mercoledì 9 settembre 2009

Preghiera per l'influenza


Il Card. Barbarin, della diocesi di Lione ha scritto una preghiera alla Madonna per questa nuova emergenza umanitaria. Ci piacerebbe fosse imitato in questa iniziativa anche da altri presuli!

Bienheureuse Vierge Marie,
ici, dans le sanctuaire de Fourvière,
si cher au cœur des Lyonnais,
nous aimons vous dire merci,
pour votre présence et votre prière
qui nous accompagnent toujours.

Depuis des générations,
les responsables de la cité
et les représentants de nos paroisses
viennent chaque année,
le 8 septembre,
faire mémoire du jour heureux
où Dieu, dans sa miséricorde,
a préservé notre ville de la peste,
au milieu du XVII° siècle.

Aujourd’hui encore, nous venons,
comme nos aînés,
dans la simplicité du cœur,
recommander
à votre prière maternelle
les malades de nos familles
et de nos communautés,
pour qu’ils gardent confiance
et connaissent la joie de la guérison.
Nous pensons aussi à leurs proches
et à tous ceux qui les soignent.

Devant les inquiétudes provoquées
par les maladies, spécialement
par la pandémie qui progresse,
nous demandons à Dieu
la grâce de la paix intérieure
et de l’espérance.

Nous recevons avec attention
les recommandations qui nous sont
faites et prions pour ceux qui portent
la responsabilité de la santé publique.

Nous savons que Dieu est Père :
nous remettons nos vies
entre ses mains,
et nous lui demandons
de nous guérir aussi de nos peurs
et de notre peu de foi.

Sainte Marie, Mère de l’Eglise,
qui, mieux que vous, dans le
Magnificat, alors que l’Enfant venait
de prendre chair en votre sein,
a su chanter la grandeur
de ce Dieu qui nous aime ?
« Sa miséricorde s’étend d’âge en
âge… Il prend soin de son peuple
comme d’un fils ».

Dans un acte de confiance
et avec une affection particulière,
nous vous avons consacré ce diocèse.
Continuez de veiller sur nous,
de prier pour les habitants
de cette ville et de toute notre région.
Continuez de nous tendre les bras
du haut de cette colline !

Taser

Questo tipo di arma, utilissima e veloce in caso di aggressioni, furti, scippi, ecc. ecc. è stata comunque proibita in alcune nazioni europee perchè è difficile controllare l'uso che ne viene fatto. Se infatti qualche persona innocente, disarmata (e ignara) si è trovata a dover subire ripetutamente "colpi" di questo tipo di arma o di cose molto simili, con danni, anche se non immediatamente evidenti, sia fisici che psichici, riteniamo abbia diritto ad un risarcimento danni. In modo particolare quando questo sia avvenuto per motivi di una qualunque forma di discriminazione, oppure quando la persona sia stata vittima di questo tipo di aggressione in momenti delicati dello svolgimento della sua professione o della sua carriera con gravi danni e ripercussioni sulla stessa.

(continua)

domenica 6 settembre 2009

XXIII Domenica

Vangelo Mc 7,31-37

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!»

***

Il Vangelo di questa Domenica ci ricorda tra le altre cose anche il rituale del nostro Battesimo, il sacerdote infatti con gesti abbastanza simili ancora oggi "apre" il bimbo (o l'adulto) alle realtà celesti e spirituali. Cristo stesso si è fatto battezzare da Giovanni, che lo faceva quasi di mestiere possiamo dire, infatti il Battista vuol dire etimologicamente il Battezzatore, dal verbo greco che significa immergere, sommergere, nei primi secoli infatti il Battesimo richiedeva un'immersione totale nell'acqua, come è testimoniato anche da reperti archeologici di grandi vasche all'interno dei luoghi di culto. Così fanno ancora oggi i fratelli ortodossi (ed anche alcune chiese come quella di "santi degli ultimi giorni". Ma Giovanni che battezzava con acqua, annuncia già che dopo di lui c'era qualcuno che avrebbe battezzato con Spirito e Fuoco: Gesù. Allora dopo l'aspersione con l'acqua benedetta il rituale del Battesimo prevede anche questi segni sulla fronte, sulle orecchie, sulla bocca, sul petto dei battesimandi. Così viene spiegato il rituale nel C.C.C. (Catechismo Chiesa Cattolica)

" Nella Chiesa latina questa triplice infusione è accompagnata dalle parole del ministro: « N., io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ». Nelle liturgie orientali, mentre il catecumeno è rivolto verso l'Oriente, il sacerdote dice: « Il servo di Dio, N., è battezzato nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo ». E, all'invocazione di ogni Persona della Santissima Trinità, lo immerge nell'acqua e lo risolleva.

L'unzione con il sacro crisma, olio profumato consacrato dal Vescovo, significa il dono dello Spirito Santo elargito al nuovo battezzato. Egli è divenuto un cristiano, ossia « unto » di Spirito Santo, incorporato a Cristo, che è unto Sacerdote, Profeta e Re. (...)

Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d'ingresso alla vita nello Spirito (« vitae spiritualis ianua »), e la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione [...]

« Questo lavacro è chiamato illuminazione, perché coloro che ricevono questo insegnamento [catechistico] vengono illuminati nella mente ».7 Poiché nel Battesimo ha ricevuto il Verbo, « la luce vera che illumina ogni uomo » (Gv 1,9), il battezzato, dopo essere stato « illuminato », è divenuto « figlio della luce » e « luce » egli stesso (Ef 5,8):

II Battesimo « è il più bello e magnifico dei doni di Dio. [...]

Le prefigurazioni del Battesimo nell'Antica Alleanza

Nella liturgia della Notte pasquale, in occasione della benedizione dell'acqua battesimale, la Chiesa fa solenne memoria dei grandi eventi della storia della salvezza che prefiguravano il mistero del Battesimo:

« O Dio, [...] tu operi con invisibile potenza le meraviglie della salvezza; e in molti modi, attraverso i tempi, hai preparato l'acqua, tua creatura, ad essere segno del Battesimo ».

1218 Fin dalle origini del mondo l'acqua, questa umile e meravigliosa creatura, è la fonte della vita e della fecondità. La Sacra Scrittura la vede come « covata » dallo Spirito di Dio:

« Fin dalle origini il tuo Spirito si librava sulle acque perché contenessero in germe la forza di santificare ».

La Chiesa ha visto nell'arca di Noè una prefigurazione della salvezza per mezzo del Battesimo. Infatti, per mezzo di essa, « poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua » (1 Pt 3,20):

« Nel diluvio hai prefigurato il Battesimo, perché, oggi come allora, l'acqua segnasse la fine del peccato e l'inizio della vita nuova ». [...]


Il battesimo di Cristo

Tutte le prefigurazioni dell'Antica Alleanza trovano la loro realizzazione in Gesù Cristo. Egli dà inizio alla sua vita pubblica dopo essersi fatto battezzare da san Giovanni Battista nel Giordano e, dopo la sua risurrezione, affida agli Apostoli questa missione: « Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato » (Mt 28,19-20).17 [...]

Il Battesimo nella Chiesa

Dal giorno della pentecoste la Chiesa ha celebrato e amministrato il santo Battesimo. Infatti san Pietro, alla folla sconvolta dalla sua predicazione, dichiara: « Pentitevi, e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo » (At 2,38). Gli Apostoli e i loro collaboratori offrono il Battesimo a chiunque crede in Gesù: Giudei, timorati di Dio, pagani.

***

Il battesimo è il sacramento ecumenico per eccellenza, ha affermato monsignor Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto, nella sua Lettera pastorale per l’anno 2007-2008, intitolata “L’acqua della vita. Il battesimo e la bellezza di Dio”.

La Chiesa, ha ricordato, fin dall’inizio “ha seguito le orme del Maestro, proponendo a chi vuole incontrare Gesù un itinerario analogo a quello da Lui indicato ai discepoli del Battista”, il catecumenato.

“Per l’adulto che chiede il battesimo si tratta di un vero e proprio percorso di iniziazione cristiana, che unisce catechesi ed esperienza progressiva del dono di Dio. Per chi è stato battezzato da piccolo il cammino coincide con l’educazione alla fede”, ha spiegato.

Monsignor Forte ha quindi sottolineato i due significati fondamentali del battesimo: la liberazione dal male e “quell’incontro decisivo con Cristo, che ci consentirà di vivere l’intera esistenza come una storia d’amicizia con Lui nella comunione della Chiesa”.

L’annuncio del Vangelo, ha osservato, è la premessa necessaria al battesimo.

“In una società dove i più venivano battezzati, esso si dava quasi per scontato e l’importanza della preparazione al battesimo veniva piuttosto trascurata. Nella società complessa, multireligiosa e multiculturale, in cui viviamo, l’urgenza di far risuonare l’annuncio della fede e di chiamare alla conversione a Cristo si mostra in tutta la sua necessità”.

Nel caso del battesimo di un bambino, ha proseguito, questa urgenza riguarda anzitutto i genitori, la cui catechesi in preparazione al battesimo del figlio è “indispensabile”.

“La grazia del fonte battesimale si irradia così anzitutto su di voi, e mentre la vostra creatura è rigenerata dall’alto, vengono risvegliati o perfino accesi in voi il dono e la bellezza della fede”, ha affermato.

La celebrazione del battesimo, ha ricordato, inizia con un dialogo: “ai genitori si chiede che cosa domandano per il figlio che vogliono battezzare, agli adulti che cosa si aspettano per sé dal battesimo”.

“La risposta è eco della più profonda attesa del cuore umano: ‘la vita eterna’”.

“Chi riceve il battesimo non è più solo: il Dio che è amore lo custodirà sempre”.

Come ogni dono, ha continuato l’Arcivescovo Forte, anche quello della vita, offerto nel battesimo, richiede di essere accolto. Per questo motivo, “nella celebrazione del battesimo siamo chiamati a dire ‘no’ al peccato e alle seduzioni di Satana, cioè a una vita fondata sull’apparenza, sull’egoismo e sulla menzogna, che ci porta a separarci da Dio e dagli altri per affermare noi stessi, vivendo l’illusione di poter essere felici senza amare”.

“Al tempo stesso, siamo chiamati a dire ‘sì’ al Dio che è Amore, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. È il ‘sì’ espresso dalla parola ‘credo’, con cui ci consegniamo totalmente a Dio”.

“A questa professione di fede il Dio vivente risponde facendoci entrare nell’alleanza d’amore con Lui: un’alleanza così fedele, che la nostra appartenenza a Lui e alla Chiesa non potrà mai essere perduta, quali che siano le nostre infedeltà o i nostri rifiuti”.

“Grazie al dono del battesimo abbiamo la certezza di appartenere per sempre a Dio e possiamo sperimentare la dolcezza di stare nelle mani di Colui che non ci tradirà mai”.

E’ proprio in questa relazione definitiva con Dio che consiste il “carattere” impresso dal battesimo, “il legame con Lui, che proprio grazie alla Sua fedeltà non potrà più essere cancellato e ci unirà per sempre alla Sua famiglia, la Chiesa”.

Per tale ragione, ha scritto, “esiste fra tutti i battezzati una comunione più forte delle loro diversità, che – pur realizzandosi in gradi diversi – è il fondamento dell’impegno ecumenico, teso a superare le divisioni storiche fra di loro”.

La “passione per l’unità che Cristo vuole”, ha constatato l’Arcivescovo, è quindi “inscritta nella stessa grazia battesimale”.

venerdì 4 settembre 2009

Brown-Merkel-Sarkozy a M. Fredrik Reinfeldt

Paris, le 3 septembre 2009

Monsieur le Président,
Les chefs d’Etat et de Gouvernement du G20 se réuniront à Pittsburgh les 24 et
25 septembre 2009. Un message fort et commun des Etats européens du G20sera un préalable décisif pour assurer le succès de ce sommet. Il est essentiel que les chefs d’Etat et de Gouvernement, à l’occasion de ce sommet, continuent à mettre en oeuvre les mesures de politiques économiques qu’ils ont décidées et qu’ils réaffirment leur volonté de développer un nouveau modèle de croissance soutenable et une meilleure organisation des marchés financiers, afin que la crise que nous avons vécue ne puisse pas se reproduire. Dans le cadre de la préparation du sommet du G20 de Pittsburgh, nous souhaitons attirer l’attention de nos partenaires de l’Union européenne sur les sujets suivants. Alors que les indicateurs conjoncturels témoignent d’une stabilisation de l’économie, la crise n’est pas terminée et le marché du travail continuera de souffrir des conséquences de la faible utilisation des capacités de production dans les mois à venir. Ensemble, nous devons délivrer le message à Pittsburgh que nous sommes déterminés à mettre en oeuvre résolument nos plans de relance. S’il n’y a pas d’alternative aujourd’hui aux mesures que nous avons
prises pour lutter contre la crise, nous devons être attentifs à ne pas créer les
conditions de nouveaux déséquilibres globaux dans le long terme. Nous devons
donc travailler sur des stratégies de sortie qui seront mises en oeuvre de manière
coordonnée dès que la crise sera terminée. L’un des enjeux clés du sommet de Pittsburgh sera de concevoir l’architecture d’un cadre de régulation internationale pour le secteur financier afin qu’il soit au service de l’investissement et de la croissance. L’atténuation des tensions financières a conduit certains établissements financiers à penser qu’ils pourraient renouer avec les mêmes principes d’action qui prévalaient avant la crise. Nous ne pouvons l’accepter.

