venerdì 29 aprile 2011

Lettera di Giovanni Paolo II


Alle loro Eccellenze
i Capi di Stato o di Governo
Un mese fa si svolgeva ad Assisi la Giornata di preghiera per la pace nel mondo. Oggi il mio pensiero si volge spontaneamente ai responsabili della vita sociale e politica dei Paesi che vi erano rappresentanti dai capi religiosi di numerose nazioni.
Gli interventi ispirati di questi uomini e di queste donne, rappresentanti delle diverse confessioni religiose, come pure il loro desiderio sincero di operare a favore della concordia, della ricerca comune del vero progresso e della pace in seno all'intera famiglia umana, hanno trovato la propria espressione elevata e al contempo concreta in un "decalogo" proclamato a conclusione di questa eccezionale giornata.
Ho l'onore di consegnare il testo di questo impegno comune a Vostra Eccellenza, convinto che queste dieci proposte potranno ispirare l'azione politica e sociale del suo Governo.
Ho potuto constatare che i partecipanti all'incontro di Assisi erano più che mai animati da una convinzione comune:  l'umanità deve scegliere fra l'amore e l'odio. E tutti, sentendosi membri di una stessa famiglia umana, hanno saputo  tradurre  tale  aspirazione  attraverso questo  decalogo,  persuasi  che  se  l'odio distrugge, l'amore al contrario costruisce.
Auspico che lo spirito e l'impegno di Assisi conducano tutti gli uomini di buona volontà a ricercare la verità, la giustizia, la libertà, l'amore, affinché ogni persona umana possa godere dei propri diritti inalienabili, e ogni popolo della pace. Da parte sua la Chiesa cattolica, che ripone la sua fiducia e la sua speranza nel "Dio dell'amore e della pace" (2 Cor 13, 11), continuerà ad impegnarsi perché il dialogo leale, il perdono reciproco e la mutua concordia segnalino la strada degli uomini in questo terzo millennio.
Grato a Vostra Eccellenza per l'interesse che Lei vorrà prestare al mio messaggio, colgo l'occasione per assicurLa della mia più alta considerazione.
Dal Vaticano, 24 febbraio 2002
GIOVANNI PAOLO PP. II

Il Decalogo di Assisi per la Pace
1. Ci impegniamo a proclamare la nostra ferma convinzione che la violenza e il terrorismo si oppongono al vero spirito religioso e, condannando qualsiasi ricorso alla violenza e alla guerra in nome di Dio o della religione, ci impegniamo a fare tutto il possibile per sradicare le cause del terrorismo.
2. Ci impegniamo a educare le persone al rispetto e alla stima reciproci, affinché si possa giungere a una coesistenza pacifica e solidale fra i membri di etnie, di culture e di religioni diverse.
3. Ci impegniamo a promuovere la cultura del dialogo, affinché si sviluppino la comprensione e la fiducia reciproche fra gli individui e fra i popoli, poiché tali sono le condizioni di una pace autentica.
4. Ci impegniamo a difendere il diritto di ogni persona umana a condurre un'esistenza degna, conforme alla sua identità culturale, e a fondare liberamente una propria famiglia.
5. Ci impegniamo a dialogare con sincerità e pazienza, non considerando ciò che ci separa come un muro insormontabile, ma, al contrario, riconoscendo che il confronto con la diversità degli altri può diventare un'occasione di maggiore comprensione reciproca.
6. Ci impegniamo a perdonarci reciprocamente gli errori e i pregiudizi del passato e del presente, e a sostenerci nello sforzo comune per vincere l'egoismo e l'abuso, l'odio e la violenza, e per imparare dal passato che la pace senza la giustizia non è una pace vera.
7. Ci impegniamo a stare accanto a quanti soffrono per la miseria e l'abbandono, facendoci voce di quanti non hanno voce e operando concretamente per superare simili situazioni, convinti che nessuno possa essere felice da solo.
8. Ci impegniamo a fare nostro il grido di quanti non si rassegnano alla violenza e al male, e desideriamo contribuire con tutte le nostre forze a dare all'umanità del nostro tempo una reale speranza di giustizia e di pace.
9. Ci impegniamo a incoraggiare qualsiasi iniziativa che promuova l'amicizia fra i popoli, convinti che, se manca un'intesa solida fra i popoli, il progresso tecnologico espone il mondo a crescenti rischi di distruzione e di morte.
10.Ci impegniamo a chiedere ai responsabili delle nazioni di compiere tutti gli sforzi possibili affinché, a livello nazionale e a livello internazionale, sia edificato e consolidato un mondo di solidarietà e di pace fondato sulla giustizia
24 gennaio 2002

giovedì 28 aprile 2011

Assemblea Unione Europea Radio-Televisioni

La Radio ha un futuro esaltante: così l’arcivescovo Celli all’Assemblea dell’Ebu in Vaticano


L’importanza dei media, e specialmente dei Servizi pubblici, nel facilitare la diffusione di accurate informazioni, per il corretto funzionamento della società politica e civile. A sottolineare i risvolti etici della comunicazione è stato il presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali, Claudio Maria Celli, aprendo stamane i lavori dell’Assemblea dell’Unione Europea di Radio-Televisioni, ospitata in Vaticano, in occasione degli 80 anni della Radio Vaticana.


Una grande occasione per valutare la missione particolare della Radio Vaticana e il servizio che offre a tutte le altre emittenti nel mondo, ha osservato padre Federico Lombardi, accogliendo ieri sera nella Sala Marconi i partecipanti all’Assemblea, che oggi e domani tiene i suoi lavori a porte chiuse. Fondata nel 1950, l’Ebu conta oggi 74 enti associati, di 56 Paesi europei e non solo, con un bacino di utenza di 650 milioni di tele-radio-ascoltatori a settimana. 300 persone lavorano nel suo staff con sede a Ginevra, in Svizzera ed uffici a Pechino, Bruxelles, Londra, Madrid, Mosca, Singapore, Washington.

Ad aprire stamane gli interventi in Assemblea è stato l’arcivescovo Celli, presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, sottolineando come la Radio resti un media fondamentale nella vita della Chiesa. “La radio ha un futuro esaltante – ha osservato - anche nel contesto degli straordinari sviluppi” nei “cosiddetti nuovi media”. “Lontano dall’essere licenziata dalle emergenti tecnologie digitali” anzi rafforzata nel raggiungere “più ampie audience”, in svariati formati e “senza i limiti tradizionali di tempo e spazio”. E vero che i media oggi - ha osservato mons. Celli – “vivono di brevità, velocità, cambiamento, varietà, emotività, ma pensare richiede il contrario”, ha ammonito. “Pensare richiede tempo. Ha bisogno di silenzio e di abilità metodiche di logica. E la Radio, al suo meglio, ha la capacità di stimolare pensiero e riflessione, di invitare al dibattito, di informare ed educare”. Quindi il richiamo al documento del Pontificio Consiglio “Etica nella comunicazione”, per ricordare che i media tutti sono chiamati a servire la dignità umana aiutando i popoli a vivere meglio e ad operare come persone nella comunità”, “coltivando il senso della reciproca responsabilità, crescendo nella libertà individuale, nel rispetto della libertà degli altri e nella capacità di dialogo”.

