega come e perchè è arrivato a queste conclusioni e che cosa cambia nel dibattito in corso sulle origini della Sindone?

Tosatti: I numeri, non io, sono giunti a queste conclusioni. Diciamo intanto che i laboratori e il British Museum non hanno mai fornito, nonostante ripetute richieste da parte del committente, la diocesi di Torino, i “dati grezzi” degli esami compiuti, necessari per capire che cosa è veramente successo.

Ma anche solo esaminando i dati pubblicati su Nature, un ingegnere di Milano, Ernesto Brunati, si è accorto che c’era qualche cosa che non andava. Ho chiesto di rifare i calcoli a due professori di matematica e statistica della Sapienza, che non c’entrano nulla con il mondo della Sindone. Livia De Giovanni e Pierluigi Conti, che hanno confermato: c’era un errore di calcolo, tale da inficiare la validità dell’esame.

La “tolleranza” di errore che i tre laboratori si erano dati era del 5%; e dai numeri di Nature sembrava che si fosse raggiunto proprio il minimo, il 5%. In realtà è stato raggiunto l’uno per cento. L’esame avrebbe dovuto essere rifatto, ma i campioni ormai erano distrutti. Grazie agli esami di alcun professori americani, l’ultimo dei quali è Roberto Villareal, del Los Alamos Center, che ha presentato le sue scoperte nell’agosto 2008, credo che si sia scoperto qual’era il problema.

Una contaminazione fortissima del tessuto, e un “rammendo invisibile” praticato nel Medioevo, o dopo. L’unico risultato scientifico che supporta la tesi del falso medievale è l’esame al C14. Se questo cade, come secondo me è caduto, tutta la discussione si riapre. E’ necessaria certamente una nuova stagione di ricerche scientifiche.

Da questa indagine che idea si è fatta dell’Uomo della Sindone?

Tosatti: L’idea che mi sono fatta (e ho preso in considerazione solo i dati scientifici “duri”, cioè supportati da esami rivisti da “pari” esperti) è che quel telo abbia ospitato il corpo reale di un uomo flagellato durissimamente, e morto in croce. Il sangue è sangue, e l’immagine non è dipinta, e non è neppure ottenuta dal contatto con una superficie molto calda (strinatura), perché non c’è fluorescenza.

Perchè quel telo affascina ancora così tante persone?

Tosatti: Perché è un oggetto incredibilmente suggestivo, enigmatico e maestoso. E non sto parlando di fede o di cattolici; fra i più appassionati ricercatori della Sindone ci sono ebrei come Avinoam Danin, e protestanti come William Meacham, per non citarne che due. Senza tener conto di agnostici come Delage, e altri professori e ricercatori americani. Un qualche cosa di assolutamente unico al mondo.

Quali sono gli argomenti per cui lei crede che quell’uomo fosse il Gesù di cui si parla nei Vangeli?

Tosatti: Perché quello che ci racconta il telo calza come un guanto sui racconti della Passione. Le ferite, la flagellazione, il colpo di lancia (invece del crurifragium lo spezzare le gambe per far morire di asfissia i crocifissi ebrei prima del sabato) addirittura le scorticature sulle ginocchia…Vero o falso, quel telo rappresenta Gesù.

Se l’uomo della Sindone è Gesù, allora dobbiamo pensare che quel telo è un reperto per stupire gli scettici e per spingere gli uomini ad avere più fede? Oppure no?

Tosatti: Mi sono posto questa domanda. Io credo che chi è credente non abbia bisogno della Sindone. Ma certamente chi è credente, sapendo che non è un artefatto, la vede con occhi diversi. Mi è anche venuto in mente un pensiero, che spero non venga giudicato irriverente. Il buon Dio si è “divertito”, se come penso è autentica, lasciandoci un oggetto così “esagerato” nella sua tremenda veridicità. Tremenda perché racconta di una violenza e di una crudeltà enormi.

E’ vero che nel telo ci sono tracce ematiche, cioè il sangue di Cristo?

Tosatti: Nel libro riporto il racconto di come alcuni studiosi americani – uno dei quali, Adler, ebreo – hanno certificato che quello sulla Sindone è sangue. Ma altri, fra cui Baima Bollone, lo hanno confermato. Se non ricordo male sono stati compiuti almeno dodici esami diversi per verificare se si trattava realmente di sangue. E la risposta è positiva.

Ci dia almeno un motivo per convincerci a leggere il suo libro?

Tosatti: Le do un motivo totalmente laico. Quella della Sindone, e dei misteri ad essa collegati, antichi e attuali, comprese non poche cose legate all’esame del C14, è una delle storie più intriganti e affascinanti che mi è capitato di scrivere. In 28 anni da vaticanista me ne sono sempre occupato poco; lavoravo per La Stampa, e di conseguenza il telo era “coperto” da colleghi della città in cui la Sindone è conservata. Sono grato a Piemme per avermi chiesto di scrivere quest’inchiesta, che mi ha obbligatoriamente condotto in un mondo meravigliosamente coinvolgente. E ho cercato di renderne se non altro qualche riflesso.

mercoledì 10 giugno 2009

Un prêtre orthodoxe élu au Parlement européen

Un prêtre orthodoxe finlandais, qui a été suspendu par son église pour s'être présenté aux élections européennes, figure parmi les 13 Finlandais élus dimanche 8 juin au Parlement européen.

Le P. Mitro Repo, 50 ans, candidat sous l'étiquette des sociaux-démocrates, a rassemblé sous son nom 71.500 votes directs, lui permettant d'occuper un des deux sièges obtenus par le principal parti d'opposition finlandais.

"Honnêtement, cette (popularité) a été en partie une surprise pour moi", a déclaré le prêtre à la télévision publique finlandaise YLE.

"Promouvoir une Europe plus humaine"


Fin mai, son église l'avait suspendu de ses fonctions et lui avait interdit, pour la durée de la campagne et de son éventuel mandat de député, de célébrer des offices religieux ou de porter sa soutane, sa croix ou tout autre symbole de la prêtrise, parce que la tradition orthodoxe interdit aux prêtres de s'engager politiquement.

"Un prêtre est, comme son modèle, le serviteur de tous et ne peut donc pas représenter un groupe particulier de la société", avait estimé l'Eglise.

"Je vais promouvoir une Europe plus humaine. Je parle des problèmes de la vie active depuis des années en Finlande et je continuerai à le faire en Europe", a promis le P. Repo, dimanche.

Connu des Finlandais comme "le Père Mitro " et régulièrement présent dans les médias ou à la télévision vêtu de sa soutane, le prêtre est connu pour son sens de l'humour. L'Eglise orthodoxe finlandaise compte 60.500 membres, contre 4,3 millions pour l'Eglise luthérienne.

AFP
(http://www.lacroix.com)

Thomas Crean


Dio non delude

Thomas Crean svela l'ignoranza e i pregiudizi di Richard Dawkins

di Antonio Gaspari
ROMA, domenica, 7 giugno 2009 (ZENIT.org).- Fa una certa impressione scoprire nelle librerie, nella parte dedicata alle scienze, che i titoli più propagandati sono di autori il cui obiettivo principale è esaltare l'ateismo e ridicolizzare la religione cristiana.

E' il caso dell'etologo britannico Richard Dawkins, professore di Public Understanding of Science presso l'Università di Oxford, il cui ultimo libro, edito in italiano da Mondadori, ha per titolo "L'illusione di Dio" (The God Delusion).

In questo come in altri libri, Dawkins sostiene che l'ipotesi di un Dio Creatore è contraddittoria e inverosimile, che i miracoli sono storie per creduloni, che i Vangeli non forniscono alcuna informazione attendibile sulla vita di Gesù e che Cristo non è affatto il figlio di Dio, anzi è un tracotante personaggio storico che genera artificiose illusioni.

Secondo Dawkins, la religione è una grossa allucinazione che provoca un danno psicologico, intellettuale e sociale. Per questo, il professore britannico si sente in dovere di spazzar via le nebbie di un'educazione cristiana che sarebbe paurosa, cieca e infantile.

Di fronte a tanta arrogante sicumera, padre Thomas Crean O.P., professore di Filosofia ad Oxford, ha scritto il libro "God is no delusion", pubblicato in italiano con il titolo "Non di sola materia" (Edizioni Studio Domenicano), che ha destato enorme scalpore perché risponde in modo pacato e puntuale a tutte le argomentazioni di Dawkins, dimostrando come ignoranza, pregiudizi e contraddizioni alberghino nel libro del campione di ateismo britannico.

Dawkins critica i Vangeli sostenendo che"furono tutti scritti molto tempo dopo la morte di Gesù", che "non si sa chi fossero i quattro evangelisti" e che le generazioni di amanuensi che copiarono i Vangeli "avevano anche i loro scopi religiosi" e quindi apportarono ai testi delle conseguenti modifiche .

Con flemma e accuratezza tutta anglosassone, Crean rileva che esistono molti più manoscritti del Nuovo Testamento di quanti se ne trovino per qualunque altra documentazione profana.

Per esempio, le opere di Aristotele sono contenute in soli cinque manoscritti ancora esistenti, le cronache dello storico romano Tacito in venti.

Per contro, esistono approssimativamente circa 5.300 manoscritti greci contenenti la totalità o alcune parti del Nuovo testamento, e circa 10.000 manoscritti latini e 9.300 manoscritti redatti in lingue arcaiche come il siriano.

Si conserva inoltre un gran numero di frammenti di papiri, risalenti al II e III secolo, contenenti gli stralci dei Quattro Vangeli.

Ad esempio, il "frammento Rylands", datato attorno al 125 d.C. è un frammento di papiro che riporta il colloquio di Gesù con Ponzio Pilato (capitolo 18 del Vangelo di Giovanni).

Il padre domenicano fa notare che questo frammento non si trova in qualche monastero dell'Egitto o della Siria, bensì nella biblioteca del Magdalen College di Oxford, assai vicino a dove abita Dawkins.

Sull'esistenza degli evangelisti e sulla diffusione del cristianesimo, il prof. Crean si dice stupito della inusuale superficialità dell'analisi di Dawkins.

La Chiesa cristiana si diffuse negli anni immediatamente successivi alla crocifissione di Gesù. Già nell'anno 70 i cristiani erano presenti in città come Antiochia, Corinto, Alessandria, Roma, Efeso, Filippi e così via.

Se tutto è una costruzione artificiosa da parte di uomini, come è possibile che una storia così inverosimile di una persona che diceva di essere il figlio di Dio, che era stato crocifisso e poi era risorto sia stata così creduta e si sia diffusa fino ad oggi?

Forse le persone sono tutte degli allocchi e Dawkins è tra i pochi che non si sono fatti abbindolare?

Dopo aver mostrato quanto le tesi di Dawkins siano superficiali erronee e inaccurate, il prof. Crean respinge in maniera chiara le tesi evoluzioniste e casualistiche dell'autore britannico.

Nel libro "Il gene egoista" e nei testi successivi, Dawkins sostiene che la religione, di qualsiasi genere e di qualunque tempo, è un'illusione che non può essere considerata pazzia solo in forza della sua diffusione.

Il padre domenicano spiega che i seguaci di Dawkins credono che la spinta iniziale di esistenze come quelle di San Paolo, San Benedetto, Dante Alighieri, Blaise Pascal, Louis Pasteur, Fedor Dostoyevsky, del Cardinale John Henry Newman o di Madre Teresa "non sia altro che il malfunzionamento di un qualche principio utile alla sopravvivenza dei nostri geni".

In realtà, spiega il prof. Crean, l'uomo non è frutto del caso, ma della volontà, ovvero dell'Amore di Dio.

"Il nostro vero destino - ha concluso - è quindi il possesso immortale dell'amore infinito. E nessun uomo è privato di questo fine e di questa felicità, se non per libera scelta"

S.S. Trinità


Intervento in occasione dell'Angelus

domenica, 7 giugno 2009 (ZENIT.org)

Cari fratelli e sorelle!

Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l'Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l'intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell'Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell'unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l'itinerario della rivelazione di Gesù, dall'incarnazione alla morte e risurrezione fino all'ascensione e al dono dello Spirito Santo.

Quest'oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l'ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore "non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza" (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il "nome" della Santissima Trinità, perché tutto l'essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l'Amore creatore. Tutto proviene dall'amore, tende all'amore, e si muove spinto dall'amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. "O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!" (Sal 8,2) - esclama il salmista. Parlando del "nome" la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il "tessuto" di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all'Amore. "In lui - disse san Paolo nell'Areòpago di Atene - viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l'amore ci rende felici, perché viviamo in relazione, e viviamo per amare e per essere amati. Usando un'analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l'essere umano porta nel proprio "genoma" la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell'Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l'Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l'immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.

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La via dell’amore ci conduce a Dio: il commento di mons. Bruno Forte alle parole del Papa sul Mistero della Trinità

◊ Dagli atomi alle galassie, dalle particelle minuscole all’universo, “tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore”: è una delle belle immagini che Benedetto XVI ha utilizzato ieri all’Angelus nella Solennità della Santissima Trinità. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, il Papa ha inoltre affermato che “l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore”. Una considerazione sulla quale si sofferma l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, intervistato da Alessandro Gisotti:

R. – L’ispirazione profonda delle parole di Papa Benedetto sulla Trinità è certamente la teologia agostiniana. Sappiamo quanto Joseph Ratzinger ami Sant’Agostino, quanto vi abbia lavorato; e nel “De Trinitate” ci sono pagine straordinarie in cui Agostino presenta la Trinità alla luce della contemplazione del mistero dell’amore. In altre parole, Agostino dice: “Vides Trinitatem si caritatem vides” – vedi la Trinità se vedi l’amore. Dunque, l’amore dove ci sono sempre i due – l’amante e l’amato – e il loro vincolo di unità è la chiave per entrare, sia pure con la modestia delle nostre capacità e restando in punta di piedi sulla soglia, nel mistero divino di un Dio che è l’eterno amante, il Padre, e l’eterno amato, il Figlio e il loro vincolo d’amore, lo Spirito. Questo messaggio forte, con il linguaggio della scienza e della biologia, che Papa Benedetto ha voluto darci parlando della Trinità inscritta nel genoma umana, cioè nella vocazione stessa dell’uomo a essere se stesso e ad esserlo nell’amore.


D. – Siamo nell’Anno dell’astronomia e il Papa ieri ha sottolineato che l’Universo proviene e tende verso l’amore: sembra riecheggiare Dante: “L’amor che move il sole e l’altre stelle” …


R. – Questo è certamente un’eco presente nella profonda cultura teologica, letteraria, spirituale di Papa Benedetto. E naturalmente, in questa contemplazione della rete di rapporti che regge l’universo e che è fondamentalmente una rete di sinergie, dunque di relazioni d’amore – potremmo dire – c’è il seguire ancora la via agostiniana delle “vestigia Trinitatis”. Agostino si concentrerà poi in modo speciale sulla psicologia dell’uomo e dunque vedrà la Trinità attraverso un’analisi dell’intelligenza, della memoria, dell’amore. Benedetto estende questa lettura dell’impronta trinitaria nell’essere umano all’armonia e alla sinergia che reggono tutte le forze dell’universo.


D. – Per spiegare l’inspiegabile mistero della Trinità, Benedetto XVI ha fatto riferimento a ciò che è immediatamente comprensibile, sperimentabile da ogni uomo: l’amore …


R. – Credo che questa via sia la via privilegiata per entrare nel mistero della Trinità. Come tale ce l’ha presentata ieri Papa Benedetto e credo che questo sia molto bello perché abbia anche un forte impatto catechetico-pastorale. E in questo, Papa Benedetto, libero, naturalmente, rispetto ad Agostino, dai vincoli dell’influenza del pensiero essenzialistico del mondo antico, si apre ad una prospettiva più personalistica ed esistenzialistica e ci aiuta a contemplare la Trinità lungo la via dell’amore in maniera semplice e profonda. Credo che sia un apporto bello al kerygma, all’annuncio del Dio-amore che è l’annuncio del Dio-Trinità.

giovedì 4 giugno 2009

Lettera ai cercatori di Dio

Conferenza Episcopale Italiana
Commissione Episcopale per la dottrina della fede,
l’annuncio e la catechesi






Lettera
ai cercatori di Dio










Presentazione




Questa “Lettera ai cercatori di Dio” è stata preparata per iniziativa della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Conferenza Episcopale Italiana, come sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale, oltre che come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio della fede in Gesù Cristo, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa. Il Consiglio Episcopale Permanente ne ha approvato la pubblicazione nella sessione del 22-25 settembre 2008.

Frutto di un lavoro collegiale che ha coinvolto vescovi, teologi, pastoralisti, catecheti ed esperti nella comunicazione, la Lettera si rivolge ai “cercatori di Dio”, a tutti coloro, cioè, che sono alla ricerca del volto del Dio vivente. Lo sono i credenti, che crescono nella conoscenza della fede proprio a partire da domande sempre nuove, e quanti - pur non credendo - avvertono la profondità degli interrogativi su Dio e sulle cose ultime. La Lettera vorrebbe suscitare attenzione e interesse anche in chi non si sente in ricerca, nel pieno rispetto della coscienza di ciascuno, con amicizia e simpatia verso tutti.

Il testo parte da alcune domande che ci sembrano diffuse nel vissuto di molti, per poi proporre l’annuncio cristiano e rispondere alla richiesta: dove e come incontrare il Dio di Gesù Cristo? Ovviamente, la Lettera non intende dire tutto: essa vuole piuttosto suggerire, evocare, attrarre a un successivo approfondimento, per il quale si rimanda a strumenti più adatti e completi, fra cui spiccano il Catechismo della Chiesa Cattolica e i Catechismi della Conferenza Episcopale Italiana.

La Commissione Episcopale si augura che la Lettera possa raggiungere tanti e suscitare reazioni, risposte, nuove domande, che aiutino ciascuno a interrogarsi sul Dio di Gesù Cristo e a lasciarsi interrogare da Lui. Affida perciò al Signore queste pagine e chi le leggerà, perché sia Lui a farne strumento della Sua grazia.


 Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto
Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi



Roma, 12 aprile 2009, Pasqua di Risurrezione

Premessa



Come credenti in Gesù Cristo, animati dal desiderio di far conoscere colui che ha dato senso e speranza alla nostra vita, ci rivolgiamo con rispetto e amicizia a tutti i cercatori di Dio. Li riconosciamo in tanti uomini e donne del nostro tempo, guardando alla situazione di inquietudine diffusa, che non ci sembra possibile ignorare. È un’inquietudine che abbiamo riconosciuta anche in noi stessi e che si esprime nella domanda, presente nel cuore di molti: Dio, chi sei per me? E io chi sono per te?

Ci rendiamo conto che, abitualmente, questa domanda viene espressa con parole molto diverse da quelle appena accennate. Sappiamo anche che a volte è soffocata, disturbata, fraintesa o sembra lanciata inutilmente, verso orizzonti indecifrabili. Abbiamo però l’impressione che l’interrogativo sul mistero ultimo che tutti ci avvolge, e di conseguenza sul senso della nostra esistenza, sia veramente diffuso. Ci preoccupa anzi il dover constatare che a volte e per ragioni diverse esso venga spento sul nascere o corra il rischio di insabbiarsi.

È questo che ci ha sollecitati a scrivere una “lettera” a coloro che cercano e spesso faticano a trovare una risposta alle domande più profonde del loro cuore e anche a coloro che non cercano più, rassegnati o delusi. Vorremmo fosse un dialogo tra amici, lo spunto per trovarsi a riflettere insieme con verità e trasparenza. Una “lettera” che è piuttosto un insieme di lettere, un po’ come lo sono alcune dell’apostolo Paolo, per usare un esempio familiare a chi conosce le Sacre Scritture.