Le sujet des rémunérations dans le secteur financier est un enjeu important qui doit être discuté à Pittsburgh et qui constituera un résultat concret de notre engagement à construire un système financier plus stable. Nos concitoyens sont particulièrement choqués par le retour de pratiques condamnables, alors que l’argent des contribuables a été mobilisé au plus fort de la crise pour soutenir le secteur financier. Nous avons pris des engagements à Londres et le Conseil de Stabilité Financière a élaboré une série de principes. Sur ces bases, nous pensons que le G20 devrait s’accorder à Pittsburgh sur les conclusions supplémentaires suivantes :

- Nous devons améliorer la gouvernance : des comités de rémunérations impliquant le conseil d’administration et le personnel, y compris les contrôleurs des risques, doivent être mis en place afin de définir et de développer les politiques de rémunération :
- Nous devons accroître la transparence : des obligations appropriées de publication doivent être imposées aux banques ;
- Les politiques de rémunération doivent encourager la prise en compte des risques pour toutes les personnes impliquées dans la détermination des risques encourus par une institution financière : (i) la rémunération variable, y compris les bonus, doit être fixée à un niveau approprié par rapport à la rémunération fixe et doit dépendre de la performance de la banque, des lignes de métiers et des individus. (ii) Lorsque des stocks options ou des actions sont distribuées au titre de la rémunération, elles ne doivent pouvoir être exercées ou vendues qu’après une période déterminée. Les rémunérations variables doivent prendre en compte les développements négatifs. Ceci signifie que les bonus garantis doivent être évités. Le paiement d’une majeure partie des rémunérations variables significatives doit être étalé dans le temps sur une période appropriée et peut être annulé en cas d’évolution négative de la performance de la banque.

Les dirigeants ne doivent pas être totalement immunisés sur les risques qu’ils encourent (par exemple par des franchises obligatoires). Pour les dirigeants des entreprises cotées, le conseil d’administration doit avoir les moyens de réduire la rémunération des dirigeants en cas de détérioration des performances de la banque.
Le G20 doit transformer ces principes en règles obligatoires pour les institutions financières qui disposent d’activités complexes et risquées de taille importante et s’assurer que des sanctions existent au niveau national pour les banques qui n’appliquent pas ces règles. Par exemple, les gouvernements pourraient ne pas accorder de mandats à des institutions financières dont il est reconnu qu’elles n’appliquent pas les règles agréées au niveau international.

Nous devrions également examiner les moyens de limiter le montant des rémunérations variables dans les banques soit en proportion des rémunérations totales, soit en fonction des revenus et/ou des profits de la banque. En outre, les activités de spéculation qui représentent un risque pour la stabilité financière doivent également être découragées en augmentant les exigences de fonds propres sur ces activités, comme le recommande déjà le comité de Bâle. Les règles de Bâle 2 doivent être mises en oeuvre pleinement pour assurer une égalité des conditions de concurrence dans tous les pays représentés au Comité de Bâle.

Le G20 doit traiter le problème de l’aléa moral créé par les institutions financières de nature systémique. Les ministres des finances devront examiner les moyens de renforcer les obligations de supervision pour ces institutions afin de refléter le niveau de risque systémique qu’elles font peser sur le secteur financier et comment ces institutions peuvent être démantelées si nécessaire sans perturber le secteur financier dans son ensemble. En matière de juridictions non coopératives, en se fondant sur les avancées réelles constatées, nous devrions nous accorder sur une liste complète de contremesures qui pourraient être mises en oeuvre à compter de mars 2010 pour les juridictions qui n’ont pas mis en oeuvre de manière effective les normes internationales en matière d’échange d’informations fiscales. Nous devons aussi à Pittsburgh jeter les bases d’une nouvelle coopération économique mondiale qui ne pourra s’exercer qu’avec le soutien d’organisations internationales fortes et légitimes. Nous devons donc arrêter la feuille de route de la nécessaire réforme de la gouvernance et de la représentation au FMI, qui doit être conclue en janvier 2011, et de la Banque mondiale, qui doit s’achever au printemps 2010.

Nous devrons passer en revue la mise en oeuvre des engagements pris à Londres en matière de financement. En particulier, l’ensemble des nouvelles contributions bilatérales devra être intégré dans les nouveaux accords d’emprunts du FMI. Nous devons mener à bien le processus de revue du capital des banques multilatérales de développement. Pour soutenir les plus pauvres dans les pays en développement, tous les pays du G20 devraient adopter l’initiative « Tous sauf les Armes », afin d’adresser un signal déterminé d’action en faveur du développement.

Enfin, nous devons faire progresser notre travail sur une Charte pour une activité
économique soutenable qui ancrera la soutenabilité comme un principe fondamental de l’économie mondiale et permettra à l’avenir de prévenir les crises telles que celle que nous avons vécue. Tels sont les grands principes qui doivent guider nos travaux dans la perspective du sommet de Pittsburgh afin que nous soyons en mesure de proposer à nos concitoyens les fondations concrètes de la croissance future.Nous adressons une copie de cette lettre aux membres du Conseil européen. Nous vous prions d’agréer, Monsieur le Président, l’expression de notre haute considération.

Angela Merkel Gordon Brown Nicolas Sarkozy

Lettera di Boffo

Pubblichiamo il testo integrale della lettera di dimissioni che il direttore di “Avvenire”, Dino Boffo, ha inviato ieri al presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco.

Eminenza Reverendissima,
da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere. L’attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano «Il Giornale» guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da «Libero» e dal «Tempo», non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l’ha oggi e non l’avrà domani. Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perché ad un quotidiano – «Avvenire» – che ha fatto dell’autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l’atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall’onorevole Berlusconi, dovrà spiegare – dicevo − perché a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento. E domando: se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile − nella dialettica del giudizio − collaborativi, quale futuro di libertà e di responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il “pro” e “contro” di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che «Avvenire» ha dedicato durante l’estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l’irragionevolezza e l’autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico.

Grazie a Dio, nonostante le polemiche, e per l’onestà intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si è chiarito che lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verità affermata, era una colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata. Fin dall’inizio si era trattato d’altro. Questa risultanza è ciò che mi dà più pace, il resto verrà, io non ho alcun dubbio. E tuttavia le scelte redazionali che da giorni taluno continua accanitamente a perseguire nei vari notiziari dicono a me, uomo di media, che la bufera è lungi dall’attenuarsi e che la pervicace volontà del sopraffattore è di darsi ragione anche contro la ragione. Un dirigente politico lunedì sera osava dichiarare che qualcuno vuole intimorire Feltri; era lo stesso che nei giorni precedenti aveva incredibilmente affermato che l’aggredito era proprio il direttore del «Giornale», e tutto questo per chiamare a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che evidentemente si vuole ad oltranza. E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c’entro con tutto questo? In una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione, io ––ancora – che c’entro? Perché devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all’ombra di questa mia piccola vicenda? E perché, per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, devo veder scomodata una girandola di nomi, di persone e di famiglie, forse anche ignare, che avrebbero invece il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto da tutti il rispetto fondamentale? Solo perché sono incorso, io giornalista e direttore, in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione? Mi si vuole a tutti i costi far confessare qualcosa, e allora dirò che se uno sbaglio ho fatto, è stato non quello che si pretende con ogni mezzo di farmi ammettere, ma il non aver dato il giusto peso ad un reato «bagatellare», travestito oggi con prodigioso trasformismo a emblema della più disinvolta immoralità.

Feltri non si illuda, c’è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa insperata operazione: bisognava leggerli attentamente i giornali, in questi giorni, non si menavano solo fendenti micidiali, l’operazione è presto diventata qualcosa di più articolato. Ma a me questo, francamente, interessa oggi abbastanza poco. Devo dire invece che non potrò mai dimenticare, nella mia vita, la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi: mai – devo dire − ho sentito venir meno la fiducia dei miei Superiori, della Cei come della Santa Sede. Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili. Ma anche qui non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a servire, non certo a essere coccolato o ancor meno garantito. La Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per quanto gratuitamente bersagliata.

Per questi motivi, Eminenza carissima, sono arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi irrevocabilmente dalla direzione di «Avvenire», «Tv2000» e «Radio Inblu», con effetto immediato. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi più seri e più incombenti e più invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro. E poi ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos’altro dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno, più impudico di sempre, dirà che scappo, ma io in realtà resto dove idealmente e moralmente sono sempre stato. Nessuna ironia, nessuna calunnia, nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrerà potrà turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese. In questo gesto – in sé mitissimo – delle dimissioni è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta.

In questi giorni ho sentito come mai la fraternità di tante persone, diventate ad una ad una a me care, e le ringrazio della solidarietà che mi hanno gratuitamente donato, e che mi è stata preziosa come l’ossigeno. Non so quanti possano vantare lettori che si preoccupano anche del benessere spirituale del «loro» direttore, che inviano preghiere, suggeriscono invocazioni, mandano spunti di lettura: io li ho avuti questi lettori, e Le assicuro che sono l’eredità più preziosa che porto con me.

Ringrazio sine fine le mie redazioni, in particolare quella di «Avvenire» per il bene che mi ha voluto, per la sopportazione che ha esercitato verso il mio non sempre comodo carattere, per quanto di spontanea corale intensa magnifica solidarietà mi ha espresso costantemente e senza cedimenti in questi difficili giorni. Non li dimenticherò. La stessa gratitudine la devo al Presidente del CdA, al carissimo Direttore generale, ai singoli Consiglieri che si sono avvicendati, al personale tecnico amministrativo e poligrafico, alla mia segreteria, ai collaboratori, editorialisti, corrispondenti. Gli obiettivi che «Avvenire» ha raggiunto li si deve ad una straordinaria sinergia che puntualmente, ogni mattina, è scattata tra tutti quelli impegnati a vario titolo nel giornale. So bene che molti di questi colleghi e collaboratori non condividono oggi la mia scelta estrema, ma sono certo che quando scopriranno che essa è la condizione perché le ostilità si plachino, capiranno che era un sacrificio per cui valeva la pena.

Eminenza, a me, umile uomo di provincia, è capitato di fare il direttore del quotidiano cattolico nazionale per ben 15 degli straordinari anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: è stata l’avventura intellettuale e spirituale più esaltante che mi potesse capitare. Un dono strepitoso, ineguagliabile. A Lei, Eminenza carissima, e al cardinale Camillo Ruini, ai segretari generali monsignor Betori e monsignor Crociata, a ciascun Vescovo e Cardinale, proprio a ciascuno la mia affezione sconfinata: mi è stato consentito di essere, anzi sono stato provocato a pormi quale laico secondo l’insegnamento del Concilio, esattamente come avevo studiato e sognato negli anni della mia formazione.

La Chiesa mia madre potrà sempre in futuro contare sul mio umile, nascosto servizio. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio di direzione al quotidiano «Il Giornale», scriveva Giampaolo Pansa: «Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo. E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano. La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo vivendo». Alla lettura di queste righe, Eminenza, ricordo che provai un certo qual brivido, ora semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po’ meno arie e imparassimo ad essere un po’ più veri secondo una misura meno meschina dell’umano.
L’abbraccio, con l’ossequio più affettuoso.

mercoledì 2 settembre 2009

La libertà religiosa: un bene per ogni società

Intervento pronunciato ad Amman, dal prof. Nikolaus Lobkowicz, Direttore dell’Istituto per gli studi sull’Europa Orientale di Eichstätt (Baviera), in occasione dell'incontro Comitato scientifico del Centro Internazionale Studi e Ricerche “Oasis” sul tema “La libertà religiosa: un bene per ogni società”.
[Fonte http://www.oasiscenter.eu/]

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Dire qualcosa di ragionevole sulla storia della libertà religiosa in mezz'ora è tutt'altro che facile. Da una parte, benché la nozione di libertà religiosa non sia emersa fino al XVII secolo, la questione è vecchia come la storia delle religioni. Dall'altra il significato di questa nozione è più complesso di quanto possa sembrare di primo acchito. Inizierò dicendo qualcosa sul secondo punto. Oggi noi intendiamo per "libertà religiosa" la legittima e perciò legale rivendicazione del diritto di scegliere in ogni istante - senza incorrere in alcuno svantaggio - la propria convinzione religiosa, di potere cioè pubblicamente dichiarare di vivere secondo il credo religioso per il quale si è optato. Normalmente, questa rivendicazione è garantita dalla costituzione, dal momento che essa è rivolta allo stato. Perciò, la maggior parte delle costituzioni moderne e/o delle amministrazioni giudiziarie limita altrettanto severamente il diritto del governo ad intromettersi negli affari interni di una religione riconosciuta.

