lunedì 8 settembre 2008

Natività di Maria III

S. Efrem si rivolge così a Cristo: "Vedi, Fuoco e Spirito sono nel ventre di lei che ti ha portato,
Fuoco e Spirito sono nel fiume in cui sei stato battezzato.
(Inni sulla fede)

Il tema di Cristo come fuoca nel grembo di Maria è molto popolare nella poesia siriaca antica. In un lungo poema in forma di dialogo, dove l'angelo Gabriele e Maria parlano in strofe alternate, troviamo:
Maria:
"Mi hai inquietato moltissimo ora, perché se come dici, Egli è tutto fiamma, come non succederà niente al mio grembo al fuoco che vi abiterà?"
Gabriele:
"Il tuo grembo sarà ricolmo di santità,
sigillato dalla Divinità nascosta:
un luogo che è santo
è assai amato da Dio come un luogo dove apparire.
Un anonimo inno su Maria così inizia:
Ero pieno di meraviglia presso Maria mentre allattava
l'Approvvigionatore di tutte le razze diventato bambino.
Egli era fuoco nel grembo della vergine,
ma lei non si è bruciata nelle fiamme!
Amorevolmente ha abbracciato il Carbone ardente,
eppure non ha sofferto danno, perché lo ha tenuto in onore;
il Fuoco ardente si è incarnato
ed è stretto nelle mani di Maria".
(Nell'immagine Natività di Maria, dipinto su stoffa, MLA)

Preghiera

A Colei che regna servendo

Ave o Maria
creatura di cielo e di amore
tu hai il manto di stelle
e la corona di regina.

Tutte queste cose hai guadagnato servendo
solo la tua umiltà ti ha incoronata,
non la superbia, non la smania di potere,
non la curiosità morbosa.
La tua fede ti ha resa Madre delle madri
e dell'umanità intera.

O monito dell'umanità intera,
creatura angelica e pratica,
a Cana fosti tu la prima ad accorgerti
che gli sposi non avevano più vino.
(Quanti sposi dei nostri giorni non hanno più vino?)

Per tua intercessione l'acqua divenne vino,
e lo stesso vino, poiché tu non avesti timore
di accogliere in te lo Spirito,
ogni giorno per noi sull'altare
si trasforma nel sangue del Figlio tuo.

Beata Colei che accettò di farsi riempire dal mistero!
Quanto grande e forte era la fede tua
per accettare situazione umanamente ignominiosa,
per dare carne all'Incarnazione della vita
e per accettare che fosse poi messo a morte.

Antica e sempre nuova creatura, cosa hai da dire ancora a noi
gente del terzo millennio?
Certamente questa corona e questo manto
che tutti vengono a baciare
non guadagnasti con il disprezzo e l'alterigia,
e dire che motivi ne avevi per considerarti superiore!

Tu ci insegni che si regna solo servendo.
E cos'altro hai da dire a noi confuse creature?
Tu umile, semplice, silenziosa e accogliente
così come deve essere il grembo di ogni donna,
fosti incoronata in cielo regina dei santi,
ma perché proprio tu, te lo chiedesti vero?

Io ti prego concepisci ancora,
concepisci purezza e santità,
tutta la terra sta aspettando.
Hanno sete di accoglienza e di amore,
hanno sete di perdono.

Tu che senza timore sfidasti le convenzioni,
poiché tu solo sapevi che non conoscevi uomo,
ti prego donaci il tuuo coraggio,
insegnaci ad amare chi ha più bisogno,
insegnaci ad amare gratuitamente ogni creatura,
come fa il Padre nostro nei cieli,
insegnaci ad amare chi non ci ama
proprio come fece il frutto del grembo tuo.

A te affidiamo oggi, o Madre, in modo speciale gli operatori di pace! Amen





Natività di Maria II

Il grembo del fonte battesimale può anche essere paragonato al grembo di Eva, come in un'antica liturgia battesimale siro-occidentale attribuita a Timoteo di Alessandria:
"Invece del grembo di Eva che generava figli mortali e corruttibili, possa questo grembo di acqua generare figli celesti, spirituali e immortali".
Secondo questa immagine del fonte battesimale come un grembo spirituale, troviamo il fonte descritto anche come "la nuova madre spirituale che generò spiritualmente dal suo grambo il popolo dei cristiani", (Severo) o come " la madre che ogni giorno mette al mondo degli immortali" (Giacomo di Sarug).
(Nell'immagine icona bizantina contemporanea del Santo Monte Athos, "Panaghia Zoodoko Pighi")

Natività di Maria I

Maria ed Eva nei loro simboli
assomigliano ad un corpo, i cui occhi
uno è cieco e oscurato mentre l'altro
è chiaro e luminoso,
e dà luce a tutto.
Il mondo, tu lo vedi, ha due occhi in sé:
Eva, il suo occhio sinistro, cieco,
mentre l'occhio destro,
luminoso, è Maria.
Attraverso l'occhio che fu oscurato
il mondo intero fu oscurato,
e il popolo andava a tentoni
e pensava che ogni pietra
su cui inciampava fosse un dio,
chiamando una menzogna verità.
Ma quando fu illuminato dall'altro occhio,
e dalla Luce celeste che risiedeva in esso,
allora gli uomini furono riconciliati ancora una volta,
e compresero che ciò in cui avevano inciampato
distruggeva la loro vera vita.
(S. Efrem, Inni sulla Chiesa, spiritualità siriaca; nell'immagine, Senza titolo, MLA, tempera su legno, 1995)

mercoledì 3 settembre 2008

Teologia: cenni storici

Che cos'è un teologo, chi lo è e chi non lo è, e a cosa serve? Qual è il compito del teologo e quale posto occupa, quale funzione gli compete nella Chiesa e nella società?
La fede cristiana non può fare a meno della teologia e quindi dei teologi, è un’esigenza fondamentale e permanente, fin dalla sua origine la fede cristiana si è espressa attraverso determinate teologie. Già nel Nuovo Testamento accanto alle grandi teologie di Paolo e di Giovanni si indicano anche quella di Matteo, Marco, Luca. La fede cristiana è una risposta viva e personale a un Dio che è entrato in rapporto con gli uomini parlando. Un Dio che mira a farsi capire. La teologia è lo sviluppo della parola di fede come risposta alla Parola di Dio; essa si trova in germe nella fede di ogni cristiano e quindi per certi aspetti, è una caratteristica esclusiva del cristianesimo. Se nella Chiesa non tutti sono teologi nel senso esatto e rigoroso della parola, è vero pure che ciascun cristiano è in un certo modo teologo e può essere chiamato a divenirlo ancora più. Il teologo propriamente detto è colui che si caratterizza per una competenza; è uno che parte da una conoscenza approfondita dei documenti della fede ed è quindi in grado di valorizzarne con rigore il contenuto. Ma sarebbe sbagliato pensare che questi compiti affidati ai teologi professionisti dispensino gli altri cristiani dal coltivare la loro fede sul piano della informazione e su quello della riflessione. Essi devono fare tutto il possibile per arricchirla e farla crescere secondo le proprie capacità intellettuali e in sintonia con l'accrescimento della loro cultura generale. Nella Chiesa non è mai venuto meno il servizio teologico anche se non sempre assegnato allo stesso modo. Il Nuovo Testamento certifica che sin dalle origini esistevano carismi e ministeri differenziati. Tra i carismi ecco quello di "dottore"; tra i ministeri ecco l'insegnamento. Negli Atti leggiamo (13,1) "C'erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori". Nella Prima Lettera ai Corinzi S. Paolo elenca tutte le varie mansioni: "Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa come apostoli, in secondo luogo come profeti, poi come maestri, poi vengono i doni di far guarigioni..." Ognuno ha una funzione come risposta a una chiamata o se si vuole a una grazia specifica; e questa diversità forma la ricchezza della Chiesa. E sempre Paolo nella Lettera agli Efesini: "E' lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo". (4, 11-13)
E' certa l'esistenza di un ministero dell'insegnamento e di dottrina affidato a "dottori" o "maestri" e non sembra che si confondesse col ministero dell'apostolato, perché allora non ci sarebbe stato bisogno di citarlo e di insistere sulla natura distinta di queste differenti funzioni. Si può dire che nella Chiesa non c'è mai stata una rigida divisione del lavoro sul modello industriale, per la totale libertà divina nell'elargire grazie e suscitare vocazioni, i compiti e i servizi nella Chiesa non rimangono affatto impermeabili e "stagni". Una stessa persona può essere chiamata a prestarne contemporaneamente più d'uno. S. Paolo teneva molto al suo titolo di Apostolo, (1 Corinzi 9,1; Galati 1,1) Ma chi non gli darebbe anche il titolo di dottore?
Nei primi secoli cristiani i grandi dottori, quelli che oggi noi chiameremmo teologi furono spesso dei vescovi, dei pastori, (Basilio di Cesarea, Ireneo di Lione, Gregorio Nisseno e Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo, Ambrogio, Agostino) anche se non mancarono eccezioni da Origene a Tertulliano o a Gerolamo. Nel medioevo la funzione del teologo prende più consistenza, svincolandosi da rapporti diretti con gli incarichi pastorali. Si impone il concetto di teologia come disciplina a sé, più tardi assunta al rango di scienza. Siamo nella fase della nascita delle università, luogo d'incontro tra tante forme del sapere, ciascuna delle quali è chiamata a qualificarsi. I titoli di dottore o maestro in scienza sacra all'epoca oltre a indicare qualifiche e funzioni di Chiesa, collocavano pure chi ne era insignito nell'ordine generale della cultura e della società. I teologi erano i docenti di una scienza particolare, prima ancora che predicatori o catecheti. Tommaso d'Aquino resta la personificazione più alta del nuovo tipo di teologo. Destinato a non scomparire più. Il teologo è e rimarrà anche colui che possiede, col dovere di trasmetterla, una conoscenza precisa e rigorosa della Scrittura e della Tradizione della Chiesa. Potrà essere più o meno geniale o potrà limitarsi a esporre conoscenze e riflessioni dei predecessori e di colleghi, ma potrà pure compiere elaborazioni personali e più o meno nuove, rispondere a domande nuove o inedite per raggiungere nuovi destinatari. Coltivata prima nelle università e nei monasteri, dopo il Concilio di Trento la teologia si diffuse anche nei seminari, voluti dal Concilio per una formazione maggiore del clero. Nello stesso tempo si affermava anche il magistero dei vescovi e del Papa, ma non si tratta di magisteri in concorrenza tra loro, né di magisteri paralleli, come spiega l’Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 1990. L’Istruzione ricorda la distinzione di S. Tommaso tra il “magisterium cathedrae pastoralis” e il “magisterium cathedrae magisterialis”, ossia dell’insegnamento. Ma nessuno dei due potrebbe incorporare l’altro. Il loro rapporto corrisponde piuttosto a quel sistema di equilibrio decentrato di cui parla lo storico J. Le Goff in Naissance di Purgatoire. Questo schema però è valido quando la struttura gerarchica della Chiesa si accompagna al riconoscimento di una pari dignità tra i battezzati, estesa anche al campo delle rispettive attività secondo il canone 108 del Codice di Diritto Canonico: “Tra tutti i fedeli per il fatto della loro rigenerazione nel Cristo, esiste, quanto alla dignità e all’attività, una vera uguaglianza in virtù della quale tutti cooperano all’edificazione del Corpo del Cristo secondo la condizione e la funzione proprie di ciascuno”.
La Chiesa è essenzialmente comunità di fede, e solo in relazione al servizio della fede i suoi membri possono avere differenti collocazioni. Solo in relazione al servizio della fede la Chiesa, sebbene costituita da uguali è anche strutturata gerarchicamente. In queste prospettive il magistero dei teologi e quello gerarchico non si possono definire paralleli. La Chiesa gerarchica stessa conferma la funzione dottrinale dei teologi, interni o esterni che siano, alla gerarchia. Negli ultimi decenni, dopo essere stata esclusivamente appannaggio dei chierici, la teologia oggi è coltivata da un numero considerevole di donne, religiose o laiche e anche da uomini sposati. Si notano ancora oggi anche nuovi luoghi in cui si fa teologia al di là di università o seminari. Alla teologia tradizionalmente è stato affidato un compito apologetico, ossia di difesa e giustificazione della parola di fede. Tale compito richiede rispetto e modestia. Resta il fatto che ogni teologo è responsabile della tradizione della fede (della sua fedele consegna da una generazione all’altra) davanti al mondo. Lo è altrettanto di fronte alla Chiesa, ossia al popolo credente e alle istanze gerarchiche. C’è infine la responsabilità del teologo di fronte a Dio. Non si deve mai dimenticare che il suo dovere consiste nel parlare di Dio. Teologia significa letteralmente “discorso relativo a Dio”. Parlare di Dio significa parlare di Colui che non appartiene a nessuno e che si è fatto conoscere solo perché noi possiamo continuar
e a cercarlo nella verità.