Chiediamo a chi leggerà queste pagine di interpretarle come un gesto di amicizia. Le abbiamo intitolate “Lettera ai cercatori di Dio”, perché riteniamo che chi cerca ragioni per vivere, in qualche modo e nel profondo della sua attesa cerchi Dio: vogliamo proporre una strada per incontrare Gesù, il Cristo, il Figlio del Dio vivente venuto fra noi, colui che sovverte i nostri schemi e le nostre attese, ma è anche il solo che riteniamo possa darci l’acqua che disseta per la vita eterna.

Si tratta dunque:

di un invito a riflettere insieme sulle domande che ci uniscono (parte I);

di una testimonianza, tesa a rendere ragione della speranza che è in noi (parte II);

di una proposta fatta a chi cerca la via di un incontro possibile con il Dio di Gesù Cristo (parte III).








I

le domande che ci uniscono
In questa prima parte, cerchiamo di dare uno sguardo al cuore di tutti, capace di andare oltre le apparenze. Constatiamo così la presenza di una diffusa attesa di qualcosa – o di Qualcuno – cui si possa affidare il proprio desiderio di felicità e di futuro, e che sia in grado di dischiuderci un senso, tale da rendere la nostra vita buona e degna di essere vissuta.

Non possiamo certamente dimenticare che questo sogno di felicità e di futuro viene percepito in modi diversissimi e si manifesta con tanti nomi. Dobbiamo cercare di decifrarlo, organizzandolo intorno ad alcune domande concrete. Abbiamo scelto degli interrogativi, che ci sembrano attraversare eventi, persone, esperienze di gioia e di limite, riconoscibili nella vita di ognuno.

Si tratta delle domande che riguardano la nostra esistenza, il nostro destino e il senso di ciò che siamo e facciamo, oltre che di tutto ciò che ci circonda. Sono interrogativi che, per essere veramente affrontati, richiedono il coraggio della ricerca della verità e la libertà del cuore e della mente. Come discepoli di Gesù, ci sembra di poter discernere in queste molteplici attese una forte domanda di incontro con il Dio che lui ci ha rivelato.

1. FELICITÀ E SOFFERENZA


Siamo cercatori di felicità, appassionati e mai sazi. Questa inquietudine ci accomuna tutti. Sembra quasi che sia la dimensione più forte e consistente dell’esistenza, il punto di incontro e di convergenza delle differenze. Non può essere che così: è la nostra vita quotidiana il luogo da cui sale la sete di felicità. Nasce con il primo anelito di vita e si spegne con l’ultimo. Nel cammino tra la nascita e la morte, siamo tutti cercatori di felicità.

Certo, questa esperienza comune si frastaglia in mille direzioni differenti. Tutti possiamo riconoscerci nel bisogno di felicità: ma quale felicità cerchiamo? come la cerchiamo? quali strumenti ce ne assicurano il possesso? e gli altri, in questa appassionata ricerca, che posto hanno?

Qualcuno ha accusato la tradizione cristiana di opporsi alla voglia di felicità, di guardare eccessivamente al futuro dimenticando il presente. Qualche volta è stato contestato ai credenti in Cristo l’eccessivo prezzo da pagare per assicurare la felicità, o si sono loro rimproverati i modelli dal sapore rinunciatario, persino un poco masochista, presentati come condizione per raggiungere la felicità. Qualcuno è arrivato alla decisione di dover liberare l’uomo da Dio per restituirgli il diritto alla felicità.

Le provocazioni ci sfidano e ci aiutano a pensare, facendoci riscoprire alla radice dell’esperienza cristiana la figura di Gesù, che ci ha offerto il volto di un Dio amante della vita e della felicità dell’uomo. Peraltro, le crisi nel rapporto tra vita e felicità non riguardano solo noi cristiani. Chiunque ama la vita e cerca la gioia duratura per sé e per gli altri, non riuscirà certamente ad accontentarsi di proposte che legano la felicità unicamente al possesso, alla conquista, al potere, al solo piacere, all’egoismo personale o di gruppo.


L’esperienza della fragilità

Come credenti, abbiamo una convinzione irrinunciabile, che ci viene dalla nostra esperienza cristiana. Su di essa cerchiamo il confronto con tutti coloro che preferiscono la vita alla morte e cercano la felicità come la qualità profonda di questa stessa vita. La vita è bella nonostante tutte le prove e le disavventure, perché esistiamo e sperimentiamo l’amore.

Non per tutti, certo, è così. La vita è segnata in tutte le sue fasi e le sue forme dalla fragilità: la fragilità del nascituro, del bambino, dell’anziano, del malato, del povero, dell’abbandonato, dell’emarginato, dell’immigrato, del carcerato. In tutte le età ci sono sofferenze fisiche, psichiche, sociali. Come avviene per la felicità, anche l’esperienza del dolore ci accomuna tutti.

Come in ogni situazione umana si sperimenta la fragilità, così ogni ambiente vitale è frutto di un fragile equilibrio. Nei volti delle famiglie ci sono spesso più lacrime da asciugare che sorrisi da raccogliere. Nella vita ci sono sofferenze che arrivano contro ogni nostra aspettativa e ci sono anche sofferenze che nascono dai nostri errori e dalle nostre colpe, quelle che costruiamo con le nostre mani: quando, ad esempio, diamo la prevalenza all’avere sull’essere; quando ci carichiamo di cose inutili; quando diamo la precedenza alle cose sulle persone, agli interessi materiali sugli affetti.

La fragilità rimane una grande sfida: da sempre essa ha suscitato interrogativi, problemi, dubbi. Un personaggio della Bibbia è diventato una sorta di riferimento per coloro che hanno il coraggio di riflettere sul dolore. Si tratta di Giobbe: con il suo nome chiamiamo chi soffre ingiustamente e chi giustamente ha motivi per lamentarsi. Con Giobbe ci chiediamo: perché dobbiamo soffrire e morire?

Molti non conoscono le parole che la Bibbia mette sulle labbra di Giobbe nel momento in cui il contatto con il dolore diventa bruciante. Parole simili, forse, le abbiamo gridate noi stessi, una o tante volte:

Perisca il giorno in cui nacqui…
Perché non sono morto fin dal seno di mia madre
e non spirai appena uscito dal grembo?
Perché due ginocchia mi hanno accolto,
e due mammelle mi allattarono? …
Come lo schiavo sospira l’ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
così a me sono toccati mesi di illusione
e notti di affanno mi sono state assegnate…
Ricordati che un soffio è la mia vita,
il mio occhio non rivedrà più il bene.

(Giobbe 3,3. 11-12; 7,2-3. 7)



Quale felicità?

Facciamo fatica ad accettare la scuola della sofferenza per scoprire che cosa sia la vita e la felicità. Nonostante tutte le nostre riflessioni e le nostre proteste, infatti, la debolezza, il dolore, la morte rimangono un mistero.

La cultura moderna, non sapendo dare una risposta a queste sfide, cerca di nasconderle con l’ebbrezza del consumismo, del piacere, del divertimento, del non pensarci. In tal modo, però, si nega il significato profondo della debolezza e della vulnerabilità umane e se ne ignora sia il peso di sofferenza, sia il valore e la dignità: e questo rende interiormente aridi e induce a vivere in modo superficiale.

L’esperienza della fragilità, del limite, della malattia e della morte può insegnarci alcune cose fondamentali. La prima è che non siamo eterni: non siamo in questo mondo per rimanerci per sempre; siamo pellegrini, di passaggio. La seconda è che non siamo onnipotenti: nonostante i progressi della scienza e della tecnica, la nostra vita non dipende solo da noi, la nostra fragilità è segno evidente del limite umano. Infine, l’esperienza della fragilità ci insegna che i beni più importanti sono la vita e l’amore: la malattia, ad esempio, ci costringe a mettere nel giusto ordine le cose che contano davvero.

La fragilità è una grande sfida anche per la fede nel Dio di Gesù Cristo. Il Signore ci ha creati per la vita, per la felicità. Perché, allora, permette il dolore, l’invecchiamento, la morte? Quante domande di fronte a un dolore o a un lutto che fa sanguinare il cuore! Si può perfino dire che la sofferenza e la morte sono la più grossa sfida contro Dio. C’è chi si è dichiarato “ateo” per amore di Dio, per giustificare la sua assenza e il suo silenzio davanti al dolore innocente.



Che cosa possiamo sperare?

Le domande si moltiplicano. Ciascuno ha le proprie. A pensarci bene, cambiano le parole, ma il grido resta, comune e condiviso da tutti: abbiamo una gran voglia di vita, di felicità, di sicurezza e di tranquillità, e il dolore, la fragilità e la morte sembrano fatti apposta per distruggere tutto questo. Dobbiamo rassegnarci? Spegnere la voglia di vita, raffreddando i nostri slanci? Dobbiamo riconoscere che questa non è la nostra casa e rimandare tutto a un dopo, a quando saremo finalmente a casa?

Ma questa casa, lontana e non sperimentabile, c’è davvero o resta un’illusione, più o meno com’è per tanti tentativi che costruiamo con le nostre pretese e che ci lasciano l’amaro in bocca? Qualcuno va oltre, pensando: smettiamola di sognare e accontentiamoci di quello che possiamo avere tra le mani. Pazienza, poi, se dobbiamo sottrarlo, violentemente o astutamente, ad altri. Questa è la vita. Non è più saggio rassegnarsi?

La nostra esperienza quotidiana è spesso tentata di cadere nella rassegnazione e nel cinismo, eppure si spalanca continuamente verso una forte necessità di speranza. Ma che cosa significa sperare? La speranza ha a che fare con la gioia di vivere. Suppone un futuro da attendere, da preparare, da desiderare. Sentiamo che la speranza richiede e suscita unità nel cuore: dà senso e motiva ogni nostro sentimento, ogni nostra aspirazione, ogni nostro progetto. Promuove anche unità nella storia: nelle tante cose che pensiamo e che facciamo ogni giorno ci può essere un filo conduttore che collega e illumina tutto quanto. Se c’è speranza, c’è pazienza e c’è la vigilanza che sa vagliare e spinge all’impegno in ogni cosa.

Non si può vivere senza speranza: sarebbe come vivere senza riuscire a dare una prima iniziale risposta all’interrogativo “perché sono al mondo”? Tutti abbiamo bisogno di un orizzonte di senso, per dire qualcosa di vero sul nostro futuro. Ha senso sperare che ciò che desideriamo si attui; così pure ha senso sperare di avere successo nei singoli aspetti su cui puntiamo. C’è una speranza a livello personale e c’è una speranza a livello storico-cosmico. Il tempo e le circostanze sono importanti per dare un contesto e un contenuto alle nostre speranze.

C’è una speranza che nasce e cresce grazie ai rapporti con le persone; anzi certi rapporti, aperti al dialogo e alla collaborazione, generano speranza, perché ci fanno sentire accolti e cercati e ci stimolano all’azione. Ma è possibile pensare e desiderare la speranza come dono che viene a noi in modo imprevedibile, come intervento non soltanto umano? Un dono che trascende le nostre possibilità, la nostra progettualità, i nostri orizzonti?

Nei momenti più felici, come in quelli più profondi, anche quando sono sofferti, sogniamo una speranza che crede e che ama: la speranza di chi si sente amato, cercato, sostenuto nel quotidiano, in un crescendo di senso, di gioia, di operosità costruttiva, che va oltre la fine di tutto. È questa la speranza che viene da Dio?
2. AMORE E FALLIMENTI


Siamo fatti per amare. L’amore dà la vita e vince la morte: “Se c’è in me una certezza incrollabile, essa è quella che un mondo che viene abbandonato dall’amore deve sprofondare nella morte, ma che là dove l’amore perdura, dove trionfa su tutto ciò che vorrebbe avvilire, la morte è definitivamente vinta” (Gabriel Marcel). Ne siamo consapevoli, anche quando le parole che pronunciamo e i fatti di cui è intessuta la nostra esistenza non sono in grado di esprimere quello che abbiamo intuito e che desideriamo. Ci fanno paura le persone aride, spente nella voglia di amare e di essere amate.

L’amore è irradiante, contagioso, origine prima e sempre nuova della vita. Per amore siamo nati. Per amore viviamo. Essere amati è gioia. Senza amore la vita resta triste e vuota. L’amore è uscita coraggiosa da sé, per andare verso gli altri e accogliere il dono della loro diversità dal nostro io, superando nell’incontro l’incertezza della nostra identità e la solitudine delle nostre sicurezze.


Imparare ad amare

Quella dell’amore è la storia più personale della nostra esistenza. Riconosciamo i percorsi e proclamiamo gli eventi che la punteggiano. Ma ci troviamo spesso affaticati, stanchi, sollecitati a fermarci al bordo della strada a causa di delusioni e incertezze.

Riconosciamo che nella via dell’amore c’è sempre una provenienza, un’accoglienza e un avvenire. La provenienza è l’uscire da sé nella generosità del dono, per la sola gioia di amare: l’amore nasce dalla gratuità o non è. L’accoglienza è il riconoscimento grato dell’altro, la gioia e l’umiltà del lasciarsi amare. L’avvenire è il dono che si fa accoglienza e l’accoglienza che si fa dono, l’essere liberi da sé per essere uno con l’altro e nell’altro, in una comunione reciproca e aperta agli altri, che è libertà.

Tutto questo è difficile. Mille ostacoli attraversano il cammino e spesso lo bloccano. Basta uno sguardo al mondo dei rapporti umani, per constatare l’evidenza di tanti fallimenti dell’amore, un’evidenza che appare perfino chiassosa e inquietante. Siamo fatti per amare e scopriamo quasi di non esserne capaci. Originati dall’amore, ci sembra tanto spesso di non saper suscitare amore.

Perché? Ce lo chiediamo quando la nostalgia di esperienze di amore intense e limpide attraversa la nostra esistenza e colora i nostri sogni. Qualcuno, raccogliendo le parole dalla sua esperienza, suggerisce ragioni e prospettive di questa fatica di amare, tutte, comunque, da verificare in prima persona. Sono la possessività, l’ingratitudine e la tentazione di catturare l’altro le forme che più comunemente paralizzano il cammino dell’amore.

La possessività paralizza l’amore perché impedisce il dono, bloccando il cuore in un avido e illusorio accumulo di ricchezza per sé. L’ingratitudine è l’opposto della riconoscenza gioiosa. Impedisce l’accoglienza dell’altro e impoverisce l’anima, perché dove non c’è gratitudine, il dono stesso è perduto. La cattura è frutto della gelosia, e insieme della paura di perdere l’istante posseduto: in una sorta di sazietà illusoria essa chiude lo sguardo verso gli altri e verso l’avvenire. Come superare queste resistenze? Come divenire capaci di amare oltre ogni possessività, ingratitudine e prigione del cuore? Chi ci renderà capaci di amare?

Rinascere sempre di nuovo nell’amore

Abbiamo cercato parole per dire il nostro amore, quello che ci fa nascere, vivere e sperare. Abbiamo dovuto usare parole amare, come delusione, fallimento, tradimento, incertezza, chiusura, egoismo. Non tutto è così, per fortuna.

La nostra esperienza di amore sa rinascere. Parliamo di fallimento proprio perché sogniamo esperienze diverse. Sogniamo esperienze nuove perché altri, amici vicini o sconosciuti, ci restituiscono fiducia nell’amore e sicurezza nella sua vittoria, nonostante tutto.

Davvero lo scontro tra amore e tradimento mette la nostra esistenza in una condizione di inquietudine, che scopriamo sempre presente e nuova, anche quando ci sembra d’averla superata e risolta. Nel silenzio del nostro cuore inquieto troviamo una domanda che avvolge tutto il mistero del nostro esistere e che si proietta in avanti, anche quando sperimentiamo risposte che sembrano soddisfacenti.

Soprattutto deve diventare veramente nostra la risposta che ognuno di noi darà a questa domanda. Ciascuno è chiamato a esprimerla nella sua storia personale e a dire a se stesso le sue buone ragioni per amare e superare le resistenze ad amare a partire dal proprio vissuto. La solidarietà che ci lega ci spinge però a rompere il silenzio per farci ciascuno proposta agli altri.

Sì: c’è in noi un immenso bisogno di amare e di essere amati. Davvero, “è l’amore che fa esistere” (Maurice Blondel). È l’amore che vince la morte: “Amare qualcuno significa dirgli: tu non morirai!” (Gabriel Marcel). Eugenio Montale esprime intensamente questo bisogno, che è insieme nostalgia, desiderio e attesa, nei versi scritti dopo la morte della moglie, dove è proprio l’assenza della persona amata a far percepire l’importanza dell’amore, che vive al di là di ogni fragilità e interruzione:

Ho sceso, dandoti il braccio,
almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.


In questo bisogno di rinascere sempre di nuovo nell’amore ci sembra riconoscibile una nostalgia: quella di un amore infinito…
3. LAVORO E FESTA


Il lavoro è un diritto e una responsabilità. Nel lavoro entrano in gioco la nostra dignità di persone, il senso e la qualità della nostra vita, l’esercizio quotidiano della nostra relazione con gli altri. Ne siamo convinti e non abbiamo bisogno che qualcuno ce lo ricordi. Guardiamo con senso di preoccupazione e di rimprovero le persone che hanno poca voglia di lavorare. Percepiamo la difficoltà e perfino il dramma di chi non riesce a trovare lavoro. La negazione del diritto al lavoro, di cui soffrono ancora tante donne e uomini di questo tempo, specialmente fra i giovani, non può lasciarci indifferenti.

Come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo” (Concilio Vaticano II, Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 22), riconosciamo al lavoro una grande dignità, un significato profondo. Vogliamo perciò interrogarci insieme sul suo significato, per comprendere meglio questa dimensione importante della nostra esistenza e le attese che essa porta con sé.


Perché il lavoro?

Per il lavoro impegniamo la maggior parte della nostra esistenza. Se perdiamo il senso del lavoro, perdiamo il senso stesso della nostra vita. Veniamo da esperienze e da modelli di tessuto sociale in cui il lavoro era gravato da condizioni disumane: dannoso alla salute, carico di pericoli, segnato da orari insopportabili, pagato in nero. Oggi, certamente, molte cose sono cambiate, anche se non sempre e non per tutti.

Affiorano però problemi nuovi, connessi alla globalizzazione, alla delocalizzazione, alla concorrenza, alle difficoltà delle imprese, alle ricorrenti crisi economiche. È cresciuto il livello medio della ricchezza, ma nel contempo si sono allargate le aree della povertà e dell’emarginazione. La forte innovazione tecnologica ha spesso determinato nel lavoratore insicurezza sul suo posto di lavoro e incertezza sul destino della sua professionalità. Ne deriva una sete di giustizia e di dignità, sempre più diffusa ed esigente.

In quali condizioni lavorare, per non diventare schiavi del lavoro e perché in esso si esprima la nostra dignità di persone? Ce lo chiediamo con l’ansia di chi non si accontenta di parole e riconosce di affrontare questioni vitali, personali e sociali. Non viviamo per lavorare, ma lavoriamo per vivere. Non lavoriamo per fare soldi - o almeno non dovremmo farlo solo per questo -, lavoriamo per vivere dignitosamente. Non lavoriamo solo per noi, ma per far vivere coloro che non sono ancora in grado di lavorare, i bambini, e coloro che non possono più lavorare, gli anziani. Il lavoro deve servire a realizzare la nostra dignità di persone. Non è una merce che si compra e si vende, ma un’attività umana libera e responsabile.

La crescita in consapevolezza e in responsabilità ci ha aiutato a scoprire un’altra ragione del nostro lavoro: lavoriamo per il benessere della collettività e dell’umanità in generale. In tal senso, il lavoro è un obbligo morale verso il prossimo: in primo luogo verso la famiglia, poi verso la società a cui si appartiene, la nazione di cui si è cittadini, l’intera famiglia umana. Noi siamo eredi del lavoro delle generazioni che ci hanno preceduto e insieme costruttori del futuro di coloro che vivranno dopo di noi.