Possono esistere comunità politiche o sociali prive di una costituzione formalizzata; in questo caso, la rivendicazione è rivolta alla comunità e a qualsiasi istituzione essa abbia sviluppato, in particolare i tribunali. E' importante vedere che questa rivendicazione o diritto ha dei limiti, alcuni dei quali sono oggi animatamente dibattuti nel mondo occidentale e possono differire da paese a paese. Una ragione è che nessuna costituzione definisce la nozione di religione. Così negli Stati Uniti Scientology è riconosciuta come religione (semplicemente perché pretende di esserlo) mentre in molti paesi europei questo prodotto dello scrittore di fantascienza L. Ron Hubbard è considerato un'organizzazione potenzialmente criminale ed è pertanto controllata da vicino dalle istituzioni responsabili della sicurezza interna. Più in generale, la libertà religiosa è considerata un diritto umano fondamentale solo nella misura in cui essa non turba apertamente l'ordine pubblico così come definito dalla costituzione.

La Dignitatis Humanae menziona questa restrizione diverse volte, riferendosi ad un "giusto ordine pubblico". In Francia, alle ragazze musulmane non è consentito indossare il velo nelle scuole pubbliche, università comprese, dal momento che le leggi laiciste del 1905 vietano qualsiasi influenza della religione sulle istituzioni pubbliche; in tempi più recenti, la stessa cosa è successa in Turchia, dove il laicismo di Ataturk è diventato un elemento della costituzione. In Germania, alle insegnanti musulmani delle scuole pubbliche è vietato portare il velo nelle aule, perché esse sono dipendenti pubblici e un dipendente pubblico tedesco è tenuto alla neutralità religiosa quando è in servizio. In che misura indossare il velo sia un precetto religioso o solo un simbolo dell'identità islamica è un'altra questione. In alcuni paesi europei, per esempio in Germania, la macellazione di animali secondo il rito ebraico o islamico è molto discussa, poiché essa è in conflitto con l'idea che agli animali non debba essere procurato dolore inutile; in Austria è permesso per gli uccelli ma non per i mammiferi.

Come si vede, ci sono molti aspetti della libertà religiosa rispetto ai quali, come recita il proverbio tedesco, il diavolo è nascosto nei dettagli. Alcuni di questi dettagli continueranno probabilmente a dar fastidio a corti costituzionali e politici per un po' di tempo e, incidentalmente esse sono in Occidente un'illustrazione della continua e progressiva secolarizzazione. Come si ricorderà, secondo un recente verdetto britannico, i libri di scuola devono parlare soltanto di genitori e non di padre e madre, perché quest'ultima espressione discrimina i genitori dello stesso sesso. Giorno dopo giorno mi aspetto che in qualche paese occidentale sia accolto un ricorso legale contro la Chiesa romana per non aver ammesso un omosessuale o una donna al sacerdozio. Il diritto umano alla libertà religiosa rischia sempre più di entrare in conflitto con altri diritti umani, particolarmente con il diritto all'uguaglianza e quello a non essere discriminati per qualche fatto considerato irrilevante. O, per dirla in altro modo: uno dei problemi dei paesi occidentali moderni è il clamore di esigue minoranze astiose che pretendono il loro spazio.

Permettetemi però di venire al tema specifico del mio intervento, la storia della libertà religiosa. Le culture politeiste come quella dell'antica Grecia o dell'Impero Romano prima della cosiddetta svolta di Costantino garantivano implicitamente la libertà religiosa; c'erano molte divinità e ognuno era libero di scegliere quelle da venerare o quella la cui ira sentiva la necessità di placare. Persino Aristotele che - insieme a Platone - sviluppò una concezione fondamentalmente monoteista, chiese senza esitazione al suo esecutore testamentario di sacrificare un gallo ad una divinità minore che egli apprezzava particolarmente. C'era solo un'eccezione: l'accusa di (che letteralmente significa qualcosa come "mancanza di timore religioso”) che indusse diversi pensatori greci a fuggire all'estero e costò la vita a Socrate. Secondo Senofonte, quegli fu accusato di non venerare gli dei venerati dalla , cioè di introdurre nuove divinità, così come di corrompere la gioventù istigandola ad allontanarsi dalla . Sembra che e impietas abbiano sempre avuto una connotazione politica, in quanto oltraggio insito nel rifiuto delle divinità della . L'accusa fu rivolta dai conservatori alle opinioni troppo radicali in merito alla religione.

Qualcosa di simile accadeva nell'antica Roma: i cristiani, e in misura minore gli ebrei, venivano perseguitati per la loro ignoranza delle tradizioni religiose in vigore. Un'accusa dalla quale essi dovevano difendersi e alla quale lo stesso Origine si riferisce nel suo Contra Celsum è quella di "novitas", che in questo caso non significa "rinnovamento" quanto piuttosto "offesa straordinaria al senso della tradizione".L'egittologo tedesco Jan Assman, che ha insegnato fino a poco tempo fa all'Università di Heidelberg, ha sostenuto che tra tutte le religioni solo il monoteismo è potenzialmente violento e perciò nemico della libertà religiosa. Questo assunto è ovviamente ispirato dagli studi di Assman sul Faraone Amenothep IV, che si proclamò Echnaton, "servo del solo Dio Aton", e la sua rivoluzione monoteista intorno al tredicesimo secolo a.C. L'ipotesi di Assman ha sicuramente una plausibilità iniziale. Se c'è un solo Dio, la venerazione di tutte le altre supposte divinità è uno scandalo e deve sparire. O, per dirla in un altro modo, il monoteismo introduce nella religione l'idea della verità, la distinzione tra la verità e la non-verità. In un certo senso, ancora Pio XII sosteneva qualcosa di simile quando verso la fine del suo regno sostenne che, sebbene per amor di pace fosse possibile tollerare le confessioni non-cattoliche e le religioni non-cristiane, questi errori non potevano appellarsi ad un diritto, visto che l'errore non ha diritti.

La straordinaria qualità della dichiarazione Dignitatis Humanae consiste nell'aver trasferito il tema della libertà religiosa dalla nozione di verità a quella dei diritti della persona umana. Se l'errore non ha diritti, una persona ha dei diritti anche quando sbaglia. Chiaramente non si tratta di un diritto al cospetto di Dio; è un diritto rispetto ad altre persone, alla comunità e allo stato. La questione fu complicata fin dall'inizio da quella che è normalmente chiamata "l'alleanza fra trono e altare". Già nel caso del monoteismo di Echnaton, che consisté nella rimozione di molti dignitari religiose del politeismo egiziano corrente, si trattava della fede proclamata da un governante. Esso ebbe perciò inevitabilmente delle implicazioni politiche; la fede del governante e l'unità e l'identità dell'Impero egiziano finirono per essere collegate. Fino a Costantino il Grande la fede cristiana era una religione tutt'al più tollerata, spesso perseguitata. Al massimo i cristiani potevano sperare nella libertà religiosa. Ma, non appena il cristianesimo divenne la religione dell'Impero romano, esso smise di essere tollerante verso le altre religioni. Certo, cosa "esso" significhi in questo caso è ambiguo. Non significa né la Chiesa, né solo l'Imperatore. I governanti erano interessati ai fondamenti e all'unità del loro impero, la Chiesa a conquistare i cuori del popolo. Ma, nonostante la diversità dei loro interessi, essi cooperavano. La politica divenne strumentale alla religione, e la religione, in quanto unica vera concezione della realtà alla politica. Questo non significa certo che i sostenitori di quest'alleanza perseguitassero immediatamente e costantemente le persone appartenenti ad altre fedi. In un primo momento essi furono semplicemente discriminati; soltanto le autorità, come i vescovi considerati eretici, a volte erano costretti a fuggire. Ma una violenza latente era presente senza che né la politica né le autorità ecclesiastiche la incoraggiassero esplicitamente.

Un esempio interessante è la lapidazione, ad Alessandria, di uno degli ultimi neoplatonici, la filosofa Hypathia, avvenuta nel 415 per mano di una folla cristiana esagitata. Questo spiacevole fatto, che in tempi più recenti diventò il soggetto di un romanzo inglese e di uno tedesco, è un esempio precoce di quello che si sarebbe spesso verificato nel Medio Evo: in molti casi la violenza non era scatenata né dalla Chiesa né dallo stato, quanto piuttosto dovuta a credenti primitivi e
superstiziosi con i quali le autorità preferivano non entrare in conflitto (la bella Hypathia era sospettata di essere una specie di strega). Una forma di violenza era il battesimo forzato. Sin dalla disputa di Sant'Agostino coi donatisti esso era spesso giustificato dalle parole 'compelle intrare', "costringeteli a entrare", contenute nella parabola di Cristo sul banchetto celeste nel 14° capitolo del Vangelo di Luca. Se l'unico modo di salvare qualcuno dalla dannazione consisteva nel battezzarlo, sembrava una cosa naturale, quasi un atto di carità, battezzarlo anche senza il suo assenso. La Chiesa non approvò mai esplicitamente questa pratica, ma che essa venisse esplicitamente ed inequivocabilmente condannata era una fatto raro, e non si verificò che piuttosto tardivamente (per esempio nell'866 in una lettera pontificia a un principe bulgaro, o nel 1065 in una lettera di Alessandro II al principe Landolfo di Benevento, riguardo in questo caso al battesimo forzato
degli ebrei). Per quanto spiacevole possa essere per noi cristiani, uno storico della Chiesa onesto dovrà ammettere che talvolta, specialmente durante il Medio Evo, governanti musulmani e autorità religiose erano in proposito più illuminate e tolleranti di quelle cristiane.

I battesimi forzati erano a volte aggravati dal sospetto che i convertiti continuassero ad aderire segretamente alla loro fede precedente; basti pensare alla questione dei marranos in Spagna o in Portogallo o al fatto che persino Sant'Ignazio di Loyola pare che proprio per questa ragione non abbia voluto ebrei convertiti nel suo ordine. C'è un altro aspetto del problema che poco a poco mi condurrà alla nascita dell'idea di libertà religiosa. Oggi, noi siamo disgustati quando sentiamo
di musulmani che, sulla base di diverse sure del Corano e di alcune tradizioni islamiche, sono condannati a morte e uccisi solo perché si convertono al cristianesimo. Ma non dovremmo dimenticare che questo fu lo stesso modo con il quale il cristianesimo trattò gli eretici per un periodo non trascurabile di tempo. Le conversioni di cristiani ad altre religioni, specialmente all'islam, erano rare e non avvenivano quasi mai entro i confini del mondo cristiano. Ma gli eretici
accompagnarono il cristianesimo sin dalle sue origini. Non sono in grado di dire chi fu il primo eretico condannato a morte a causa delle sue opinioni (probabilmente Priscilliano d'Avila nel IV secolo; San Martino di Tours, che gli era vicino, fu sconvolto quando l'Imperatore fece eseguire la sua condanna). Eppure la pratica era ovviamente molto più vecchia dell'Inquisizione, che fu cosa normale fino al XVI e in alcuni paesi al XVII secolo, e non era limitata alle regioni cattoliche del mondo (si pensi a Michael Servetus, lo scopritore della circolazione del sangue, bruciato nel 1553 nella Ginevra di Calvino per aver negato la Trinità, o a Thomas Müntzer, la cui condanna fu eseguita nella già luterana Mülhausen, vicino a Erfurt, per il suo anabattismo ribelle).

I roghi degli eretici erano praticati dalle autorità politiche ma era l'autorità ecclesiastica che li condannava e li consegnava allo stato. Quelli che come me amano S. Tommaso d'Aquino e lo considerano uno dei più grandi teologi cristiani potrebbero essere sorpresi dal sapere che quest'uomo illuminato approvava tale pratica senza riserve. Nel terzo articolo dell'undicesima questione della Secunda secundae egli si domanda se gli eretici debbano essere tollerati. La sua risposta è inequivocabile: no di certo. Dopo tutto i falsari, per esempio, vengono condannati a morte perché corrompono la sola vita temporale. Corrompere la fede, cioè la vita dell'anima, è un crimine ben più serio. Perciò, se non c'è più speranza che essi ritrattino la loro falsa credenza, gli eretici devono essere scomunicati e perciò consegnati all'autorità secolare per essere esclusi dal mondo con la morte: sunt a mundo exterminandi per mortem. Chiaramente "exterminare" non significa sterminare qualcosa come ci verrebbe in mente parlando dell'eliminazione di ratti o di parassiti; significa semplicemente bandire. Allo stesso modo non bisogna trascurare il fatto che allo stesso tempo, e solo qualche pagina prima, S. Tommaso rifiuta categoricamente l'idea che gentili ed ebrei debbano essere costretti ad accettare la fede cristiana. Si sarebbe dovuto soltanto impedire loro di essere di ostacolo alla fede e punirli in caso di blasfemia o istigazione al male, crimini che
avrebbero anche giustificato la guerra mossa contro di loro. In altre parole, S. Tommaso fa una chiara distinzione tra coloro i quali non hanno mai accettato la fede e coloro i quali invece l'hanno accettata per poi allontanarsene. Solo questi ultimi sono etiam corporaliter compellendi ut impleant quod promiserunt et teneant quod semel susceperunt. Benché possa esserne stato consapevole, egli non discute la possibilità che l'accusa di eresia potesse essere un pretesto per motivi subdoli, come per esempio fu il caso quando nel 1307 Filippo il Bello distrusse l'Ordine dei Templari per accaparrarsi la loro enorme fortuna.