Fitto il programma delle due giornate sul presente e sul futuro della Radio, su sfide e opportunità di rilancio di questa compagna di vita, “diversa, accessibile, sempre rilevante, e indispensabile”, ha commentato il direttore dell’Ebu, Raina Costantinova. Di particolare interesse i tre spazi di dibattito dedicati, il primo, oggi pomeriggio alla “Radio pubblica nella tormenta - Intensità e impatto delle turbolenze politiche, economiche e finanziarie”, quindi domani sui cambiamenti portati su scala globale dai social media e sul rapporto tra Radio pubblica e cultura. Infine sabato l’udienza del Papa ai partecipanti all’Assemblea dell’Ebu, nel Palazzo apostolico di Gastelgandolfo.

domenica 17 aprile 2011

Domenica delle Palme

Testo integrale dell'omelia di Benedetto XVI


Cari fratelli e sorelle, cari giovani!Ci commuove nuovamente ogni anno, nella Domenica delle Palme, salire assieme a Gesù il monte verso il santuario, accompagnarLo lungo la via verso l’alto. In questo giorno, su tutta la faccia della terra e attraverso tutti i secoli, giovani e gente di ogni età Lo acclamano gridando: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”
Ma che cosa facciamo veramente quando ci inseriamo in tale processione – nella schiera di coloro che insieme con Gesù salivano a Gerusalemme e Lo acclamavano come re di Israele? È qualcosa di più di una cerimonia, di una bella usanza? Ha forse a che fare con la vera realtà della nostra vita, del nostro mondo? Per trovare la risposta, dobbiamo innanzitutto chiarire che cosa Gesù stesso abbia in realtà voluto e fatto. Dopo la professione di fede, che Pietro aveva fatto a Cesarea di Filippo, nell’estremo nord della Terra Santa, Gesù si era incamminato come pellegrino verso Gerusalemme per le festività della Pasqua. È in cammino verso il tempio nella Città Santa, verso quel luogo che per Israele garantiva in modo particolare la vicinanza di Dio al suo popolo. È in cammino verso la comune festa della Pasqua, memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della speranza nella liberazione definitiva. Egli sa che Lo aspetta una nuova Pasqua e che Egli stesso prenderà il posto degli agnelli immolati, offrendo se stesso sulla Croce. Sa che, nei doni misteriosi del pane e del vino, si donerà per sempre ai suoi, aprirà loro la porta verso una nuova via di liberazione, verso la comunione con il Dio vivente. È in cammino verso l’altezza della Croce, verso il momento dell’amore che si dona. Il termine ultimo del suo pellegrinaggio è l’altezza di Dio stesso, alla quale Egli vuole sollevare l’essere umano.
La nostra processione odierna vuole quindi essere l’immagine di qualcosa di più profondo, immagine del fatto che, insieme con Gesù, c’incamminiamo per il pellegrinaggio: per la via alta verso il Dio vivente. È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita. Ma come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non oltrepassa forse le nostre forze? Sì, è al di sopra delle nostre proprie possibilità. Da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di “essere come Dio”, di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio. In tutte le invenzioni dello spirito umano si cerca, in ultima analisi, di ottenere delle ali, per potersi elevare all’altezza dell’Essere, per diventare indipendenti, totalmente liberi, come lo è Dio. Tante cose l’umanità ha potuto realizzare: siamo in grado di volare. Possiamo vederci, ascoltarci e parlarci da un capo all’altro del mondo. E tuttavia, la forza di gravità che ci tira in basso è potente. Insieme con le nostre capacità non è cresciuto soltanto il bene. Anche le possibilità del male sono aumentate e si pongono come tempeste minacciose sopra la storia. Anche i nostri limiti sono rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e continuano ad affliggere l’umanità.
I Padri hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione tra due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza di gravità che tira in basso – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio. Dall’altro lato c’è la forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà.
Dopo la liturgia della Parola, all’inizio della Preghiera eucaristica durante la quale il Signore entra in mezzo a noi, la Chiesa ci rivolge l’invito: “Sursum corda – in alto i cuori!” Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo “cuore” deve essere elevato. Ma ancora una volta: noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio. Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce. Egli è disceso fin nell’estrema bassezza dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé, verso il Dio vivente. Egli è diventato umile, ci dice la seconda lettura. Soltanto così la nostra superbia poteva essere superata: l’umiltà di Dio è la forma estrema del suo amore, e questo amore umile attrae verso l’alto.
Il Salmo processionale numero 24, che la Chiesa ci propone come “canto di ascesa” per la liturgia di oggi, indica alcuni elementi concreti, che appartengono alla nostra ascesa e senza i quali non possiamo essere sollevati in alto: le mani innocenti, il cuore puro, il rifiuto della menzogna, la ricerca del volto di Dio. Le grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del progresso dell’umanità soltanto se sono unite a questi atteggiamenti – se le nostre mani diventano innocenti e il nostro cuore puro, se siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso, e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore. Tutti questi elementi dell’ascesa sono efficaci soltanto se in umiltà riconosciamo che dobbiamo essere attirati verso l’alto; se abbandoniamo la superbia di volere noi stessi farci Dio. Abbiamo bisogno di Lui: Egli ci tira verso l’alto, nell’essere sorretti dalle sue mani – cioè nella fede – ci dà il giusto orientamento e la forza interiore che ci solleva in alto. Abbiamo bisogno dell’umiltà della fede che cerca il volto di Dio e si affida alla verità del suo amore.
La questione di come l’uomo possa arrivare in alto, diventare totalmente se stesso e veramente simile a Dio, ha da sempre impegnato l’umanità. È stata discussa appassionatamente dai filosofi platonici del terzo e quarto secolo. La loro domanda centrale era come trovare mezzi di purificazione, mediante i quali l’uomo potesse liberarsi dal grave peso che lo tira in basso ed ascendere all’altezza del suo vero essere, all’altezza della divinità. Sant’Agostino, nella sua ricerca della retta via, per un certo periodo ha cercato sostegno in quelle filosofie. Ma alla fine dovette riconoscere che la loro risposta non era sufficiente, che con i loro metodi egli non sarebbe giunto veramente a Dio. Disse ai loro rappresentanti: Riconoscete dunque che la forza dell’uomo e di tutte le sue purificazioni non basta per portarlo veramente all’altezza del divino, all’altezza a lui adeguata. E disse che avrebbe disperato di se stesso e dell’esistenza umana, se non avesse trovato Colui che fa ciò che noi stessi non possiamo fare; Colui che ci solleva all’altezza di Dio, nonostante tutta la nostra miseria: Gesù Cristo che, da Dio, è disceso verso di noi e, nel suo amore crocifisso, ci prende per mano e ci conduce in alto.
Noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici puri! Fa’ che valga per noi la parola che cantiamo col Salmo processionale; che possiamo appartenere alla generazione che cerca Dio, “che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe” (Sal 24,6). Amen.