Quanti riconoscono orizzonti più alti di quelli che costruiamo con le nostre mani e collocano, in qualche modo, il riferimento a Dio creatore nella loro esperienza quotidiana, individuano un’ulteriore ragione del lavoro umano. A noi pare importante e offre un respiro di speranza alla nostra fatica, anche se ci rendiamo conto di quanto questa visione possa essere esigente: mediante il lavoro l’uomo collabora con Dio nel portare a termine la creazione.

Lo riferisce una delle prime pagine della Bibbia. Dopo aver creato il mondo, Dio comanda all’uomo e alla donna: “Riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo…” (Genesi 1,28). Soggiogare la terra vuol dire prendere possesso dell’ambiente e governarlo, rispettando l’ordine posto in esso dal Creatore e sviluppandolo a proprio vantaggio, per soddisfare i bisogni propri, della famiglia e della società. In questo consiste l’impresa della scienza e del lavoro per umanizzare il mondo, al fine di farne la dimora dell’uomo, una casa di giustizia, di libertà e di pace per tutti.

Quando Dio ha creato il mondo, non lo ha creato compiuto: la creazione non è finita. L’uomo ha preso possesso lentamente della terra, forgiandola, adattandola alle sue esigenze, sviluppando le potenzialità del creato per il suo bene e per la gloria di Dio. In modo particolare oggi stiamo assistendo a trasformazioni impensabili fino a pochi decenni fa. Esse ci fanno vedere come l’uomo abbia capacità sconfinate, di cui sono strumento le nuove tecnologie.

Non siamo però padroni del creato. Dobbiamo collaborare con Dio nel portarlo a compimento, rispettando la natura e le leggi insite in essa. Dio ci ha affidato il creato, perché potessimo custodirlo e perfezionarlo, non per sfruttarlo e manipolarlo a nostro piacimento. Ce lo ricorda ancora il libro della Genesi: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (2,15). Il lavoro - vissuto in condizioni rispettose della giustizia e della dignità umana, oltre che dell’ambiente affidatoci dal Creatore - è la via in cui l’uomo realizza questo compito.


Problemi e sfide

Nel mondo del lavoro, però, non mancano le contraddizioni e i problemi: “Va bene lavorare - osserva qualcuno - ma con questi ritmi e con questa tensione non c’è più tempo né per me, né per la mia famiglia”. Molti giovani sono costretti a constatare: “Dicono che ogni uomo ha diritto a un lavoro, ma da tempo non riesco a trovare un’occupazione che mi dia garanzie”. Non è facile trovare le parole adeguate per confrontarsi con queste sfide. Del resto, le parole da sole non bastano. Ci vogliono fatti. Quali? Come possiamo produrre fatti nuovi in un contesto sociale quale è quello che spesso sperimentiamo, dove valgono regole e dominano logiche, che tante volte calpestano la dignità della persona umana e il suo diritto al lavoro?

Non è difficile constatare come, purtroppo, la cultura occidentale abbia messo alla base dell’idea del lavoro una prospettiva economicistica e materialistica, che finisce con il riservare il primato al denaro. Questo è uno dei più gravi errori del nostro tempo, da cui deriva un principio perverso nella vita sociale: avere sempre di più, secondo la logica per cui la ricchezza deve produrre nuova ricchezza e bisogna perciò tendere sempre al massimo profitto. Una delle conseguenze più tragiche è sotto gli occhi di tutti: uno sviluppo squilibrato, che crea diverse velocità di crescita, per cui i popoli ricchi diventano sempre più ricchi e i popoli poveri sempre più poveri. Questa disparità va accentuandosi anche tra le componenti di una stessa comunità.

Non tutto, però, è così. A uno sguardo attento si offrono certamente non poche realizzazioni positive, che rassicurano il nostro impegno e alimentano la nostra speranza. Possiamo dirlo con consapevolezza proprio guardando al nostro popolo, ricco di tante persone impegnate e coraggiose, che hanno saputo trasformare le terre più aride e rendere i contesti di produzione più difficili luoghi di umanità benestante, promuovendo la qualità della vita di tutti.

Tanto però resta ancora da realizzare. Siamo consapevoli che molto di quello che c’è da fare riguarda la direzione e il senso del nostro impegno, la qualità del nostro lavoro e dell’ambiente in cui esso si svolge, la sicurezza che prevenga ogni possibile danno ai lavoratori. Abbiamo tutti domande inquietanti e possediamo frammenti di risposte concrete. Condividendo le une e le altre, possiamo progettare un futuro forse più felice del presente, da condividere come protagonisti.


La dignità di chi lavora e la festa

Tra domande e risposte che toccano il lavoro e la nostra responsabilità verso gli altri e verso il creato, trova collocazione un’esigenza che è ormai patrimonio di quasi tutta l’umanità, almeno sul piano teorico. La tradizione cristiana la sottolinea con forza: è l’esigenza del riposo e della festa.

Sì, c’è un modo concreto per esprimere la dignità di chi lavora: sospendere l’attività lavorativa con il riposo settimanale, a somiglianza di Dio che, dopo avere creato il mondo, si riposò. L’uomo partecipa al lavoro e al riposo di Dio: entrambi sono per lui una benedizione e un dono, fecondi di vita e necessari per affermare la dignità della persona umana.

Il riposo settimanale non ha solo lo scopo di far recuperare le forze fisiche, al fine di lavorare di più e meglio nei giorni seguenti: questo sarebbe il riposo dello schiavo. Riposare e celebrare la festa sono espressione della “libertà” dell’essere umano, esperienza di comunione in famiglia e di incontro fraterno nella comunità, possibilità di ravvivare la relazione con la natura. Per i cristiani il riposo e la festa domenicali sono in modo particolare partecipazione alla vita del Signore Risorto, anticipazione e pregustazione della vita futura nella comunità radunata nel suo nome. Partecipando all’Eucaristia domenicale i cristiani sono chiamati a liberarsi dall’idolatria del denaro, del possesso, del lavoro ossessivo e a crescere nella sobrietà e nella solidarietà con i più deboli.

Certo, è più facile dirlo che farlo. La realtà sociale e la trama intricata in cui essa si svolge, esige da tanti uomini e donne una disponibilità che non consente giorni vuoti o tempi rigidi. La festa e il riposo restano per molti un’aspirazione, troppo lontana per essere sperimentata. Ma non è giusto rassegnarsi e non ci aiuta a crescere in umanità constatare le esigenze, senza venirvi incontro e immaginare alternative. Dobbiamo cercarle insieme, mettendo a frutto fantasia, amore, competenza e responsabilità. In questa ricerca tutti siamo chiamati a collaborare, perché la posta in gioco riguarda tutti. E lo sguardo della fede ci è di grande aiuto.
4. GIUSTIZIA E PACE


Nel mondo di oggi gli avvenimenti ci rincorrono: è impossibile fuggirli, perché il mondo si è fatto stretto e isolarsi non può essere una soluzione. Questa nuova dimensione dell’esistenza ha un profondo significato etico. Comporta, infatti, che non possiamo nasconderci nemmeno davanti alle nostre responsabilità morali. Anche in questo senso il mondo è diventato piccolo. Non possiamo chiudere gli occhi. Non possiamo cercare un senso più alto alla vita o lo stesso volto di Dio senza interrogarci sulla realtà così com’è e sul nostro posto e la nostra responsabilità in essa.

In questo contesto, parliamo di pace e riconosciamo il suo stretto rapporto con la giustizia e il rispetto dell’ambiente. Spesso tutto si ferma lì. I buoni progetti e le grandi proclamazioni restano lettera morta, mentre dominano le divisioni e le ingiustizie che scatenano violenze, conflitti e guerre. Le molte parole che pronunciamo e le moltissime che ascoltiamo ci lasciano l’amaro in bocca. Ci sembrano vuote, simili a bandiere che si agitano al vento, senza incidere sui destini generali e sulla costruzione concreta della pace.

Di ciò soffriamo e non sappiamo con chi prendercela, per essere seri con noi e con gli altri. Per chi crede è motivo di consolazione - e anche di inquietudine - la convinzione che il dono supremo di Gesù è proprio la pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Giovanni 14, 27). Persino coloro che non sono teneri nei confronti della Chiesa, riconoscono e apprezzano i suoi interventi sul tema della pace. La Chiesa chiede spesso gesti di pace concreti, semplici e quotidiani: la pietà per le vittime, l’aiuto ai superstiti, la solidarietà con i profughi, la preghiera per tutti.

Perché questo grido, condiviso dagli uomini di buona volontà a ogni livello, resta inefficace e le armi continuano a gridare più forte delle opere di pace? Perché l’ingiustizia continua a pesare su tante situazioni umane, negando di fatto la costruzione della pace?


La pace nel nostro quotidiano

La guerra ha fatto ormai irruzione nella quotidianità e il suo affacciarsi potenzialmente al fianco di ognuno di noi ne mostra in maniera precisa il volto devastante. Se la guerra è entrata nelle nostre case, è ancora più urgente che parta proprio da noi l’opera di pacificazione e di nuova umanizzazione delle relazioni sociali: il tessuto quotidiano ha ormai una forte valenza pubblica, in quanto è luogo di incontri e di progetti.

È per questo che una risposta all’urgenza della pace deve cominciare dalla vita di ogni giorno. La prima meta cui tendere è quella di dare ai gesti quotidiani un significato di pace e di fratellanza, stando responsabilmente al proprio posto, facendo con dedizione il proprio dovere. Il nostro lavoro quotidiano, la vita in famiglia, con i vicini e con ogni “prossimo”, l’impegno a creare condizioni di vita e di lavoro giuste per tutti, può assumere una sfumatura nuova di pacificazione e di accoglienza, di intesa e di comprensione.

Non è un alibi per nascondere altre e più gravi responsabilità. Ne siamo consapevoli e perciò affermiamo questa convinzione, chiedendo confronto, attenzione e decisione. La pace è frutto anche dell’amore: la giustizia è condizione della pace, anche se da sola essa non basta, perché alla giustizia spetta rimuovere gli impedimenti della pace, come l’offesa e il danno, ma la pace stessa è atto proprio e specifico della carità. Essa si costruisce giorno per giorno con amore nella ricerca dell’ordine voluto da Dio e può fiorire quando tutti riconoscono le proprie responsabilità in ordine alla sua promozione.

Quello che è certo è che la violenza non costituisce mai una risposta giusta. La violenza è male, inaccettabile come soluzione ai problemi, indegna dell’uomo. La violenza è menzogna, poiché è contraria alla verità della nostra umanità. Essa distrugge ciò che vorrebbe difendere: la dignità, la vita, la libertà degli esseri umani.

Oggi abbiamo più che mai bisogno della testimonianza di profeti disarmati, purtroppo oggetto di scherno in ogni epoca: coloro che, per salvare la dignità dell’uomo, rinunciano all’azione cruenta e ricorrono a mezzi di difesa che sono alla portata dei più deboli, rendono testimonianza alla forza dell’amore e del perdono, senza pregiudizio per i diritti e i doveri degli altri uomini e delle società. Essi attestano con la vita la gravità dei rischi fisici e morali del ricorso alla violenza, che causa rovine e morti. Essi possono essere i veri costruttori di pace, gli operatori di giustizia di cui il mondo ha tanto bisogno.


Il rispetto del creato

Una forma concreta di costruzione della pace è anche il rispetto del creato. Tante volte ci è capitato di fermarci a contemplare la bellezza dei nostri monti, di un tramonto sul mare, dei campi e dei fiori. Sono momenti che un “cantore” del creato come san Francesco d’Assisi ha saputo tradurre nelle parole dello stupendo Cantico delle creature:

Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messer lo frate sole,
lo quale è iorno; et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora acqua,
la quale è molto utile et humile ed pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa
et produci diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Le cose, però, non vanno sempre così. L’esperienza di alcuni momenti belli vissuti davanti agli spettacoli della natura è offuscata dalla consapevolezza della minaccia a cui è esposto l’ambiente. L’inquinamento sta crescendo e minaccia sconvolgimenti. Molte scoperte tecniche e scientifiche hanno arrecato benefici all’umanità, ma si sono rivelate assai pericolose nella loro applicazione.

La questione ecologica è di enorme importanza per il mondo e per l’uomo. Se l’umanità non cambia rotta, rischia di auto-distruggersi. Che cosa fare allora? Ci sono dei criteri in base ai quali difendere l’ambiente?

Come tutti, anche i discepoli di Gesù si trovano spesso spiazzati di fronte a queste domande. I problemi nuovi possono trovare orizzonte di soluzione nei grandi principi di sempre, ma le risposte concrete devono essere maturate insieme, consapevoli che anche questo è un grave problema di giustizia: per noi, per gli uomini di questo tempo e per consegnare una casa abitabile a chi verrà dopo di noi.

In compagnia solidale e responsabile con tutta l’umanità, e soprattutto con quanti soffrono per gli abusi perpetrati sul creato, riconosciamo l’urgenza di ripensare il modello di sviluppo, personale e collettivo, ispirandolo a uno stile di vita sobrio e giusto, che ci consenta di governare la natura senza tiranneggiarla, unendo all’operosità la contemplazione, sull’esempio di uomini come san Benedetto e san Francesco.

Il rispetto per la vita e, in primo luogo, per la dignità della persona umana dovrà essere la norma ispiratrice di ogni progresso economico, industriale e scientifico, che voglia essere autenticamente tale per tutti e per la grande casa del mondo. La sfida della giustizia e della pace, nelle relazioni fra i singoli e i popoli e in quelle con l’intero creato, riguarda tutti e ci interpella sulle radici etiche e gli orizzonti ultimi del nostro impegno storico. In questo senso, ci sembra che lo sguardo della fede – aperto a misurarsi sul giudizio di Dio, Signore del creato, e sul suo progetto di bene per ogni sua creatura – possa costituire uno stimolo e un aiuto per tutti.
5. LA SFIDA DI DIO


La nostra esistenza è attraversata da domande inquietanti, personali e collettive. Ci siamo soffermati su alcune di esse: alla radice di questi interrogativi, quelli che aprono verso la luce e quelli che ci lasciano al buio, possiamo immaginare la presenza di un punto unificante, una specie di orizzonte, capace di fare unità nel groviglio di ogni avventura umana?

Ci sembra che alla radice di ogni esistenza ci sia una domanda di senso e di speranza, particolarmente drammatica oggi, perché si sono infranti quei processi attraverso cui il contesto culturale e sociale suggeriva piuttosto facilmente il significato dell’esistenza. Siamo diventati più maturi e insieme più soli. Resta il bisogno di organizzare i frammenti, come le tessere di un mosaico.

Molti sembrano rassegnati e vivono alla giornata come se la questione del senso della vita e di un orizzonte unificante fosse ormai irrilevante. Altri riscoprono la domanda in situazioni estreme e poi la lasciano cadere senza troppe preoccupazioni. I discepoli di Gesù, che credono alla vita e la amano, si sentono interpellati a questo livello proprio sulla loro identità. Evadere la ricerca di senso o rassegnarsi a una mancanza di speranza vuol dire impoverire la qualità della vita per sé e per gli altri.


Oltre la domanda di senso e di speranza

Nel profondo della domanda di senso e di speranza, qualcosa ci orienta verso il mistero: Dio, chi sei? Dove sei? Come possiamo vedere il tuo volto? Il problema non è se Dio esista o non esista. Non ci serve constatare la presenza o l’assenza di qualcuno che sta lontano, a contemplare le cose fuori dalla mischia, impassibile.

Ci chiediamo chi è Dio quando veniamo a sapere di eventi terribili, che non dipendono da una cattiva volontà. Ci diciamo allora: chi sei? Dov’è finito il tuo amore, se tanti innocenti piangono e non sanno nemmeno contro chi imprecare? Ce lo chiediamo quando decidiamo di prendere tra le mani la nostra esistenza, trascinati come siamo tra sogno e realtà. Chi sono io, che mi scopro sempre più indecifrabile? C’è un nesso tra l’uomo che sono e Dio?

La domanda risuona inquietante quando ci interroghiamo sul futuro della nostra vita e della nostra storia, quando guardiamo sgomenti gli uomini spariti nel nulla, sotto il piede ingiusto di altri uomini. Abbiamo scoperto quanto la domanda su Dio abbia il sapore dell’attesa. Ci interroghiamo sul mistero ultimo, perché ci sembra onestamente di non poter bastare a noi stessi e guardiamo al futuro con trepidazione.

Una constatazione però è consolante e va evidenziata a sostegno della speranza: anche moltissimi di coloro che non sono ancora riusciti a maturare una risposta alla domanda sul senso della vita accolgono la propria vita e la amano. Hanno fiducia nella vita e si affidano alle sue trame misteriose, perché ritengono che la vita sia bella. In realtà, quelli che si rassegnano al dubbio o alla rinuncia totale sono forse meno di quanto si possa pensare. Per lo più continuiamo a cercare sapendo, magari inconsapevolmente, di essere già afferrati: la risposta che cerchiamo è nella vita che viviamo. Vivere con consapevolezza e responsabilità richiede già un grande atto di fede. Aumentare questa fede, spingerla oltre se stessa vuol dire aprirsi a Colui che ci chiama dal profondo di ciò che siamo e che ha fatto risuonare la sua voce nel tempo per ognuno di noi.


La possibilità della fede

“Aumenta la nostra fede!” A questa richiesta degli Apostoli - voce di tutti coloro che sono alla ricerca di Dio con umiltà e desiderio - Gesù risponde così: “Se avrete fede pari a un granellino di senapa, direte a questo monte: ‘spostati da qui a là’, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile” (Matteo 17,20). Credere non è anzitutto assentire a una dimostrazione chiara o a un progetto privo di incognite: non si crede a qualcosa che si possa possedere e gestire a propria sicurezza e piacimento. Credere è fidarsi di qualcuno, assentire alla chiamata dello straniero che invita, rimettere la propria vita nelle mani di un altro, perché sia lui a esserne l’unico, vero Signore.

Crede chi si lascia far prigioniero dell’invisibile Dio, chi accetta di essere posseduto da lui nell’ascolto obbediente e nella docilità del più profondo di sé. Fede è resa, consegna, abbandono, accoglienza di Dio, che per primo ci cerca e si dona; non possesso, garanzia o sicurezza umane. Credere, allora, non è evitare lo scandalo, fuggire il rischio, avanzare nella serena luminosità del giorno: si crede non nonostante lo scandalo e il rischio, ma proprio sfidati da essi e in essi. “Credere significa stare sull’orlo dell’abisso oscuro, e udire una voce che grida: gèttati, ti prenderò fra le mie braccia!” (Søren Kierkegaard).

Eppure, credere non è un atto irragionevole. È anzi proprio sull’orlo di quell’abisso che le domande inquietanti impegnano il ragionamento: se invece di braccia accoglienti ci fossero soltanto rocce laceranti? E se oltre il buio ci fosse ancora nient’altro che il buio? Credere è sopportare il peso di queste domande: non pretendere segni, ma offrire segni d’amore all’invisibile amante che chiama.


Lottare con Dio

In questa lotta con l’invisibile il credente vive la sua più alta prossimità all’inquieto cercatore di Dio: si potrebbe perfino dire che il credente è un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. In realtà, chi crede ha bisogno di rinnovare ogni giorno il suo incontro con Dio, nutrendosi alle sorgenti della preghiera, nell’ascolto della Parola rivelata. Analogamente, si può pensare che il non credente pensoso nient’altro sia che un credente che ogni giorno vive la lotta inversa, la lotta di cominciare a non credere: non l’ateo superficiale, ma chi, avendo cercato e non avendo trovato, patisce il dolore dell’assenza di Dio, e si pone come l’altra parte del cuore di chi crede.