martedì 2 settembre 2008

Teologia: Intervista

Intervista inedita al Card. Georges M. M. Cottier, allora teologo in carica della Casa Pontificia, realizzata al Priorato di S. Pierre, (Aosta) il 24 agosto 2002

***

Quali sono i più diffusi errori teologici odierni e le sfide più impegnative per i cattolici del terzo millennio?

E’ una grossissima questione. Gli errori teologici ci sono sempre stati. Perciò c’è un Magistero della Chiesa che ci ricorda quale è l’interpretazione autentica della parola di Dio, perché la teologia è una riflessione umana alla luce della fede sul contenuto del messaggio biblico evangelico, questo messaggio è ricchissimo e anche complesso, c’è sempre stata la possibilità di fare degli errori di interpretazione, perciò per noi cattolici questo messaggio della parola di Dio è affidato alla Chiesa e nella Chiesa è affidato al Magistero della Chiesa che ci dice qual è la linea giusta. Questo non toglie la necessità della teologia, nel senso generale di riflessione fatta innanzi tutto da tutti i cristiani che devono “pensare” la loro fede, poi c’è una disciplina più specializzata, scientifica, chiamiamola teologia, che è un discorso di riflessione sul contenuto, le ricchezze e l’armonia del messaggio rivelato, e questo è il quadro generale. Tutti i grandi Concili ecumenici sono intervenuti perché c’erano degli errori, delle difficoltà di interpretazione, prima di tutto sull’identità di Cristo, sul mistero stesso di Dio o sul mistero della S. Trinità. Questo mi sembra l’asse della riflessione teologica che ha provocato la Chiesa a precisare e lo fa lungo tutta la sua storia. Oggi mi sembra che i problemi più delicati riguardano l’incontro con le altre religioni. C’è la tendenza da parte di molta gente ad accorgersi della ricchezza che tutte le religioni possono contenere e di porre come una equivalenza di tutte le religioni senza vedere qual è la singolarità e la trascendenza del messaggio cristiano centrato sulla persona stessa di Gesù Cristo.

Si può dire che esistono delle mode, delle tendenze nella teologia?

Si può dire perché la teologia come tale è una disciplina umana, cioè non è Magistero. Il Magistero è assistito dallo Spirito Santo e può dire questo è giusto o questo è falso. Ma ciò non toglie la necessità della riflessione che può dipendere dai problemi ai quali un epoca è più o meno sensibile o può dipendere dalle filosofie che sono più forti in un’epoca che in un'altra. Tutto questo ha un influsso sul lavoro teologico. Da sé la teologia non dovrebbe cedere alle mode, la moda è una cosa effimera.

Karl Rahner in “Scritti teologici” (1970) ha scritto che l’interlocutore decisivo della teologia non sarà più in futuro la filosofia nel senso tradizionale, ma saranno le scienze del tempo, pluraliste e non filosofiche e con la concezione dell’esistenza che sapranno creare direttamente o favorire indirettamente si presenteranno come l’interlocutore della teologia senza passare per la filosofia. Cosa ne pensa, è accaduto?

Non sono pienamente d’accordo con questo pensiero di Rahner, perché tutte le scienze “ricercano” e gli scienziati si rivolgono a dei problemi che non sono direttamente risolvibili dalla scienza stessa, cioè c’è sempre stata dietro le scienze una filosofia implicita e una mediazione della filosofia è necessaria. E’ vero che molti problemi ci arrivano proprio a partire delle scoperte scientifiche e anche dalle scienze umane, ma non vedo come si possa fare economia di questa mediazione della filosofia.

La difficoltà di comprensione fra teologi e Magistero scaturiscono da un difficile compito di cui parlò a Parigi nel 1980 Giovanni Paolo II di fronte ai responsabili delle università cattoliche: unificare due ordini di realtà che vengono talora percepiti come antitetici, la ricerca della verità e la certezza di conoscere già la fonte della verità stessa. Ma questo nel 1980 prima dell’Enciclica Fides et Ratio. Cambia qualcosa ora ?

No, la problematica è sempre la stessa e la risposta è sempre la stessa, già dai tempi dei Padri della Chiesa. E’ stata elaborata in maniera magisteriale dal Concilio Vaticano I, quando si è parlato della ragione e della fede, perché la filosofia è una disciplina umana che cerca di rispondere ai grandi problemi che l’uomo si pone e che la realtà umana ci pone, con i mezzi propri dell’uomo. L’uomo è dotato di una ragione che è capace di cogliere il vero, tema che è molto sottolineato dall’Enciclica “Fides et Ratio”. Invece la fede riceve la parola di Dio ma non si tratta dello stesso oggetto, perché la ragione conosce questo aspetto della realtà che è alla portata della ragione umana e la ragione stessa umana può capire che ha dei limiti, può arrivare a conoscere per esempio l’esistenza di un Dio, le tracce di Dio nella natura, come Creatore, questo lo dice già S. Paolo all’inizio della Lettera ai Romani, invece la rivelazione cristiana biblica che comincia nel Vecchio Testamento e continua nel Nuovo, la rivelazione cristiana ci apre il mistero stesso di Dio, cioè una cosa che la ragione umana da se stessa non può penetrare dunque al di là della ragione c’è tutto il mondo del mistero di Dio e del disegno si salvezza di Dio che possiamo conoscere soltanto se Dio si fa conoscere lui stesso; questo significa la “rivelazione” Allora il Concilio Vaticano I ha aggiunto una cosa molto importante: dicendo come l’origine, la fonte, la radice sia della ragione umana sia della rivelazione è Dio stesso, le due non possono contraddirsi. Se c’è una contraddizione vuol dire che qualche cosa nel ragionamento umano non è andata bene, infatti la Chiesa ha sempre favorito la ricerca filosofica.
Riferendosi ai suoi tormentati anni di ateismo, Edith Stein scrisse: “La mia sete di verità era una preghiera continua” oppure riferendosi al suo maestro Husserl: “Chi cerca la verità cerca Dio, che ne sia cosciente o no”.
Infatti S. Teresa Benedetta della Croce era anche una grande filosofa.

Un documento della Commissione teologica internazionale del 1976 faceva osservare che “non bisogna meravigliarsi né sperare che si arriverà mai ad eliminare appieno le divergenze. Al contrario, ovunque c’è vita c’è tensione”. J.N. Nicolas O.P. scriveva nel 1974: “La Chiesa è una società. In ogni società si danno tensioni fra i detentori di diverse responsabilità. Ciò non è solo inevitabile, ma è sano, è un segno di vita. Queste tensioni generano conflitti, di idee, di interessi, e di persone, le quali si impegnano a difendere con tutte le loro passioni, le più nobili e le meno nobili, nell’esercizio delle loro responsabilità. La Chiesa non sfugge a questa elementare legge sociologica. Non si tratta di teorizzare una conflittualità permanente. Si tratta invece di distinguere tra una conflittualità fisiologica, che è fattore di crescita, e una conflittualità patologica, che perturba l’organismo ecclesiale”. Cosa ne pensa?