sabato 16 aprile 2011

Mons. Angelo Amato a riguardo della beatificazione di Giovanni Paolo II


Cardinal Angelo Amato, prefect of the Congregation for Saints' Causes, speaks at a conference about Pope John Paul II in Rome April 1. (CNS/Paul Haring)
By Cindy Wooden
Catholic News Service

ROME (CNS) -- Pope John Paul II is being beatified not because of his impact on history or on the Catholic Church, but because of the way he lived the Christian virtues of faith, hope and love, said Cardinal Angelo Amato, prefect of the Congregation for Saints' Causes.

"Clearly his cause was put on the fast track, but the process was done carefully and meticulously, following the rules Pope John Paul himself issued in 1983," the cardinal said April 1, during a conference at the Pontifical University of the Holy Cross in Rome.

The cardinal said the church wanted to respond positively to many Catholics' hopes to have Pope John Paul beatified quickly, but it also wanted to be certain that the pope, who died in 2005, is in heaven.

Cardinal Amato said the sainthood process is one of the areas of church life where the consensus of church members, technically the "sensus fidelium" ("sense of the faithful"), really counts.

"From the day of his death on April 2, 2005, the people of God began proclaiming his holiness," and hundreds, if not thousands, visit his tomb each day, the cardinal said. A further sign is the number of biographies published about him and the number of his writings that are translated and re-published.

"In the course of a beatification cause, there is the vox populi," he said, which must be "accompanied by the vox dei (voice of God) -- the miracles -- and the vox ecclesiae (voice of the church)," which is the official judgment issued after interviewing eyewitnesses and consulting with historians, physicians, theologians and church leaders to verify the candidate's holiness.

Beatification and canonization are not recognitions of someone's superior understanding of theology, nor of the great works he or she accomplished, he said. Declaring someone a saint, the church attests to the fact that he or she lived the Christian virtues in a truly extraordinary way and is a model to be imitated by others, the cardinal said.

The candidate, he said, must be perceived "as an image of Christ."

Cardinal Amato said, "the pressure of the public and of the media did not disturb the process, but helped it" because it was a further sign of Pope John Paul's widespread reputation for holiness, which is something the church requires proof of before it moves to beatify someone.

Joaquin Navarro-Valls, who served as Vatican spokesman under Pope John Paul, told the conference that the late pope's voice, his pronunciation, his use of gestures and his presence at the altar or on a stage all contributed to his success as a communicator.

But the key to his effectiveness was that he firmly believed that each person was created in God's image and likeness, Navarro-Valls said. "I think this was what attracted people even more than the way he spoke."

People felt he was sincere in his recognition of their dignity and of their destiny to be with God, he said.

"He was a man profoundly convinced of the truth of those words in Genesis -- 'God made man and woman in his image and likeness.' This gave him optimism even when he could no longer walk, and then even when he could no longer speak," Navarro-Valls said.

The Spaniard, a member of Opus Dei, said he had the blessing of personally knowing three saints: Josemaria Escriva de Balaguer, founder of Opus Dei; Blessed Teresa of Kolkata; and Pope John Paul.

What all three have in common, he said, was a good sense of humor, a ready smile and an ability to laugh.

As for those who question beatifying Pope John Paul only six years after his death and those who say the explosion of the clerical sex abuse scandal during his pontificate casts a dark shadow on his reign, Navarro-Valls said people must remember that beatification is not a judgment on a pontificate, but on the personal holiness of the candidate.

The key question, he said, is: "Can we be certain he lived the Christian virtues in a heroic way?

a Roma la preghiera per i naufraghi

Nella parrocchia di via Gallia si ricordano quanti hanno perso la vita nel Mediterraneo, nei viaggi della speranza dal Nord Africa verso l'Europa.
Quattrocentoventidue morti in tre mesi, 277 solo in questo primo scorcio di aprile. Tutti inghiottiti da quel Mediterraneo crocevia del messaggio evangelico, ormai trasformato nella più grande fossa comune dei “desaparecidos” del mare. Una terra di nessuno in cui i destini di migliaia di nord africani si intrecciano colando a picco con le loro carrette del mare. La chiesa della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo ieri (martedì 12 aprile) ha voluto ricordare quei 422 «martiri». Per simboleggiare il legame tra la parrocchia del quartiere Appio Latino con la Tunisia. Rendere onore e gloria a quelle centinaia di vite spezzate, senza un volto, un nome e un cognome; molti dei quali, sottolinea monsignor Pietro Sigurani, il parroco, «hanno frequentato le nostre scuole di formazione a Kibilì e Douz». Una fiaccolata, una candela per ogni morte, una simbolistica forte per commemorare quei «giovanotti», appena ventenni, fuggiti «da un Paese senza libertà civile e religiosa».

Come quello precedente, anche il quinto e ultimo incontro programmato dalla parrocchia della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo per il periodo della Quaresima è finito ieri per scivolare sulla tragedia tunisina. E così anche l’ospite d’onore, quel Gianni Gennari da anni nome di spicco del giornalismo italiano, concentra tutto il suo intervento sulla gioia e sull’amore. Quella gioia che separa dalla felicità («sensazione che non passa mai») e dall’allegria (momento che transita). Perché la gioia «in cui viviamo – dice il giornalista – è una realtà che non dipende da noi ma da Dio». Gennari cita il libro della Genesi per parlare di amore, quell’amore che ci incolla a Dio, fonte assoluta di gioia. Legge San Matteo per fare un paragone. «La salvezza è solo per chi conosce Dio? Guai a pensarlo, guai a pensare che solo chi conosce Dio si salverà». Ricorda le parole del cardinale Tettamanzi: «Meglio essere cristiano e non dirlo che dire di essere cristiano e non esserlo». Per tornare al punto di partenza: «Ecco perché onoriamo i fratelli del Nord Africa». E mentre lo dice ricorda quella vita eterna che Dio concederà loro, perché l’amore del Signore verso i suoi figli è indissolubile.