Da queste considerazioni nasce il no alla negligenza della fede, il no a una fede indolente, statica e abitudinaria, come il no a ogni rifiuto ideologico di Dio, a ogni intolleranza comoda, che si difende evadendo le domande più vere, perché non sa vivere la sofferenza dell’amore. E nasce parimenti il sì a una fede interrogante, a una ricerca onesta, capace di rischiare e di consegnarsi all’altro, quando ci si senta pronti a vivere l’esodo senza ritorno verso l’abisso del mistero di Dio, su cui la sua Parola è porta.

Se c’è una differenza da marcare, allora, non sarà forse tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di cercare incessantemente Dio e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio al pensiero dell’ultima patria. Qualunque atto, anche il più costoso, sarebbe degno di essere vissuto per riaccendere in noi il desiderio della patria vera e il coraggio di tendere a essa, sino alla fine, oltre la fine, sulle vie del Dio vivo.

Credere sarà allora abbracciare la Croce della sequela, non quella comoda e gratificante che avremmo voluto, ma quella umile e oscura che ci viene donata, per dare compimento “a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1,24). Crede chi confessa l’amore di Dio nonostante l’inevidenza dell’amore, chi spera contro ogni speranza, chi accetta di crocefiggere le proprie attese sulla croce di Cristo, e non Cristo sulla croce delle proprie attese. Crede chi è stato già raggiunto dal tocco di Dio e si è aperto alla sua offerta d’amore, anche se non ha ancora la luce piena su tutto.


La fede come ricerca e come pace

Alla fede ci si avvicina con timore e tremore, togliendosi i calzari, disposti a riconoscere un Dio che non parla nel vento, nel fuoco o nel terremoto, ma nell’umile voce di silenzio, come fu per Elia sulla santa montagna (cf. 1 Re 19) ed è stato, è e sarà per tutti i santi e i profeti. Credere, allora, vuol dire perdere tutto? Non avere più sicurezza, né discendenza, né patria? Rinunciare a ogni segno e ad ogni sogno di miracolo? A tal punto è geloso il Dio dei credenti? Così divorante è il suo fuoco? Così buia la sua notte? Così assoluto il suo silenzio?

Rispondere di sì a queste domande sarebbe cadere nella seduzione opposta a quella di chi cerca segni a ogni costo; sarebbe un dimenticare la tenerezza e la misericordia di Dio. C’è sempre una luce per rischiarare il cammino: un grande segno ci è stato dato, il Cristo, che vive nei mezzi della grazia e dell’amore confidati alla famiglia dei suoi discepoli, la Chiesa. In essa è offerto un cibo ai pellegrini, un conforto agli incerti, una strada agli smarriti. Se questi doni non vanno mai confusi con possessi gelosi, è pur vero che essi sono là per nutrirci; non per esimerci dalla lotta, ma per darci forza; non per addormentare le coscienze, ma per svegliarle e stimolarle a opere e giorni d’amore, in cui l’amore invisibile si faccia presente.

Testimoniare la fede non sarà, allora, dare risposte già pronte, ma contagiare l’inquietudine della ricerca e la pace dell’incontro: “Ci hai fatto per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, 1,1). Accettare l’invito non è risolvere tutte le oscure domande, ma portarle a un Altro e insieme con lui. A lui è possibile rivolgere con fiducia le parole della bellissima invocazione di sant’Agostino:

Signore mio Dio, unica mia speranza,
fa’ che stanco non smetta di cercarTi,
ma cerchi il Tuo volto sempre con ardore.
Dammi la forza di cercare,
Tu che ti sei fatto incontrare,
e mi hai dato la speranza di sempre più incontrarTi.
Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza:
conserva quella, guarisci questa.
Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza;
dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare;
dove mi hai chiuso, aprimi quando busso.
Fa’ che mi ricordi di Te,
che intenda Te, che ami Te. Amen!
(De Trinitate, 15, 28, 51).













II

LA SPERANZA CHE È IN NOI




Nella prima parte di questa lettera abbiamo tentato di comprendere le attese e le speranze delle donne e degli uomini, nostri compagni di strada, riconoscendo come “filo rosso” la domanda sul senso della vita e della storia. Abbiamo cercato di interpretare quello che spesso ci capita di vivere spontaneamente o con eccessiva fretta. Abbiamo scoperto che tutti siamo in attesa di qualcuno che ci accolga e dia ragione alla nostra speranza.

Chi ha fatto l’esperienza della fede, riconosce che questo qualcuno capace di comprendere, accogliere e sostenere c’è. Ha un nome e un volto: è il Dio che in Gesù Cristo si fa vicino a ogni essere umano. Il rapporto con Dio dà senso alla nostra vita nel mondo. Come avviene per ogni esperienza veramente bella e positiva, sentiamo il bisogno di comunicarla agli altri in nome della fratellanza umana, perché la possibilità di incontrare Dio per mezzo di Gesù Cristo sia una speranza per tutti.

Gesù invita quanti lo hanno riconosciuto come Cristo e Signore ad ascoltare con attenzione e rispetto le domande che salgono dal cuore degli uomini e delle donne: “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?” (Luca 11,11-12). Se non abbiamo ascoltato o ben interpretato le attese di quanti sono alla ricerca di Dio, forse ciò è avvenuto per la nostra eccessiva sicurezza o per la fretta di comunicare quanto ci sta a cuore.

A tanti uomini e donne che sono alla ricerca di una speranza per il loro cammino vorremmo raccontare ora l’esperienza che abbiamo fatto e facciamo di Gesù, l’unico “nome” che a noi dà speranza e vita. Le parole che proponiamo sono il frutto – oltre che del nostro incontro con lui – della storia di tante persone che hanno incontrato Dio in Gesù Cristo prima di noi. Sono persone note e ignote, che costituiscono la lunga catena dei testimoni di Gesù. Per tutti i suoi testimoni Gesù è una persona che ha vissuto, nella carne della sua umanità, le incertezze e le inquietudini che scopriamo in noi, prendendosi cura con coraggio della gente che ha incontrato.

Non abbiamo la pretesa di comunicare tutto quello che si può dire della fede cristiana. Per intraprendere un possibile percorso di fede la comunità ecclesiale possiede testi autorevoli, ben elaborati e sperimentati. Sarebbe inutile ripetere qui quello che si può trovare in essi. Desideriamo invece suscitare interesse, o almeno curiosità, in ogni persona che è alla ricerca di Dio, perché possa ripensare la figura e il messaggio di Gesù e approfondirli nell’ascolto delle testimonianze che ne parlano.
6. GESÙ


La fede cristiana non è una delle tante visioni del mondo o interpretazioni della storia, personale e collettiva. Per un cristiano la fede è incontro con Gesù di Nazaret, condannato alla morte di croce dagli uomini, ma che Dio ha risuscitato dai morti, ribaltando la sentenza di condanna.

L’incontro con Gesù, che i primi discepoli riconoscono e proclamano Messia e Signore, fa nascere e alimenta la fede in lui. La testimonianza di tutti gli altri credenti in Gesù ci sostiene nella fatica di accettare il rischio di una decisione che attraversa l’esistenza. Nella persona e nella vicenda di Gesù Cristo il Dio lontano e invisibile si fa vicino a ogni essere umano, in un insperato e gratuito gesto d’amore. Contemplando il volto di Gesù e ascoltando le sue parole scopriamo chi siamo, intravediamo qual è la fonte ultima della nostra esistenza e verso quale meta tende il nostro cammino quotidiano.

Con forza, ma anche con trepidazione, ricordiamo il nostro convincimento: le dottrine si spiegano, le persone si incontrano; le teorie si discutono, le persone si riconoscono e si scelgono. Anche noi ci poniamo la domanda: possiamo incontrare oggi Gesù di Nazaret, come è avvenuto duemila anni fa per le donne e gli uomini nei villaggi della Galilea o a Gerusalemme? Possiamo pensare seriamente che nella sua esistenza terrena Gesù abbia percorso i sentieri della nostra vita quotidiana? È possibile stabilire un rapporto vitale con Gesù, che è vissuto in una cultura e in una trama di relazioni tanto diverse dalle nostre?


L’incontro con Gesù

Nello spazio e nel tempo, Gesù di Nazaret è lontano da noi. Eppure noi cristiani siamo convinti di poterlo riconoscere nostro contemporaneo, nel nostro vissuto e nelle nostre inquietudini, tanto da giustificare l’invito di affidarci a lui, sapendo che merita questa fiducia. Lo possiamo incontrare attraverso i suoi testimoni. La distanza tra Gesù e noi è colmata anzitutto dal racconto di quanti lo hanno incontrato prima di noi. È un racconto che ci raggiunge attraverso il tempo. Nel corso di venti secoli la memoria di quello che Gesù ha fatto e detto ci è stata consegnata attraverso la catena ininterrotta dei credenti, che risale fino ai testimoni oculari.

Il racconto dei primi testimoni di Gesù sta all’origine dei quattro Vangeli e degli altri testi del Nuovo Testamento. Si tratta della storia appassionata dei primi passi di quanti hanno riconosciuto in Gesù il Signore della loro esistenza. Attraverso la testimonianza di tanti che hanno pagato con il sangue la decisione di seguire Cristo, possiamo conoscere la sua vita e il suo messaggio. Possiamo interrogarli e ascoltarli, per verificare la loro esperienza e orientare la nostra esistenza.

Chi è Gesù? Su che cosa si fonda la sua pretesa di mettere in relazione ogni essere umano con Dio e di garantire la vita piena e definitiva persino contro il dolore, l’ingiustizia e la morte? I documenti più ampi e attendibili che parlano di lui, della sua opera e del suo messaggio, sono gli scritti della prima e seconda generazione cristiana.

Ai quattro Vangeli e agli Atti degli Apostoli, che hanno carattere narrativo, si aggiunge la testimonianza di san Paolo e di altri apostoli e dei loro discepoli, che utilizzano il genere epistolare per tenere viva la comunicazione tra le comunità cristiane. In questi documenti le parole si intrecciano con i fatti, nella trama della vita delle persone e delle comunità.


La novità di Gesù

La raccolta di scritti che formano il Nuovo Testamento porta all’inizio i quattro Vangeli, in cui si narra la vicenda di Gesù, che giunge al suo culmine negli eventi della condanna a morte e nella risurrezione. L’attività e l’insegnamento di Gesù sarebbero stati confinati nel ricordo di una piccola cerchia di parenti e amici, se un evento non avesse spezzato la trama normale di una biografia umana, fatta di vita, morte e sepoltura. E’ proprio secondo questa trama che si racconta, ad esempio, la storia di Giovanni soprannominato il Battista, messo a morte da Erode Antipa, uno dei figli di Erode il Grande (37-4 a.C.). La novità di Gesù, prima di essere un messaggio o una serie di azioni che suscitano curiosità e stupore, è il superamento della morte. Questo evento negli scritti cristiani è chiamato con vari termini: risurrezione, glorificazione, esaltazione.

Ovviamente non si spiegherebbe la condanna di Gesù da parte della suprema autorità religiosa e politica - il sommo sacerdote Caifa e il governatore romano Ponzio Pilato - senza la sua attività e il suo insegnamento dirompenti. Essi suscitano prima il sospetto, poi le accuse a suo carico, fino alla pena capitale. È pertanto legittimo chiedersi in che cosa consista la novità dell’azione di Gesù, l’originalità del suo insegnamento, fino al punto da provocarne la condanna alla morte di croce.

Gesù inizia la sua attività pubblica in Galilea, dopo aver lasciato il villaggio di Nazaret, dove ha trascorso gran parte della sua vita. Dai suoi compaesani è conosciuto come l’artigiano e il “figlio di Maria”. Quando, dopo la prima attività pubblica, rientra nel suo paese, la gente resta meravigliata della saggezza delle sue parole e dei gesti straordinari che si raccontano di lui. Essi infatti, conoscendone la famiglia e la formazione, non riescono a spiegarsi il suo successo come maestro e guaritore itinerante.

Gesù non ha frequentato corsi regolari presso qualche maestro di Sefforis o di Tiberiade, le due cittadine più importanti della Galilea. Quando parla in pubblico negli incontri della sinagoga non fa riferimento a nessun maestro autorevole o conosciuto, come gli altri predicatori. D’altra parte, neppure commenta i testi della Bibbia, come avveniva nelle scuole giudaiche. Gesù va a incontrare Giovanni il Battista, che molti consideravano un profeta riformatore, in quanto proponeva come segno di cambiamento in attesa del Messia l’immersione nel fiume Giordano. Nei villaggi della Galilea che percorre in lungo e in largo, proclama che il “regno di Dio” è arrivato e invita tutti ad accoglierlo cambiando modo di pensare e di vivere.

A conferma di questo annuncio, che segna una svolta nella storia dell’attesa biblica, Gesù accoglie la gente semplice dei villaggi, guarisce le persone malate e accetta di mangiare anche con quanti sono inadempienti o trasgressori delle norme tradizionali. Sullo sfondo del suo annuncio del regno di Dio, che irrompe nella storia umana con i suoi gesti e le sue prese di posizione, Gesù rilegge la tradizione biblica dell’alleanza concentrando il contenuto delle “dieci parole” - il “Decalogo” - nell’amore che abbraccia Dio e il prossimo. Dio, creatore del mondo e Signore della storia, per Gesù ha il volto di un Padre che si prende cura dei piccoli e benefica tutti i suoi figli, buoni e cattivi. Gesù dilata la categoria del prossimo fino ad abbracciare il nemico personale e sociale.

Per giustificare le sue scelte e il suo stile di vita, Gesù fa riferimento all’agire libero e gratuito del Padre. Egli parla di Dio e del suo modo di agire per mezzo delle “parabole”, brevi racconti che utilizzano in modo originale le immagini bibliche e le metafore popolari della semina e della mietitura, del vino e dei banchetti, del pastore e del gregge. La gente dei villaggi della Galilea accoglie con lieta sorpresa il modo di fare e l’insegnamento di Gesù.


La condanna a morte di Gesù

I capi, responsabili delle comunità che gravitano attorno alle sinagoghe, vedono con sospetto l’attività terapeutica di Gesù e il suo comportamento poco rispettoso del sabato e delle norme di purità rituale. Essi sono preoccupati del favore della gente. Gli abitanti dei villaggi della Galilea orientale, impressionati dai gesti di guarigione compiuti da Gesù, lo ascoltano volentieri anche quando mette sotto accusa il formalismo religioso degli osservanti. Tra i magistrati, che hanno i loro rappresentanti nel consiglio supremo di Gerusalemme - il Sinedrio - matura la convinzione che l’attività di Gesù sia pericolosa perché tocca l’identità religiosa del popolo di Israele e mette a rischio il difficile equilibrio con il sistema di potere controllato da Roma.

Da qui la decisione di approfittare di un viaggio di Gesù a Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua per farlo arrestare e consegnarlo al rappresentante dell’Impero, affinché gli sia comminata una condanna esemplare che scoraggi i suoi sostenitori e i simpatizzanti. Gesù si rende conto del complotto che lo minaccia e che trova qualche connivenza anche tra i suoi discepoli. In occasione del pellegrinaggio di Pasqua a Gerusalemme, nel contesto della cena con il gruppo dei discepoli, egli dà un nuovo significato alle parole e ai gesti della mensa. Il gesto di spezzare e condividere il pane durante il pasto è il dono supremo della sua persona che va incontro alla morte. Allo stesso modo la coppa di vino, che si beve dopo il pasto, è il suo sangue versato per fondare la comunità dell’alleanza definitiva con Dio attesa dai profeti.

Alla fine Gesù, davanti ai suoi discepoli, prende l’impegno di non bere più il vino, segno di gioia e libertà, fino a quando non potrà bere il vino nuovo nel regno di Dio. Con queste parole di speranza, che chiudono la sua ultima cena nel clima della Pasqua ebraica di liberazione, Gesù si ricollega all’annuncio fatto nei villaggi della Galilea. Con la sua morte egli vuole dare la garanzia della fedeltà di Dio che realizza la sua sovranità a favore di tutti gli esseri umani. La novità e l’originalità dei gesti e delle parole di Gesù alla fine convergono nel dono che egli fa della sua vita per essere fedele a Dio come “il Figlio”, restando solidale con tutti i suoi fratelli.

Ancora oggi il suo messaggio e il suo comportamento correggono le nostre immagini distorte di Dio, sovvertono le nostre manie superstiziose, riempiono i nostri legami di accoglienza e di amore.


7. IL CRISTO


Secondo la testimonianza dei Vangeli e di san Paolo nella prima lettera ai Corinzi (5,7), la condanna di Gesù alla morte di croce è avvenuta in prossimità della festa ebraica della Pasqua, in una primavera degli anni trenta dell’era cristiana. A partire dalla morte di Gesù i suoi discepoli danno un nuovo significato alla celebrazione pasquale: non più la festa in cui si rivive la liberazione dei figli di Israele dall’Egitto, ma è la celebrazione della sua vittoria sulla morte. Essi proclamano apertamente che Gesù di Nazaret, condannato alla morte di croce dal prefetto romano Ponzio Pilato, è stato risuscitato da Dio. Grazie a questo intervento potente dall’alto, essi riconoscono apertamente che Gesù è il Cristo, colui che Dio ha “consacrato” e scelto per liberare il suo popolo, il Signore di tutti gli esseri umani.

Sul piano storico la missione di Gesù è un fallimento, perché egli è messo a morte dal rappresentante dell’imperatore di Roma, che occupa militarmente la terra di Israele. Il motivo della condanna di Gesù, scritta nel titulus della croce, dice: “Gesù Nazareno re dei Giudei”. Le autorità ebraiche avvertono questa iscrizione, voluta da Pilato, come un insulto alla propria identità di popolo libero consacrato a Dio, unico loro re. I fondatori del movimento di resistenza antiromana, che sfocerà nella guerra del 66-70, si rifiutavano di pagare le tasse agli occupanti romani, appunto perché sostenevano di non avere altro re se non Dio solo. Per i discepoli la crocifissione di Gesù è una prova terribile, uno scandalo di fronte a cui la reazione naturale è la fuga.


L’incontro col Risorto

I discepoli superano lo scandalo della morte di Gesù in croce, riservata ai ribelli e ai criminali, facendo appello all’iniziativa di Dio che lo ha risuscitato dai morti. La fede nella risurrezione non è estranea al modo di pensare degli ebrei suoi contemporanei. A contatto con la cultura persiana, a partire dal tempo dell’esilio nel quinto secolo a.C., essi avevano elaborato l’idea della risurrezione dei giusti, soprattutto dei martiri uccisi a causa della loro fedeltà alla legge di Dio, collocandola nell’orizzonte della loro fede tradizionale: Dio, che ha creato il mondo con la forza della sua parola, farà risorgere dalla polvere della terra quelli che sono morti, reintegrandoli nella loro condizione di viventi.

Nel caso di Gesù, però, i suoi discepoli non dicono che Dio lo risusciterà alla fine del mondo, come farà con i martiri e i giusti. Essi affermano che Dio lo ha già risuscitato, perché egli si è fatto vedere e li ha incontrati come il Signore che appartiene al mondo di Dio. Perciò concludono che Gesù non è solo il Messia promesso da Dio per liberare Israele, ma è il Messia che da sempre è in relazione con Dio. Gesù non è un altro Dio, concorrente con quello della tradizione biblica, ma è il Figlio di Dio in piena comunione di amore con il Padre.