E’ vero ancora. Il Magistero spiega cosa dice la parola di Dio e deve ripeterlo ad ogni epoca, il Magistero attuale parliamo, del Concilio Vaticano II, e dopo il Concilio di due importanti avvenimenti, la professione di fede di Paolo VI e il Catechismo della Chiesa Cattolica dell’attuale Pontefice. Sono aggiornamenti, cioè messa a disposizione nel mondo di oggi di queste verità, ma sorgono sempre nella storia dell’umanità nuovi problemi e non è detto che sia il Magistero il primo a vedere i nuovi problemi, spesso sono i teologi o anche della gente fuori della Chiesa a sollevare questi problemi. Il ruolo dei teologi è rispondere a questi problemi. E l’infallibilità non appartiene alla teologia, il teologo può onestamente sbagliarsi, ad un certo momento il Magistero dovrà intervenire e dire questa via è sbagliata o questa maniera di dire le cose non è giusta, o anche in alcuni casi dire che non è prudente lanciare nel popolo di Dio tale idea senza dare una giustificazione abbastanza approfondita, perché può succedere che uno veda una cosa giusta ma le giustificazioni che ne dà non siano pienamente giuste o solide. Poi esistono punti di approccio differenti secondo i teologi, vari teologi stessi sono in tensione. Nicolas diceva che “tensione” non vuol dire “contraddizione”, tensione vuol dire essendo tutti uniti nella fede, ricercare come le tensioni permettono di incontrarci ad un livello più profondo.

Negli ultimi decenni, la teologia, dopo essere stata esclusivamente appannaggio dei chierici, è coltivata da un numero considerevole di donne, religiose o laiche e anche da uomini sposati. Si notano ancora oggi anche nuovi luoghi in cui si fa teologia al di là di università o seminari. Come vede questo fenomeno? E’ un buon segno, in quanto sono punti di vista ancora diversi?

Certo. Pensare la nostra fede è una esigenza, l’ho detto all’inizio. Quando comincio pensare la mia fede non sono solo e neanche il primo che lo fa. E poi c’è stato lungo i secoli la costruzione di un patrimonio umano che è ricchissimo che è la tradizione teologica. Entrare nella conoscenza di questa grande riflessione umana dei credenti lungo i secoli mi aiuta a pensare e continua a riflettere diciamo che è una esigenza che ogni battezzato può sentire. Alcuni poi trovano proprio lì una vocazione specifica, molti laici, religiose, religiosi, fanno della teologia e, quando lo fanno bene, è un arricchimento grande e molto positivo per la Chiesa.

Se dovesse dare un consiglio a chi incomincia o chi vorrebbe incominciare lo studio della teologia.

Leggere bene il Catechismo della Chiesa Cattolica, che non è un libro di teologia ma ci dà la base , il patrimonio di fede, a partire da questo posso incominciare a capire. Se è possibile, seguire dei corsi, inizierei prima dai corsi biblici, l’esegesi, la fonte primaria della teologia è la Parola di Dio e dobbiamo conoscere bene la Parola di Dio, questo è il compito di questa disciplina teologica che si chiama esegesi. Quindi fare un buon corso di esegesi, sapere come comportarsi davanti alla Parola di Dio, la Bibbia. A partire da questo, seguire i corsi sulle parti essenziali della teologia, la teologia speculativa, cioè i grandi misteri della fede e la teologia morale che sono mondi immensi. Un corso di teologia sistematica, mi sembra una necessità per avere una visione globale del problema che può rimanere ancora in parte superficiale in un primo approccio, poi si può approfondire un tema, per arrivare a leggere i grandi teologi, S. Agostino, S. Tommaso, i Padri della Chiesa.

Coltivata prima nelle università e nei monasteri, dopo il Concilio di Trento la teologia si diffuse anche nei seminari, voluti dallo stesso Concilio per una formazione maggiore del clero. Nello stesso tempo si affermava anche il Magistero dei vescovi e del Papa. Ma non si tratta di magisteri in concorrenza tra loro, né di magisteri paralleli, come spiega l’Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 1990. L’Istruzione ricorda la distinzione di S. Tommaso tra il “magisterium cathedrae pastoralis” e il “magisterium cathedrae magisterialis” ossia dell’insegnamento. Ma nessuno dei due potrebbe incorporare l’altro. Questo schema però è valido nella misura in cui la struttura gerarchica della Chiesa si accompagna al riconoscimento di una pari dignità tra i battezzati, estesa anche al campo delle rispettive attività secondo il Canone 108 del Codice di diritto canonico: “Tra tutti i fedeli per il fatto della loro rigenerazione nel Cristo, esiste, quanto alla dignità e all’attività, una vera uguaglianza in virtù della quale tutti cooperano all’edificazione del Corpo del Cristo secondo la condizione e la funzione proprie di ciascuno”. Come dobbiamo intendere la distinzione di S. Tommaso?

Bisogna vedere il senso che dava a queste parole S. Tommaso. Forse parlava del magistero non come lo intendiamo noi, ma come del “ teologo che insegna”, pastorale in senso etimologico è il pastore che guida il popolo di Dio, il magistero dei vescovi e l’insegnamento dei maestri di teologia. Si sa che a partire dal medioevo l’università è centrata sull’insegnamento della teologia che è la disciplina regina dell’università medioevale. Il maestro di teologia è il maestro della fede che insegna le cose più alte. Sono due magisteri, ma oggi quando parliamo di magistero e pastorale la parola ha cambiato di senso. Diciamo magistero dottrinale quando si tratta della dottrina, pastorale quando si tratta della direttiva del pastore come guida del popolo di Dio. Ma il magistero in teologia è, secondo S. Tommaso, il teologo che insegna, ed è una missione ecclesiale, quando qualcuno insegna teologia ha un mandato della Chiesa, ma lui deve essere sottomesso al magistero dei pastori, dei vescovi, l’ultima parola viene dal magistero, la teologia è una disciplina che si fa alla luce della fede ed è una disciplina umana, invece il magistero è assistito dal carisma dello Spirito Santo e anche dal carisma dell’infallibilità, nei gradi più essenziali. Alcuni oppongono l’insegnamento dei pastori all’insegnamento dei teologi, ma come battezzato il teologo è anche sottomesso all’autorità dei pastori, dei vescovi.
Allora la Chiesa è essenzialmente comunità di fede, e solo in relazione al servizio della fede i suoi membri possono avere differenti postazioni. Solo in relazione al servizio della fede la Chiesa, sebbene costituita da uguali è anche strutturata gerarchicamente. In queste prospettive il magistero dei teologi e quello gerarchico non si possono definire paralleli. La Chiesa gerarchica stessa conferma la funzione dottrinale dei teologi, interni o esterni che siano, alla gerarchia.
Quando la Chiesa vede una qualità
eminente di dottrina in alcuni santi può proclamarli “dottori della Chiesa”, perché il loro insegnamento ci fa entrare pienamente e sicuramente nel patrimonio dottrinale della Chiesa stessa, questo non è legato al sacerdozio o all’episcopato, riguarda i battezzati, lo dimostra il titolo di dottore della Chiesa conferito ai più eminenti tra loro. E Paolo VI lo conferì per primo a due donne estranee alla gerarchia episcopale: Teresa d’Avila e Caterina da Siena, più vicino a noi è stato conferito da Giovanni Paolo II anche a S. Teresa di Lisieux.

Vuole dare un messaggio come religioso domenicano ai religiosi di oggi?

Se io sono filosofo e teologo è perché sono Domenicano. L’Ordine Domenicano è l’ordine della predicazione, cioè dell’annuncio della fede, tutto quello che abbiamo detto finora, l’aiuto ad aiutare la gente a penetrare il mistero della fede, con una dimensione missionaria e apostolica. S. Tommaso diceva che la nostra vita religiosa deve essere trasmettere agli altri il frutto della nostra contemplazione, la nostra teologia deve essere radicata nella preghiera, nella ricerca della perfezione cristiana, che è la carità. Due elementi fondamentali sono l’ufficio divino e la vita fraterna, perché, come diceva Paolo VI, la testimonianza fa parte della predicazione, non si può separare predicazione e testimonianza e la testimonianza è la testimonianza della comunità cristiana, cioè l’amore fraterno deve essere segno dell’amore di Dio. La vita consacrata, questo vale per tutti, è come un’anticipazione escatologica del regno, questo segno che è costituito dalla vita religiosa, la Chiesa ci tiene moltissimo. Essere teologo per me è quasi una conseguenza dell’essere religioso domenicano.
(
Maria Letizia Azzilonna )

lunedì 1 settembre 2008

"E Dio vide che era cosa buona" III

Dio disse: "Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra". E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e a luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. (Genesi 1, 14-19)

"E Dio vide che era cosa buona" 2

Dio disse: "Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto". E così avvenne. Dio chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. (Genesi 1, 9-11)

"E Dio vide che era cosa buona" I


"E Dio vide che era cosa buona"
(tecnica mista su legno)

Dal libro della Genesi:


Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina. (Genesi 1-6)


1 settembre
2008 - Giornata per la salvaguardia del creato


Sobrietà negli stili di vita per difendere la terraL'invito della Chiesa italiana nella Giornata per la salvaguardia del Creato

ROMA, lunedì, 1° settembre 2008 (ZENIT.org).- Un invito ad una “conversione ecologica”. E’ quello proposto dai Vescovi italiani che in occasione della terza giornata per la salvaguardia del Creato, che si celebra questo lunedì, hanno redatto un messaggio sul tema “Una nuova sobrietà, per abitare la terra”.