Per le famiglie colpite dalla tragedia del Mar Mediterraneo la chiesa della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo ha realizzato una raccolta fondi.

fonte: www.romasette.it

domenica 10 aprile 2011

Betania

Travelling down the Jerusalem-Jericho road, a visitor is apt to take only casual note of the village of El-Azariyeh It looks like just another of those settlements in the Holy Land where houses climb tier-on-tier up the slopes of a hillside. Perhaps, he will glance to the left and see, prominent above other buildings, a bell-tower and the top of another structure now in ruins. A hundred metres further on, in from a curve in the road, he may catch sight of a pure white church with its quite austere lines.. Then, the road to the desert will sweep on, and he will scarcely be aware that he has passed close by Bethany. Thus, for ages, El-Azariye, Bethany, has always been "a certain village" (Luke 10,38), with nothing remarkable about it.

However, for people who can still shed earthly desires and listen to God's voice within, Bethany has a quite special charm. It has a choice place in the Gospel record. Here, in Bethany Christ knew true intimacy and friendship. In a word, the great wonder for which the village is forever famous is itself presented in the Gospels as an act of love.

The deep meaning of Bethany's great miracle has centred Christian devotion on the tomb of Lazarus, as is clear from accounts by pilgrims who visited this site. It overshadows the township itself, including the house of Jesus' friends, and the home of Simon the Leper, where Mary, Lazarus' sister, had anointed Jesus' feet.

In 1863, thanks to the intervention of Marchioness Pauline de Nicolay, the Custody of the Holy Land got title to a plot of ground close to the tomb of Lazarus. Other areas were acquired later. In 1889, the Custody bought a property to the west where a comparatively recent tradition had located the house of Simon.

The diggings directed by Fr. Sylvester J. SaIler, in 1949 to 1953, brought to light the several religious buildings which Christian faith had erected in the course of the centuries close by the tomb. They showed the location of at least part of the ancient village of Bethany.

The results of these undertakings were published in 1957 under the title Excavations at Bethany.This is the main source for this information. The few studies which have been published subsequently deal with special topics and throw no new light on the tomb or the village. Corresponding archaeological work done by Fr. Augustine Patacconi, not yet published, does however reveal some interesting details.

from franciscan cyberspot

venerdì 8 aprile 2011

"IL GIORNALISMO DEVE ALLARGARE I PROPRI ORIZZONTI"

Intervista di Massimo Boccarella a S.E. Mons.Giuseppe Anfossi.
[in IL GIORNALISMO. LE JOURNALISME, n. 1/2011, p. 7]

1. Dove finisce il confine tra il dovere di informare e il rispetto della persona?

Il giornalista è un professionista: quando incontra una persona che è in difficoltà o meglio che è in una situazione nuova, che la espone allo sguardo indiscreto e che turba il suo equilibrio, normalmente si tratta di un forte che incontra un debole: non può abusare della sua superiorità e per esempio, umiliarla o suscitare la sua emozione ed esporla al pubblico; non può usare come vuole le informazioni che carpisce in un momento di debolezza. Sempre di più l'informazione è una merce che si vende, è facile perciò cedere alla tentazione di trarne profitto. A proposito di questo stesso tema, riferito alla vita della chiesa, vedo due difficoltà. Sul mondo-chiesa vince sempre un pregiudizio singolare: i cittadini credenti e i preti, sono sempre trattati come dei minori, incapaci di avere linee di vita, pensieri, giudizi morali e comportamenti liberi e propri. Il giornalista li immagina sempre al guinzaglio di un'autorità, a cui devono riferirsi e a cui obbedire. Mi colpisce poi la selezione che i giornalisti sono soliti fare degli argomenti interessanti per loro, non coincidono quasi mai con quelli che sono interessanti per noi. Vedono soltanto cerimonie un po' vistose, oppure scandali, infine, cercano contraddizioni tra predicazione e comportamento reale, oppure contrasti tra l'autorità religiosa e il prete o la gente. Questi ultimi temi li ammetto, però la vita della gente, comprese le situazioni dolorose, oppure i pochi luoghi in cui si pensa qualche cosa di un po' più impegnato o di decisamente nuovo e serio, non interessano. Posso ricordare, al riguardo una situazione di questo tipo molto recente: tutte le associazioni laicali presenti in Valle sono riunite per un fine settimana nella Villa di Valtournenche, ebbene il rifiuto ad incontrarli e intervistarli portò argomenti di una banalità sconcertante.

2. In una piccola comunità che ruolo deve avere l'informazione?

Il telegiornale della sera proposto dalla terza rete RAI della nostra Valle, colpisce subito un cittadino che viene da una più grande regione o città. E' proprio evidente che riflette una piccolissima comunità. Da un lato, in un certo senso negativo, appare subito che spesso mancano avvenimenti da narrare o da documentare, e dall'altra, in positivo, permette di valorizzare molte persone, anche gruppi e varie istituzioni. Praticamente, tutte le persone che fanno cose degne di nota hanno la possibilità di comparire sullo schermo. Altro dato positivo è la possibilità teorica di segnalare idee, iniziative di cultura, assistenza, servizio sociale e volontariato. Penso in modo particolare alla promozione del canto e della musica e così dello sport soprattutto competitivo che già avviene. Vedo però che è carente la promozione dell'alpinismo giovanile, familiare e in generale dello sport non competitivo. Nonostante ciò. a me pare che questo giornalismo debba allargare l'orizzonte e non temere di affrontare temi decisamente delicati che implicano approfondimento interpretativo. Inoltre, temo che non abbiano un progetto a monte, ad esempio sull'immagine che vogliono dare della Valle d'Aosta. Lo lasciano in mano al governo, mentre potrebbero elaborarne uno proprio. Mi riferisco alla non sufficiente esaltazione della componente culturale e artistica (ad esempio, Aosta è una città di arte?), e all'immagine estiva della Valle come un susseguirsi di sagre e di appetitose offerte di cibi tradizionali.

Volendo insistere sulle debolezze del nostro giornalismo valdostano (chiedo però perdono perchè essendo anche io promotore di un giornale e di una radio, parlo anche per me) trovo che potrebbe coltivare di più la curiosità culturale e sociale: ci sono diversi problemi seri e propri della nostra terra, regolarmente taciuti, forse sono anche un po' tabou. Mi limito a richiamarne due, i giovani e l'immigrazione straniera. Secondo me, il futuro di una regione così vecchia e con un tasso così debole di natività, è fortemente compromesso, ma nessuno lo vede. Almeno varrebbe la pena aver cura dei giovani. Ebbene nessuno si occupa seriamente di loro, escludendo forse la promozione dello sport popolare e competitivo. Si conoscono troppo poco il loro mondo, le loro paure, i loro desideri e soprattutto si fa troppo poco per preparali a prendere in mano le redini della Valle negli anni che stanno per venire. Un sintomo preoccupante di questo disinteresse è stato dato dal silenzio totale anche dei grandi e più diffusi nostri giornali, TV e Radio, sulla ricerca fatta dalla nostra Università sui giovani nell'anno 2008. Vale la stessa cosa per le conferenze stampa che ogni anno da cinque ormai, fa la Caritas diocesana per presentare uno studio imponente e unico in Italia, in grado di offrire informazioni precise e aggiornate sulla presenza degli stranieri in Italia e nella Valle.