Come è avvenuto che i fuggiaschi del Venerdì Santo sono diventati i coraggiosi testimoni del Risorto, pronti a dare la vita per lui? Che cosa è successo fra l’ora dell’abbandono di Gesù sulla croce e l’inizio sorprendente dello slancio missionario della Chiesa nascente? Secondo quanto riferiscono i racconti delle apparizioni del Risorto, Gesù si è presentato ad alcune donne e uomini, mostrandosi “a essi vivo, dopo la sua passione” (Atti degli Apostoli 1,3). Questi incontri sono avvenuti in luoghi e in tempi non facilmente armonizzabili tra loro. Una medesima sequenza, tuttavia, emerge in tutti i racconti, consentendoci di riconoscere i caratteri propri dell’incontro con il Signore risorto.

L’iniziativa è sempre del Risorto: è lui che appare. Al principio della fede cristiana non c’è l’emotività di un’ora estrema, ma l’azione di Dio che si offre all’uomo. La fede nasce dall’annuncio; essa ci è donata dal di fuori, attraverso l’ascolto della Parola che salva, in cui ci raggiunge il Verbo della vita. L’incontro col Risorto non è qualcosa che diviene nell’intimo dei discepoli, ma qualcosa che avviene a loro.

In tutti i racconti delle apparizioni è poi presente un processo di riconoscimento da parte dei discepoli, che li porta dal dubbio iniziale alla confessione gioiosa: “È il Signore!”. L’incontro con il Cristo che cambia la vita si compie attraverso una maturazione che rispetta la libertà dell’assenso e comprende il rischio del combattimento e la resa della fede.

Infine, dall’incontro col Signore vivente nasce la missione: le persone cui il Risorto si mostra non sono più le stesse dopo l’incontro con lui. La loro vita è cambiata: sono ormai i testimoni, coraggiosi e fedeli, del Cristo Gesù, gli innamorati apostoli della buona notizia. L’incontro è un’esperienza trasformante, che inaugura una vita nuova, piena di coinvolgimento e di passione.

Questa esperienza dei primi discepoli, che sfocia nel riconoscimento e nella proclamazione coraggiosa che Gesù è il Cristo, il Signore, suscita tensioni e alla fine provoca la rottura con la tradizione e la comunità ebraica. Paolo di Tarso, un ebreo persecutore dei cristiani nell’area siro-palestinese degli anni trenta, grazie all’iniziativa di Dio scopre che Gesù crocifisso è il suo Figlio. Attraverso questa esperienza di incontro con Gesù Cristo risorto Paolo si sente chiamato a portare il Vangelo a tutti, senza distinzione fra ebrei e greci, invitando ognuno a una scelta decisiva. È una scelta che ci riguarda tutti, anche oggi, perché la qualità della nostra vita si costruisce scegliendo tra una modalità egoistica di condurre l’esistenza e il dono totale di sé nell’amore verso Dio e verso gli altri, che spinge a tessere rapporti di solidarietà con i più deboli nell’orizzonte del Regno di Dio.


La risurrezione illumina le origini di Gesù

Nella sua attività pubblica Gesù è conosciuto come originario e abitante di Nazaret, dove vive la sua famiglia. Nazaret è un villaggio della Galilea collinare, nel settentrione della terra d’Israele. Qui Gesù passa quasi trent’anni, continuando il lavoro di artigiano di Giuseppe, che a Nazaret tutti conoscono come suo padre. Quando rientra nel suo paese, dopo la prima attività nella cittadina di Cafarnao sulla riva del lago di Galilea, la gente lo riconosce come “il figlio di Maria”. In effetti, Giuseppe compare solo nel racconto della nascita e nell’unico episodio di Gesù adolescente che, a dodici anni, sale a Gerusalemme per la festa di Pasqua.

Il racconto delle origini di Gesù è riportato nei Vangeli di Matteo e di Luca, che riferiscono della sua nascita a Betlemme da Maria, sposa di Giuseppe. Gesù nasce al tempo del re Erode, cioè prima del 4 a.C., anno della sua morte. Attraverso la narrazione della nascita di Gesù, gli evangelisti Matteo e Luca esprimono la fede della comunità cristiana che lo riconosce come il Messia, discendente di Davide, e il Figlio di Dio concepito “per opera dello Spirito Santo”. In questa prospettiva di fede, Giuseppe è il giusto che si preoccupa di compiere la volontà di Dio, assicurando a Gesù la discendenza davidica, e Maria è la credente, che si affida totalmente alla Parola del Signore.


La comunità dei discepoli

Fin dall’inizio della sua attività pubblica nella zona del lago di Galilea Gesù chiama alcune persone a condividere il suo progetto e il suo stile di vita. A questo nucleo originario di discepoli si aggiungono altri, uomini e donne, che lo seguono nei suoi spostamenti da un villaggio all’altro e lo accompagnano nei viaggi a Gerusalemme in occasione delle grandi feste. Tra i discepoli Gesù sceglie un gruppo di “dodici”, che rappresentano i figli di Giacobbe, capostipiti delle dodici tribù di Israele. I “dodici” discepoli sono chiamati “apostoli”, cioè “inviati”, perché condividono e prolungano la missione di Gesù. Nella tradizione dei Vangeli i dodici discepoli sono il prototipo della comunità cristiana, che sarà chiamata “chiesa” dopo la Pasqua di Risurrezione.

Ai discepoli Gesù dà uno statuto e traccia per essi un programma di vita. Nello stile dei profeti, egli proclama “beati”, fortunati e felici, i poveri e i derelitti, perché Dio, re giusto e fedele, interviene a loro favore. Egli invita i discepoli a condividere il suo destino, anche a costo di perdere la vita e i beni, per partecipare alla vita piena e definitiva promessa da Dio a quanti compiono la sua volontà.

In contrasto con il modo di pensare del suo ambiente, Gesù propone una nuova maniera di vivere la relazione di coppia. L’unione dell’uomo e della donna per formare un solo essere vivente corrisponde al progetto originario di Dio creatore. Anche i ruoli all’interno della comunità dei discepoli sono rovesciati rispetto al modo di pensare comune. Chi è più grande e il primo, diventa il servo di tutti e l’ultimo. Gesù nella comunità dei suoi discepoli si presenta come colui che serve fino al dono della sua vita.

Nelle “beatitudini” che aprono il discorso sul monte, Gesù inaugura il cammino dei discepoli e traccia il loro programma di vita:
“Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise allora a parlare e insegnava loro dicendo:
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi” (Matteo 5,1-12).

Quale speranza suscita in noi oggi questo annuncio, illuminato dalla vita, dalla morte e dalla risurrezione di Gesù?
8. DIO PADRE, FIGLIO E SPIRITO


Nella tradizione evangelica è riportato il modo di pregare di Gesù, che si rivolge a Dio chiamandolo con l’appellativo familiare aramaico Abbà, cioè Padre. Sullo stile dei Salmi, egli loda e benedice il Padre, creatore del mondo e Signore della storia, perché sceglie come destinatari della sua rivelazione i “piccoli”, quelli che non possono rivendicare diritti e privilegi. A questi Gesù si presenta come il “Figlio”, l’unico che rende possibile l’incontro e la piena comunione con il Padre. Di fronte alla prospettiva della morte imminente Gesù trova la radice della sua libertà di Figlio nell’abbandono fiducioso al Padre.

Secondo la tradizione raccolta nel Vangelo di Luca la preghiera di Gesù, che benedice il Padre per la scelta dei piccoli, avviene sotto l’impulso dello Spirito Santo. In occasione del suo battesimo nel fiume Giordano, lo Spirito di Dio scende su Gesù e lo accompagna nella sua missione, che sarà caratterizzata dal “battesimo” nello Spirito Santo. Giovanni il Battista proclama: “Colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: ‘Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo’. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Giovanni 1,33-34).

La tradizione del quarto Vangelo mostra Gesù che, alla sera di Pasqua, si presenta ai discepoli come il Signore risorto, incaricandoli di continuare la missione che egli ha ricevuto dal Padre. Con un gesto, che evoca la creazione dell’essere umano reso vivente dal soffio di Dio, Gesù comunica ai discepoli lo Spirito Santo per la remissione dei peccati. Così, il Risorto dà compimento alla promessa fatta ai discepoli prima della sua morte di inviare un altro Paraclito - “Consolatore” e “Difensore” -, lo Spirito Santo, Spirito di verità, per portare a compimento la sua rivelazione e testimonianza nel mondo. Secondo la tradizione dei primi tre Vangeli, ai discepoli che condividono il suo progetto e lo seguono nella persecuzione, Gesù promette il dono dello Spirito Santo che darà loro forza e sapienza per rendergli testimonianza davanti ai magistrati e alle autorità.

Dalle parole di Gesù, conservate e trasmesse nei Vangeli, si intuisce che egli vive un rapporto profondo e unico con Dio, il Padre, al punto che può presentarsi come “il Figlio”. Quando parla dello Spirito Santo, Gesù riconosce che viene da Dio, il Padre, come lui stesso è stato mandato dal Padre. Su questa esperienza di Gesù si innesta la fede in Dio Padre, Figlio e Spirito dei primi discepoli e delle comunità cristiane, fondate da san Paolo e dagli altri apostoli nelle città dell’impero romano.


“Io e il Padre siamo una cosa sola”

L’approfondimento della fede in Dio Padre, Figlio e Spirito, avviene nelle prime comunità cristiane che si confrontano con la radice ebraica, in cui si riconosce che Dio è “un solo Signore”. Nella tradizione del Vangelo di Giovanni si proclama apertamente che solo per mezzo di Gesù Cristo, il Figlio, si conosce l’unico Dio vivo e vero. Dio, che nessuno ha mai visto e udito, si fa vedere e ascoltare per mezzo di Gesù Cristo, il solo che lo ha visto e udito. Gesù non è un altro Dio, ma il Figlio che dice le parole udite dal Padre e compie le opere che il Padre gli ha mostrato e comandato di fare. Nel dialogo con i discepoli prima della sua morte, Gesù trascrive il suo rapporto con Dio in questa dichiarazione: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Giovanni 14,9).

Nella tradizione giovannea, attestata nella prima Lettera che porta il nome di Giovanni, si esplicita la rivelazione di Dio Padre in Gesù Cristo, il Figlio unico di Dio. Solo chi si lascia coinvolgere nel dinamismo dell’amore che viene da Dio scopre il volto del Padre. L’amore di Dio, che precede ogni risposta umana, si manifesta nella storia in Gesù Cristo, il Figlio unico inviato dal Padre, colui che affronta la morte come massima espressione del suo amore. Chi fa esperienza di questo amore riconosce che Dio è amore. Il sigillo e la conferma di questa esperienza di amore di Dio Padre, nel Figlio suo Gesù Cristo, è il dono permanente dello Spirito Santo.


Un solo Dio

Nel dialogo con le sue comunità san Paolo esprime la fede in Dio, Padre, Figlio e Spirito, che egli ha ricevuto dalla prima Chiesa e ha loro trasmesso. Nell’ambiente religioso greco-romano, dove a livello popolare si crede in una pluralità di dèi, san Paolo afferma la fede tradizionale cristiana: “Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo grazie a lui” (1Corinzi 8,6). In questa dichiarazione, che si ispira al linguaggio della cultura greca, confluiscono sia la fede tradizionale ebraica sia quella cristiana: l’unico Dio è il Padre che si fa conoscere e opera per mezzo del Signore Gesù Cristo.

Alla fede in Dio, Padre, Figlio e Spirito, si richiama san Paolo quando parla dell’esperienza battesimale e dei doni spirituali, detti “carismi”. Per mezzo della fede battesimale i cristiani partecipano della vita di Gesù Cristo, il Figlio che il Padre ha inviato per liberare tutti i credenti. La fonte e la garanzia della condizione di libertà è il dono dello Spirito che ispira la preghiera filiale dei cristiani.

Nella prima lettera indirizzata ai cristiani di Corinto, che provengono da un’esperienza di vita moralmente disordinata, san Paolo ricorda che sono stati purificati, resi santi e giusti, grazie al bagno battesimale nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito di Dio. Di fronte al rischio di servirsi dei carismi per contrapporsi gli uni agli altri, Paolo ricorda ai cristiani che i doni di Dio sono diversi e molteplici e provengono dallo stesso Spirito, dallo stesso Signore e da un solo Dio, “che opera tutto in tutti” (12,6).


La Trinità, relazione di amore

Il Dio, che Gesù ci ha rivelato, non è solitario e chiuso in se stesso: è il Dio che è in se stesso dono e che si dona a noi, il Dio che è amore. Come attesta la prima lettera di Giovanni, “in questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati… E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (4,9-10. 16).

È l’amore la via che ci fa conoscere il Dio di Gesù: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (4,8). Da sempre Dio è amore: è colui che ama; colui che è amato e ricambia l’amore; è in persona il vincolo che unisce chi ama e chi è amato. Scrive sant’Agostino: “Le persone divine sono tre: la prima che ama quella che da lei nasce, la seconda che ama quella da cui nasce e la terza che è lo stesso amore” (De Trinitate 6, 5, 7). Questi tre sono uno: non tre amori, ma un unico, eterno e infinito amore, l’unico Dio che è amore. È ancora sant’Agostino ad affermare: “Vedi la Trinità, se vedi l’amore” (ib., 8, 8, 12). E aggiunge di quest’unico Dio, che è amore: “Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore” (ib., 8, 10, 14), il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

La beata Elisabetta della Trinità testimonia con questa bellissima preghiera come la creatura possa essere resa partecipe del dialogo d’amore dei tre che sono uno:

Mio Dio, Trinità che adoro,
aiutami a dimenticarmi interamente di me per stabilirmi in Te,
in un’immobile quiete come se la mia anima fosse già nell’eternità;
che nulla possa turbare la mia pace
o farmi uscire da Te, mio immutabile Bene,
e ogni istante mi porti più dentro
nelle profondità del Tuo mistero.
Pacifica la mia anima, fanne il Tuo cielo,
la Tua dimora preferita e il luogo del Tuo riposo:
che io non Ti lasci mai solo,
ma sia totalmente in Te,
in tutto vigile nella fede, in totale adorazione,
nel completo abbandono alla Tua azione creatrice...
O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine,
Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo,
mi consegno a Voi come una preda.
SeppelliteVi in me perché mi seppellisca in Voi,
in attesa di venire a contemplare nella Vostra luce
l’abisso delle Vostre grandezze. Amen!
(Elevazione alla Santissima Trinità, 21 novembre 1904)

9. LA CHIESA DI DIO


La vita del Dio Trinità, che è amore, si partecipa agli uomini radunandoli in una comunità, che è la Chiesa. L’espressione “Chiesa di Dio” viene dalla tradizione biblica, dove designa l’assemblea di Israele convocata da Dio ai piedi del monte Sinai per ricevere lo statuto dell’alleanza. Nella tradizione paolina la “Chiesa di Dio” è l’insieme dei credenti battezzati, dispersi nelle piccole comunità del mondo greco-romano. Gli autori dei Vangeli partono dall’esperienza della Chiesa nata nella prima missione cristiana per cercarne le radici e le ragioni nelle parole e nelle azioni di Gesù. Nella tradizione evangelica il gruppo dei dodici e dei discepoli è presentato come il prototipo della comunità cristiana o Chiesa, alla quale sono destinati i quattro Vangeli.


La comunità dei fratelli

Nel Vangelo di Matteo, Gesù parla esplicitamente della sua “Chiesa”, che egli fonderà sulla fede di Pietro. La Chiesa è la comunità dei credenti che riconoscono Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente. In essa Chiesa l’autorità è esercitata nel nome di Gesù per la salvezza dei credenti, che sono tutti fratelli, perché figli del Padre che è nei cieli. L’accoglienza dei piccoli, la correzione fraterna e il perdono stanno alla base dei rapporti nella comunità ecclesiale. Alla Chiesa Dio affida il suo regno e chiede l’attuazione della sua volontà come l’ha rivelata Gesù, il Figlio. Essa è aperta a tutti i popoli della terra, chiamati a diventare discepoli di Gesù.

Secondo Luca, autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli, la Chiesa è una comunità “apostolica”, perché fondata sui dodici apostoli, rappresentanti di tutto Israele: nella sua vita e nella sua storia trovano compimento le promesse di salvezza fatte da Dio al popolo eletto. Con la forza dello Spirito Santo i discepoli sono inviati a rendere testimonianza a Gesù sino agli estremi confini della terra.

Nella festa di Pentecoste, il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua di Risurrezione, mediante il dono dello Spirito Santo, che era stato promesso da Gesù risorto, si manifesta la Chiesa. L’autore degli Atti degli Apostoli ne traccia un quadro ideale. Tutti quelli che accolgono la Parola di Dio, proclamata dagli apostoli, e si fanno battezzare nel nome del Signore Gesù formano la comunità dei credenti, che sono “perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (2,42), e realizzano una comunità di amici e fratelli, che forma “un cuore solo e un’anima sola” (4,32).


La comunità inviata in missione

L’autore degli Atti degli Apostoli ricostruisce la tappe della prima missione della Chiesa nel mondo ebraico, presentandone i protagonisti e il metodo. Dio sta all’origine della missione cristiana. Per mezzo di Gesù Cristo, il Figlio “inviato” dal Padre, il dono dello Spirito Santo abilita tutti i credenti a proclamare il Vangelo della salvezza a ogni creatura umana, senza distinzione di religione, etnia e cultura. Destinatari della missione sono tutti gli esseri umani, da Israele ai popoli pagani.

La missione si attua mediante l’annuncio e la testimonianza resa con la parola e con la vita. Essa corrisponde alla volontà di Dio, che è stata profeticamente annunciata nella storia di Israele - testimoniata nei libri dell’Antico Testamento - e si compie per mezzo di Gesù Cristo e il dono dello Spirito Santo. Il contenuto dell’annuncio è Gesù di Nazaret, condannato a morte dagli uomini, ma risuscitato da Dio: in lui si compiono le promesse divine, presenti nelle Sacre Scritture, e si apre l’accesso alla salvezza a tutti i possibili cercatori di Dio. L’annuncio sfocia nell’invito alla conversione per ricevere il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo, garanzia della salvezza definitiva, cioè di una vita piena e felice nel tempo e per l’eternità.


La comunità dei credenti in Gesù Cristo

La Chiesa di Dio è la “santa convocazione” di quanti hanno accolto il Vangelo di Gesù Cristo e vivono, grazie all’azione interiore dello Spirito Santo, nella fede, nella carità e nella speranza, in attesa della manifestazione gloriosa del Signore. Partendo dall’esperienza della “cena del Signore”, dove i cristiani fanno memoria di Gesù morto e risorto, san Paolo presenta la comunità dei cristiani come “corpo di Cristo”. Tutti i credenti che mangiano l’unico pane che è Cristo, formano, nella comunione con lui, un solo corpo. Essi sono stati battezzati in un solo Spirito per formare l’unico corpo di Cristo.

Lo Spirito donato da Dio per mezzo di Gesù risorto è la fonte dei diversi carismi e compiti, che esprimono e realizzano la vitalità dell’unica Chiesa, corpo di Cristo. L’amore comunicato dallo Spirito Santo tiene uniti tutti i membri della Chiesa. Per la nascita e la crescita della Chiesa, Dio ha stabilito il ministero degli apostoli, dei profeti e dei maestri. Nella tradizione di san Paolo questa varietà di ministeri al servizio della Parola e della guida della Chiesa è donata dal Signore risorto perché tutti i credenti partecipino alla crescita del suo corpo nell’unità e nell’amore.

Nella vita della Chiesa la fede dei suoi membri assume diverse forme, legate agli stati di vita e ai doni ricevuti da Dio. Queste forme manifestano la ricchezza e la varietà dell’esperienza cristiana, radicata nella partecipazione alla vita dell’unico Signore Gesù, il Cristo, capo della Chiesa edificata sulla parola degli “apostoli e profeti”. Mediante la proclamazione del Vangelo tutti i popoli sono chiamati a far parte di questa Chiesa, corpo di Cristo.