“Il pianeta - si legge - è la casa che ci è donata perché la abitiamo responsabilmente, custodendone la vivibilità anche per le prossime generazioni”.

Fondamentale, sottolineano i presuli, “la cura per un uso efficiente dell’energia, come pure la valorizzazione di fonti energetiche rinnovabili e pulite”, oltre a “una sobrietà intelligente”, in grado di “rendere meno gravoso il problema della gestione dei rifiuti”.

In una intervista alla Radio Vaticana, monsignor Paolo Tarchi, Direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha commentato che a suo avviso “chi soffre maggiormente un uso sconsiderato delle risorse del pianeta, certamente sono soprattutto le persone più povere”.

“Per questo – ha precisato –, è necessario avere uno sguardo sull’ambiente che, se da un lato recupera questa dimensione di una casa che è per tutti, dall’altro invoca anche un uso giusto per tutti delle risorse”.

“Lo slogan che ha pervaso e pervade ancora il nostro modo di agire - l’"usa e getta" - certamente chiede di essere ripensato in una logica in cui si fa uso delle cose, di quelle che servono e nello stesso tempo, se è possibile, si riciclano nella misura in cui questo lo consenta”, ha poi aggiunto.

( da ZENIT Agenzia Internazionale di notizie)







giovedì 28 agosto 2008

Agostino

Preghiera

Amatissimo padre di tutte le conversioni,
a te affidiamo quanti hanno ritrovato la gioia del Suo amore, dopo tanta ricerca, dopo tanto errare, custodiscili e proteggili dai falsi pastori, contro i quali tanto e bene scrivesti, dalle insidie di un passato che è duro a morire, dai pregiudizi di quei fratelli che non credono che Il Signore può fare nuove tutte le cose, dalle ostilità di quel mondo che non sa più offrire a chi ha sbagliato una seconda possibilità. A te affidiamo anche tutti i vescovi, perché come tu hai fatto si prendano autenticamente cura delle loro pecorelle e non siano loro stessi i primi a cadere nelle reti dei perversi condizionamenti o in quegli errori dottrinali che astutamente il maligno traforma in segni di apertura e modernità. A te affidiamo anche tutti coloro che hai chiamato con la loro cultura ad illuminare e a dare speranza a questo nostro tempo, a rendere intellegibile il Suo e il nostro mistero nella comunione amorosa con la Santissima Trinità, che, come Tu hai meravigliosamente vissuto e illustrato, è altro da altri generi di comunioni amorose. Fa, o amatissimo padre, che nessuno abbia a scoraggiarsi a causa delle incomprensioni, delle derisioni, di quanti vorrebbero cancellare l'opera d'arte che la Grazia del Signore compie in ogni cuore che si converte. Amen

venerdì 22 agosto 2008

Ottava dell'Assunta


Cari fratelli e sorelle,

torna ogni anno, nel cuore dell’estate, la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, la più antica festa mariana. È un’occasione per ascendere con Maria alle altezze dello spirito, dove si respira l’aria pura della vita soprannaturale e si contempla la bellezza più autentica, quella della santità. Il clima della celebrazione odierna è tutto pervaso di gioia pasquale. "Oggi – così canta l’antifona del Magnificat – Maria è salita al cielo: rallegratevi, con Cristo regna per sempre. Alleluia". Questo annuncio ci parla di un avvenimento del tutto unico e straordinario, ma che è destinato a colmare di speranza e di felicità il cuore di ogni essere umano. Maria è infatti la primizia dell’umanità nuova, la creatura nella quale il mistero di Cristo – incarnazione, morte, risurrezione, ascensione al Cielo – ha già avuto pieno effetto, riscattandola dalla morte e trasferendola in anima e corpo nel regno della vita immortale. Per questo la Vergine Maria, come ricorda il Concilio Vaticano II, costituisce per noi un segno di sicura speranza e di consolazione (cfr Lumen gentium, 68). L’odierna festa ci spinge a sollevare lo sguardo verso il Cielo. Non un cielo fatto di idee astratte, nemmeno un cielo immaginario creato dall’arte, ma il cielo della vera realtà, che è Dio stesso: Dio è il cielo. E Lui è la nostra meta, la meta e la dimora eterna, da cui proveniamo e alla quale tendiamo.

San Germano, Vescovo di Costantinopoli nel secolo VIII, in un discorso tenuto nella festa dell’Assunta, rivolgendosi alla celeste Madre di Dio, così si esprimeva: "Tu sei Colei, che per mezzo della tua carne immacolata ricongiungesti a Cristo il popolo cristiano… Come ogni assetato corre alla fonte, così ogni anima corre a Te, fonte di amore, e come ogni uomo aspira a vivere, a vedere la luce che non tramonta, così ogni cristiano sospira ad entrare nella luce della Santissima Trinità, dove Tu sei già entrata". Sono questi stessi sentimenti ad animarci quest’oggi mentre contempliamo Maria nella gloria di Dio. Quando Lei si è addormentata a questo mondo per risvegliarsi in cielo, in effetti ha semplicemente seguito per l’ultima volta il Figlio Gesù nel suo viaggio più lungo e decisivo, nel suo passaggio "da questo mondo al Padre" (cfr Gv 13,1).

Come Lui, insieme con Lui, è partita da questo mondo per tornare "alla casa del Padre"(cfr Gv 14-2). E tutto questo non è lontano da noi, come potrebbe forse apparire in un primo momento, perché tutti noi siamo figli del Padre, Dio, tutti noi siamo fratelli di Gesù e tutti noi siamo anche figli di Maria, Madre nostra. E tutti siamo protesi verso la felicità. E la felicità alla quale tutti noi tendiamo è Dio, così tutti noi siamo in cammino verso questa felicità, che chiamiamo Cielo, che in realtà è Dio. E Maria ci aiuti, ci incoraggi a far sì che ogni momento della nostra esistenza sia un passo in questo esodo, in questo cammino verso Dio. Ci aiuti a rendere così presente anche la realtà del cielo, la grandezza di Dio, nella vita del nostro mondo. Non è in fondo questo il dinamismo pasquale dell’uomo, di ogni uomo, che vuol diventare celeste, totalmente felice, in forza della Risurrezione di Cristo? E non è forse, questo, l’inizio e l’anticipo di un movimento che riguarda ogni essere umano e il cosmo intero? Colei da cui Dio aveva preso la sua carne e la cui anima era stata trafitta da una spada sul Calvario si è trovata associata per prima e in modo singolare al mistero di questa trasformazione, alla quale tendiamo tutti, trafitti spesso anche noi dalla spada della sofferenza in questo mondo.

La nuova Eva ha seguito il nuovo Adamo nella sofferenza, nella Passione, e così anche nella gioia definitiva. Cristo è la primizia, ma la sua carne risorta è inseparabile da quella della sua Madre terrena, Maria, e in Lei tutta l’umanità è coinvolta nell’Assunzione verso Dio, e con Lei tutta la creazione, i cui gemiti, le cui sofferenze, sono – come ci dice San Paolo – il travaglio del parto dell’umanità nuova. Nascono così i nuovi cieli e la terra nuova, in cui non vi sarà più né pianto, né lamento, perché non vi sarà più la morte (cfr Ap 21,1-4).

Quale grande mistero d’amore viene oggi riproposto alla nostra contemplazione! Cristo ha vinto la morte con l’onnipotenza del suo amore. Solo l’amore è onnipotente. Questo amore ha spinto Cristo a morire per noi e così a vincere la morte. Sì, solo l’amore fa entrare nel regno della vita! E Maria vi è entrata dietro il Figlio, associata alla sua gloria, dopo essere stata associata alla sua passione. Vi è entrata con un impeto incontenibile, mantenendo aperta dopo di sé la via per tutti noi. E per questo oggi la invochiamo: "Porta del cielo", "Regina degli angeli" e "Rifugio dei peccatori". Non sono certo i ragionamenti a farci capire queste realtà così sublimi, ma la fede semplice, schietta, ed il silenzio della preghiera che ci mette in contatto col Mistero che infinitamente ci supera. La preghiera ci aiuta a parlare con Dio e a sentire come il Signore parla al nostro cuore.

Chiediamo a Maria di farci quest’oggi dono della sua fede, quella fede che ci fa vivere già in questa dimensione tra finito e infinito, quella fede che trasforma anche il sentimento del tempo e del trascorrere della nostra esistenza, quella fede nella quale sentiamo intimamente che la nostra vita non è risucchiata dal passato, ma attratta verso il futuro, verso Dio, là dove Cristo ci ha preceduto e dietro a Lui, Maria.

Guardando l’Assunta in cielo comprendiamo meglio che la nostra vita di ogni giorno, pur segnata da prove e difficoltà, scorre come un fiume verso l’oceano divino, verso la pienezza della gioia e della pace. Comprendiamo che il nostro morire non è la fine, ma l’ingresso nella vita che non conosce la morte. Il nostro tramontare all’orizzonte di questo mondo è un risorgere all’aurora del mondo nuovo, del giorno eterno.

"Maria, mentre ci accompagni nella fatica del nostro vivere e morire quotidiano, mantienici costantemente orientati verso la vera patria della beatitudine. Aiutaci a fare come tu hai fatto".

Cari fratelli e sorelle, cari amici che questa mattina prendete parte a questa celebrazione, facciamo insieme questa preghiera a Maria. Davanti al triste spettacolo di tanta falsa gioia e contemporaneamente di tanto angosciato dolore che dilaga nel mondo, dobbiamo imparare da Lei a diventare noi segni di speranza e di consolazione, dobbiamo annunciare con la vita nostra la risurrezione di Cristo.

"Aiutaci tu, Madre, fulgida Porta del cielo, Madre della Misericordia, sorgente attraverso la quale è scaturita la nostra vita e la nostra gioia, Gesù Cristo. Amen".

domenica 17 agosto 2008

S. Paolo

Lettera dei Vescovi cattolici della Turchia su san Paolo

ANKARA- Lettera pastorale dei Vescovi cattolici della Turchia in occasione dell'Anno paolino.