Vedo un problema ulteriore. In una realtà piccola come la nostra, dove tutti si conoscono da un lato non è facile sfuggire al favore che non può non nascere da vecchia e nuova amicizia, colleghi di lavoro, ex compagni di scuola... e dall'altro il potere di influenza delle istituzioni e della politica in virtù delle piccole misure, senza voler accusare nessuno, si accentua facilmente e spesso, e così il sistema informativo globale perde autonomia e soprattutto la voglia di prendere iniziativa.

3. Nella società moderna la famiglia è fonte anche di notizie di cronaca. Come tutelare chi non è direttamente coinvolto senza penalizzare l'informazione?

La lettura che i giornalisti fanno della famiglia è del tutto schierata; non ne vedono l'ambivalenza che di questa realtà mette insieme positività e negatività. Per loro sono interessanti quasi solo le famiglie disfatte, e trovano anche un po' di gusto a mostrare che la chiesa perde la partita e che nessuno l'ascolta più. L'impasto dell'avventura umana e spirituale che c'è dentro nessuno sembra vederla. In una società in trasformazione come la nostra e soprattutto in una società che ha bruciato tutti i controlli sociali in particolare quelli che venivano dall'educazione cattolica unitamente al costume parzialmente inconscio ma osservato - quelli propri della famiglia estesa e contadina - tutti i cittadini hanno molta più libertà di un tempo e i giovani soprattutto, non ricevendo spinte che li responsabilizzino; in questa situazione di enormi condizionamenti succede che le persone più deboli le meno capaci di autocontrollo, cedano e paghino il prezzo più alto. Molte volte le famiglie che vanno a pezzi e che alimentano le notizie di cronaca sono espressione di questa parte debole della nostra società. L'informazione se non si limita a narrare e a stupire, ma da spazio all'interpretazione, può non infierire sui deboli e colpire forse chi produce o mantiene il caso acceso abnorme e soprattutto e cominciare a denunciare la sfacciata libertà che indebolisce coloro che sono già stati feriti nel corso della loro vita.

sabato 26 marzo 2011

Il messaggio per la Quaresima di Benedetto XVI

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 201
1
 “Con Cristo siete sepolti nel Battesimo,
con lui siete anche risorti
” (cfr Col 2,12)