Nella stessa tradizione di san Paolo si vive l’esperienza della Chiesa come famiglia di Dio, guidata dai pastori che rendono viva e attuale la tradizione dell’apostolo. Essi esercitano un ruolo di sorveglianza (“episcopé”) e saranno chiamati vescovi, con caratteristiche che si preciseranno sempre di più sul fondamento di ciò che è già presente nelle comunità apostoliche delle origini.

Entrare nella Chiesa mediante la fede in Gesù e la conversione del proprio cuore, testimoniate nel battesimo, acquisendo atteggiamenti di amore verso tutti; accettare la guida dei pastori che annunciano la Parola di Dio e offrono il dono dei sacramenti, in cui scorre per noi la vita divina offerta in Gesù Cristo, ci garantisce una vita salvata, cioè libera dalle idolatrie di questo mondo e partecipe nella fede e nella speranza della gioia dell’eternità divina.


La comunità di amici e la “sposa dell’Agnello”

Secondo il Vangelo di Giovanni i credenti in Gesù Cristo, Figlio di Dio, formano una comunità di amici, tenuti insieme, come tralci nella vite, dal comandamento nuovo dell’amore, che ha la fonte e il modello nel dono che Gesù fa della sua vita. Come Gesù i discepoli sono consacrati mediante l’amore e lo Spirito Santo, per essere inviati nel mondo. L’unità di tutti i credenti si fonda sulla preghiera di Gesù, che chiede al Padre che essi siano una cosa sola, partecipando allo stesso dinamismo di amore che costituisce la comunione tra lui e il Padre.

Per l’autore dell’Apocalisse la comunità dei fedeli segue Gesù, l’Agnello ucciso ma ora vivo, senza compromessi con il potere idolatrico, fino al martirio. Sullo sfondo della nuova creazione, il profeta di Patmos immagina la Chiesa come una sposa pronta per le nozze dell’Agnello. Essa è paragonata alla nuova Gerusalemme che scende dal cielo, per essere la dimora di Dio tra gli uomini.

Proprio in quanto è la sposa dell’Agnello, la Chiesa è necessaria per incontrare e accogliere Cristo nel cuore e nella vita. Nella comunità che ascolta e proclama la sua parola, che celebra i sacramenti della salvezza, che vive e testimonia la carità, è lui a rendersi presente, nonostante i peccati e le contro-testimonianze dei figli della Chiesa. Una comunità dal volto umano, accogliente, viva nella fede e tale da irradiare la gioia del Vangelo è veramente, in rapporto al Signore Gesù, come la luna nei confronti del sole: essa raccoglie da Cristo, vero Sole, i raggi della luce che illumina il mondo e li offre generosamente nella notte del tempo. Così la percepiva e la rappresentava la fede dei più antichi scrittori cristiani:

Questa è la vera luna.
Dall’intramontabile luce dell’astro fraterno
ottiene la luce dell’immortalità e della grazia.
Infatti la Chiesa non rifulge di luce propria,
ma della luce di Cristo.
Trae il suo splendore dal sole della giustizia,
per poter poi dire:
Io vivo, però non son più io che vivo,
ma vive in me Cristo!

(Sant’Ambrogio, Hexaemeron 4, 8, 32).
10. LA VITA SECONDO LO SPIRITO


Nella tradizione biblica lo “spirito” è la forza vivificante di Dio, che ispira i profeti e anima la vita dei fedeli che aderiscono all’alleanza. Se ne attende un’effusione abbondante per gli ultimi tempi. I primi credenti in Gesù Cristo sono convinti che la sua risurrezione inaugura i tempi ultimi con l’effusione dello Spirito. San Paolo parla dello “Spirito di Dio”, considerandolo al contempo dono di Gesù risorto ai credenti.


Lo Spirito di Cristo

Il dono dello Spirito da parte di Dio fa comprendere e accogliere ai credenti il suo progetto salvifico, che si manifesta in Gesù, il Cristo crocifisso. Lo Spirito plasma l’identità e l’agire dei discepoli, che proprio in quanto segnati dalla sua opera sono chiamati a vivere in modo “spirituale”, nella sequela di Cristo.

Lo Spirito suscita e alimenta quelle disposizioni profonde che sono conformi al progetto di Dio, in antitesi con quelle della “carne”, ossia con un’esistenza chiusa in se stessa ed estranea al progetto di Dio. È lo Spirito a far penetrare nel cuore dei credenti l’amore di Dio, che diventa fonte dell’amore fraterno. Lo Spirito di Dio suscita in chi crede l’atteggiamento di confidenza filiale di Gesù, che si esprime nell’invocazione Abbà, “Padre”. Anche nelle situazioni di sofferenza lo Spirito ispira e alimenta la preghiera dei credenti in sintonia con il disegno salvifico di Dio.

Lo Spirito di Cristo Signore è garanzia della libertà dei discepoli nei confronti della vecchia esistenza ed è fonte di un nuovo dinamismo di vita caratterizzato dall’amore. Effuso nel battesimo, costituisce i credenti in una comunità di persone di pari dignità, facendo superare ogni discriminazione etnica o sociale. La comunità animata dallo Spirito per mezzo di doni (o “carismi”) cresce in modo armonico e unitario con la partecipazione di tutti.

È lo Spirito comunicato dal Risorto la fonte interiore e permanente della libertà del cristiano. Essa è prima di tutto liberazione dalla schiavitù del peccato e della morte per l’iniziativa gratuita di Dio attuata in Cristo: è “libertà da” tale schiavitù e “libertà per” donarsi a Dio e agli altri, perché lo Spirito comunica all’intimo dei cuori la capacità di amare secondo la volontà del Padre, rivelata in Gesù.

La “legge”, sintesi delle esigenze etiche e relazionali, cessa di essere una norma esterna perché viene a coincidere con la “legge dello Spirito”, donata da Dio. Si stabilisce così una sintonia tra le aspirazioni profonde dell’essere umano, che cerca la propria realizzazione nelle relazioni giuste e felici con le persone, e le esigenze etiche concentrate nell’amore.


I doni dello Spirito

Lo Spirito Santo, dato ai credenti nel battesimo e negli altri sacramenti, fa di essi l’unico corpo di Cristo e comunica loro i vari doni o carismi. Si può parlare di doni dello Spirito solo in un contesto di fede, in cui si riconosce che Gesù è il Signore. Poiché tutti i credenti, in forza dello Spirito, riconoscono Gesù Cristo come il Signore, le differenti manifestazioni dello Spirito si impiantano su una base condivisa, e quindi su un’eguale dignità.

Si deve poi riconoscere che all’origine dei vari e molteplici doni spirituali c’è sempre un solo Dio e Signore che opera per mezzo dell’unico Spirito. Perciò non hanno senso concorrenze o contrapposizioni nella manifestazione e nell’esercizio dei vari carismi. Nella prima lettera ai Corinzi, san Paolo paragona la comunità dei credenti al corpo, che “pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra pur essendo molte, sono un corpo solo” (12,12). Egli conclude il confronto tra la comunità cristiana e il corpo con la dichiarazione: “Voi siete corpo di Cristo” (12,27). Tutti i cristiani infatti sono stati immersi in un solo Spirito per formare un solo corpo.

Il criterio ultimo per valutare i carismi suscitati dallo Spirito nella comunità è l’amore. Ce lo fa capire san Paolo nell’elogio dell’amore contenuto nel capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi, quando dice che anche le esperienze mistiche più prestigiose e perfino gli atti di eroismo più grandi sono privi di valore senza l’amore (che in greco è detto “agàpe” ed è per lo più tradotto col termine “carità”):

“Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine...
Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!” (13,1-7. 13).

Il dono dello Spirito Santo, che Gesù risorto fa ai credenti, diventa in essi la fonte dell’amore di Dio e li rende capaci di attuare la loro fede in un atteggiamento di donazione reciproca. Lo Spirito di Dio fa nascere da un lato la fede in lui e dall’altro l’amore verso il prossimo. La maturità spirituale dei cristiani si misurerà, allora, sulla qualità delle loro relazioni d’amore, rese possibili dai frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, magnanità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Galati 5,22). La libertà cristiana trova nella carità la sua verifica: essa mette in moto decisioni e comportamenti responsabili e si orienta alla realizzazione di un progetto in cui l’essere umano si gioca personalmente in una costante disponibilità al servizio.


La promessa della vita piena

Lo Spirito donatoci da Gesù ci rende dunque partecipi della vita divina nel tempo e per l’eternità. Ci chiediamo: accogliendolo nel nostro cuore, che cosa ci è dato sperare? Nel libro dell’Apocalisse, il profeta di Patmos descrive l’ultimo atto del dramma della salvezza come “nuova creazione”. L’idea della nuova creazione deriva dalla tradizione biblica, dove i profeti invitano a dimenticare il passato e a guardare alle cose nuove che Dio sta per creare.

San Paolo riprende questo linguaggio per esprimere la consapevolezza che i credenti, uniti mediante il battesimo a Gesù Cristo, sono una “nuova creatura”. L’esperienza della novità di vita nello Spirito, fondata sulla iniziativa radicale di Dio, prefigura e anticipa la comunione piena e definitiva con lui che chi crede attende nella speranza. Nella prospettiva di san Paolo, anche l’attuale condizione del creato è associata al destino dell’essere umano, che lo trascina con sé nella sua storia di peccato. Ma in forza della stessa solidarietà, il creato attende la liberazione dalla sua schiavitù assieme agli esseri umani chiamati a entrare nella gloria di Dio.

Nella visione dell’Apocalisse, espressa col linguaggio evocativo dei simboli, il disegno di Dio sulla storia umana è racchiuso in un rotolo, che solo Gesù Cristo, il messia discendente di Davide, ucciso ma vivo, è in grado di interpretare e di realizzare. Gesù Cristo è il rivelatore e il redentore universale che inaugura la grande liturgia cosmica, in cui tutti gli esseri creati riconosceranno l’assoluta signoria di Dio. Con la sua morte e risurrezione, egli non solo vince le potenze del male e della morte, ma inaugura il tempo e la condizione definitiva della salvezza per tutti quelli che lo seguono anche a costo di perdere la vita fisica. Dopo la vittoria finale sulle forze del male si presenterà la “nuova creazione”, che comprenderà il cielo e la terra, mentre il “mare”, simbolo del caos, scomparirà per sempre.

In questa cornice si colloca la visione della “Gerusalemme celeste”, la “fidanzata e sposa” dell’Agnello, che rappresenta il compimento del disegno della salvezza. In essa si realizzerà la dimora definitiva di Dio con gli uomini. La morte, fonte di ogni dolore, sarà eliminata per sempre. Dio accoglierà gli esseri umani come figli chiamati a partecipare per sempre alla sua vita d’amore. Questo destino è prefigurato nella donna Maria, la madre del Messia.


Maria madre della speranza

Nella tradizione evangelica Maria, la vergine madre di Gesù, si presenta come la donna credente che - coperta dall’ombra dello Spirito - si apre al dono della salvezza definitiva, inaugurato dal suo Figlio. Ella accoglie la parola dell’angelo inviato da Dio con l’adesione pronta e fedele dei grandi testimoni della tradizione biblica. Nel canto del Magnificat, Maria esalta la potenza salvifica di Dio, il santo e il misericordioso, che nel suo figlio Gesù porta a compimento la promessa fatta ad Abramo e alla sua discendenza. Come umile serva del Signore, Maria, la “figlia di Sion”, si colloca nella storia del suo popolo, Israele, che, a partire dall’esodo e dal cammino nel deserto, fa esperienza dell’agire potente di Dio. Il Magnificat, sintesi della storia della salvezza, è un canto di speranza, di cui Maria si fa voce.

Alla nascita di Gesù a Betlemme, mentre i pastori riconoscono nel bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia il Messia e il Salvatore, Maria conserva e medita nel suo cuore quanto le è stato annunciato e va realizzandosi. La stessa immagine di Maria compare a conclusione dell’episodio di Gesù dodicenne che, in occasione di un pellegrinaggio a Gerusalemme per la festa di Pasqua, si ferma nel tempio per discutere con i maestri della Legge. Maria e Giuseppe non comprendono le parole di Gesù che rivendica il suo diritto e dovere di dedicarsi alle cose del Padre suo. Il racconto si chiude con una scena paradossale: Gesù ritorna a Nazaret, dove rientra nel suo ruolo di figlio sottomesso, mentre Maria “conserva tutte queste cose nel suo cuore” (Luca 2,51). La madre di Gesù vive nell’attesa del pieno svelamento dell’identità di suo Figlio nella Pasqua di Risurrezione.

Maria, in quanto è la credente, che accoglie e conserva nel cuore la parola di Dio, è il prototipo dei discepoli e della Chiesa intera. Quest’identità della Madre di Gesù si trova anche nella tradizione trasmessa nel Vangelo di Giovanni, a partire dal racconto delle nozze di Cana. Con il dono del vino buono e abbondante, Gesù inaugura la nuova alleanza, fondata su nuove relazioni di amore. Con discrezione, ma anche con determinazione, la Madre entra nella prospettiva della nuova alleanza, richiamando l’attenzione del Figlio sul bisogno venutosi a creare e invitando i servi a fare quello che lui dirà loro. A Cana la Madre anticipa l’ora della rivelazione della gloria di Gesù, che si compirà con la sua morte e risurrezione a Gerusalemme.

La Madre è presente nella scena centrale della crocifissione di Gesù. Prima delle parole “tutto è compiuto”, Gesù le rivela una nuova identità, affidandola come madre al discepolo amato, che l’accoglie come un dono prezioso. Ai piedi della croce nasce la comunità dei credenti, rappresentata dal discepolo e dalla Madre di Gesù. Nel dolore della sua morte avviene il parto, la nascita della nuova creatura, che Gesù ha promesso ai discepoli nel discorso di addio.

In questo orizzonte si colloca anche la visione del capitolo 12 dell’Apocalisse, che presenta il destino finale dell’umanità mediante il grande segno nel cielo, dove compare una donna vestita di sole che partorisce un figlio destinato a regnare come Messia. Per essere sottratto alla minaccia di morte del grande drago, il figlio della donna è portato nel mondo di Dio. Le doglie del parto e il rapimento del figlio presso Dio alludono al mistero pasquale di Gesù, che si prolunga nella storia dei suoi testimoni. Essi sono i figli della donna contro i quali ora combatte il drago.

Nel dramma dell’Apocalisse la figura della madre del Messia si sovrappone a quella di Israele e della Chiesa, sullo sfondo della lotta primordiale tra il serpente antico e la discendenza della donna. Maria è la primizia e l’immagine della Chiesa che vive nell’attesa della salvezza finale. In lei Dio ha fatto risplendere per il suo popolo, pellegrino sulla terra, “un segno di consolazione e di sicura speranza”. Ecco come un figlio della Chiesa dei nostri tempi si rivolge a Maria, la madre di Gesù, figura ideale per ogni donna e per ogni uomo:

Santa Maria, donna dei nostri giorni,
liberaci dal pericolo di pensare
che le esperienze spirituali vissute da te duemila anni fa
siano improponibili oggi per noi…
Facci comprendere che la modestia, l’umiltà, la purezza
sono frutti di tutte le stagioni della storia,
e che il volgere dei tempi non ha alterato
la composizione chimica di certi valori
quali la gratuità, l’obbedienza, la fiducia,
la tenerezza e il perdono.
Sono valori che tengono ancora
e che non andranno mai in disuso.
Ritorna, perciò, in mezzo a noi, e offri a tutti
l’edizione aggiornata di quelle grandi virtù umane
che ti hanno reso grande agli occhi di Dio.

(Preghiera a Maria del vescovo Tonino Bello).










III



COME INCONTRARE
IL DIO DI GESÙ CRISTO
Abbiamo cercato di testimoniare la speranza che è in noi. Abbiamo presentato Gesù, la sua vita, morte e risurrezione. Abbiamo parlato del volto del Padre suo e del dono del suo Spirito. Per noi cristiani, Gesù non è una dottrina astratta. È via, è vita, è verità che illumina il nostro cuore, anticipo e promessa della vita eterna. Seguendo Lui, il più umano degli uomini, il Figlio eterno venuto in mezzo a noi, ci sentiamo aiutati ad affrontare la vita e le sue sfide come figli di Dio, fratelli e sorelle tra di noi.

La terza parte della nostra “Lettera” cerca di aiutare il “cercatore di Dio” a pensare, progettare e vivere esperienze concrete per giungere all’incontro con il Dio vivente, così come Gesù lo ha reso a noi possibile. In quest’impresa, siamo rassicurati dalla presenza di tanti testimoni nella storia della Chiesa. Essi, condotti dallo Spirito di Gesù e dalla mano sapiente dei pastori, i fratelli a cui lo Spirito stesso ha affidato la responsabilità di governare il cammino verso la verità, ci aiutano a cogliere e interpretare la verità nella vita quotidiana e ad aprirci al dono di Dio.

Tra le righe del discorso, vorremmo che ciascuno vedesse affiorare il volto della comunità, il volto della Chiesa, madre dei credenti, che sostiene e incoraggia il cammino di tutti. È lei che ci ha trasmesso la buona notizia di Gesù il Signore e ci aiuta a interpretare le inquietudini che attraversano il nostro cuore.

Cerchiamo allora di ripensare il cammino quotidiano del cristiano, lasciandoci condurre per mano da chi l’ha sperimentato prima di noi. Anche il ricordo delle esigenze a cui essere fedeli, per una qualità di vita secondo il progetto di Dio, risponde a quell’interrogativo profondo che affiora quando ci lasciamo interpellare da impegni alti.

In quest’ultima parte, dunque, tentiamo di proporre la “mappa” di un’esistenza vissuta secondo lo Spirito di Gesù, per restituire fiducia alla vita quotidiana e ricordare le condizioni per la sua autenticità. Chi sosterrà il nostro sforzo? Proprio dal vissuto dei nostri fratelli e sorelle nella fede affiora la risposta: la preghiera, la parola di Dio, i sacramenti, il servizio, l’attesa della casa futura, sono le esperienze concrete in cui è possibile incontrare il Dio di Gesù Cristo.

Certo, siamo costretti a trascrivere “parole”. Sappiamo però che dietro di esse ci sono persone e fatti: i tanti discepoli di Gesù, testimoni di santità, le tante donne e uomini che hanno dato speranza ad altri nella storia. Ci sono anche i nostri volti, che le parole interpretano e forse… abbelliscono. Ci sei anche tu che stai leggendo, sollecitato a rivisitare più intensamente la tua vita per diventare un “volto” che si fa “parola”, proposta per tutti.
11. LA PREGHIERA


Perché pregare? La risposta è semplice: per vivere. Sì: per vivere veramente, bisogna pregare. Perché vivere è amare: una vita senza amore non è vita. È solitudine vuota, è prigione e tristezza. Vive veramente solo chi ama: e ama solo chi si sente amato, raggiunto e trasformato dall’amore. Come la pianta non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore. Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempre di nuovo. Perciò, chi prega vive veramente, nel tempo e per l’eternità.


Come pregare?

Molti pensano di non saper pregare. Molti domandano come pregare. Anche in questo caso la risposta è immediata: bisogna dare un po’ del proprio tempo a Dio. All’inizio, l’importante non sarà che questo tempo sia tanto, ma che glielo si dia fedelmente. È necessario fissare un tempo da dare ogni giorno al Signore, e donarglielo con fedeltà, quando ce la sentiamo e anche quando non ce la sentiamo. Bisogna cercare un luogo tranquillo, dove se possibile ci sia qualche segno che richiami la presenza di Dio (una croce, un’icona, la Bibbia), o entrare in una chiesa e fermarsi davanti al tabernacolo, dove c’è la presenza di Cristo nell’Eucaristia. Basta raccogliersi in silenzio e invocare lo Spirito Santo, perché sia lui a gridare in noi: “Abbà, Padre!”. Portiamo a Dio il nostro cuore, anche se è in tumulto. Non dobbiamo aver paura di dirgli tutto, non solo le difficoltà e il dolore, il peccato e l’incredulità, ma anche la gioia e la speranza, e persino la ribellione e la protesta, se abitano dentro di noi.