"Paolo, testimone ed apostolo dell'identitá cristiana"


Cari fratelli e sorelle,


«grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo».
Vi salutiamo con questo augurio che l'apostolo Paolo rivolgeva ai cristiani della Chiesa di Roma. Come saprete, il Santo Padre Benedetto XVI ha annunciato che dal 28 giugno 2008 sino al 29 giugno 2009 la Chiesa cattolica celebrerà il bimillenario della nascita di San Paolo. Questo evento riguarda tutte le comunità cristiane, dal momento che Paolo è maestro per tutti i discepoli di Cristo, ma riguarda particolarmente noi viventi in Turchia, l'apostolo delle genti è figlio di questa terra ed è in essa che egli ha svolto prevalentemente il suo ministero. Fu qui che egli percorse, in meno di trent'anni, la più parte delle 10.000 miglia dei suoi viaggi. Soprattutto qui sperimentò ostilità, pericoli mortali, carcere, battiture, privazioni di ogni genere, pur di annunciare Gesù Cristo ed il suo vangelo. Divenuto membro della Chiesa di Antiochia, partì da questa comunità per i suoi viaggi missionari percorrendo in lungo e in largo l'attuale Turchia: Seleucia, Iconio, Listra, Derbe, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, Antalia, Perge, Troade sono soltanto alcuni nomi delle località dell'attuale Turchia nelle quali si recò quale testimone di Cristo. Ma sappiamo che molti altri luoghi della nostra terra hanno conosciuto il suo zelo di apostolo. Là dove egli non arrivò personalmente giunsero però le sue lettere. La lettera ai cristiani della Galazia, quella agli Efesini, ai Colossesi, al cristiano Filemone di Colossi ci mettono al corrente di un'attività che non si limita all'annuncio orale, ma si estende all'esortazione scritta. Paolo fa di tutto e si fa veramente tutto a tutti (1Co 9,22) purché «Cristo sia annunciato» (Fil 1,18) Dalla città di Efeso, nella quale l'apostolo rimane per circa tre anni, egli compose la lettera ai Galati, ai Filippesi e la prima lettera ai Corinti. Ma chi era questo «giudeo di Tarso di Cilicia» (At 21,39) che oggi ricordiamo come il grande «apostolo dei gentili»? Nacque a Tarso, presumibilmente tra il 7 e il 10 d.C., e nella città natale trascorse l'infanzia. Per proseguire la sua formazione fu inviato a Gerusalemme, alla scuola di Gamaliele che lo educò «secondo le più rigide norme della legge paterna» (At 22,3). Questa sua adesione alla legge ed alla tradizione ebraica lo oppose ben presto al primo gruppo cristiano che prese a perseguitare (Gal 1,13-14). L'evangelista Luca ci racconta che era tra i più zelanti nel ricercare i cristiani provenienti dal giudaismo per metterli in carcere (At 9,1-3). Ancora da Luca apprendiamo che Paolo fu tra coloro che approvarono l'uccisione di Stefano (At 8,1). Tale era il suo odio per la prima comunità dei discepoli di Gesù! Eppure, nei pressi di Damasco, un evento mutò radicalmente questo nemico dei cristiani in un amante appassionato di Cristo e della sua Chiesa. Cristo irrompe fulmineamente nella vita di questo fanatico zelante della Legge e lo trasforma in apostolo del Vangelo. L'onestà e la totale dedizione con la quale Paolo osservava la Legge sino a perseguitare i cristiani, ora è messa in questione dall'incontro con Cristo che lo acceca per ridargli una nuova visione della realtà. Come scrisse Giovanni Crisostomo: «poiché vedeva male, Dio lo rese cieco a fin di bene... eppure non furono le tenebre ad accecarlo, ma fu un eccesso di luce che l'accecò» (Panegirico IV su Paolo 2) A Damasco Paolo avvertì che la scrupolosa osservanza della Legge non basta a salvare. La Legge senza amore è come un corpo morto, tanto più se in nome di questa Legge, si arriva a perseguitare e uccidere chi non la osserva. Questo episodio ci fa capire che è l'incontro con Cristo a salvare e non la sola scrupolosa osservanza dei comandamenti. Dinanzi ad una tendenza legalistica sempre presente che trasforma Dio in un idolo e il rapporto con Lui in un contratto senza adesione del cuore, Paolo con la sua esperienza di Damasco ci ripete ancor oggi: l'autore della tua salvezza è Cristo. È Lui «il compimento della legge» (Rom 10,4). Pensare di costruirsi con le sole forze umane una propria santità è un fallimento. Dopo Damasco la vita di Paolo segna un totale cambio di rotta. Battezzato ed istruito nella fede cristiana a Damasco dal cristiano Anania (At 9,10) egli si mise a predicare quanto aveva «visto ed udito» (At 22,15). È dunque l'esperienza del Cristo risorto che lo rende testimone, proprio come aveva reso testimoni gli apostoli («venite e vedete») e l'incredulo Tommaso («guarda le mie mani, metti la tua mano nel mio costato...» (Gv 20,27). Per la crescente ostilità dei suoi correligionari dovette fuggire in Arabia (Gal 1,17). Ritornato a Damasco, Paolo si attirò le antipatie dello sceicco che governava e dei giudei ivi residenti, delusi delle sua trasformazione da fervente fariseo in missionario cristiano. La sua vita era ormai in costante pericolo, per questo alcuni amici lo calarono in un cesto dalle mura cittadine, dal momento che le porte della città erano sorvegliate (At 9,23-25). È in questo tempo che egli si recò a Gerusalemme per incontrare gli apostoli, ma - come riferisce Luca - «tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo» (At. 9,26). Fu Barnaba a presentarlo agli apostoli ed alla comunità, parlando loro della esperienza di Damasco. Rimasto per qualche tempo a Gerusalemme, Paolo continuò anche qui ad annunciare il Signore, ma il tentativo di ucciderlo messo in atto da parte di alcuni ebrei, lo costrinse a fuggire a Tarso (At 9,30). Nella sua città natale rimase circa quattro anni, sino a quando, cioè, Barnaba venne a cercarlo per chiedere il suo aiuto nell'evangelizzazione di Antiochia (At 11,25). D'ora innanzi la comunità antiochena sarà per Paolo la Chiesa di appartenenza. Infatti è da qui che egli parte la prima volta in missione con Barnaba (At 13,2-3) e vi fa ritorno (At 14,26-28); lo stesso avverrà per il suo secondo viaggio (At 15,36-40. 18,18-22) e da qui inizierà ancora il terzo (At 18,23). Ad Antiochia Paolo e Barnaba non avevano imposto la circoncisione ai pagani convertiti, mentre alcuni giudeo cristiani venuti dalla Palestina ne sostenevano la necessità. La discussione che ne seguì originò il cosiddetto «concilio apostolico di Gerusalemme» (circa 49 d.C.) in cui si diede ragione a Paolo e a Barnaba, dichiarando i convertiti dal paganesimo esenti dalla legge mosaica (At 15,5-29). Con questa decisione la prima comunità cristiana prese atto che il cristianesimo non andava inteso come la forma più perfetta della religione giudaica, ma come una realtà radicalmente nuova. E a questa decisione Paolo concorse in modo decisivo. Anche il confronto che ad Antiochia lo oppose a Pietro era da lui inteso come un modo di salvaguardare la nuova identità cristiana da compromessi o arretramenti (Gal 2,11-14). > > I viaggi che portarono Paolo ad attraversare ripetutamente la nostra terra di Turchia sino alla Grecia sono registrati dall'evangelista Luca negli Atti degli Apostoli e sarebbe bene che ciascuno di voi riprendesse in mano questo testo per rendersi conto delle fatiche sostenute dall'apostolo nell'annuncio del Vangelo Noi ci limitiamo a ricordare la presenza di Paolo ad Antiochia di Pisidia, l'odierna Yalvac e ad Efeso (Selcuk). Ad Antiochia di Pisidia Paolo giunse intorno all'anno 47 provenendo da Perge (At 13,14-52). Nella sinagoga locale Paolo, percorrendo le tappe salienti della storia della salvezza, dall'Antico Testamento fino a Giovanni Battista, egli giunge sino alla proclamazione di Gesù, Messia e Figlio di Dio. Questa storia della salvezza è suggellata proprio dalla resurrezione del Signore, nella quale Paolo vede realizzate tutte le promesse messianiche. C'è dunque un filo unico che sta sotto la storia dell'umanità. Dio non ha creato il mondo e l'uomo per poi abbandonarli a se stessi, ma persegue un disegno di amore che trova in Cristo la piena manifestazione. Credere in Cristo significa credere nell'amore di Dio che è da sempre ed è per tutti. Questo l'annuncio fatto dall'apostolo che troverà alcuni pronti ad accoglierlo ed altri contrari al punto da costringerlo a fuggire da Antiochia (At 13,50-52). Altra tappa significativa dei viaggi di Paolo fu la città di Efeso nella quale Paolo soggiornò per circa 3 anni (54-57 ca.) svolgendo un'ampia e difficile opera di evangelizzazione che lo contrappose sia ai giudei che ai pagani locali. Accennando alle abbondanti sofferenze di questo periodo, egli stesso ricorderà di «aver combattuto ad Efeso contro le belve» (1Co 15,32). Nella seconda lettera ai Corinti (1,8-9) parla di una «tribolazione che ci è capitata in Asia e che ci ha colpito oltre misura, al di là delle nostre forze, così da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte... Da quella morte però Egli ci ha liberato». Infine nella lettera ai Romani allude ad una prigionia, presumibilmente subita proprio ad Efeso (Rom 16,3.7). Cari fratelli, annunciare Gesù Cristo per Paolo è stata una necessità che nasceva dall'amore per Lui. Ciò significa che chi incontra Cristo non può fare a meno di annunciarlo, sia con la vita che con le parole. Come disse dell'apostolo un altro figlio della nostra terra, Giovanni Crisostomo, «è in virtù dell'amore che Paolo è diventato quello che è stato. Non venirmi a parlare dei morti che ha risuscitato, né dei lebbrosi che ha sanato; Dio non ti chiederà niente di questo. Procurati l'amore di Paolo e avrai la corona perfetta» (Panegirico III su Paolo 10). Il sangue che l'apostolo versò a Roma intorno al 67 d.C. sotto l'imperatore Nerone, non fu altro che il naturale epilogo di una vita spesa per Cristo e per i propri fratelli. Tempo prima ai cristiani di Filippi aveva scritto: «Anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull'offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi» (2,17). Fratelli