Cari fratelli e sorelle,
la Quaresima, che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua, è per la Chiesa un tempo liturgico assai prezioso e importante, in vista del quale sono lieto di rivolgere una parola specifica perché sia vissuto con il dovuto impegno. Mentre guarda all’incontro definitivo con il suo Sposo nella Pasqua eterna, la Comunità ecclesiale, assidua nella preghiera e nella carità operosa, intensifica il suo cammino di purificazione nello spirito, per attingere con maggiore abbondanza al Mistero della redenzione la vita nuova in Cristo Signore (cfr Prefazio I di Quaresima).
1. Questa stessa vita ci è già stata trasmessa nel giorno del nostro Battesimo, quando, “divenuti partecipi della morte e risurrezione del Cristo”, è iniziata per noi “l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo” (Omelia nella Festa del Battesimo del Signore, 10 gennaio 2010). San Paolo, nelle sue Lettere, insiste ripetutamente sulla singolare comunione con il Figlio di Dio realizzata in questo lavacro. Il fatto che nella maggioranza dei casi il Battesimo si riceva da bambini mette in evidenza che si tratta di un dono di Dio: nessuno merita la vita eterna con le proprie forze. La misericordia di Dio, che cancella il peccato e permette di vivere nella propria esistenza “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), viene comunicata all’uomo gratuitamente.
L’Apostolo delle genti, nella Lettera ai Filippesi, esprime il senso della trasformazione che si attua con la partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, indicandone la meta: che “io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11). Il Battesimo, quindi, non è un rito del passato, ma l’incontro con Cristo che informa tutta l’esistenza del battezzato, gli dona la vita divina e lo chiama ad una conversione sincera, avviata e sostenuta dalla Grazia, che lo porti a raggiungere la statura adulta del Cristo.
Un nesso particolare lega il Battesimo alla Quaresima come momento favorevole per sperimentare la Grazia che salva. I Padri del Concilio Vaticano II hanno richiamato tutti i Pastori della Chiesa ad utilizzare “più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale” (Cost.Sacrosanctum Concilium, 109). Da sempre, infatti, la Chiesa associa la Veglia Pasquale alla celebrazione del Battesimo: in questo Sacramento si realizza quel grande mistero per cui l’uomo muore al peccato, è fatto partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo stesso Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (cfr Rm 8,11). Questo dono gratuito deve essere sempre ravvivato in ciascuno di noi e la Quaresima ci offre un percorso analogo al catecumenato, che per i cristiani della Chiesa antica, come pure per i catecumeni d’oggi, è una scuola insostituibile di fede e di vita cristiana: davvero essi vivono il Battesimo come un atto decisivo per tutta la loro esistenza.
2. Per intraprendere seriamente il cammino verso la Pasqua e prepararci a celebrare la Risurrezione del Signore - la festa più gioiosa e solenne di tutto l’Anno liturgico - che cosa può esserci di più adatto che lasciarci condurre dalla Parola di Dio? Per questo la Chiesa, nei testi evangelici delle domeniche di Quaresima, ci guida ad un incontro particolarmente intenso con il Signore, facendoci ripercorrere le tappe del cammino dell’iniziazione cristiana: per i catecumeni, nella prospettiva di ricevere il Sacramento della rinascita, per chi è battezzato, in vista di nuovi e decisivi passi nella sequela di Cristo e nel dono più pieno a Lui.
La prima domenica dell’itinerario quaresimale evidenzia la nostra condizione dell’uomo su questa terra. Il combattimento vittorioso contro le tentazioni, che dà inizio alla missione di Gesù, è un invito a prendere consapevolezza della propria fragilità per accogliere la Grazia che libera dal peccato e infonde nuova forza in Cristo, via, verità e vita (cfr Ordo Initiationis Christianae Adultorum, n. 25). E’ un deciso richiamo a ricordare come la fede cristiana implichi, sull’esempio di Gesù e in unione con Lui, una lotta “contro i dominatori di questo mondo tenebroso” (Ef 6,12), nel quale il diavolo è all’opera e non si stanca, neppure oggi, di tentare l’uomo che vuole avvicinarsi al Signore: Cristo ne esce vittorioso, per aprire anche il nostro cuore alla speranza e guidarci a vincere le seduzioni del male.
Il Vangelo della Trasfigurazione del Signore pone davanti ai nostri occhi la gloria di Cristo, che anticipa la risurrezione e che annuncia la divinizzazione dell’uomo. La comunità cristiana prende coscienza di essere condotta, come gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, “in disparte, su un alto monte” (Mt 17,1), per accogliere nuovamente in Cristo, quali figli nel Figlio, il dono della Grazia di Dio: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (v. 5). E’ l’invito a prendere le distanze dal rumore del quotidiano per immergersi nella presenza di Dio: Egli vuole trasmetterci, ogni giorno, una Parola che penetra nelle profondità del nostro spirito, dove discerne il bene e il male (cfr Eb 4,12) e rafforza la volontà di seguire il Signore.
La domanda di Gesù alla Samaritana: “Dammi da bere” (Gv 4,7), che viene proposta nella liturgia della terza domenica, esprime la passione di Dio per ogni uomo e vuole suscitare nel nostro cuore il desiderio del dono dell’ “acqua che zampilla per la vita eterna” (v. 14): è il dono dello Spirito Santo, che fa dei cristiani “veri adoratori” in grado di pregare il Padre “in spirito e verità” (v. 23). Solo quest’acqua può estinguere la nostra sete di bene, di verità e di bellezza! Solo quest’acqua, donataci dal Figlio, irriga i deserti dell’anima inquieta e insoddisfatta, “finché non riposa in Dio”, secondo le celebri parole di sant’Agostino.
La “domenica del cieco nato” presenta Cristo come luce del mondo. Il Vangelo interpella ciascuno di noi: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. “Credo, Signore!” (Gv 9,35.38), afferma con gioia il cieco nato, facendosi voce di ogni credente. Il miracolo della guarigione è il segno che Cristo, insieme alla vista, vuole aprire il nostro sguardo interiore, perché la nostra fede diventi sempre più profonda e possiamo riconoscere in Lui l’unico nostro Salvatore. Egli illumina tutte le oscurità della vita e porta l’uomo a vivere da “figlio della luce”.
Quando, nella quinta domenica, ci viene proclamata la risurrezione di Lazzaro, siamo messi di fronte al mistero ultimo della nostra esistenza: “Io sono la risurrezione e la vita… Credi questo?” (Gv11,25-26). Per la comunità cristiana è il momento di riporre con sincerità, insieme a Marta, tutta la speranza in Gesù di Nazareth: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo” (v. 27). La comunione con Cristo in questa vita ci prepara a superare il confine della morte, per vivere senza fine in Lui. La fede nella risurrezione dei morti e la speranza della vita eterna aprono il nostro sguardo al senso ultimo della nostra esistenza: Dio ha creato l’uomo per la risurrezione e per la vita, e questa verità dona la dimensione autentica e definitiva alla storia degli uomini, alla loro esistenza personale e al loro vivere sociale, alla cultura, alla politica, all’economia. Privo della luce della fede l’universo intero finisce rinchiuso dentro un sepolcro senza futuro, senza speranza.
Il percorso quaresimale trova il suo compimento nel Triduo Pasquale, particolarmente nella Grande Veglia nella Notte Santa: rinnovando le promesse battesimali, riaffermiamo che Cristo è il Signore della nostra vita, quella vita che Dio ci ha comunicato quando siamo rinati “dall’acqua e dallo Spirito Santo”, e riconfermiamo il nostro fermo impegno di corrispondere all’azione della Grazia per essere suoi discepoli.
3. Il nostro immergerci nella morte e risurrezione di Cristo attraverso il Sacramento del Battesimo, ci spinge ogni giorno a liberare il nostro cuore dal peso delle cose materiali, da un legame egoistico con la “terra”, che ci impoverisce e ci impedisce di essere disponibili e aperti a Dio e al prossimo. In Cristo, Dio si è rivelato come Amore (cfr 1Gv 4,7-10). La Croce di Cristo, la “parola della Croce” manifesta la potenza salvifica di Dio (cfr 1Cor 1,18), che si dona per rialzare l’uomo e portargli la salvezza: amore nella sua forma più radicale (cfr Enc. Deus caritas est, 12). Attraverso le pratiche tradizionali del digiuno, dell’elemosina e della preghiera, espressioni dell’impegno di conversione, la Quaresima educa a vivere in modo sempre più radicale l’amore di Cristo. Il digiuno, che può avere diverse motivazioni, acquista per il cristiano un significato profondamente religioso: rendendo più povera la nostra mensa impariamo a superare l’egoismo per vivere nella logica del dono e dell’amore; sopportando la privazione di qualche cosa - e non solo di superfluo - impariamo a distogliere lo sguardo dal nostro “io”, per scoprire Qualcuno accanto a noi e riconoscere Dio nei volti di tanti nostri fratelli. Per il cristiano il digiuno non ha nulla di intimistico, ma apre maggiormente a Dio e alle necessità degli uomini, e fa sì che l’amore per Dio sia anche amore per il prossimo (cfrMc 12,31).
Nel nostro cammino ci troviamo di fronte anche alla tentazione dell’avere, dell’avidità di denaro, che insidia il primato di Dio nella nostra vita. La bramosia del possesso provoca violenza, prevaricazione e morte; per questo la Chiesa, specialmente nel tempo quaresimale, richiama alla pratica dell’elemosina, alla capacità, cioè, di condivisione. L’idolatria dei beni, invece, non solo allontana dall’altro, ma spoglia l’uomo, lo rende infelice, lo inganna, lo illude senza realizzare ciò che promette, perché colloca le cose materiali al posto di Dio, unica fonte della vita. Come comprendere la bontà paterna di Dio se il cuore è pieno di sé e dei propri progetti, con i quali ci si illude di potersi assicurare il futuro? La tentazione è quella di pensare, come il ricco della parabola: “Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni…”. Conosciamo il giudizio del Signore: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita…” (Lc 12,19-20). La pratica dell’elemosina è un richiamo al primato di Dio e all’attenzione verso l’altro, per riscoprire il nostro Padre buono e ricevere la sua misericordia.
In tutto il periodo quaresimale, la Chiesa ci offre con particolare abbondanza la Parola di Dio. Meditandola ed interiorizzandola per viverla quotidianamente, impariamo una forma preziosa e insostituibile di preghiera, perché l’ascolto attento di Dio, che continua a parlare al nostro cuore, alimenta il cammino di fede che abbiamo iniziato nel giorno del Battesimo. La preghiera ci permette anche di acquisire una nuova concezione del tempo: senza la prospettiva dell’eternità e della trascendenza, infatti, esso scandisce semplicemente i nostri passi verso un orizzonte che non ha futuro. Nella preghiera troviamo, invece, tempo per Dio, per conoscere che “le sue parole non passeranno” (cfr Mc 13,31), per entrare in quell’intima comunione con Lui “che nessuno potrà toglierci” (cfr Gv 16,22) e che ci apre alla speranza che non delude, alla vita eterna.
In sintesi, l’itinerario quaresimale, nel quale siamo invitati a contemplare il Mistero della Croce, è “farsi conformi alla morte di Cristo” (Fil 3,10), per attuare una conversione profonda della nostra vita: lasciarci trasformare dall’azione dello Spirito Santo, come san Paolo sulla via di Damasco; orientare con decisione la nostra esistenza secondo la volontà di Dio; liberarci dal nostro egoismo, superando l’istinto di dominio sugli altri e aprendoci alla carità di Cristo. Il periodo quaresimale è momento favorevole per riconoscere la nostra debolezza, accogliere, con una sincera revisione di vita, la Grazia rinnovatrice del Sacramento della Penitenza e camminare con decisione verso Cristo.
Cari fratelli e sorelle, mediante l’incontro personale col nostro Redentore e attraverso il digiuno, l’elemosina e la preghiera, il cammino di conversione verso la Pasqua ci conduce a riscoprire il nostro Battesimo. Rinnoviamo in questa Quaresima l’accoglienza della Grazia che Dio ci ha donato in quel momento, perché illumini e guidi tutte le nostre azioni. Quanto il Sacramento significa e realizza, siamo chiamati a viverlo ogni giorno in una sequela di Cristo sempre più generosa e autentica. In questo nostro itinerario, ci affidiamo alla Vergine Maria, che ha generato il Verbo di Dio nella fede e nella carne, per immergerci come Lei nella morte e risurrezione del suo Figlio Gesù ed avere la vita eterna.
Dal Vaticano, 4 novembre 2010