Se consideriamo questa tradizione è in un certo senso sconcertante che l'idea di una libertà di culto sia emersa soltanto entro i confini dell'universo cristiano. Fu un processo complicato. Nel complesso la Chiesa era normalmente contraria alle conversioni forzate. Uno dei primi esempi ci è fornito da una lettera di Sant'Ambrogio, che era già consapevole del problema dei marranos, tanto da aver scritto: ne fictos catholicos haberemus quos apertos haereticos noveramus.

Durante il Medio Evo si nota spesso una preoccupazione riguardo alla libertas ecclesiae di fronte all'abbraccio della politica. Normalmente però quella preoccupazione si trasformava in una pretesa supremazia della Chiesa sul potere temporale. Nel XIV e nel XV secolo, umanisti come Marsilio da Padova e Lorenzo Valla iniziano a dichiararsi contrari alla supremazia della Chiesa negli affari
pubblici. La discussione circa le rispettive autorità del Papa e del Concilio, così come gli sforzi rivolti ad una riunificazione con la Chiesa orientale portano ad una nuova coscienza del fatto che almeno alcune delle differenze di credo possono non dipendere dall'ortodossia, ma soltanto dalla tradizione e dai riti (Nicola Cusano, una delle figure di spicco del Concilio di Firenze sostiene questa posizione nel De pace fidei). Umanisti come Erasmo da Rotterdam iniziano a studiare i
Padri della Chiesa e riscoprono una fede più personale e libera da implicazioni politiche. Lo stesso vale per Lutero e la prima Riforma. Ma poiché i riformatori cercano un riconoscimento politico simile a quello della Chiesa romana, i loro sforzi sfociano in un nuovo scisma. Mentre la cristianità occidentale quasi non si accorse della rottura con Costantinopoli del 1054, dalla fine del XVI secolo la stessa cristianità occidentale si divide per effetto della Riforma e della conseguente reazione romana. Non esiste più la Cristianità ma solo diverse chiese che si combattono e denigrano l'un l'altra.Chi leggesse l'affascinante libro di Malcolm Lambert, Medieval Heresy, una "storia dei movimenti popolari dalla Riforma gregoriana alla Riforma", pubblicato a Oxford nel 1992, ne riceverebbe l'impressione che, dopo la svolta di Costantino, l'idea di libertà religiosa non sarebbe emersa finché sia l'Imperatore che la Chiesa non si fossero trovati nell'impossibilità di reprimere una rivolta eretica. Questo avvenne per la prima volta nel XV secolo in Boemia, a causa del
movimento iniziato da Jan Hus, che finì bruciato a Basilea all'inizio del 1415. L'altro evento drammatico fu la riforma del XVI secolo a Wittenberg, Zurigo e Ginevra. La conseguenza di lungo termine di tutto questo fu la Guerra dei Trent'anni, che devastò gran parte del continente europeo e che nessuno vinse realmente. Qui di nuovo la questione religiosa si intrecciò coi problemi di potere. Come ricorderete la guerra fu conclusa dalla Pace di Westphalia del 1648 col suo principio cuius regio eius religio.

Il re, il duca o chiunque fosse al potere potevano dichiarare la loro personale denominazione religiosa come quella ufficiale, cioè come religione di stato del loro regno. Non era lecito perseguitare fedeli di altre denominazioni, ma in generale a questi fedeli sarebbe stato proibito di manifestare il loro credo pubblicamente. Vi furono un certo numero di eccezioni, per esempio quella per cui se al governo si trovava un'autorità ecclesiastica (per esempio un vescovo), questa era
costretta a cedere il potere nel caso avesse cambiato la propria confessione. Certo, si trattava di un trattato di pace, solo che non aveva più a che fare con la verità. Una delle sue implicazioni fu che gli aderenti delle denominazioni non ufficiali potevano lasciare il paese portando con sé le loro proprietà, chiaramente non quelle immobiliari. Circa duecentomila non cattolici, molti dei quali membri della piccola nobiltà, dovettero fuggire o comunque fuggirono per rifugiarsi, per esempio,
dalla Boemia riconquistata dai cattolici Asburgo. Tra di essi c'erano anche Jan Amos Komensk, o Comenio, che finì la sua vita come vescovo dei fratelli moravi ad Amsterdam. Questa forma di pulizia etnica, di pulizia religiosa ante litteram, traumatizzò i cechi per secoli e certamente fu una delle ragioni per cui già decenni prima che i comunisti prendessero il potere la Cecoslovacchia era uno dei paesi meno religiosi d'Europa.

Tradizionalmente i cattolici considerarono la Pace di Westphalia uno scandalo perché consegnava grandi regioni d'Europa agli eretici. Tuttavia non dobbiamo trascurare che essa fu un primo passo da una parte verso la democrazia, e dall'altra verso la libertà religiosa. Per amor di pace essa riorganizzò il Sacro Romano Impero senza far riferimento a un unico credo. La religione non era più e in ogni caso cessò presto di essere una fonte di legittimazione del potere politico. Se non gli
individui, almeno i paesi potevano cooperare pacificamente nonostante la diversità del loro credo. Per studiosi come Leibniz, per esempio, non era più un problema trovarsi al servizio prima di un governante protestante e poi di uno cattolico. Chi era al potere poteva decidere liberamente quale credo e quale religione avrebbero tollerato e in quale misura. Generalmente, i paesi cattolici tendevano ad essere meno tolleranti, a meno che, come la Francia, non fossero in conflitto con Roma. Una bella eccezione fu rappresentata dalla repubblica aristocratica della Polonia. Già molto prima della Pace di Westphalia essa era stata molto tollerante nei confronti delle minoranze religiose, ivi inclusi gli ebrei, fatto che spiega perché essa divenne il paese europeo con il maggior numero di cittadini ebrei. Che oggi la Polonia sia il paese europeo nel quale l'anti-semitismo prospera come in nessun altro paese è un fenomeno tanto sconcertante quanto doloroso, in particolar modo perché solo un esiguo numero di ebrei è sopravvissuto all'olocausto (il filosofo polacco Leszek Koakowski parlava di "un anti-semitismo senza ebrei)".

Un altro importante sviluppo ebbe luogo in Gran Bretagna. Diversamente da quanto avvenne sul continente europeo, durante il Medio Evo il l'Inghilterra e il Galles non furono particolarmente infestati dalle eresie; una delle poche eccezioni fu, nel XIV secolo, John Wicliff, le cui idee influenzarono poi Jan Hus, ma la sua teologia non fu considerata eretica che più di trent'anni dopo la sua morte. Dopo la rottura di Enrico VIII con Roma, tuttavia, sorsero in Inghilterra numerosi dissidenti, gruppi cioè che in un senso o nell'altro si trovavano in disaccordo con le gerarchie anglicane dell'epoca. L'atto di tolleranza del 1689 pose termine alla loro persecuzione (ma non a quella dei cattolici). Ma intanto molti di loro erano emigrati nel Nuovo Mondo, in Nord America, che divenne perciò la parte del mondo in cui la libertà di culto non fu soltanto per la prima volta costituzionalmente codificata, ma in un certo senso un fatto del tutto naturale. I Padri fondatori degli Stati Uniti erano i discendenti di persone che avevano lasciato la Gran Bretagna per una parte del mondo prevalentemente disabitata, così da poter professare liberamente la propria fede e vivere secondo i suoi principi per il solo fatto di ritenerla giusta. I cattolici ebbero in un primo tempo delle difficoltà nel Nuovo Mondo, perché considerati particolarmente intolleranti.

Inoltre i primi americani britannici, nonostante le loro numerose differenze religiose, erano protestanti convinti che detestavano il cattolicesimo. Ma già nel 1634 lo stato del Maryland riconobbe in uno speciale Atto di Tolleranza uguale legittimità a tutte le confessioni trinitarie e di lì a poco anche i cattolici poterono accedere alle cariche più elevate. A tale riguardo è interessante paragonare la Dichiarazione francese dei Diritti dell'Uomo del 1789 e il Bill of Rights della
Virginia del 1776. La Dichiarazione francese dice nel suo articolo 10 che nessuno può essere molestato per le sue opinioni, incluse quelle religiose, finché non turba l'ordine pubblico così come stabilito dalle leggi. L'articolo 16 del Bill of Rights della Virginia si riferisce, al contrario, al rispetto per il Creatore, dichiara che tutte le persone hanno pari diritto di professare la propria religione secondo la voce della loro coscienza e che sono chiamate a condividere il dovere comune della pazienza, dell'amore e della compassione cristiani. Questa differenza illustra bene la diversa ispirazione della rivoluzione francese e di quella americana, nonostante la loro contemporaneità. La rivoluzione francese è rivolta contro qualcosa: il vecchio ordine, il re, la Chiesa. La rivoluzione americana, al contrario, garantisce la libertà in un mondo nuovo, come se la storia dell'umanità potesse ricominciare da capo - e il suo spirito è profondamente cristiano.

Alexis de Tocqueville, un aristocratico francese moderatamente cattolico e fedele al suo re post-napoleonico era profondamente convinto di questa differenza quando nel 1835 pubblicò il primo volume del suo famoso libro De la démocratie en Amérique. Venendo dalla Francia, egli si aspettava che gli Stati Uniti fossero un paese completamente secolarizzato per via della loro netta separazione fra stato e religione. Ma fu sorpreso dalla scoperta di qualcosa di completamente diverso: un paese profondamente religioso proprio per via di questa separazione. Chiaramente non si trattava di una religiosità cattolica ma di una religiosità indubbiamente ispirata al cristianesimo. Il giovane Karl Marx, che aveva letto il libro di Tocqueville e che come tutti i pensatori che si rifacevano alla sinistra hegeliana considerava la religione una perversione, sostenne meno di dieci anni più tardi, e diversamente da quanto pensava il suo amico Bruno Bauer, che la religione non sarebbe scomparsa per il fatto che lo stato avrebbe smesso di sostenerla. Sarebbe scomparsa soltanto quando fosse scomparso il male alla base di tutti gli altri, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo reso possibile dalla proprietà privata. Contrariamente ai marxisti sovietici successivi, Marx ed Engels erano quindi contrari all'abolizione forzata della religione. Essi credevano che la religione sarebbe scomparsa non appena la rivoluzione proletaria avesse avuto successo. Proibire la religione avrebbe soltanto avuto l'effetto di prolungarne l'agonia. Benché non fosse un socialista, il fondatore del positivismo, Auguste Comte, era della stessa opinione. Tutte le religioni erano superstizioni che sarebbero scomparse quando l'umanità fosse stata illuminata dall'accettazione di tutto ciò che la scienza insegnava. L'enfasi americana sulla libertà religiosa fu fortemente influenzata dalla Lettera sulla Tolleranza di John Locke, pubblicata per la prima volta in latino nel 1689. Poiché era preoccupato che i cattolici intolleranti potessero riprendere la Gran Bretagna, Locke dichiarò che un governo deve considerare la religione un affare privato dei suoi cittadini. Secondo lui il compito di un governo consisteva nella protezione della vita, della libertà e della proprietà dei cittadini. Esso non aveva competenze in materia religiosa e d'altronde la bibbia non diceva da nessuna parte che le persone dovessero essere costrette ad accettare un credo religioso. Egli spiegò di non aver esteso questa difesa della libertà religiosa ai cattolici per il fatto che l'obbedienza al papa minava l'obbedienza al potere politico. Che una comunità politica debba essere governata da qualcuno è ovvio; ma i cittadini non devono confrontarsi con due autorità potenzialmente suscettibili di contraddirsi a vicenda. Né un governo dovrebbe, tuttavia, tollerare gli atei, dal momento che senza la fede in un Creatore le convinzioni morali presupposte da un stato ordinato non sopravvivrebbero a lungo. E' in qualche modo comprensibile che la Chiesa
cattolica abbia a lungo avversato questi assunti. Visto che la versione cattolica del credo cristiano era l'unica vera, essa si aspettava che un governo o un governante facessero il possibile per promuovere la fede cattolica. Per amor di pace si sarebbe potuta tollerare la presenza di qualche non-cattolico o addirittura di qualche non-cristiano, ma un cattolico non avrebbe dovuto pensare a questo come a uno stato di cose ideale. Anche negli Stati Uniti molti cattolici la pensavano così.
Fino al 1940, alcuni cattolici americani, notando che il loro numero stava costantemente crescendo, sostennero che il loro paese sarebbe diventato e sarebbe dovuto diventare uno stato cattolico non appena essi avessero raggiunto la maggioranza.

Nel XVII e nel XVIII secolo la Chiesa ignorò in larga misura le idee sviluppatesi in Inghilterra, in America e per esempio quelle sostenute in Francia da Rousseau nel suo romanzo Émile. D'altronde non ci si poteva scomodare per le sciocche idee avanzate da eretici protestanti o da un anarchico immorale nato nella Ginevra calvinista. Ma quando all'inizio del XIX secolo queste idee cominciarono a diffondersi tra i cattolici (si pensi per esempio a Lammenais o a Charles de Montalbert, che Pio VII scelse di non condannare dal momento che era un laico e non un prete), la Chiesa pensò di dover reagire - e la sua reazione fu un "No" categorico. Già nel 1814, in una lettera a un vescovo francese, Pio VII aveva dato sfogo al suo disappunto circa l'articolo 22 della recente costituzione post-napoleonica, che non solo garantiva la libertà di tutti i culti ma suggeriva anche che il governo li proteggesse e sostenesse.