e sorelle di Turchia, Paolo è patrimonio di tutti i discepoli di Cristo, ma lo è particolarmente di noi che siamo figli di questa terra che lo ha visto nascere, predicare Cristo senza sosta e testimoniarlo in tante prove. Eppure questo nostro legittimo vanto sarebbe sterile se non si traducesse in un maggiore impegno di imitazione. Guardiamo al persecutore divenuto messaggero del vangelo e comprendiamo che Dio può trasformare anche noi, purché lo vogliamo. Con la sua vita da cristiano, Paolo ci ricorda che Dio non può nulla se noi non collaboriamo con la sua grazia. Come ci ricorda ancora Giovanni Crisostomo «Niente ci impedirà di diventare come Paolo se lo vogliamo veramente. Egli divenne così non soltanto in virtù della grazia, ma anche dell'impegno personale» (Panegirico V su Paolo 2-3). Qual è il messaggio che oggi l'apostolo consegna a noi, cristiani di Turchia? Noi vescovi pensiamo che dalla miniera delle sue lettere alcuni elementi possano essere particolarmente utili alle nostre comunità che vivono in una situazione di minoranza religiosa. Siamo immersi in un mondo musulmano dove la fede in Dio è ancora ben presente, sia nei suoi aspetti tradizionali che nell'affermarsi di nuove organizzazioni religiose islamiche. Proprio questa situazione, per alcuni aspetti simile a quella delle prime comunità viventi in diaspora, ci impone una più chiara coscienza della nostra identità. Paolo ci richiama all'elemento fondativo di questa nostra identità cristiana che non riguarda la fede in Dio, comune con i fratelli musulmani e con tanti altri uomini, ma la fede in Cristo come «Signore» (1Co 12,3), colui che «Dio ha risuscitato dai morti» (Rom 10,9). Nelle Lettera ai Colossesi l'apostolo scrive addirittura che «in Cristo (...) abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» ( 2,9). L'espressione è inequivocabile e ci ricorda che non possiamo incontrare Dio se non attraverso Cristo. Egli è la porta e il ponte tra il Padre e noi. «Uno solo - leggiamo nella prima Lettera a Timoteo (2,5) - è il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Gesù Cristo che ha dato se stesso in riscatto per tutti». Paolo ha avvertito tutta la difficoltà di annunciare Cristo, Dio-uomo, che ci salva attraverso la sua incarnazione e la sua morte in croce. Questa è ancora oggi la vera porta stretta di cui parla il vangelo. La porta stretta non sono, dunque, l'accettazione dei precetti morali della Chiesa e neppure la pesantezza umana delle sue strutture, ma quello scandalo della croce che ai non cristiani appare ancor oggi «follia e stoltezza», ma che Paolo annuncia come componente essenziale ed ineliminabile della fede cristiana e anzi espressione della potenza di Dio (1Co 1,18). Questa accondiscendenza di Dio, che in Cristo si rende presente tra di noi fino a morire in croce, va interpretata come manifestazione di quella carità che costituisce l'essenza di Dio ineffabile, la cui trascendenza non va misurata soltanto con il metro dell'essere, come ha fatto la filosofia, ma con quello dell'amore. Non dimentichiamo forse che all'onnipotenza dell'essere corrisponde un'onnipotenza nell'amore? L'amore non è un attributo di Dio, ma è la sua essenza. Quello che Paolo, pertanto, ci ricorda è che non dobbiamo porre limiti «umani» a questo amore per noi. Questo è il paradosso della fede cristiana confermato dall'incarnazione e morte di Cristo. Eppure l'apostolo che con l'esempio e la parola ci rafforza nell'identità cristiana, è anche l'uomo del dialogo. Abituato ad incontrare uomini di etnie e tradizioni religiose diverse, Paolo ha compreso che lo Spirito di Cristo non è soltanto presente nella Chiesa, ma la precede ed agisce anche fuori di essa. Come ebbe ad affermare ad Atene: «Dio ha creato tutto... perché gli uomini lo cerchino e si sforzino di trovarlo, anche a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi» (At 17,26-28). Su questa base siamo invitati ad intensificare il dialogo con il mondo musulmano: il dialogo della vita, dove si convive e si condivide; il dialogo delle opere, dove cristiani e musulmani operano insieme «in vista dello sviluppo integrale e della liberazione della gente»; il dialogo dell'esperienza religiosa, dove si compartecipano le ricchezze spirituali, per esempio «per ciò che riguarda la preghiera e la contemplazione, la fede e le vie della ricerca di Dio o dell'Assoluto» (Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Dialogo e annuncio, n. 42). Infine il dialogo degli scambi teologici, dove ci si sforza di meglio conoscersi in vista di un maggiore rispetto reciproco. Questo dialogo non significa mettere da parte le proprie convinzioni religiose. Si dialoga veramente quando ciascuno rimane se stesso, mantenendo intatta la propria identità di fede, non tacendo mai, per nessuna ragione, quanto potrebbe apparire difficile da capire per chi non è cristiano. Come scriveva un antico Padre della Chiesa, Ilario vescovo di Poitiers «per il fatto che i sapienti del mondo non capiscono certe cose ed anzi appaiono stolte, forse che anche per noi lo sono?... Allora non gloriamoci della croce di Cristo, perché è scandalo per il mondo; e neppure predichiamo la morte del Dio vivente, perché non sembri agli empi che Dio è morto» (Liber de Synodis 27,85). A questo annuncio Paolo è rimasto fedele, senza cercare di addolcirlo e senza restrizioni mentali. Anzi quello che per il mondo è stato scandalo e stoltezza, per lui è la prova sconvolgente dell'amore di Dio per l'uomo e lascia il posto ad un profondo senso di riconoscenza. Infatti, quanto meno queste cose convengono alla maestà di Dio e tanto più dobbiamo sentirci obbligati nei suoi confronti (Ilario di Poitiers). Se in questo incontro con il mondo non cristiano l'apostolo ci è maestro, nei rapporti tra comunità cristiane differenti egli è maestro e fondamento di unità. Come ricordava Benedetto XVI, indicendo l'anno paolino, «l'Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l'unità e la concordia di tutti i cristiani». Ancora oggi egli invita tutti noi a puntare lo sguardo su Cristo, superando non soltanto eventuali resistenze, ma anche il disinteresse per chi non appartiene alla «nostra» Chiesa. L'apostolo che sperimentò la difficoltà dell'annuncio del Vangelo, anche da parte dei fratelli di fede, ci ricorda come quello che conta è che Cristo «venga annunciato» (Fil 1,8), ma ci richiama pure alla nostra comune responsabilità nei confronti di quanti non sono cristiani. Prima di essere cattolici, ortodossi, siriani, armeni, caldei, protestanti, siamo cristiani. Su questa base si fonda il nostro dovere di essere testimoni. Non lasciamo che le nostre differenze generino diffidenze e vadano a scapito dell'unità di fede; non permettiamo che chi non è cristiano s'allontani da Cristo a motivo delle nostre divisioni. Tertulliano, parlando dei cristiani, coglieva l'ammirazione di certi pagani con queste semplici parole: «Guarda come si amano!» (Apologetico 39). Il mondo musulmano che ci circonda può dirlo oggi di noi? Lo potrà dire se tradurremo in gesti concreti la nostra consapevolezza di essere «stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo» (1Cor 12,13). L'esistenza di questo fondamento non può essere smentita da tutte le diversità dell'organizzazione locale e da tutta la differenziazione nell'espressione dottrinale-teologica. Ogni comunità cristiana già dalla sua costituzione si edifica unitariamente sul «fondamento degli apostoli e dei profeti» e raccoglie tutti i membri e gruppi nell'edificio di cui la pietra angolare e chiave di volta è Cristo (Ef 2,20). Cari fratelli, quanto vi abbiamo scritto è poca cosa rispetto al tesoro di suggestioni e di consigli che ci provengono dalle lettere di Paolo. Questi suoi scritti, lungo la storia, sono sempre stati stimolo ed anche esame di coscienza sul modo di essere cristiani. Contro i sempre ricorrenti tentativi di rendere la fede cristiana un fenomeno religioso che non esige conversione, Paolo è sempre pronto a ricordarci che «cristiani non si nasce, ma si diventa». Pertanto, in preparazione dell'anno paolino, vi esortiamo a leggere personalmente le sue lettere, a farne motivo di studio all'interno delle parrocchie, a coltivare iniziative ecumeniche. Da parte nostra vi invitiamo a recarvi da pellegrini in luoghi di memoria paolina che abbiamo il privilegio di possedere nella nostra terra: Tarso, Antiochia, Efeso. In quanto Chiesa cattolica di Turchia terremo un pellegrinaggio nazionale a Tarso-Antiochia. Altre iniziative, assieme ai nostri fratelli ortodossi e protestanti, vi verranno proposte nei prossimi mesi. Cari fratelli, alimentiamo in noi la certezza che avvicinandoci a Paolo ci avvicineremo di più a Cristo. La fede dell'apostolo nel Cristo risorto, la sua speranza contro ogni speranza umana, la sua carità nel farsi tutto a tutti siano la misura del nostro essere cristiani in questa amata terra di Turchia.
Il Signore vi benedica, I vostri vescovi,

+ Mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia , presidente della Conferenza episcopale di Turchia, + Mons. Georges Khazoum ,vescovo ausiliare degli armeni cattolici di Turchia, vicepresidente della Conferenza episcopale di Turchia,+ Mons. Hovhannes Tcholakian, arcivescovo degli armeni cattolici di Turchia, + Mons. Ruggero Franceschini, arcivescovo e metropolita di Izmir,+ Mons. Louis Pelâtre, vicario apostolico di Istanbul e Ankara, + Corepiscopo Mons. Yusuf Sa&amp, vicario patriarcale dei siriani cattolici di Turchia,+ Mons. François Yakan , vicario patriarcale dei
caldei di Turchia.

venerdì 15 agosto 2008

Salute e armonia



La salute come tensione verso l'armonia



Testo della lectio magistralis tenuta il 18 gennaio dal Cardinale Javier Lozano Barragàn, Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, nella sede di una multinazionale farmaceutica.