venerdì 25 marzo 2011

Conferenza di Jean Kouchner

AOSTA – Le concentrazioni editoriali sono compatibili con il pluralismo dell’informazione? I principi deontologici dei giornalisti hanno ancora senso e sono sufficienti in una realtà in cui la notizia è allo stesso tempo merce e servizio?
Sono alcune delle domande intorno alle quali si è svolto un interessante dibattito a seguito della conferenza di  Jean Kouchner, giornalista francese che accanto alla professione di cronista coltiva la ricerca teorica come professore associato all’Università di Montpellier 1, dove è direttore del Master di gestione dei media. 


Kouchner ne ha parlato ad Aosta, lunedì 21 marzo, in Biblioteca regionale alle 18, nell’ambito del ciclo di conferenze inserito nel programma della Saison Culturelle organizzata dall’assessorato alla Cultura. Giornalista della carta stampata, ma anche di radio e televisione, Kouchner ricopre un ruolo di direzione anche all’interno del gruppo Glenat, uno dei più importanti oltralpe. Le sue riflessioni si basano dunque anche sull’esperienza diretta che lo ha portato a porsi domande sul ruolo dei mezzi di comunicazione di massa e su chi vi lavora. 


Quello in Valle d’Aosta, per Kouchner, è un ritorno. In tempi recenti il giornalista-professore ha pubblicato, con il patrocinio del Consiglio regionale, il libro “L’odeur de la neige. Aventures valdotaines extraordinaires”, edito dalla casa editrice Musumeci.

mercoledì 23 marzo 2011

Jean- Luc Nancy

Jean-Luc Nancy, nato a Bordeaux nel 1940, insegna presso l’Università di Strasburgo, nonché alle Università di Berlino, San Diego, Berkeley e Irvine. Una delle figure più importanti e originali del pensiero contemporaneo internazionale, Nancy è il filosofo francese vivente più noto al mondo. Insieme a Jacques Derrida – che poco prima di morire dedicò un libro al suo pensiero – è il più grande maestro del decostruzionismo e del pensiero filosofico postmoderno.
Le sue riflessioni – partite dalle questioni della politica, della libertà e della comunità nonché della soggettività e della corporeità, si sono ampliate negli anni all’ambito dell’arte e dell’estetica, nonché a una rifondazione post-heideggeriana di un’ontologia che ci consegna tutti “non a un senso finale, bensì a un senso finito”, ovvero non trascendente, declinato in una molteplicità infinita di interpretazioni nella pluralità dei diversi soggetti viventi.
Nelle sue opere più recenti, Nancy si è dedicato alla decostruzione del cristianesimo, ovvero a un’analisi interna della religione cristiana per ritrovare al suo interno quei principi che, superando i confini di quella fede, costituiscono anche molti dei fondamenti della civiltà occidentale. Notevole interesse hanno suscitato inoltre i suoi libri autobiografici sulla condizione di trapiantato di cuore.
Tra le sue opere più significative tradotte in italiano segnaliamo: L’esperienza della libertà (Einaudi), sul tema della libertà come “dis-chiusura” del limite e di ogni identità; La comunità inoperosa (Cronopio); Il mito nazi (con Philippe Lacoue-Labarthe, Il Melangolo; Corpus (Cronopio); Essere singolare plurale (Einaudi), sul tema della unità/molteplicità, principi chiave della sua rifondazione dell’ontologia; La creazione del mondo o la mondializzazione (Einaudi); Noli me tangere: saggio sul levarsi del corpo (Bollati Boringhieri);
L’intruso (Cronopio), sull’esperienza autobiografica del trapianto cardiaco e della sopravvivenza consentita dalla presenza inassimilabile di un intruso, il cuore dell’altro; La pelle delle immagini (Bollati Boringhieri), sul tema della nudità intesa come svestirsi delle categorie logico-razionali del pensiero; La dischiusura. Decostruzione del Cristianesimo I (Cronopio); Il giusto e l’ingiusto (Feltrinelli); Il peso di un pensiero, l’approssimarsi (Mimesis). Il suo libro più recente, L’Adoration (Déconstruction du christianime II), apparso nel 2010 e non ancora tradotto, approfondisce il discorso della decostruzione del cristianesimo.