Diciotto anni più tardi Gregorio XVI definì nell'enciclica Mirari Vos un errore inconcepibile, un vero e proprio deliramentum, una follia, l'idea che ognuno fosse libero di seguire la sua coscienza. L'attacco portato da questa enciclica era diretto contro quello che all'epoca si chiamava "indifferentismo": l'idea per cui, specialmente riguardo alla salvezza, non faccia differenza quali proposizioni siano considerate vere e quali valori vengano sostenuti. Un'altra espressione era
"tollerantismo" (Leone XII lo aveva adoperato in un'enciclica precedente), oggi preferiremmo forse l'espressione "relativismo". Il problema, tuttavia, era che l'autorità cattolica non sapeva ancora distinguere tra cosa un cattolico dovesse pensare e cosa l'autorità civile, anche agli occhi di un cattolico, dovesse permettere. L'idea che in definitiva soltanto uno stato cattolico fosse legittimo era troppo radicata. L'assenza di tale distinzione divenne sempre più ovvia quando, nel 1864, Pio IX ripeté nell'enciclica Quanta Cura il rifiuto del deliramentum e il famigerato Syllabus enumerò un numero di proposizioni con le quali un cattolico non poteva trovarsi d'accordo: che ognuno fosse libero di professare la fede che egli stima vera (15), che lo stato e la Chiesa debbano essere separati uno dall'altro (55), che i credi non-cattolici possano legittimamente essere religione di stato (77) e che la libertà religiosa non intacca la morale e non invita alla "peste dell'indifferentismo" (79).

Leone XIII, nell'enciclica Libertas Praestantissimum del 1888 metteva in risalto come non
solo la giustizia ma la semplice ragione vieta che il governo persegua la politica di garantire gli stessi diritti e privilegi a tutte le confessioni e religioni. Benché successivamente i toni si ammorbidissero, nel complesso fu ancora questo il modo di pensare di Pio XII, quando nel 1953 tenne un suo discorso ad una conferenza di giuristi cattolici. Come certamente saprete, fu soprattutto questa tradizione ottocentesca a spingere l'ex arcivescovo di Dakar, Marcel Lefèbvre a staccarsi da Roma dopo che una maggioranza schiacciante di vescovi - 2308 sui 2386 presenti - ebbe votato nel 1965 per la Dignitatis Humanae. Lui e i suoi seguaci considerarono la dichiarazione sulla libertà religiosa una chiara eresia. Di fatto non è facile dire se e in quale misura la Dignitatis Humanae sia un documento che contraddice quello che i Papi del XIX secolo avevano sostenuto. Certamente non si tratta di una costituzione dogmatica come per esempio la Lumen Gentium e il suo oggetto non è la Chiesa ma la comunità civile. Tuttavia è quasi impensabile che la Chiesa possa mai ritrattare quello che ha dichiarato nel 1965, mentre è possibile che, alla luce delle difficoltà che ho menzionato all'inizio del mio intervento, essa decida di chiarirne alcuni passaggi. Ma essa resta un'indubbia rottura con una tradizione le cui origini risalgono, se non all'epoca di Costantino il grande, all'anno 380, quando Teodosio I dichiarò il cristianesimo religione dell'Impero Romano.
Alcuni commentatori hanno suggerito che la situazione era già cambiata e che le autorità ecclesiastiche del XIX secolo avrebbero sottoscritto la Dignitatis Humanae se fossero vissuti nella seconda metà del XX. Ma è ammissibile che la Chiesa adatti la sua dottrina, anche solo quella sociale, alle diverse epoche e situazioni? Continua ad essere questa l'accusa dei Lefebvriani e degli altri tradizionalisti: che la Chiesa ha ceduto allo spirito dei tempi ed a una delle sue ideologie più
esplicite. Benché il modo di argomentare della Dignitatis Humanae sia strettamente teologico, precisamente cristologico, è ovvio che i suoi autori e i vescovi che la votarono furono anche influenzati da quello che all'epoca "il mondo" pensava. Forse il modo migliore di trattare queste questioni fu proposto da Hans Urs von Balthasar, anche se non proprio (o non solo) nel contesto entro il quale mi sto muovendo io ora. Nell'epoca moderna, sostiene Balthasar, la Chiesa ha occasionalmente trascurato che quello che essa condannava nei suoi antagonisti, veri o presunti, poteva essere, e forse era realmente, qualcosa di simile a un rimasuglio della sua stessa eredità. Balthasar giustificava questa osservazione attraverso l'interpretazione agostiniana della exspoliatio Aegyptorum come proposta nel De doctrina christiana: tutto ciò che è vero e ha valore proviene da Dio e i cristiani non dovrebbero temere di accettarlo anche se trasmesso da un pagano.

Come spesso accadde nella storia della Chiesa, a quest'ultima furono necessarie lunghe riflessioni e molto tempo per scoprire e capire che Gesù Cristo stesso avrebbe sicuramente votato per la libertà religiosa come principio di coabitazione umana. Quando nel 1948 le Nazioni Unite promulgarono la loro Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo molti cattolici sentirono che era giunto il momento anche per la Chiesa di sostenere l'articolo 18, che recita: "Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti". A quell'epoca la Chiesa non era ancora ufficialmente pronta a sottoscrivere tali idee. Certo, i paesi che si concepivano come stati cattolici non perseguitavano più i non cattolici; ma spesso non garantivano loro di professare pubblicamente il loro credo, come fu il caso, per esempio, della Spagna di Franco. Ma è significativo che questo "fascista infame", due anni dopo la pubblicazione della Dignitatis humanae, fece modificare la costituzione spagnola così che dal 1967 essa garantisce una protezione a tutti i credi religiosi. Tuttavia, la nozione di una religione di stato privilegiata non contraddice in sé la dichiarazione del Concilio vaticano II, anche l'Italia ha cessato di averne una nel 1984, così che oggi, oltre al Vaticano gli unici "stati cattolici" europei rimasti sembrano essere i mini-stati Andorra, Liechtenstein, Malta e San Marino.

Permettetemi di giungere ad una conclusione. La storia che ho tentato di sintetizzare è per noi cattolici in un certo senso imbarazzante, specialmente se si considera il XIX secolo. Allora, da una parte il "progresso" certamente non è, e non deve essere, la questione centrale per la Chiesa e per ogni fedele cristiano. Sostanzialmente, salvaguardare il depositum fidei è più importante. Dall'altra, benché alla Chiesa sia stato necessario molto tempo per discernere quello che si poteva e quello che non si poteva accettare nella rivendicazione moderna della libertà religiosa, la Dignitatis humanae è come un'espressione dello "spirito" del Vaticanum secundum: pur insistendo senza ambiguità sulla verità, la Chiesa non vuole più rivendicare alcun diritto a qualsiasi forma di potere ma solo raggiungere i cuori delle persone, così come fece Gesù Cristo.

Arte sacra e arte religiosa

Padre Lang spiega i fondamenti liturgici per l'architettura e l'arte sacra
(di Antonio Gaspari)
“Oggi, più che mai, la Chiesa ha bisogno di proclamare al mondo la bellezza di
Dio che brilla nelle opere d’arte che la fede ha generate”, sostiene padre Uwe Michael Lang.

Con queste parole, il sacerdote, membro della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri di Londra e officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha spiegato a ZENIT, gli obiettivi del Master dell’Università Europea di Roma in “Architettura, arti sacre e liturgia”. Padre Lang è anche docente e coordinatore per il prossimo anno accademico 2008/2009 del Master in questione. Sul tema liturgico ha pubblicato prima in tedesco, poi in inglese, italiano, francese, ungherese e spagnolo, il libro “Rivolti al Signore” (Cantagalli editore), con la prefazione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger. Recentemente, padre Lang curato il volume "Die Anaphora von Addai und Mari: Studien zu Eucharistie und Einsetzungsworten”
(Nova & Vetera, Bonn 2007).

Secondo il coordinatore accademico del Master, “nella Chiesa sono nati i grandi capolavori d’arte sacra e di musica sacra che hanno il potere di sollevare i nostri cuori e di condurci al di là di noi stessi verso Dio, che è la bellezza stessa”. Di fronte a quella che sembra una grande riscoperta dell’arte religiosa, padre Lang ha voluto precisare una distinzione fra “arte religiosa” e “arte sacra”.
L’arte religiosa, ha detto, è caratterizzata dall’espressione soggettiva e nasce “dal modo di sentire la religione da parte di una persona di qualsiasi luogo o tempo”, mentre “l’arte sacra tende ad una ‘traduzione’ di una realtà che oltrepassa i limiti dell’individualità umana e contiene dati anche oggettivi che nascono ‘dalla meditazione della verità di una religione positiva e storica’ dalla parte dell’artista”. “L’arte sacra – ha aggiunto – è destinata alla lode e alla gloria di Dio e, allo stesso tempo, è popolare, perché deve e può essere capita e toccare i cuori dei fedeli, anche dei fedeli semplici. Nella storia, l’arte della Chiesa funzionava anche come una Biblia pauperum”.
Facendo riferimento all'importanza data dal Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica riconosce all’arte sacra e all'utilizzo di molte opere d’arte come veicolo dei misteri della fede, padre Lang ha sottolineato che “oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra può esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico”. In merito alla relazione che intercorre tra verità, bellezza e arte sacra, l’officiale della Congregazione del Culto Divino ha rilevato che “la fondazione più profonda dell’arte sacra è la bellezza che è attributo di Dio”. “Secondo la formula tomistica, il bello, il vero e il buono sono commutabili. Quindi, l’arte come espressione del bello manifesta la realtà, la verità e la bontà di Dio”. Ma l’arte sacra è in crisi. Ed è un sintomo che, come ha rilevato il Cardinale Ratzinger nel libro “Spirito della Liturgia”, rivela la “crisi dell’umanità”, una sorta di “accecamento dello spirito”.
Per padre Lang, “si tratta di una crisi dalle radici profonde, una crisi che ha travolto, ancora prima dell’arte, la stessa bellezza di cui dovrebbe essere portatrice. Infatti, la stessa concezione delle ‘belle arti’ di cui parla la Costituzione conciliare sulla Sacra Liturgia è contestata”. Il coordinatore accademico del Master ha sottolineato, citando Hans Urs von Balthasar, che “insieme alla perdita del bello, si sono persi anche il bene e il vero” cosicché “da un lato c’è un falso tipo di bellezza che non ci innalza verso Dio e il suo Regno, ma invece ci trascina verso il basso e suscita desideri disordinati” e dall’altro bisogna opporsi a ciò che Remo Bodei ha chiamato “l’apoteosi del brutto”, in cui si afferma che “tutto ciò che è bello sia un inganno e che solo la rappresentazione di ciò che è crudo sia la verità”.
“Questo culto del brutto non fa meno danni alla fede cattolica che la falsa bellezza”, ha osservato.
Ricordando poi le parole di Fyodor Dostoevskij, secondo cui “Il mondo sarà salvato dalla bellezza”, padre Lang ha precisato che Dostoevskij non intende qualsiasi bellezza, ma “si riferisce alla bellezza redentrice di Cristo” che è la “bellezza della verità” che “abbraccia anche il dolore, e persino la morte, e che la bellezza può essere trovata solo nell’accettare la sofferenza e la croce”.

A questo proposito, in un testo del 2002, l’allora Cardinale Ratzinger parla di “bellezza redentrice di Cristo” come di una “paradossale bellezza”. Per quanto riguarda la frattura tra la Chiesa, le arti ed il sacro, così evidente in certe chiese di nuova costruzione, padre Lang ha riportato una frase celebre del poeta tedesco Friedrich Hölderlin: “Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva”, per sottolineare che ci troviamo in “un momento propizio per lanciare di nuovo la ricerca di un’arte sacra a servizio del culto cristiano”. Ed è proprio per questo che è stato ideato un progetto formativo come il Master in Architettura, arti sacre e liturgia.
“Il suo scopo – ha sostenuto padre Lang – è di dare risposte a domande provenienti da molti ambienti ecclesiali e artistici per l’istituzione di un corso dove i progettisti, ma anche i committenti, possano ricevere una formazione adeguata”. In conclusione, il padre oratoriano ha ribadito che “la prospettiva del Master è di andare al di là di una visione solo 'normativa' della progettazione verso una maggior consapevolezza e devozione a ciò di cui ci si occupa, quando si agisce nell’ambito dell'architettura e delle arti sacre”.