* * *




Cosa è la salute? Tutti sperimentiamo la salute quando l’abbiamo e la malattia quando arriva. Però dall’esperimento al concetto le cose cambiano, perché non è tanto facile descrivere la salute. Infatti, la salute è qualcosa che preserva la vita, ed entrare nel mistero della vita non è cosa facile.


I. LA SALUTE

1. Diverse definizioni di Salute
Alcune definizioni di salute sono state enunciate così: 1. La salute è il silenzio degli organi. 2. La salute consiste nell’assenza delle malattie. 3. La salute è un stato di perfetto benessere fisico, mentale e sociale e non soltanto l’assenza delle malattie. 4. La salute è il livello di efficacia funzionale e/o metabolico di un organismo, tanto a livello micro (cellulare) come nel macro (sociale). 5. La salute è un equilibrio dinamico in continuo movimento da uno stato di salute ad un altro di malattia, dipendendo queste oscillazioni da numerosi fattori o variabili, biologici, psicologici e/o sociali, in intima e continua interazione. 6. La salute consiste nella capacità di reagire a fattori avversi di qualsiasi tipo, senza compromettere il sistema di vita. 7.La salute è un processo, è capacità e disposizione a vivere in forma autonoma, solidale e con capacità per l’allegria e la gioia. 8. Sotto il profilo mentale, si afferma che la salute è la capacità d’amare, gioire e tollerare.


Si dice che i fattori che influiscono nella salute come determinanti generali sono: “la biologia umana”, “l’ambiente”, “la forma di vita” e “l’organizzazione della salute”. Si considerano come fattori molto importanti l’esercizio fisico, la nutrizione e la salute mentale.1

2. Annotazioni alle definizioni di Salute


Esaminando queste otto definizioni, o meglio, descrizioni della salute, troviamo che procedono dalla concezione che si ha dell’uomo, cioè che presuppongono tutta un’antropologia sottostante. Da un’antropologia meccanicista materialista non ci si può aspettare altro che una definizione di salute di tipo esclusivamente biologico che si enunci in termini meramente materiali. Così, alcune di queste definizioni hanno concepito la salute soltanto come la mancanza di malattie, oppure nell’ambito esclusivo delle sensazioni corporee. Quando si abbandona questa mentalità, la salute si contempla ormai non soltanto incentrata nella malattia, ma sul malato nella sua complessità. Sono delle definizioni che includono aspetti psicologici e sociali. Tra questi, la più accettata oggi è stata quella formulata dall’OMS, che ha affermato che la salute “E’ uno stato di perfetto benessere, fisico, mentale e sociale, e non soltanto l’assenza di malattie”. Questa definizione ha il pregio di oltrepassare la concezione meramente meccanicista e di prendere in considerazione, per definire la salute, non soltanto le malattie, ma anche il malato. Da questo punto di vista, supera le altre definizioni che provengono da una cornice meccanicista e si apre alle dimensioni mentali e sociali. Ma, purtroppo, la suddetta definizione, rinchiudendo nel concetto di salute un benessere perfetto, esce dalla realtà e non supera un mero desiderio che, d’altra parte, è irraggiungibile. Conseguentemente, questa salute non si troverebbe da nessuna parte, e tutto quello che si concepisce, avendo come base questa definizione, rischia di essere un vero fallimento. Si pensi alla frustrazione di tutta la scienza medica, di tutti gli operatori sanitari che lavorano proprio perchè i pazienti accedano alla salute; eppure, questa non si potrà mai avere, giacchè lo stato di perfetto benessere non si raggiungerà mai; anzi, la morte inevitabile del malato sarà la frustrazione più grande.Ci sono altre definizioni che puntano piuttosto ad arrivare ad una certa armonia. Una definizione ci parla di armonizzare la salute con la malattia; un’altra asserisce che la salute è la capacità di non lasciarsi turbare dai fattori esterni negativi prorompenti nell’individuo; oppure la capacità di rimanere sempre in allegria e gioia, vivendo in forma autonoma e solidale.

Mi sembra che queste definizioni abbiano già un merito in più, poiché cercano l’armonia. Ma queste stesse definizioni cadono anche nella finzione, parlando di armonia, di gioia e di allegria quando, nella realtà, la persona si trova piuttosto turbata dalla malattia. Inoltre, definire la salute come un’armonia tra malattia e salute non ci risolve il problema, giacchè si sarebbe dovuto dire prima cosa è la salute, per poterla così comparare con la malattia, altrimenti si affermerebbe lo stesso per lo stesso, vale a dire, che la salute è la salute. Essendo realisti, l’armonia nella sua totalità non esiste in questo mondo, né nell’ambito individuale fisico o mentale, né a livello sociale. Tuttavia, questo accenno all’armonia, penso che ci metta in qualche maniera sulla traccia, seguendo la quale possiamo avvicinarci di più ad un concetto realistico della salute.

II. LA SALUTE COME TENSIONE VERSO L’ARMONIA


Definizione di Salute di Giovanni Paolo II

Mi riferisco al concetto che ci ha dato il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nel suo Messaggio dell’Anno Giubilare del 2000. In quel Messaggio il Servo di Dio Giovanni Paolo II afferma che la salute è: “La tensione verso l’armonia fisica, psichica, sociale e spirituale, e non soltanto la assenza di malattie, che capacita l’uomo per adempiere la missione che Dio le ha affidato nella sua vita2.”


Sottofondo della definizione di Giovanni Paolo II

E’ovvio che questa definizione di salute abbia come fondamento tutta la concezione cristiana. Possiamo dire che il desiderio di ogni religione è che la divinità ci dia la salute. Questa salute si perde o per cause naturali degli eventi cosmici, oppure per la cattiva storia degli uomini, e si può riconquistarla quando culturalmente si dominano queste cause naturali, oppure gli uomini si liberano delle cattive azioni compiute.

Tutto è diverso nella concezione cristiana della salute. La salute non si trova nel retto ordinamento degli elementi, oppure nelle azioni umane che ci liberano da una storia cattiva. La salute, infatti, non è nemmeno un dono oggettivo che Dio ci dà, ma è lo stesso Dio che sì dà a noi in Gesù Cristo. La concezione cristiana di salute è una concezione olistica che prende il tutto della persona umana, in tutte le sue dimensioni, presenti e future Tanto è così che la fine desiderata da ogni cristiano si chiama appunto salute eterna.
Già nell’Antico Testamento appare il concetto di salute come: “fare uno spazio”, come “liberarsi dal nemico”, come arrivare alla vittoria”, come “aiutare”, come “guarire”, come “salvare”, e colui che dà la salute è il Signore. Egli è il rifugio contro le minacce alla salute, contro i nemici che possono togliere la salute. Egli è il Signore della vita e della morte, dona la vita e libera dalla morte. Nel Nuovo Testamento la salute è data dal Salvatore. Tutta l’opera di Cristo si concepisce come salute, Egli presenta se stesso come la salute, e Colui che ci libera da tutto quello che avversa alla salute. La salute è il suo Regno. Non in altra forma s’interpretano i miracoli di guarigione compiuti da Gesù che, nonostante restituiscano la salute temporale, s’indirizzano alla fine come ad un annuncio della salute definitiva, proprio quello che il Salvatore ci viene a portare. Dobbiamo insistere che interessi la salute temporale, ma che questa non si distacca dalla salute intera, anzi, la salute della quale ci parla il Nuovo Testamento non è soltanto qualcosa di spirituale, ma è totale, che arriva anche al rinnovamento totale del cosmos 3.
Basandoci su questa concezione antropologica, cerchiamo di spiegare la descrizione di salute che ci ha lasciato il Servo di Dio Giovanni Paolo II.


Elementi della definizione di Giovanni Paolo II

Tensione
Iniziamo con il primo concetto: tensione. La salute prima di tutto è qualcosa che risiede non soltanto negli organi dell’uomo, ma coinvolge tutto l’uomo e lo spinge a tendersi in avanti. Quell’ “avanti” si colloca nella linea della speranza. Si attende qualcosa. La salute è la capacità di attendere, la capacità di sperare. Chi non spera niente e rimane chiuso in se stesso ha perso la salute. Questo “tendere in avanti” significa che la salute ha dei gradi, e che la si può conseguire in misure diverse, ma rimane sempre aperta la perfettibilità di quello che si è conseguito. Questa perfettibilità è la scala della speranza: si basa su quello che ormai si ha, e da questa realtà si tende verso un futuro migliore. Si genera così uno slancio continuo che non si ferma mai e che, concepito in maniera corretta, preserva contro qualsiasi depressione. La speranza reale costituisce l’immunità contro qualsiasi frustrazione.