Tutto va posto nelle mani di Dio, lodandolo e ringraziandolo per i suoi doni. Bisogna ascoltare il suo silenzio, senza pretendere di trovare subito risposte. È necessario perseverare, senza pretendere di afferrare Dio, ma lasciandolo penetrare nella nostra vita e nel nostro cuore, toccandoci l’anima. Bisogna ascoltare la sua Parola, aprendo la Bibbia, meditandola con amore, lasciando che Gesù parli al cuore. Nei Salmi troveremo espresso tutto ciò che vorremmo dire a Dio; ascoltando gli apostoli e i profeti impareremo ad amare la storia del popolo eletto e della Chiesa nascente e faremo esperienza della vita vissuta nell’orizzonte dell’alleanza con Dio. Dopo aver ascoltato la Parola di Dio, dovremo camminare ancora a lungo sui sentieri del silenzio, lasciando che sia lo Spirito a unirci a Cristo, Parola eterna del Padre. Lasciamo che sia Dio Padre a plasmarci con tutte e due le sue mani, il Verbo e lo Spirito Santo.


Il cammino della preghiera

All’inizio, potrà sembrare che il tempo per tutto questo sia troppo lungo e che non passi mai: bisogna perseverare con coraggio e disponibilità, dando a Dio tutto il tempo che siamo in grado di dargli. Di appuntamento in appuntamento la nostra fedeltà sarà premiata, e vedremo pian piano crescere in noi il gusto della preghiera. Quello che all’inizio ci sembrava irraggiungibile, diventerà sempre più facile e bello. Capiremo allora che ciò che conta non è avere risposte, ma mettersi a disposizione di Dio: ciò che porteremo nella preghiera sarà poco a poco trasfigurato.

Così, quando ci troveremo a pregare con il cuore in tumulto, se persevereremo, ci accorgeremo che dopo aver a lungo pregato non avremo trovato risposte alle nostre domande, ma che le stesse domande si saranno sciolte come neve al sole. Nel nostro cuore entrerà la pace di chi si affida nelle mani di Dio e si lascia condurre docilmente da lui, là dove lui vuole.

Non mancheranno in tutto questo le difficoltà: a volte, non riusciremo a far tacere il chiasso che è intorno e dentro di noi; a volte sentiremo la fatica e perfino il disgusto di metterci a pregare; a volte, la nostra sensibilità scalpiterà e qualunque atto ci sembrerà preferibile allo stare in preghiera davanti a Dio, a “tempo perso”. In realtà, sono state queste le prove di tanti credenti e persino di molti grandi santi. Bisogna solo avere fede: l’unica cosa che possiamo veramente dare a Dio è la prova della nostra fedeltà. Con la perseveranza salveremo la preghiera e soprattutto la nostra vita.

Non dobbiamo avere paura delle prove e delle difficoltà nella preghiera: Dio è fedele e non ci porrà mai davanti a una prova senza darci la via d’uscita; non ci esporrà mai a una tentazione senza darci la forza per sopportarla e vincerla. Lasciamoci amare da Dio: come una goccia d’acqua che evapora sotto i raggi del sole, sale in alto e ritorna alla terra come pioggia feconda o rugiada consolatrice, così lasciamo che tutto il nostro essere sia lavorato da Dio, plasmato dall’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, assorbito in loro e restituito alla storia come dono fecondo.

Lasciamo che la preghiera faccia crescere in noi la libertà da ogni paura, il coraggio e l’audacia dell’amore, la fedeltà alle persone che Dio ci ha affidato e alle situazioni in cui ci ha posto, senza cercare evasioni o consolazioni a buon mercato. Impariamo, pregando, a vivere la pazienza di attendere i tempi di Dio, che non sono i nostri tempi, e a seguire le vie di Dio, che spesso non sono le nostre vie.


La preghiera sorgente d’amore

Un dono particolare che viene dalla fedeltà alla preghiera è l’amore agli altri e il senso della Chiesa: più si prega, più si prova misericordia per tutti; più vorremo aiutare chi soffre, più avremo fame e sete di giustizia, specie per i più poveri e deboli. Pregando, sentiremo come è bello essere nella barca di Pietro, docili alla guida dei pastori della Chiesa, solidali con tutti, sostenuti dalla preghiera comune, pronti a servire gli altri con gratuità, senza nulla chiedere in cambio.

Pregando, sentiremo crescere la passione per l’unità della Chiesa e di tutta la famiglia umana. La preghiera è la scuola dell’amore, perché è in essa che possiamo riconoscerci infinitamente amati e nascere sempre di nuovo alla generosità che prende l’iniziativa del perdono e del dono senza calcolo, al di là di ogni misura di stanchezza.

Pregando, s’impara a pregare e si gustano i frutti dello Spirito, che fanno vera e bella la vita. Pregando, si diventa amore, e la vita acquista il senso e la bellezza per cui è stata voluta da Dio. Pregando, si avverte sempre più l’urgenza di portare il Vangelo a tutti, sino agli estremi confini della terra. Pregando, si scoprono i doni infiniti dell’Amato e si impara sempre più a rendere grazie a lui in ogni cosa. Pregando, si vive. Pregando, si ama. Pregando, si loda. E la lode è la gioia e la pace più grande del nostro cuore inquieto, nel tempo e per l’eternità.
12. L’ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO


C’è un profondo bisogno di amore in ciascuno di noi, così spesso prigionieri delle nostre solitudini. È il bisogno di una parola di vita che vinca le nostre paure e ci faccia sentire amati. Il profeta Amos descrive con efficacia questa situazione: “Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore” (8,11). E sant’Agostino - che quella Parola ha incontrato, fino a farne la ragione di tutta la sua vita - così presenta la risposta del Dio vivente al nostro bisogno: “Da quella città il Padre nostro ci ha inviato delle lettere, ci ha fatto pervenire le Scritture, onde accendere in noi il desiderio di tornare a casa” (Commento ai Salmi, 64, 2-3).

Se si arriva a comprendere - come è capitato a tanti credenti di ieri e di oggi - che la Bibbia è questa “lettera di Dio”, che parla proprio al nostro cuore, allora ci si avvicinerà a essa con la trepidazione e il desiderio con cui un innamorato legge le parole della persona amata. Allora, Dio, che è insieme paterno e materno nel suo amore, parlerà proprio a ciascuno di noi e l’ascolto fedele, intelligente e umile di quanto egli dice sazierà poco a poco il nostro bisogno di luce, la tua sete d’amore. Imparare ad ascoltare la voce di Dio che parla nella Sacra Scrittura è imparare ad amare: perciò, l’ascolto delle Scritture è ascolto che libera e salva.


Il Dio che parla

Solo Dio poteva rompere il silenzio dei cieli e irrompere nel silenzio del cuore: solo lui poteva dirci - come nessun altro - parole d’amore. Questo è avvenuto nella sua rivelazione, dapprima al popolo eletto, Israele, e poi in Gesù Cristo, la Parola eterna fatta carne. Dio parla: attraverso eventi e parole intimamente connessi, egli comunica se stesso agli uomini. Messi per iscritto sotto l’ispirazione del suo Spirito, questi testi costituiscono la Sacra Scrittura, la dimora della Parola di Dio nelle parole degli uomini. Il Signore dice ciò che fa e fa ciò che dice. Nell’Antico Testamento annuncia ai figli d’Israele la venuta del Messia e l’instaurazione di una nuova alleanza; nel Verbo fatto carne compie le sue promesse oltre ogni attesa.

Antico e Nuovo Testamento ci narrano la storia del suo amore per noi, secondo un cammino con cui Dio educa il suo popolo al dono dell’alleanza compiuta: l’Antico Testamento si illumina nel Nuovo e il Nuovo è preparato nell’Antico. Perciò, i discepoli di Gesù amano le Scritture che lui stesso ha amato, quelle che Dio ha affidato al popolo ebraico, e che essi leggono nella luce di lui, crocifisso e risorto. Il compimento della rivelazione, infatti, è Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo per noi, la Parola unica, perfetta e definitiva del Padre, il quale in lui ci dice tutto e ci dona tutto. Nutrirsi della Scrittura è nutrirsi di Cristo: “L’ignoranza delle Scritture - afferma san Girolamo - è ignoranza di Cristo” (Commento al Profeta Isaia, PL 24,17).

Chi vuole vivere di Gesù deve ascoltare, allora, incessantemente le divine Scritture. È in esse che si rivela il volto dell’Amato. Ed è lo Spirito Santo, che ha guidato il popolo eletto ispirando gli autori delle Sacre Scritture, ad aprire il cuore dei credenti all’intelligenza di quanto è in esse contenuto. Perciò, nessun incontro con la Parola di Dio andrà vissuto senza aver prima invocato lo Spirito, che schiude il libro sigillato, muovendo il cuore e rivolgendolo a Dio, aprendo gli occhi della mente e dando dolcezza nel consentire e nel credere alla verità. È lo Spirito a farci entrare nella verità tutta intera attraverso la porta della Parola di Dio, rendendoci operatori e testimoni della forza liberante che essa possiede.


La casa della Parola

Nella sua Parola è Dio stesso a raggiungere e trasformare il cuore di chi crede: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4,12). Affidiamoci, allora, alla Parola: essa è fedele in eterno, come il Dio che la dice e la abita. Perciò, chi accoglie con fede la Parola, non sarà mai solo: in vita, come in morte, entrerà attraverso di essa nel cuore di Dio: “Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio” (San Gregorio Magno).

Alla Parola del Signore corrisponde veramente chi accetta di entrare in quell’ascolto accogliente che è l’obbedienza della fede. Il Dio, che si comunica al nostro cuore, ci chiama ad offrirgli non qualcosa di nostro, ma noi stessi. Questo ascolto accogliente rende liberi: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8,31-32).

Per renderci capaci di accogliere fedelmente la Parola di Dio, il Signore Gesù ha voluto lasciarci - insieme con il dono dello Spirito - anche il dono della Chiesa, fondata sugli apostoli. Essi hanno accolto la parola di salvezza e l’hanno tramandata ai loro successori come un gioiello prezioso, custodito nello scrigno sicuro del popolo di Dio pellegrino nel tempo. La Chiesa è la casa della Parola, la comunità dell’interpretazione, garantita dalla guida dei pastori a cui Dio ha voluto affidare il suo gregge. La lettura fedele della Scrittura non è opera di navigatori solitari, ma va vissuta nella barca di Pietro.


Accogliere la Parola nel silenzio e nella contemplazione

È l’amore il frutto che nasce dall’ascolto della Parola: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi” (Giacomo 1,22). Chi si lascia illuminare dalla Parola, sa che il senso della vita consiste non nel ripiegarsi su se stessi, ma in quell’esodo da sé senza ritorno, che è l’amore. L’ascolto costante della Sacra Scrittura ci fa sentire amati e ci rende capaci di amare, dando gioia e speranza al nostro cuore: se ci consegniamo senza riserve al Dio che ci parla, sarà lui a donarci agli altri, arricchendoci di tutte le capacità necessarie per metterci al loro servizio.

La Parola è guida sicura perché - fra i rumori del mondo - ci conduce a impegnarci per gli altri sui passi di Gesù, a riconoscere negli altri la sua voce che chiama: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25,40). Chi ama la Parola, sa quanto sia necessario il silenzio, interiore ed esteriore, per ascoltarla veramente, e per lasciare che la sua luce ci trasformi mediante la preghiera, la riflessione e il discernimento: nel clima del silenzio, alla luce delle Scritture, impariamo a riconoscere i segni di Dio e a riportare i nostri problemi al disegno della salvezza che la Scrittura ci testimonia.

Certo, il silenzio necessario all’ascolto non è mutismo, ma espressione di un amore che supera ogni parola. Solo l’amore apre alla conoscenza dell’Amato, come è stato per il discepolo, che ha posato il suo capo sul petto del Signore nell’ultima cena: “Poteva comprendere il senso delle parole di Gesù, soltanto colui che riposò sul petto di Gesù” (Origene, In Joannem, 1,6: PG 14,31). Anche noi dobbiamo poggiare il capo sul cuore di Cristo e ascoltare le sue parole, lasciando che esse parlino al nostro cuore e lo facciano ardere del suo amore.
13. I SACRAMENTI, LUOGO DELL’INCONTRO CON CRISTO


Forse ci sarà capitato di entrare in una chiesa, magari nel tentativo di dare un nome alla nostra ricerca interiore. Anche vuoto, l’ambiente evoca una presenza e favorisce l’interiorità. Ma ogni chiesa si anima soprattutto quando da edificio di pietra diviene Chiesa di volti: “Avvicinandovi a lui, pietra viva, (…) quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale” (1Pietro 2,4-5).

Per questo, la manifestazione più significativa della Chiesa avviene ogni domenica, giorno del Signore, memoria viva della risurrezione di Cristo, quando la comunità si raduna per la celebrazione dell’Eucaristia. La Messa domenicale è il grazie settimanale, condiviso da ognuno, per il dono della fede, dell’amore e della speranza più forte di ogni morte. L’Eucaristia, cioè il rendimento di grazie, ci fa Chiesa e manifesta la Chiesa nella varietà e ricchezza dei doni che la compongono.


Il buon sapore di una vita donata

Quando diciamo che non ci sono più i buoni sapori di un tempo, in realtà stiamo constatando una sorta di smarrimento del senso profondo delle cose. Mangiare pane profumato di forno o bere vino che sa di uva è come ritrovare l’autenticità in noi stessi e nelle nostre relazioni. Se poi lo si fa a tavola con gli amici, davvero qualcosa cambia nell’esistenza.

Nella notte del tradimento, quando all’orizzonte si sta profilando la condanna a morte per Gesù, egli non rinuncia a porre un segno di luce nelle tenebre che avvolgono i cuori. A tavola con gli amici, nei giorni in cui si ricorda il passaggio di liberazione sperimentato dal popolo ebraico nell’esodo dall’Egitto, prende del pane, lo spezza e invita a mangiarlo: è il suo corpo! Quindi, prende un calice e invita a bere il vino versato: è il suo sangue! Gesti che i suoi non capiscono subito.

Quando lo vedranno appeso al legno della croce, cominceranno a comprendere che il pane spezzato e il vino versato sono segni profetici del dono di sé. Ma ne è valsa la pena? Solamente incontrandolo risorto si convinceranno, grazie al dono del suo Spirito, che egli aveva proprio ragione: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Giovanni 12, 24). Quando nella cena li aveva invitati a fare questo in sua memoria, voleva che partecipassero al suo stesso dono d’amore attraverso il gesto del mangiare e del bere.

Ecco perché, fin da subito, i cristiani si radunano ogni domenica a celebrare la memoria viva - o, come si dice, il memoriale - della sua Pasqua di morte e di risurrezione, nel segno del pane che è il suo corpo e del vino che è il suo sangue. Mangiano, cioè entrano in comunione profonda con lui e tra loro, per avere la forza di entrare nel senso del vivere, nel buon sapore dell’esistenza: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà” (Marco 8,35).


I sacramenti e la vita nuova in Cristo

Scommettere su questo stile di vita offerta in dono non è frutto della generosità di un momento: tutta l’esistenza è chiamata a plasmarsi diversamente, anche perché fuori e dentro di noi c’è una spinta, che ci trascina verso l’egoismo, la prevaricazione, il tornaconto individuale. Gesù, decidendo di condividere il peso di questa realtà di male con noi, si è messo in fila con in peccatori e si è immerso nel fiume Giordano per ricevere il battesimo di Giovanni Battista.

I cristiani riprendono questo battesimo con un senso nuovo. Immergono chi viene battezzato nell’acqua del fonte battesimale, o gli bagnano il capo, a significare l’unione al Cristo stesso, nell’atto del suo entrare nel sepolcro in solidarietà con le nostre morti e del nostro uscirne con lui, partecipi della sua vittoria sulla morte. Una volta per tutte, in maniera indelebile, nel battesimo la nostra esistenza è saldamente unita a quella del Cristo e a quella di tutti gli altri cristiani; diventiamo un corpo unico, il corpo di Cristo che è la Chiesa: corpo donato, vita vissuta nella logica evangelica del seme consumato per dare frutti d’amore.

Tutti i sacramenti sono partecipazione della nostra vita a quella di Cristo. Essi rinviano al cuore incandescente del Vangelo, alla Pasqua di Cristo che va fino in fondo nel dono di sé e così vince la morte. Attraverso i sacramenti, la vita nei suoi vari passaggi (nascita e morte, salute e malattia, amore di coppia e servizio alla comunità, peccato e perdono…) viene inserita nell’evento pasquale di Gesù, da cui riceve forza e senso. È Cristo stesso mediante i sacramenti a entrare nella nostra vita, agendo in essa con la potenza del suo amore. Lo esprime incisivamente questo bel testo di un antico scrittore cristiano:

“Sebbene tale ufficio [la celebrazione dei sacramenti] appaia esercitato per mezzo di uomini, l’azione tuttavia è di colui che è autore del dono ed è egli stesso a compiere ciò che ha istituito. Noi compiamo il rito, egli concede la grazia. Noi eseguiamo, egli dispone. Ma suo è il dono, anche se nostra è la funzione. Noi laviamo i piedi del corpo, ma egli lava i passi dell’anima. Noi immergiamo il corpo nell’acqua; egli rimette i peccati. Noi immergiamo; egli santifica. Noi sulla terra imponiamo le mani; egli dal cielo dona lo Spirito Santo” (San Cromazio di Aquileia, Sermone XV: La Lavanda dei piedi, 6).

Esprimiamo questo incontro della nostra vita con l’azione potente di Dio nel rito, esperienza di cui l’umanità non ha mai fatto a meno. C’è bisogno infatti di dare valore alle cose della vita con il linguaggio della gioia e della festa, del ritrovarsi insieme e del condividere: parole e silenzi, musiche e canti, vesti e segni, tutto concorre a esprimere quanto è più grande di noi, eppure ci avvolge. I riti esprimono l’indicibile e l’ineffabile, l’essenziale invisibile agli occhi che rimanda al mistero stesso di Dio.

Così, il battesimo è lo schiudersi del senso profondo di tutta l’esistenza, l’ingresso nella partecipazione alla vita stessa del Dio, che è Amore. Proprio per questo non riguarda unicamente il bambino, ma chiama in causa tutta la comunità e interpella ogni cristiano sul modo in cui vive il dono ricevuto nel proprio battesimo. A sua volta, l’Eucaristia - memoriale della Pasqua di Gesù - va compresa e vissuta come il culmine e la fonte dell’intera esistenza cristiana e della vita della Chiesa.

In modo analogo, la confermazione o cresima - in quanto è l’atto in cui Dio viene a confermare col dono del suo Spirito Santo il battezzato - va colta come una grazia per tutti, perché attraverso la forza della testimonianza data al cresimato raggiunge l’intera comunità dei credenti e può vivificare ogni rapporto umano. Battesimo, confermazione ed Eucaristia costituiscono i sacramenti dell’iniziazione cristiana, quelli che ci consentono di divenire cristiani e di crescere nella vita teologale della fede, della speranza e della carità.

A essi si aggiungono i sacramenti di guarigione - la penitenza, che dà il perdono dei peccati e ci riconcilia con Dio e con la Chiesa, e l’unzione degli infermi, che fortifica nella debolezza della malattia e dona vigore spirituale - e i sacramenti del servizio della comunione, l’ordine sacro e il matrimonio. Questi ultimi due edificano la comunità cristiana rispettivamente attraverso il ministero dell’unità - vissuto nel servizio della Parola, nella liturgia e nella guida pastorale - e attraverso la costruzione di quella cellula vitale del popolo di Dio e dell’umanità, che è la famiglia.