Architettura sacra


Intervista all'architetto irlandese Breda Catherine Ennis
di C. E.Villa Betancourt

- Costruire una chiesa, un monastero, un altare, disegnare un leggio o un chiostro sono compiti che vanno al di là dell'elaborare un progetto o un plastico e iniziare l'opera. L'architetto del sacro deve sempre pensare che la costruzione non è fatta soltanto da mura, ma che al suo interno l'uomo cerca un rifugio per incontrare l'Eternità. ZENIT ha parlato con l'architetto irlandese Breda Catherine Ennis, Associate Professor of Fine Arts dell'università americana di Roma, dove risiede. E' anche collaboratrice della "Radio Vaticana" e docente presso l'Università Europea. A suo avviso il compito di un architetto culmina con la consacrazione della chiesa o della cappella, che in quel momento "passa ad essere opera di Dio e non degli uomini". Breda ha partecipato di recente al restauro della cappella dell'ambasciata irlandese presso la Santa Sede, e ha voluto condividere con ZENIT questa e altre esperienze e riflessioni sulla sua professione.

Papa Giovanni Paolo II si è rivolto agli artisti varie volte nei suoi discorsi. Che importanza dava all'architettura all'interno delle celebrazioni liturgiche?

Breda Catherine Ennis: La Chiesa sta compiendo dei passi avanti per cercare di far ritornare gli artisti a lavorare per la Chiesa stessa. Si è creata, infatti, una grande distanza tra la Chiesa e gli artisti, sosteneva il Santo Padre Giovanni Paolo II, che invece voleva riunire sia gli artisti che gli architetti per collaborare allo stesso scopo, in modo da arricchirsi spiritualmente a vicenda. Si deve ricordare che l'architettura delle chiese, per una cinquantina o sessantina d'anni, non ha avuto alcuna linea guida sia per la parte iconografica sia per quella liturgica, e praticamene se ne era perso completamente l'orientamento. Sia Paolo VI che Giovanni Paolo II hanno avuto un grande ruolo in questa risensibilizzazione verso una rinnovata responsabilità artistica nel campo liturgico. Giovanni Paolo II sosteneva, infatti, che l'artista deve riappropriarsi della responsabilità di esserlo e che la Chiesa deve aiutare sia gli artisti sia gli architetti a creare un ambiente più bello, in quanto diceva che la mancanza di bellezza era una delle cose che creavano più problemi all'uomo.Una grande preoccupazione per lui era che la gente non frequentasse più la Santa Messa se non per le feste comandate, come Natale o Pasqua, e voleva trovare la maniera di attirare i giovani, incoraggiandoli a ritornare in Chiesa insieme alle loro famiglie. Il Papa ha cominciato ad educare i giovani e i ragazzi enfatizzando il discorso sulla preghiera. Questo messaggio, però non è stato accolto nella sua totalità, e solamente quando si è trattato della sua malattia, che lui ha voluto lasciare visibile a
tutti, ha potuto dare una grandissima testimonianza di fede attraverso la sofferenza stessa. Le persone hanno cominciato a venire di più in chiesa.

Come Benedetto XVI ha conservato questo messaggio?

Breda Catherine Ennis: Tutto proviene dal fatto che la gente ha bisogno di un insegnamento su cosa è questo e quello... Giovanni Paolo II ha ‘aperto' la porta della chiesa, e ora Benedetto XVI sta spiegando alle gente che cosa c'è dentro. Lui sta insegnando il vecchio linguaggio dell'interno di una chiesa, dal punto di vista simbolico e teologico. Quale ruolo ha l'ambone? Perché l'altare è cosi importante? Che cos'è il ‘pallio'? Potrebbe sembrare una cosa ovvia, ma la gente ha perso il
contatto ‘visivo' e ‘simbolico' della Chiesa e il suo ruolo nella nostra vita.Ho sempre pensato, ed è ciò che dico ai miei studenti (nel corso di master all'Università Europea di Roma), che alla base
dell'architettura e dell'arte sacra ci dovrebbe essere più Dio e meno "io".Io vedo in un certo senso Giovanni Paolo II come architetto e Benedetto XVI come artista, non dimenticando che Paolo VI ha ‘donato' il terreno per costruire l'edificio. Il compito di questi tre grande Papi è stato ed è di riportare le persone a contemplare il ‘sacro' e anche capire che cos'è il ‘sacro', in particolare per quello che riguarda la costruzione e la decorazione di una chiesa. Dobbiamo riscoprire il lato
spirituale della nostra religione e il luogo di culto.

Secondo lei, tra le chiese più importanti di Roma qual è o quali sono quelle che riescono a trasmettere maggiormente questo senso spirituale?

Breda Catherine Ennis: Se vedo oltre il periodo moderno e contemporaneo devo scegliere la Basilica di Santa Sabina sull'Aventino.E' una chiesa paleocristiana che è stata modificata meno delle altre dello stesso periodo. E' rimasta più integra, e si avvicina di più a quello che dovrebbe essere un luogo di culto ideale sia per la costruzione che per l'atmosfera di spiritualità che vi si riscontra.
L'altra Chiesa è il Gesù. Al tramonto, quando c'è meno luce, non so se è una reazione suggestiva, si percepisce (anche se si sa) che quando è stata costruita quella chiesa si usavano delle candele e dopo delle lampade per illuminarla. Non si può giudicare la luce da quello che si capta ora, in confronto a ciò che c'era prima, che sicuramente creava una grande atmosfera di mistero.
Quando in questa chiesa viene spenta la luce principale, si percepisce quanto le mura siano impregnate di preghiera. Questi muri sono custodi di preghiera. Lo so perché si percepisce la presenza di una sacralità totale. E' una chiesa che sembra che attiri. Ti viene da pensare due volte prima di alzare la voce. Arriva una sfumatura di luce improvvisa dentro la penombra, che ti porta e ti aiuta. Il tardo pomeriggio in questo chiesa è un momento sublime. Mi viene in mente anche Notre Dame di Parigi, perché quando ascolti la musica dentro questa chiesa, che ha un coro favoloso,
questi muri nudi cantano da soli. Nell'arte contemporanea le mura spoglie riflettono il vuoto, il freddo, invece le chiese gotiche hanno le mura nude, ma l'atmosfera e la costruzione di tutte queste colonne è tale che ci si sente come in una foresta molto possente. Una foresta
spirituale di Dio. L'Abbazia di Casamari è un'altra chiesa affascinante. Quando si entra si rimane colpiti perché tutte le mura sono spoglie, ma quando arriva il sole, dalle finestrelle di alabastro, sembra una luce divina che proietta fuori da questo mondo. E' il grande pennello di colore che Dio applica alla tua anima.

Quali devono essere le caratteristiche di un architetto cattolico che disegna il progetto di una chiesa?

Breda Catherine Ennis: Il talento di costruire sta nella capacità di fare il proprio mestiere; studiando le cose che circondano la chiesa e capendo che cosa stessero facendo le persone della zona in cui viene costruita. Non si può entrare lì come un treno partendo e arrivando dove ‘vuoi tu'. Bisogna studiare il terreno e le varie esigenze della zona e la parrocchia. Un po' come hanno fatto gli artisti che hanno dipinto le scene cristologiche e quelle di Mosè nella Cappella Sistina. Tutti gli artisti, sotto la direzione di Perugino e dei teologi del Papa, hanno trovato un modo di lavorare in
maniera armoniosa fra loro, avendo anche stili completamente diversi. Tutto per dare un messaggio visivo dalla Bibbia. Così hanno fatto un lavoro che si concentrava sul compito di ‘eseguire' questo messaggio. La storia sacra raccontata in immagini, non la storia degli artisti stessi. Per me è un capolavoro di armonia e umiltà davanti al Divino. Questa armonia e umiltà è fondamentale per gli architetti e gli artisti di oggi.

Quale chiesa moderna l'ha colpita in particolare?

Breda Catherine Ennis: Una è la chiesa di Le Corbusier - Notre Dame - a Ronchamp, in Francia.
L'altra è la Cattedrale di ‘St. Mary's' di Tokyo, di Renzo Tange. La prima è un insieme di onde spirituali tinte di colori e luci sottili, la seconda è una ‘tenda avvolgente' di eleganza e raffinatezza che ti porta all'‘essenziale' nell'esperienza religiosa.

Come può coniugare un architetto del secolo XXI la modernità con la spiritualità?

Breda Catherine Ennis: Guardando due cose: la materia, nel fare qualsiasi cosa con la materia, e la preparazione spirituale, ovvero cercare di avvicinare le persone al Signore. Si deve fare una preparazione interiore perché il resto viene da sé, non è che possediamo l'interiorità creativa né l'ispirazione. Se ti viene, è un dono di Dio.E coloro che ricevono questa grazia avranno un mestiere, per forza maggiore, o una vocazione che è quella di servire.. Devono servire gli altri!

Lei ha fatto un altare e un leggio per la cappella dell'ambasciata irlandese presso la Santa Sede a Roma...

Breda Catherine Ennis: Sì, ed è stata un'esperienza incredibile. Il Dipartimento degli Affari Esteri Irlandesi a Dublino mi hanno incaricato di disegnare un altare e un leggio per questa piccola cappella, alla fine dei restauri fatto nella stessa ambasciata. Era la prima volta che ricevevo una commissione per un lavoro ‘sacro'. All'inizio ero molto nervosa. Mi sono messa nelle mani
di Dio e ho cominciato a pregare per ricevere l'‘ispirazione' giusta per fare un lavoro che avrebbe onorato il ruolo del altare. Elementi paleocristiani, celtici e moderni sono entrati nel disegno. E' un altare di rovere massiccio di Slovenia. Un ebanista italiano, Luigi Branchetti, ha curato la costruzione e abbiamo usato alcune tecniche che risalgono al Rinascimento.
Nella parte frontale dell'altare ho dipinto tre pannelli a colore con al centro una croce in bianco e giallo su una base di turchese. I lati sono dipinti in rosso, blu e oro (oro vero). Ci sono alcuni rilievi (sui lati) in legno, con un disegno di una croce celtica/greca. L'altare è stato consacrato dall'Arcivescovo (ora Cardinale) Sean Brady alla presenza del Presidente d'Irlanda, la dott.ssa
Mary McAleese. Questa esperienza mi ha reso consapevole dell'importanza della preghiera, necessaria per fare un lavoro che riguarda il campo del ‘sacro', e anche dell'enorme energia che esige un lavoro di questo tipo.

La guerra del fango

Nel nostro paese si assiste negli ultimi tempi ad una triste guerra combattuta gettando del fango sui propri avversari o semplicemente su coloro che hanno compiuto scelte diverse dalle nostre o su coloro che hanno radicalmente cambiato la loro impostazione di vita e di valori rispetto a scelte precedenti. Vince chi riesce a gettarne di più... Ma a chi giova? Certo non al presunto vincitore che si ritroverà a sedere dopo la vittoria su di un trono inzaccherato, certo non all'immagine della nazione che non viene dipinta negli ultimi tempi particolarmente bene dalla stampa estera, certo non a tutti coloro che lavorano quotidianamente per il bene comune, neanche a coloro che si sforzano di cambiare seriamente le cose incominciando da se stessi, a chi giova allora? C'è un salmo nella Bibbia il n.51, che così recita:
Perché ti vanti del male,
o prepotente nella tua malizia?
Ordisci insidie ogni giorno;
la tua lingua è come lama affilata,
artefice di inganni.
Preferisci il male al bene,
la menzogna al parlare sincero.
Ami ogni parola di rovina, o lingua di impostura.
Perciò Dio ti demolirà per sempre,
ti spezzerà e ti strapperà dalla tenda
e ti sdradicherà dalla terra dei viventi.
Vedendo, i giusti saran presi da timore
e di lui rideranno:
"Ecco l'uomo che non ha posto in Dio la sua difesa,
ma confidava nella sua grande ricchezza
e si faceva forte dei suoi crimini". [...]

martedì 1 settembre 2009

Dino Boffo e i misteri della telefonia

Mi ha colpito in tutta la vicenda Feltri-Boffo come ancora una volta nascano scandali e drammi a partire da operazioni telefoniche che ahimè oggi con i sistemi informatici anche un bambino potrebbe manipolare. Tutti siamo ormai abbastanza esperti di telefonia mobile o fissa da avere sperimentato almeno una volta quel fastidioso dover dire a qualcuno che non avevamo mai fatto il suo numero telefonico o mandato quel messaggio (a me capita in questo periodo con i messaggi di Facebook!) Certe volte, senza andare a fare elucubrazione alla Agatha Christie, possedendo un semplice modello Nokia senza chiusura e custodia, capisco e spiego la cosa in un modo "meccanicistico". Il cellulare in borsa urta contro qualcosa e parte un messaggio o una chiamata, succede a tutti prima o poi... Altro è invece quando la cosa si ripete con persone a noi anche piuttosto sgradite le quali ci fanno capire che hanno ricevuto sul loro cellulare numerose nostre chiamate! A volte capita anche che chiamando un numero ne risponda un altro, altre volte succede anche con il numero fisso. Sulla seconda linea del mio apparecchio fisso tempo addietro chiamavano numerosi camionisti che cercavano un certo deposito dove scaricare le loro merci, in quel caso la vicenda si chiarì in modo banale, il numero telefonico era identico a quello di un magazzino in un'altra provincia, sbagliavano a comporre il prefisso...?!? Ecco allora che fatti del genere non vanno mai presi per prove certe ma sempre controllati, bisogna sapere che sistemi telefonici e anche video possono essere facilmente artefatti. Chi non ha mai ricevuto via mail le cartoline dove puoi giocare con le immagini e ficcare la tua faccia nel corpo di una qualche celebrità, o viceversa? Ripeto anche un bambino oggi potrebbe confezionare qualcosa di estremamente compromettente per qualcun altro. Allora ecco che le brave forze dell'"ordine" negli ultimi anni fanno molti aggiornamenti su questi problemi e se un tempo telefonate e video o foto costituivano prove inconfutabili non lo è più oggi almeno in paesi "tecnologicamente avanzati" come si usa dire. E' un triste vivere se dobbiamo anche continuamente controllare le sui cellulari le liste delle chiamate effettuate o dei messaggi inviati, abbiamo già così tante cose da fare, ma io lo consiglio... E' questo un tempo di caccia alla streghe per alcune categorie di persone (e non per le streghe putroppo)...! (MLA)

lunedì 31 agosto 2009

Tra ragione e contemplazione


Pensare l'’uomo tra ragione e contemplazione
Paola Ricci Sindoni al VI Simposio Europeo dei Docenti Universitari
presso la Pontificia Università Lateranense.