2. Armonia

Quello che si spera, quel verso il quale si tende è l’armonia. Certo, la piena armonia non è raggiungibile in questa vita. Dunque non è reale aspettare, come dice la definizione dell’OMS, “uno stato di perfetto benessere”. Ma quello che è reale è tendere verso l’armonia; in altre parole, lentamente, aumentare in se stesso l’armonia parziale che ormai si possiede. La salute, dunque, è una lotta contro tutto quello che avversa l’armonia nell’uomo. Questa affermazione si chiarisce considerando che l’armonia è la confluenza ordinata di distinti, cioè, l’unità. E l’unità è la vita, giacchè proprio la disintegrazione è la morte. Tendere verso l’armonia è lottare per avere ed aumentare la vita, e la salute è proprio la maniera unica per conservare ed aumentare la vita. Guardando che classe di armonia sia quella che domanda la salute, vediamo che non si tratta soltanto in questa tensione di meri desideri, ma di fatti concreti che realizzano continuamente l’armonia in tensione, in pratica che fanno aumentare quella che ormai si ha, e correggono i difetti di disarmonia che si possono trovare. Infatti, si tende verso una quadrupla armonia, vale a dire: fisica, psichica, sociale e spirituale. E’ evidente che quest’armonia si riferisce ai singoli aspetti, ma non si può riferirla ai singoli se non quando c’è armonia nell’insieme dei quattro aspetti, alla maniera dei vasi comunicanti.


3. Fisica

Costruire l’armonia fisica significa costruire tutto l’aspetto biologico della salute, aspetto sul quale puntano tante concezioni attuali della medicina, che non si rifiuta, ma che fa notare la sua parzialità. La salute è anche l’assenza delle malattie, ma non soltanto. Dunque, lottare contro le malattie e con tutta la forza appartiene al concetto stesso di salute. E’ chiaro che nell’armonia fisica, nell’assenza di malattie, ci sono dei gradi; si può avere più o meno salute fisica.


4. Psichica

Quando si parla dell’armonia psichica parliamo dell’armonia nell’autoconduzione. Ricordiamo il famoso mito dell’auriga del quale ci parla Platone nel Dialogo di Fedro e che narra così:
Volava per il mondo intelligibile un auriga, condotto da due cavalli, uno tirava bene, l’altro male. Uno bianco, l’altro nero. All’improvviso, e per colpa del cavallo nero, l’auriga perde il controllo e tutti precipitano nell’abisso ed al carro si rompono le ali. Il carro alato è l’anima, l’intelletto, la parte razionale, l’auriga che conduce; dirige le altre parti, benchè talvolta discutano. Il cavallo bianco è la parte irascibile dell’uomo, il coraggio, l’impulso, la bravura, l’azione. Il cavallo nero è la parte concupiscente, il desiderio, la soddisfazione delle necessità fisiche. La nascita fisica di una persona porta con sé la caduta dell’anima nel corpo, si perde il controllo del carro alato che cade nell’abisso. Si rompono le sue ali e non può volare più, ma con il moncone ha ancora sensibilità ed inquietudini che lo fanno piano piano risalire.
Senza accettare l’impronta dualistica di Platone, possiamo però affermare che l’armonia psicologica consiste nell’armonia dei due cavalli, quello bianco e quello nero, e quell’armonia è retta dall’auriga. L’Intelletto, la Volontà, la parte irascibile dell’uomo, il coraggio, l’impulso, la bravura, l’azione e la parte concupiscente, il desiderio, la soddisfazione delle necessità fisiche, ecc. devono equilibrarsi ed essere in armonia, per poter percorrere adeguatamente il cammino della vita. Cioè l’armonia psicologica consiste nella propria auto trasparenza e guida cosciente di se stessi verso un fine degno e capace, specialmente quando le malattie fisiche s’intensificano, oppure quando fattori estrinseci, fisici o affettivi minano la persona. Intelletto, volontà, sentimenti, impulsi vitali, tutti in perfetta armonia. La sesta e settima definizione di salute indicate, toccano quest’aspetto.


5. Sociale

La persona umana ha, per così dire, due versanti che la costituiscono, il versante individuale ed il versante sociale. L’armonia verso la quale si tende nella salute, è l’armonia individuale, ma anche l’armonia sociale. L’armonia sociale è l’armonia di complemento con altre persone. E’ l’armonia dell’amore. Significa la giustizia, la pace, l’amore. Significa trovare l’altra persona, individuale e collettivamente, donarsi a lei e riceverla nello stesso tempo. Va dall’armonia familiare e dall’amicizia, a quella sociale nei diversi tipi di manifestazione, tanto politici quanto economici, scientifici ed in genere culturali. Qui possiamo anche parlare dell’armonia ambientale, che significa la preservazione dell’ambiente contro l’inquinamento. La distruzione dell’ambiente distrugge anche la salute sociale, psichica e fisica.

6. Spirituale

Quando parliamo della salute spirituale, intendiamo il grado di unificazione totale umana. La persona umana si unifica quando ha un obbiettivo vitale al quale tende in totalità. La salute spirituale coordina, per così dire, la salute fisica, la salute psichica e la salute sociale, in quanto le dirige tutte e tre verso quest’obbiettivo vitale. Se la persona è persa e non sa cosa deve fare nella vita, a che cosa o a chi deve ordinare la sua esistenza, quella persona non gode di salute spirituale. Quindi, l’obbiettivo vitale deve essere in sé degno e capace di ordinare verso di sé la salute fisica, la salute psichica e la salute sociale. Un errore nella scelta di quest’obbiettivo fa si che non si consegui l’armonia desiderata e che veramente non si abbia la salute. Nella misura in cui quest’obbiettivo domina l’esistenza si avrà l’armonia, e così la salute.

7. L’Unificazione

Per questo il Servo di Dio Giovanni Paolo II afferma che la salute dipende dall’adempimento della missione che Dio ha assegnato alle diverse persone. La missione è l’obbiettivo vitale che deve unificare tutta la vita. Questa missione, in molteplici forme, consiste nel fatto che ognuno deve superare la morte ed avere una vita che non finisce mai. Vale a dire, la missione di ognuno consisterebbe nel conseguire la pienezza di vita. La salute è per conservare la vita. La spiritualità della salute consiste non soltanto nel conservare la vita presente, ma moltiplicarla in una maniera quasi infinita.
Questa salute spirituale non è in contrasto con la salute fisica, psichica e sociale, ma oltre ad unificarle, come si è detto, nell’adempimento della propria missione, le prolunga fino a frontiere inimmaginabili.


8. Il cammino

Il cammino di questa salute spirituale è offerto gratuitamente ad ogni persona da Dio stesso in Gesù Cristo. Egli è l’unica salute. Egli ci assume nella sua morte e risurrezione, attraverso il grande Amore che è lo Spirito Santo. Adempiere la missione significa rispondere con tutto l’amore umano a quest’Amore divino e, così, unificare tutta l’esistenza nell’amore. Quest’Amore non è soltanto tra Dio ed una persona in particolare, ma è un amore che si estende a tutta la famiglia umana, iniziando con la propria famiglia ed arrivando all’umanità intera. Anzi, è un amore totale che abbraccia tutto l’Universo. Amore, Unità Armonia, Salute sono concetti intercambiabili.


9. Diversità di salute

La tendenza verso l’armonia e l’armonia conseguita ha, pertanto, dei gradi che, in fondo, dipendono dalla configurazione con Cristo Morto e Risorto; vale a dire dipendono dal dono d’Amore dello Spirito Santo e dal grado di amore umano con il quale liberamente si risponde a quest’Amore divino.
Le diversità delle donazioni divine ricevute da questo Amore costituiscono la diversità mai ripetibile delle missioni, la diversità di ogni persona umana, la diversità dei distinti caratteri, la diversità di circostanze nelle quali si vive. Così si configurano le diverse spiritualità e si configurano le distinte armonie. Conseguentemente, si arriva alla diversità di salute e dei gradi di salute. E’ così evidente che la salute è sempre differente tra una persona e l’altra, ed è anche diversa secondo la tappa della vita nella quale ognuno si trova.
Come annotazione finale, osserviamo che quest’obbiettivo vitale è un obbiettivo per tutta l’umanità; tuttavia, secondo i disegni divini, si presenta differentemente ad ognuno. Non si può dire, dunque, che valga soltanto per i cattolici, ovvero per chi abbia la fede cristiana. E’ per tutti. Come conseguano quest’armonia nella pratica coloro che non condividono la fede cristiana, è qualcosa che in ultimo termine soltanto Dio conosce.


Conclusione:

La salute è l’armonia.

Questa si consegue in diversi gradi che determinano i gradi di salute che si generano per la tendenza verso l’armonia.

Questa armonia è fisica, psichica, sociale e spirituale.

La si consegue soltanto vincendo la morte.


L’unica forma reale e storica per vincere la morte è essere incorporato alla morte e risurrezione di Cristo.

Questa incorporazione la fa lo Spirito Santo, l’Amore infinito di Dio e la Sua piena armonia.


Così, Salute, Armonia, Vita, e Unità sono concetti che si implicano a vicenda.

L’affermazione centrale in questa riflessione è che la salute è l’armonia e quest’ultima la si ottiene soltanto vincendo la morte; l’unica via per vincere la morte è essere, in piena realtà, incorporati alla morte e risurrezione di Cristo.


Così possiamo meglio capire perché il Servo di Dio Giovanni Paolo II ci abbia lasciato questa descrizione di Salute come la tensione verso l’armonia fisica, psichica, sociale e spirituale, e non soltanto l’assenza di malattie, che capacita la persona per adempiere la missione che il Signore le ha affidato.



1 httpp//es.wikipedia.org/xki/Salud
2 Messaggio dell’Anno Giubilare del 2000, n. 13
3 cfr. W. Koester, Heil, In LThk., 5,76-77: J Ratzinger, ibid, 78-80