L’incontro, poi, con i differenti cammini religiosi, oggi reso come mai prima possibile dal villaggio globale in cui viviamo, è invito al confronto con altre ritualità. Esse dicono gli aneliti sinceri dell’uomo in cerca di Dio e di Dio alla ricerca dell’uomo. Dal momento che nella Pentecoste lo Spirito del Signore ha riempito l’universo, il cristiano può leggere in questa ritualità diffusa dei frammenti preziosi, come “bagliori della Verità che tutti illumina” (Concilio Vaticano II, Nostra aetate 2), che manifestano “una segreta presenza di Dio” (Ad gentes 9). L’unico Padre rivelatoci da Gesù nella sua Pasqua è il Dio verso il quale l’umanità intera è incamminata. Nell’atto del celebrare i sacramenti, pertanto, la Chiesa afferma sì la sua fede, ma dà anche voce all’attesa del mondo e della storia, pregusta cieli e terra nuovi nell’impegno condiviso per una vita vivibile e buona per tutti.
14. IL SERVIZIO


Una delle vie per vivere la memoria di Gesù e sentirsi membra del suo corpo, che è la Chiesa, consiste nel fare a nostra volta quello che lui ha fatto: servire e amare.


Tanti modi per servire

Sono tanti i modi e le vie che i cristiani hanno oggi per realizzare la memoria di Gesù attraverso il servizio al prossimo. La Chiesa ne indica principalmente tre: far conoscere il suo Vangelo, vivere il servizio della preghiera, sentirsi responsabili degli altri, prendendosi cura con particolare attenzione dei più poveri e bisognosi. Diversi sono i servizi e diverse le competenze, ma la responsabilità è unica: seguire Gesù. Gesù infatti continua la sua presenza in mezzo a noi e in noi attraverso il suo Spirito, che ci rende capaci di realizzare la missione che ci affida.

Il servizio nei confronti dei fratelli si è dall’inizio concretizzato in un compito molto importante: la cura del corpo di Cristo, che è la Chiesa, la comunità dei cristiani. È Gesù che dall’inizio del suo ministero ha chiamato alcuni discepoli perché stessero con lui e per mandarli a predicare. Egli li chiamò ed essi lo seguirono. Di loro formò un gruppo stabile, un “collegio”, alla cui testa pose Pietro. Lo stare con Gesù e il venire inviati da lui caratterizza il sacerdozio ministeriale nella Chiesa: il fondamento, la radice profonda dell’essere dei preti sta proprio qui. È restando uniti a Cristo, che i vescovi e i presbiteri insieme a loro guidano il popolo di Dio e conducono i fedeli sul cammino del Figlio verso il Padre.

Altri servizi sono affidati ai cristiani: tutti sono chiamati a farsi servi per amore, mettendo a disposizione degli altri con gratuità quanto hanno gratuitamente ricevuto da Dio. È la fantasia dello Spirito ad aiutarci a dare concretezza al comandamento dell’amore che Gesù ci ha lasciato come segno distintivo della nostra identità di suoi discepoli. Come insegna un’antica preghiera, “Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi. Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini a sé. Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per parlare agli uomini oggi. Noi siamo l’unica Bibbia, che tutti i popoli leggano ancora. Noi siamo l’ultimo appello di Dio scritto in parole ed opere”.


Il nostro vivere quotidiano come servizio offerto a Dio

L’apostolo Paolo si spinge ancora più lontano, nello sviluppo di questa “logica del servizio”: partecipando nella fede all’opera di annuncio e diffusione dell’amore di Dio per gli uomini, noi siamo in grado di trasformare tutta la nostra vita in un “sacrificio vivente”, in un grande gesto continuo di preghiera e di ringraziamento a Dio (cf. Romani 12,1). Il nostro lavoro, l’amore e gli affetti che danno calore e senso alla vita, i molti impegni che riempiono l’esistenza quotidiana possono essere trasfigurati, e assumere così un significato nuovo, se vissuti come luogo in cui rendere visibile l’amore, con cui siamo amati da Dio.

In un mondo in cui le logiche che legano gli uomini tra loro conoscono spesso il dramma del peccato e della distorsione, divenendo alienanti e disumane, servire Dio e gli altri risulta per molti aspetti faticoso: è questa fatica, tuttavia, che è stata fatta propria dal Figlio di Dio incarnato, che ha donato così nuova dignità alle opere e ai giorni degli uomini. In comunione con colui che ha lavorato con mani d’uomo e ha amato con cuore d’uomo, il cristiano riconosce nella fatica quotidiana lo strumento con il quale intervenire sulla trasformazione della realtà per conformarla al progetto di Dio, in costante relazione e dialogo con l’intera famiglia umana.

Nell’attesa dei cieli nuovi e della terra nuova, il cristiano sa di servire la causa di Dio nella causa dell’uomo. Umanizzare il mondo è servire il Signore, che vi è entrato e vi opera in vista della finale “ricapitolazione” di tutte le cose in Dio. Offerta a Dio nella fatica dei giorni, la nostra vita può divenire la via di una comunione sempre più profonda con il Cristo, redentore dell’uomo.


Collaboratori della gioia di tutti

Chiamato a servire, nell’impegno di ogni giorno, nella specificità dei servizi d’amore cui Dio lo chiama, il cristiano non deve mai perdersi d’animo, né cedere alla tentazione della disperazione e dello scetticismo. Il segreto che gli permette di mantenere intatta la sua capacità di leggere giorno dopo giorno i segni della salvezza di Dio, che è all’opera, sta nell’incontro fedele e perseverante con Cristo, sorgente di vera gioia.

Questa gioia dell’incontro col Signore accompagna la vita del cristiano: anche nella prova e nella persecuzione i discepoli restano “pieni di gioia e di Spirito Santo” (Atti 13,52). La gioia è un frutto dello Spirito, conseguenza del dimorare in Dio nella preghiera e nella celebrazione del suo amore per noi, sperimentato nella fede e nella speranza: “Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Tessalonicesi 5,16-18). La gioia si coniuga così alla carità, vissuta nel portare con Cristo il peso della sofferenza propria e altrui. Servire è farsi collaboratori della gioia di tutti: “Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2Corinzi 1,24).

Lo spirito delle beatitudini è la caratteristica inconfondibile della vita cristiana: in chi lo vive è Cristo che vive, perché è Gesù il povero, il sofferente, il mite, il puro di cuore, l’affamato di giustizia e l’operatore di pace, e nessun altri al di fuori di lui è in grado di trasformare nella gioia e nella pace dell’amore il dolore, che devasta la terra. Le beatitudini sono al tempo stesso l’annuncio e il dono della vita nuova che i cristiani portano nel mondo, il criterio e la misura della loro credibilità, la promessa delle meraviglie che la sequela di Gesù opera nella nostra debolezza, secondo una logica che la fede comprende, ma che appare perfino sconvolgente agli occhi del mondo. Ecco come le riporta l’evangelista Luca:

“Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti” (6,20-24).


Il dialogo, stile del servizio

Lo stile proprio del servizio è il dialogo, quel linguaggio dell’amore, in cui l’amore stesso si manifesta come attenzione e disponibilità agli altri. La fatica di amare si riflette perciò inevitabilmente nelle resistenze e nei rischi propri del dialogo. Come la gratuità dell’amore viene inaridita dalla possessività, così il dialogo non esiste realmente lì dove non sia suscitato da un’iniziativa gratuita, libera dal calcolo. Nulla si oppone di più all’autenticità del dialogo che la strategia o il tatticismo: dove il dialogo è strumento per dominare l’altro o per usarlo ai propri fini, lì cessa di esistere. Il dialogo ha la dignità del fine e non del mezzo: esso vive di gratuità e si propone come un’offerta di incontro che sgorga dalla gioia di amare.

Per dialogare veramente è, poi, necessario unire alla gratuità l’accoglienza dell’altro: il dialogo non si sviluppa lì dove la dignità dell’altro non è rispettata e accolta. Il dialogo ha bisogno dello scambio, in cui il dare e il ricevere sono misurati dalla gratuità e dall’accoglienza di ciascuno dei due. La massificazione - che ignora l’originalità dell’altro - esclude ogni dialogo, e quindi ogni autentico atteggiamento di servizio.

Chi pensa di non aver bisogno degli altri resterà nella solitudine di una vita senza amore. Chi si mette alla scuola dell’altro e si fa servo per amore, offrendo se stesso in dono, costruisce legami di pace e fa crescere intorno a sé la comunione. Anche nel Dio tre volte santo il Padre è eterna gratuità e il Figlio eterna accoglienza: l’eterno Amato davanti all’eterno Amante ci insegna come anche il ricevere sia divino! Veramente la gratitudine di chi si lascia amare è essenziale all’amore, almeno quanto la gratuità che ne è la sorgente.

Il dialogo, infine, è autentico quando si presenta come un’esperienza liberante, aperta agli altri, inclusiva e mai esclusiva dei loro bisogni e delle loro inquietudini. L’incontro dei due deve rendere possibili altri incontri: esso proietta fuori del cerchio dello stare a guardarsi negli occhi, verso il vasto mondo della solidarietà.

Solo così nell’esperienza del dialogo l’accoglienza e il dono di sé all’altro non si oppongono fra di loro, ma sono in certo modo l’uno la forza e l’autenticità dell’altro: ciò che è donato e ricevuto nel dialogo fra i due, esige di essere ancora offerto in sempre nuovi itinerari di amore e di servizio. Dialogando, si sprigionano le energie nascoste dell’amore, e l’esistenza, lungi dal chiudersi in se stessa, si proietta fuori di sé, facendosi servizio e dono. Quest’apertura all’esterno non solo non mortifica la comunione di coloro che dialogano, ma la rende vera e gioiosa.


Oltre la fatica di amare

La fatica del servizio è la fatica stessa di amare: essa deve vincere la possessività, la chiusura egoistica e l’egoismo al plurale, che fa dei due un’isola. Perciò, la scuola del servizio è la scuola dell’amore: si comprende, allora, come si possa vivere un’esistenza piena servendo gli altri e dialogando con loro, solo se si riconosce di essere stati interpellati e amati per primi da un Altro. Come scrive sant’Agostino, “non c’è maggior invito ad amare, che prevenire nell’amore” (De catechizandis rudibus 4): così Dio ci ha insegnato ad amare!

La rivelazione del mistero trinitario di Dio, culminante nell’offerta della Croce, in cui il Figlio abbandonato ci “amò sino alla fine” (Giovanni 13,1), è per la fede dei cristiani il luogo dove è possibile accorgersi di essere stati amati per primi, avvolti nel dialogo della carità divina. La fede nel Dio amore si offre come il fondamento più sicuro di uno stile di vita plasmato dal servizio.

Dialogando con Dio e in Dio Trinità d’amore si risponde al primo Amore, nello Spirito che ci è stato donato, sull’esempio e in unione con Gesù. Dialogando con gli altri si testimonia loro di aver creduto all’amore: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13,35). Con il dialogo dell’amore, vissuto con Dio e al proprio interno, la comunità cristiana - in particolare quella familiare - diventa icona della Trinità, riflesso nel tempo del dialogo eterno d’amore delle tre persone divine.

Senza dialogo di adorazione e di intercessione con il Dio vivo e di sollecitudine e di amicizia verso la comunità degli uomini, la Chiesa non potrà annunciare credibilmente quanto le è stato rivelato e donato. Anche per questo Gesù ha dialogato col Padre, per insegnarci a dialogare con lui e fra noi, e insieme con tutti coloro cui ci ha inviati a portare la buona novella del suo amore infinito. Ce ne dà testimonianza il discorso di addio riportato nel Vangelo di Giovanni, che impegna i credenti in Cristo a costruire ponti di dialogo con Dio, fra di loro e con tutti, affinché il mondo creda. Eccone qualche passaggio:

“Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi… Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità. Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Giovanni 17,11.17-21).

15. LA VITA ETERNA


La morte è di casa nell’esistenza quotidiana. Bussa continuamente alla porta della vita. Dobbiamo tutti fare i conti con essa e con i suoi segni inquietanti. Oggi forse essa è presente ancora più abbondantemente di un tempo nella nostra vita, grazie alle comunicazioni e ai mezzi di informazione del villaggio globale. L’abbiamo però ridotta a spettacolo o a fatto privato, cercando di interpretarla perfino come segno di una debolezza che, presto o tardi, ci auguriamo di riuscire a eliminare o almeno ridurre.

Soprattutto abbiamo esorcizzato il suo pensiero. Della morte non si deve parlare. Chi lo fa, rompe una convenzione. Quasi ci convinciamo che parlare della morte porti male: meglio tacere, lasciar perdere o, al massimo, prenderne le distanze. Le informazioni relative a fatti di morte vanno dosate con notizie leggere e poco impegnative.

L’esperienza cristiana più autentica, però, ci chiede di essere attenti alla morte, per essere signori della nostra vita, secondo l’orizzonte globale che la fede ci offre. Solo dalla parte della morte possiamo, infatti, comprendere la nostra vita: quella che costruiamo a fatica nell’oggi e quella che si spalanca sulla nostra esistenza, come dono imprevedibile di un amore che vince anche la morte e ci immerge in una pienezza di vita al di là della vita.


La speranza ultima e quella penultima

La speranza è la “buona notizia” che il Vangelo ci consegna. Lo ha ricordato Papa Benedetto XVI nell’Enciclica Spe salvi: “Il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova” (n. 2).

La prospettiva che illumina la vita, anche nel duro confronto con la morte, è appunto la speranza dischiusa dalla resurrezione di Cristo. Non si tratta soltanto di un’aspettativa che nasce quando siamo costretti a misurarci con un limite che sembra invalicabile o quando avvertiamo la necessità di spalancare il presente verso orizzonti più rassicuranti. Nell’esperienza cristiana, la speranza è una dimensione irrinunciabile, fondata nell’incontro stesso col Signore Gesù: è lui risorto da morte a illuminare il presente e ad aprire il nostro sguardo verso un futuro affidabile e bello.

L’atto del morire, letto con gli occhi della speranza dell’incontro con Gesù risorto, si schiude a orizzonti che vanno oltre il limite della morte stessa: come il Cristo è passato dalla morte alla vita, così la morte, che egli ha fatto sua, viene rivelata come passaggio a una nuova condizione di esistenza, cammino pasquale verso il futuro aperto da lui, vincitore della morte. Il Nuovo Testamento concepisce questa vita, inaugurata con la morte, come un “essere con Cristo”, che suggellerà la sequela di lui vissuta in vita per vie misteriose, non evidenti agli occhi degli uomini.

La fede cristiana riconosce nella Pasqua l’atto col quale il Dio della vita ha vinto il potere della morte: “Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Romani 6,9). Sarà il Cristo a introdurci nella vita senza tramonto: il suo sguardo renderà la persona trasparente a se stessa, facendole assumere piena coscienza del modo in cui essa si è situata nella storia dell’amore. Il Cristo giudice non è, dunque, l’arbitro dispotico e accecato dall’ira di alcune rappresentazioni infelici, ma il volto della misericordia di Dio, che trapassa la coscienza personale e le dà il coraggio della verità su se stessa. Nell’incontro col Crocifisso risorto ritroviamo così l’esperienza più autentica della vita, il suo vero sigillo.


Il destino finale

Viene spontaneo chiederci che cosa capiterà a ciascuno di noi dopo la morte. Essa conclude l’avventura della vita o spalanca a trasformazioni del nostro esistere, imprevedibili con gli strumenti della nostra capacità riflessiva? I cristiani, quando si interrogano sull’esito della vita dopo la morte, si riferiscono a tre possibilità diverse: l’inferno, il paradiso, il purgatorio. Oggi ci sembra strano utilizzare queste espressioni, che suonano superate. Eppure dobbiamo riscoprirle nel loro significato autentico, per riempire di speranza e di responsabilità la nostra esistenza.

Il destino finale dell’uomo e della storia coincide con la carità infinita che ne è l’origine: Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Timoteo 2,4). “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 8,38-39). Ne consegue che l’inferno ci sarà solo per chi avrà voluto, in modo libero e consapevole, edificare la sua vita lontano da Dio.

L’inferno è la tristezza di non poter più amare, è il rimpianto infinito di non poter più vivere la gratitudine, senza la quale lo stesso dono è perduto. La possibilità dell’inferno è la stessa della nostra libertà: un Dio che ci ama e rispetta la nostra libertà non può salvarci senza una qualche partecipazione della nostra volontà. Diversamente, il suo amore sarebbe un’imposizione e un inganno!

Nella prospettiva della passione e morte di Gesù si trova una luce anche sul purgatorio: esso è la possibilità di una purificazione nella morte e oltre la morte, che ci consente di completare in noi ciò che manca alla piena assimilazione a Cristo e alla vita divina che lui ci ha offerto. Pregare per i defunti vuol dire aiutarli in questo cammino che l’amore del Dio di misericordia offre a chi non gli ha chiuso del tutto il cuore in vita, ma non è ancora stato reso perfetto per entrare nella bellezza dell’amore infinito della Trinità.

La Pasqua di Gesù ci aiuta infine a comprendere qualcosa della realtà del paradiso: il termine significa “giardino”, e trova il suo modello biblico nell’Eden dell’inizio. L’immagine, usata volentieri dai profeti, è ripresa da Gesù: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Luca 23,43). Colui che ha cercato di vivere la propria vita nell’amore, partecipa dell’evento eterno dell’amore delle tre persone divine, lasciandosi amare dal Padre nell’accoglienza del Figlio, unito a lui nello Spirito Santo.

Il paradiso è dunque un’immagine per dire il compimento della nostra esistenza come relazione piena con Dio e con tutte le persone che abbiamo amato e che ci hanno amato. Sant’Agostino lo esprime in questo modo: “Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico” (Discorso 256). Davvero l’annuncio cristiano del paradiso è bella notizia: ci aiuta a vivere con speranza e responsabilità la nostra vita, perché non siamo esseri viventi il cui orizzonte è la morte, ma esseri mortali il cui orizzonte è la vita. L’ultima parola non sarà della morte, ma della vita: il Dio della vita alla fine trionferà e introdurrà i redenti nello splendore della sua gloria senza fine.
Per l’approfondimento dei contenuti della Lettera:


- Catechismo della Chiesa Cattolica (1997).

- Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica (2005).

- Catechismi della Conferenza Episcopale Italiana, in particolare:

* Venite e vedrete. Catechismo dei giovani (1997).

* La verità vi farà liberi. Catechismo degli adulti (1995).


Inoltre, fra i libri di introduzione alla fede:

J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico (1968 -2005).

W. Kasper, Introduzione alla fede (1973).

K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede (1977).

H. Urs von Balthasar, Il credo. Meditazioni sul credo apostolico (1992).

N. Bussi, Il mistero cristiano. Breve introduzione allo studio e alla presentazione del cristianesimo (1992).

B. Forte, Piccola introduzione alla fede (1992).





INDICE


I - LE DOMANDE CHE CI UNISCONO

1. FELICITÀ E SOFFERENZA
2. AMORE E FALLIMENTI
3. LAVORO E FESTA
4. GIUSTIZIA E PACE
5. LA SFIDA DI DIO


II - LA SPERANZA CHE È IN NOI

6. GESÙ
7. IL CRISTO
8. DIO PADRE, FIGLIO E SPIRITO
9. LA CHIESA DI DIO
10. LA VITA SECONDO LO SPIRITO


III - COME INCONTRARE IL DIO DI GESÙ CRISTO

11. LA PREGHIERA
12. L’ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO
13. I SACRAMENTI, LUOGO DELL’INCONTRO CON CRISTO
14. IL SERVIZIO
15. LA VITA ETERNA