* * *

“Io sono soltanto uno dei tuoi minimi

che guarda alla vita dalla sua cella, e che,

estraneo più agli uomini che alle cose, non osa

soppesare ciò che accade. Tuttavia, se mi vuoi

davanti al tuo volto, di cui si levano scuri gli occhi,

allora non considerare la mia una presunzione

se ti dico:nessuno vive la sua vita. Casi, sono

gli uomini:voci, frammenti,quotidianità, angoscia,

molte piccole fortune;

travestiti già da bambini, mascherati:

loquaci in quanto maschere

muti in quanto volti”



Reiner Maria Rilke




Nessuno vive la sua vita: l’aforisma amaro e crudo del poeta tedesco, Reiner Maria Rilke (1875-1926), sembra infliggere un colpo mortale alle ottimistiche previsioni sull’esistenza umana e sulla sua storia, maturate in Occidente alla fine del secolo XIX. Paiono già intravedersi, in questa sofferta celebrazione del disincanto, gli eventi tragici che, di lì a poco, avrebbero raso al suolo la civiltà europea con il suo altissimo costo di vite umane sacrificate all’orrore di due guerre
mondiali.

Sulle macerie della speranza si eleva il canto triste e deluso del poeta, che è uomo divorato dalla nostalgia degli spazi larghi, asfissiato più di chiunque altro per le ristrettezze che deve sopportare, avido di realtà e di intimità con tutte le forme possibili del Bene e del Vero. Ricercando in modo insaziabile la parola innocente, pura, è comunque in grado di definire con lucidità e con profetica preveggenza la tragica situazione dell’uomo contemporaneo, afflitto dall’impotenza a porsi le giuste domande e dall’estraneità a condurre relazioni appagate con gli altri suoi simili.

Guarda così “alla vita dalla sua cella” –continua impietoso Rilke- con rassegnata stanchezza, non oppresso dalla disperazione, neppure esaltato dalla rivolta, ma prigioniero di una delusione costitutiva, che lo rinchiude dentro le pareti rassicuranti dell’irrealtà. Perché di questo si tratta, se la vita –quella vera- sembra lontana, posta sempre oltre i penosi limiti delle sue possibilità.

Non c’è neanche la traccia di un pessimismo nichilista, nelle parole del poeta tedesco, ché, anzi, preferisce rivolgersi al Dio sconosciuto e innominabile: “se mi vuoi davanti al tuo volto, di cui si levano scuri gli occhi, allora non considerare la mia una presunzione se ti dico: nessuno vive la sua vita”, come recitano i versi posti qui in esergo.

L’impossibile comunicazione fra gli uomini, chiusi dentro la loro cella, non impedisce di ricercare un improbabile dialogo con l’assoluta Alterità, il cui volto, dagli occhi scuri, sembra alludere ad una inconsolabile delusione per il fallimento delle tante, troppe vicende umane. Dispersi come frammenti, annegati dentro la banale quotidianità, “casi sono gli uomini”, gettati nel mondo e incapaci di orientarsi in esso, se non dimettendo l’autenticità del proprio volto, per indossare i panni
frustranti della maschera.

Non sembra esserci ormai alcuna lotta tra queste due figure dell’umano, già impietosamente descritte da Nietzsche; rimane solo la perdita inevitabile del volto, che disegna la nostalgia di una vita mai vissuta in prima persona, e la conseguente assunzione della maschera, da cui proteggersi dal dolore degli altri e dalla fatica di riconquistare con sforzo e resistenza l’innocenza del proprio “essere al mondo”.

Non è certo complicato allargare l’orizzonte dello scenario rilkiano per vederci immersi, sfiduciati e stanchi, dentro la delusione del vivere, nell’epoca della globalizzazione. Più avanzano, di scoperta in scoperta, i frutti del sapere scientifico e tecnologico, più si distende nell’uomo la coltre oscura del lasciarsi vivere; certo convinto della perdita, ma anche rassegnato alla ineluttabilità del proprio destino, di cui si è perso il controllo.

Lo notava del resto anche Husserl, a conclusione della sua ultima opera Krisis, quando sosteneva che non c’è malattia più devastante, per quanti hanno a che fare con la pratica del pensiero, che essere posseduti dalla “stanchezza”, quasi l’essere prigionieri di una delusione costitutiva che blocca le possibilità di dare respiro alla vita intellettuale, con la riduzione del proprio lavoro a funzione burocratica di una istituzione, compito che potrebbe essere svolto da chiunque altro, che
appartiene, come tutti, a quel “mondo organizzato attorno all’idea di funzione”, per dirla con Gabriel Marcel.

Sa in tal senso di doversi aggrappare alla dura disciplina della ricerca, senza farsi incantare dal fascino discreto delle parole, molte volte sganciate da quell’esigenza infinita e implacabile che sempre ci riporta, nostro malgrado, allo splendore ma anche all’opacità della vita. Questo non vuol dire soltanto restituire il pensiero al libero rischio dell’intelligenza, ma anche alla tensione di attraversare il proprio tempo con trasparenza, che significa apertura ad accogliere e forza di
resistere. Accettazione e resistenza sembrano essere le condizioni originarie per ridare anima al pensare: la prima maggiormente rivolta all’attività vigile e critica dell’accoglimento delle interrogazioni e degli stimoli che incalzano
dall’esterno, l’altra che si configura come regola di perseveranza e di custodia verso tutto ciò che di essenziale ci è stato consegnato e che va difeso con fermezza e con grazia.

L’apertura ad accogliere può prendere anche il nome di “ragione”, quando questa indichi la passione di capire, la lucida volontà di penetrazione della complessità del mondo, la rappresentazione stupita del darsi della pura fatticità delle cose. Forza di resistere è invece un altro modo per indicare la “contemplazione”, quale attitudine nascosta volta a rifiutare l’uso idolatrico della mente e raccogliere la riflessione dentro la densità muta del mistero che non è certo quel luogo oscuro e
impenetrabile agli strumenti conoscitivi, ma quello spazio entro cui si condensa la vita segreta e la fedeltà all’Essenziale.

Va detto comunque che queste due differenti modalità del pensare si sono storicamente biforcate in due ambiti della conoscenza indipendenti ed autonomi: da un lato il sapere intuitivo e recettivo, dall’altro quello astrattivo e concettuale. Nella prospettiva della contemplazione si è infatti affacciata la convinzione che il pensiero discorsivo non può nulla, se non spingersi “al limite”, là dove tutte le espressioni linguistiche e conoscitive osano solo avvicinarsi, non tanto per
indagare o interrogare, quanto per ascoltare ed attendere la novità dell’avvento, dell’Altro che viene. Parte da qui quell’attitudine del pensare, che è l’indugiare dello spirito dentro il mistero, immergendosi in esso in modo intuitivo e estatico, così che la realtà nascosta esibisca tutta la sua intrinseca verità.

Nella prospettiva della ragione, al contrario, sembra prevalere la convinzione che il pensiero è il luogo di ottimizzazione della capacità di razionalizzare la natura e di definire la realtà –fisica e spirituale- attraverso la disciplina dell’astrazione, con cui poter confrontare, classificare l’immensa varietà di forme, di strutture e di fenomeni che ci circondano.
La conoscenza razionale, sia quella scientifica che umanistica, sembra pertanto presentarsi come un sistema di concetti astratti e simbolici, caratterizzato da una struttura lineare e consequenziale, a differenza del conoscere intuitivo che per sua natura appare asistematico, che procede in modo simbolico (riconoscendo l’impotenza del linguaggio a dar conto del vissuto), ma che utilizza i simboli e le metafore con modalità non lineari, non consequenziali; solo per consentire al
pensiero di procedere “oltre”.

In realtà la ricerca di ciò che inerisce all’umano non può che prendere vita proprio dall’intrecciarsi di queste due dimensioni del pensiero: radicato sulle ineludibili esigenze del presente, la ricerca non potrà che esporsi –pena il suo arretramento in una quiete stagnante- alle provocazioni che il futuro porta in sé e, d’altra parte, non potrà che esercitare una forma di pietà verso il suo tempo, contenendosi nel luogo della memoria, là dove si custodisce la verità mai interrotta del Tutto. Ancora altri modi per ridire la tensione propulsiva del movimento della ragione nella sua essenziale spinta in avanti, dentro il futuro, mentre il contemplare, vera opera di custodia del senso, sembra maggiormente orientata a prendere in consegna ciò che è stato, perché continui ad essere il cuore di ogni vera ricerca.

Né si pensi che questa doppia anima del pensiero attenga soltanto alle discipline dello spirito – la filosofia, la teologia o ogni altra scienza dell’uomo- quanto concerne la ricerca tout-court: ogni campo del sapere, nella diversità delle forme, dei metodi e degli scopi, contiene in sé questa duplice intenzionalità che riguarda la vita attiva del pensare, ristabilendone l’essenziale equilibrio al cui interno le risorse costruttive della ragione e l’opera di custodia della contemplazione sono
compresenti e si sostengono a vicenda.

Ricordo qui come Walter Benjamin caratterizzava il lavoro della ricerca, nel dovere cioè di “ricomporre l’infranto”, nel sostenere l’urto della bufera che spinge la storia con il suo carico di rovine verso il futuro che è anche tempo che sta alle spalle, tempo del ritorno, tensione verso l’origine, là dove può compiersi l’opera di ricomposizione dell’oscura
frammentarietà della nostra esperienza del mondo.

“L’origine è la meta”, dirà Karl Kraus; come dire che la spinta in avanti che la razionalità promuove con tutto il suo carico di attese e di provocazioni porta in sé, costitutivamente, l’esigenza di radicamento all’origine, a tutto ciò che è stato, in termini di custodia del passato, di trasmissione della memoria, operando con forza un’azione di resistenza contro il lavoro di dissoluzione del tempo.

Non si possono scindere questi due movimenti, pena la perdita dell’ossigeno e la conseguente crisi respiratoria che provoca l’interruzione del respiro, che ha bisogno sia dell’inspirazione, dell’energia raccolta da fuori e continuamente disponibile, che dell’espirazione che è il frutto riossigenato dell’attività creativa del pensiero contemplativo. In questo caso è la potenza simbolica della metafora a supplire la carenza del linguaggio esplicativo, visto che è proprio la metafora a
raccogliere in sé il cuore del senso, divenendo ponte tra il dicibile e l’indicibile.

Ad una densa metafora si vuole qui alludere, estrapolandola da quel ricco deposito di verità custodito nella Sacra Scrittura. Si parla qui, nel libro di Genesi al capitolo 28, di un giovane fuggiasco che, solo e impaurito, affronta la notte; il suo nome è Giacobbe. Da sempre protetto dalla madre Rebecca, cerca con l’inganno di guadagnarsi la primogenitura e l’affetto del padre che, cieco, lo scambia per il fratello Esaù. Da sempre preferito da Isacco, Esaù è atletico e attivo, a differenza di lui che, secondo la tradizione talmudica, passa il suo tempo sui libri vivendo in prevalenza sotto una tenda. Per sfuggire all’ira del fratello è così costretto a scappare e a mitigare la paura dell’ignoto che la notte annuncia, rifugiandosi nel sogno. Che questo non è sempre fuga dalla realtà, ma desiderio di affidamento ad un altro, per sfuggire almeno un poco al vuoto del mondo. Così si legge in Genesi 28, 10-12:

“Giacobbe partì da Bersabea e si diresse a Carran. Capitò così in un luogo dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la cima raggiungeva il cielo ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”.

Niente in quel luogo appare ospitale, se soltanto una pietra è raccolta per approntare un giaciglio; la notte comunque non porta incubi pesanti, ma solo la leggerezza di un sogno dove appare una scala, e dove Giacobbe vede salire e scendere degli angeli. La scala –così si legge- è ben appoggiata a terra, la cima invece sembra innalzarsi in alto, raggiungere il cielo senza alcun punto fisso. Gli angeli, dal canto loro, non invitano il giovane a salire –quasi ad indicare l’esigenza di un suo
presunto cammino ascensionale verso l’alto, verso Dio-. Salgono e scendono su di essa senza un apparente motivo, senza che nell’immediato si imponga l’evidenza di una verità. Anche Dio –almeno per ora- è assente, ma al risveglio Giacobbe sa: quel luogo è presenza di Dio e porta del cielo ( Gn 28,17).

Intere generazioni di rabbini si sono consumati nel commento e nell’interpretazione di questi versetti; la loro densità simbolica si è tradotta in una molteplicità di letture che si può tentare qui in parte di decifrare. Innanzitutto guardando agli angeli, creature sospese tra cielo e terra che nel sogno “salivano e scendevano”, così si legge, mostrando subito l’implicita problematicità del loro messaggio. Si chiedeva infatti il rabbi Shelomoh ben Yshaq, conosciuto come Rashi, maestro
del rabbinismo medievale, del perché salissero prima di scendere, invertendo quell’ordine logico che li avrebbe dovuti vedere prima scendere, dal luogo della loro dimora, e poi salire.

Si può pensare, al riguardo, che per prima salivano perché è ai piedi della scala che vivono, sulla terra cioè, realizzando in pienezza alcuni possibili modi dell’esistenza umana. E’ ancora Rilke che nelle Elegie Duinesi disegna la suggestiva fisionomia dell’angelo nel suo continuo rinvio all’ ulteriorità dell’Altro mai pienamente dicibile, eppure in grado di indicare –nella compiutezza di questa rivelazione- il punto di incontro nel mondo tra un’oggettività, che niente sa della
profondità della coscienza e una soggettività che niente sa delle cose e che rischia di cadere in un intimismo estraniato dalla terra.

Se è credibile la convinzione, più volte espressa nella tradizione ebraica, che l’angelo rappresenti l’io segreto che forma e avvolge l’essere umano, si può supporre che gli angeli, visti in sogno da Giacobbe, indichino con il loro doppio movimento di salita e di discesa il dinamismo stesso della ricerca, intessuta di ragione e di contemplazione, dal momento che chi sale non è chiamato a svolgere alcun lavoro ascetico che usualmente viene assegnato al contemplare, quanto ad attivare il cammino creativo e dinamico del comprendere razionalmente, che inizia con l’apertura verso le cose , che per essere viste meglio, vanno portate in alto. La contemplazione, al contrario, è rappresentata dall’angelo che scende, rappresentando la spinta segreta del sapere, illuminato dall’alto e quindi destinato a neutralizzare ogni forma idolatrica della conoscenza.

Ed ancora: si può penetrare la paradossale geometria dei tanti angeli che il pittore Paul Klee ci affida e che tanto facevano pensare Benjamin. La formale precisione di questi disegni, indice di una sostanziale unità e semplicità della loro fisionomia può essere letta come un ulteriore spia dell’unità di azione e contemplazione, di parola e silenzio, di vita attiva e di resa all’invisibile.

Vale la pena ricordare anche i colori accesi e contrastanti della pittura di Marc Chagall che raffigura proprio l’episodio biblico della scala di Giacobbe, dove il contrasto di luce e buio che avvolge il movimento degli angeli, che riproducono fattezze umane, attiene essenzialmente alla vita dell’uomo e in particolare al lavoro dello studioso il cui compito, trasformare il percepibile nell’impercepibile e l’invisibile nel visibile, dona alle cose un senso compiuto attraverso la fatica instancabile della riflessione, della penetrazione ed infine nella parola. Non è un caso che il Giacobbe di Chagall
non è raffigurato supino, in atteggiamento di passivo abbandono nel sonno, ma è raffigurato in posizione eretta con il volto sofferente e pensoso.

Un ultimo cenno a questa metafora, in particolare alla scala, che i maestri del Talmud, appassionati di mistica geometrica delle parole, interpretavano, confrontando il termine ebraico “sullam” (la scala, appunto) con quello del monte Sinai (Sinay), che in base alla gemiatrah possiedono lo stesso valore numerico, il 130, segno di preparazione all’ingresso della presenza di Dio nella storia del suo popolo. Sia la scala che il monte preludono inoltre alla risposta pronta dell’uomo, espressa nel proponimento, dopo l’ascolto della Torah da parte di Mosè, che “ tutto quanto abbiamo sentito, lo faremo e lo ascolteremo” ( Es 24,3).

Lo “faremo”, si legge, ancor prima di “ascolteremo”, anteponendo cioè l’agire all’ascolto; come dire –per tornare al nostro tema- che l’impulso attivo della ricerca , mossa dalla ragione, si muove prima ( come gli angeli che prima salgono), ma si alimenta di vita solo se ascolta, si fa contemplativa, nel custodire la memoria degli eventi rivelatori e redentori, che per i credenti hanno questi nomi: Dio ha parlato e l’uomo ha risposto, e poi ancora: Dio ha dato il Figlio e il Logos si è fatto carne ( Gv 1,14).

2. Il pensiero che nutre la ricerca ha dunque non soltanto il significato di una ratio (che è il necessario ordine concettuale e rappresentativo della realtà e che struttura il nostro sapere), ma anche quello del Logos, del verbum (e cioè quello di una “parola” che chiama e che va accolta e custodita). Come dire che la riflessione, anche quella consumata nella solitudine, ha una dimensione dialogica, all’interno di una circolarità virtuosa che viene ad instaurarsi tra l’autonomia del
percorso razionale e l’eteronomia della voce che interpella e che reclama l’attitudine contemplativa.

Non si dimentichi che per i credenti “uno solo è il Maestro” ( Mt 23,8), non tanto, o non solo perché è l’unico a trasmettere il messaggio, il contenuto cioè di una profezia messianica, ma anche perché è il solo ad incarnare l’unità sostanziale di messaggero e di messaggio ( “ Io sono la via, la verità e la vita “ [Gv 14,6] ) offrendo lui stesso le modalità per declinare la fede accolta e pensata dentro la pratica di vita e l’impegno nel mondo. La sequela si misura così nel solcare orme già tracciate, nella consapevolezza che, in nome dell’unico Maestro, ci è concesso di essere, se mai, “guide”, coloro che orientano, consigliano, direzionano verso la verità attraverso l’arte e la disciplina dell’insegnamento. Qualsiasi sia il suo contenuto, questo dovrebbe poter inaugurare nell’allievo il passaggio personale alla fede che, dalla sua espressione oggettiva, deve impiantarsi su di una forma originaria e unica.

Orientare verso l’esperienza della fede significa in tal modo avviare alla propedeutica dell’incontro esigente, perché l’uomo è, per dirla con Rahner, “colui che sta in ascolto di una possibile rivelazione di Dio”. Egli deve dunque “necessariamente fare i conti […] con un possibile parlare di Dio che rompe il suo silenzio e schiude i suoi abissi allo spirito finito”. La fede cristiana gioca qui la sua partita decisiva: fede è confidenza, certezza che l’Altro è là, non per neutralizzare le proprie paure, ma perché dimostra di tenere all’uomo, così che questa fiducia possa essere comunicata ad altri e partecipata nella carità.

La domanda, che sempre dovrebbe attraversare la fede, assume la configurazione dell’interrogativo posto da Gesù ai suoi: “ Chi dite che io sia?” ( Lc 9,18), valorizzando la trama dialogica di ogni cercare, dal momento che Dio stesso si offre sia alla domanda che alla risposta.

Di fronte a questo dato muta la tradizionale concezione dello studioso isolato, che nel distacco dai rumori del mondo, elabora il suo personale progetto conoscitivo sull’uomo. L’esercizio duro ed esaltante della riflessione e del sapere si converte in gesto etico e sacramento religioso, dal momento che la solitudine operosa prepara la destinazione sociale dell’impegno, dando energia e fecondità alla pratica contemporanea di ricerca e di insegnamento.

L’incontro tra solitudine della ricerca ed esperienza intellettuale intersoggettiva trova nella struttura didattica del “seminario” una risposta convincente e propria della densità dialogica di ogni pensiero credente. Ognuno di noi sa che l’attività seminariale , coerentemente vissuta, comporta sempre una esperienza comunitaria, al cui interno possono affacciarsi problemi radicali sul senso stesso della ricerca, sulla qualità dei rapporti intersoggettivi, sul significato stesso dell’oggettività e del rigore proprio di ogni sapere. Quasi sempre regolato da una precisa pratica metodologica, il seminario
oscilla in libertà tra l’eros della ricerca e la criticità del confronto e, sia pure guidato dal docente, si muove talvolta in un dinamismo dialogico che svuota l’impianto gerarchico e pone tutti –professore ed allievo- dentro una comune tensione che sfocia in una comunità di linguaggio e in una comunione di interessi. Il testo che si ha di fronte è per tutti l’unico ideale maestro e, una volta iniziata la lettura e il confronto, prende corpo il risultato di una produzione collettiva o, almeno, un suo primo possibile abbozzo.

Questo non significa, è ovvio, che il seminario debba produrre un appiattimento delle rispettive identità, creando una innaturale fusione, una sorta di cameratismo intellettuale, al cui interno si perdono le giuste coordinate della relazione maestro-allievo. Se il professore vuole essere una guida, non può che coltivare quella necessaria distanza, capace di neutralizzare i rischi di una demagogica influenza e realizzare una presenza che genera e che trascende l’incontro, che apre
l’orizzonte di colui che ascolta, che offre al pensiero quegli stimoli necessari ed anche capaci di fermarsi al margine del mistero dell’essere di ciascuno, margine che va lasciato intatto sulla via del personale risveglio.

Incarnando idealmente la sintesi operosa tra presenza e assenza, tra logos e verbum, tra domanda e ascolto, il seminario libera la scena da quel prodotto di pensiero autoreferenziale che la lezione accademica necessariamente comporta, e scompaginando l’intenzionalità rigida di ogni parziale lettura, corregge e riorienta la ricerca verso impensabili piste.

Proposta didattica ideata per avvicinare alla pratica difficile della lettura guidata dei testi classici (almeno nelle facoltà di area umanistica), il seminario vive dell’assalto delle interrogazioni radicali e di quel pensiero “recettivo”, che impone l’apertura dello sguardo e l’immersione intuitiva dentro le parole che il testo annuncia. Ciò che, infatti, colpisce chi legge è il darsi complesso di un costrutto linguistico, frutto della fatica di chi lo ha pensato, e che esige una passività illuminata, una contemplazione vigile contro la spontaneità irruente della ragione moderna, quella che pretende di
gestire in modo autonomo la sufficienza delle rappresentazioni concettuali.

Si tratta insomma di una precedenza, che il testo reclama e che presuppone una meditata immersione, un silenzio produttivo per una ricerca comune del senso, che prorompe all’improvviso da una voce e poi da un’altra ancora, come un poco di ammasso di neve in cima alla montagna, che scende sempre più veloce, sino a trasformarsi in una grande valanga. Non importa se dopo
qualche ora si è ancora alle prime battute del testo; ciò che interessa –lo hanno così finemente analizzato filosofi come Heidegger e Roland Barthes- è che si giunga infine insieme a salire e scendere numerosi per quella scala, per riprendere ancora la nostra metafora biblica.

Roland Barhtes preferisce parlare del seminario come un giardino pensile, sospeso e leggero, libero dal frastuono della città, dove l’argomento spesso è un pretesto per rendere visibile il fluire del rapporto dialogico e quell’atmosfera comunitaria che deborda dallo spazio istituzionale, e matura nel contatto del testo studiato, là dove si tocca e si è toccati dalla “cosa stessa”, dall’inedita cristallizzazione del pensiero, che esige di essere riascoltato.

Così che nella solitudine del proprio lavoro, lo studioso raccoglie con stupore l’armonia sregolata delle tante voci e la mette a frutto, dando un qualche ordine che, forse, all’incontro successivo verrà rimesso di nuovo in discussione. Certo, questa non è che una forma dell’esercizio didattico universitario; contiene comunque quei tratti peculiari che possono rendere feconda la ricerca, immettendola nell’alveo inquieto di ogni vita intellettuale.

Più capace di raccogliere il senso della realtà –la ragione-, più disposta a recepire la verità nel suo darsi – la contemplazione- entrambe si coagulano nella ricerca, attente al monito della Scrittura, secondo cui “Initium sapientiae timor Domini” (Pr 1,7). C’è da chiedersi in ultimo cosa possa intendersi oggi per “ timor Domini”, se non il mantenimento della doppia fedeltà al Dio ineffabile, da un lato, e alla realtà del mondo, dall’altro. In un equilibrio che riscatti la dignità dell’infranto e la rassicurante armonia dell’Uno necessario. Che ricomponga, ogni volta, di nuovo, l’attitudine riverente al mistero, quello che conferisce grandezza alla mente e fertilità all’anima. Nella consapevolezza che il timore di Dio è anche il coraggioso affidamento a quella scala che, poggiata saldamente sulla terra, è in cima come sospesa in cielo, in quel punto invisibile che rimane segreto e che nutre la nostra attesa e la nostra speranza.

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Riferimenti bibliografici

-- R.BARHES, Al seminario, in AA.VV., In forma di parole, V (1984), pp. 266-286.

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-- P. RICCI SINDONI (a cura di), La sentinella di Seir. Intellettuali nel Novecento, Studium, Roma 2004

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