“Cortile dei Gentili”

L’apparato dei “media” cattolici francesi è in piena attività per sostenere l’iniziativa del “Cortile dei Gentili” che la prossima settimana proporrà due intensi giorni di incontri a Parigi (24 e 25 marzo). Notizie generali sull’iniziativa si possono avere consultando i siti internet www.atriumgentium.org, promosso dal Pontificio Consiglio, e per la Francia il sito www.parvisdesgentils.fr. La tivu cattolica KTO (sito www.ktotv.com/) seguirà l’evento in diretta, anche via satellite, insieme alla rete nazionale delle emittenti locali Radio Chretiennes Francophone (www.rcf.fr). Anche Radio Notre Dame manderà in onda i vari momenti, che potranno essere seguiti al di fuori di Parigi tramite una apposita radio-web creata per l’occasione e quindi fruibile in tutto il mondo. Per la stampa c’è la mobilitazione del quotidiano “La Croix” e di altre testate nazionali e locali. “Un evento molto significativo – ha spiegato p. Laurent Mazas, direttore esecutivo del “Cortile dei Gentili” – sarà costituito dall’invito ai non credenti, che vorranno partecipare all’incontro conclusivo sul piazzale della cattedrale di Notre-Dame, a entrare nella stessa cattedrale lasciando, se vorranno, un pensiero e una preghiera al ‘Dio sconosciuto’”. All’incontro presso l’Institut de France di venerdì 25 marzo (ore 15-18) sui temi della etica politica ed economica, è stata annunciata la presenza anche del ministro italiano alle Finanze, Giulio Tremonti, non ricompreso nel primo elenco dei relatori.
“L’intenzione dell’iniziativa del ‘cortile dei gentili’ che prende il via da Parigi non è quella di sostituirsi all’attività e alla pastorale delle Chiese nazionali, ma di offrire un contributo al dialogo tra i credenti e i non credenti, favorendo in seguito la nascita e lo sviluppo di analoghe iniziative da parte delle comunità cattoliche locali”: lo ha detto oggi in Vaticano il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, durante la presentazione del “Cortile dei Gentili” che prenderà il via a Parigi la prossima settimana con due giorni di incontri (24-25 marzo) all’Unesco, alla Sorbona, all’Institut de France e al College des Bernardins e incontro di chiusura sul sagrato di Notre-Dame con video messaggio del Papa. “Il ‘Cortile dei Gentili’ – ha detto ancora il cardinale – è uno spazio che deve avere una sua autonomia, non deve cercare un minimo comune denominatore, ma favorire il dialogo tra i credenti e i non credenti, allentando il muro di separatezza che li divide”. Secondo il card. Ravasi, “in questa prima fase che prende il via da Parigi il dialogo verrà stimolato in forma ‘alta’, coinvolgendo figure rappresentative dei diversi orizzonti scientifici e culturali, e toccando temi scottanti e fondamentali dell’esistere”.Tre colloqui su “Illuminismo, religioni e ragione comune” segneranno il 24 e 25 marzo il lancio a Parigi del “Cortile dei gentili”, la nuova “iniziativa di scambio, dialogo e azioni comuni fra credenti e non credenti”, promossa su indicazione di Benedetto XVI e affidata al Pontificio Consiglio della cultura. L’iniziativa, che viene presentata questa mattina in Vaticano, prende il nome dal vasto spazio un tempo dedicato nei pressi del tempio di Gerusalemme alla discussione fra ebrei e non ebrei, “si pone come complementare al dialogo interreligioso sviluppato da molti decenni – spiega una nota del dicastero vaticano - e costituisce un impegno della Chiesa sul lungo termine che interesserà numerose persone nel mondo, credenti e non credenti”. L’obiettivo è “contribuire a far sì che i grandi interrogativi dell’esistenza umana, soprattutto quelli di carattere spirituale, siano veramente presi in conto e dibattuti nelle nostre società grazie a una riflessione razionale comune”. La scelta per l’avvio del progetto è caduta su Parigi, “città che contiene l’eredità dell’illuminismo”. I tre colloqui si svolgeranno alla presenza del presidente del Pontificio Consiglio della cultura, card. Gianfranco Ravasi, in tre luoghi simbolici dello spazio laico. Il pomeriggio del 24 marzo all’Unesco, con la partecipazione della direttrice generale Irina Bokova, “perché questo dialogo è fondamentalmente una questione culturale ed è internazionale”.All’incontro interverranno tra gli altri Giuliano Amato, già presidente del Consiglio italiano, e Jean Vanier, fondatore de L’Arche. Il mattino del 25 marzo sarà l’Université Sorbonne ad ospitare l’incontro, “perché la realizzazione di questo dialogo deve essere favorita dalle esigenze e dagli apporti del dibattito universitario”. Tra i relatori Patrick Gerard, rettore d’Accademia e cancelliere delle università di Parigi, e il filosofo Jean-Luc Marion (Académie Française). Il pomeriggio dello stesso giorno appuntamento all’Institut de France, “perché sono interessati tutti gli ambiti del sapere e le discipline rappresentate nelle cinque Accademie”. Interverranno tra gli altri il cancelliere dell’Institut, Gabriel de Broglie, e Rémi Brague, membro dell’Académie des sciences morales et politiques. In serata si terrà al Collège des Bernardins una tavola rotonda conclusiva. La stessa sera si svolgerà anche un momento di festa sul sagrato della cattedrale di Notre-Dame. I partecipanti verranno accolti dal card. André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi. Un maxischermo sul sagrato trasmetterà un discorso del Papa sul senso e gli obiettivi dell’iniziativa. La cattedrale resterà aperta per chi vorrà pregare con la comunità di Taizé”. Dopo Parigi, altre città accoglieranno manifestazioni del “Cortile dei gentili”. Tra queste Firenze, Tirana, Stoccolma, Praga, Berlino, Quebec, Mosca, Chicago e Washington.

lunedì 21 marzo 2011

Scuola di Alta Formazione Filosofica: Jean-Luc Nancy

Giovedì 31 marzo ore 18 Galleria d’Arte Moderna Via Magenta 31 – Torino
 Jean-Luc Nancy - Che cosa vuol dire “collettivo”? con Ugo Perone

Lezione magistrale del IX ciclo di seminari
della Scuola di Alta Formazione Filosofica

Jean-Luc Nancy, massimo decostruzionista vivente, dedica al “superamento della decostruzione” il suo ciclo di seminari presso la Scuola di Alta Formazione Filosofica di Torino. Giovedì 31 marzo la lezione magistrale incentrata sul senso dell’“essere insieme”.

Sarà Jean-Luc Nancy – massimo esponente del decostruzionismo e del pensiero filosofico postmoderno francese insieme a Jacques Derrida, che qualche anno prima di morire gli fece l’onore di dedicare al suo pensiero un ampio volume – il docente ospite, dal 28 marzo al 1º aprile 2011, del IX ciclo di seminari, intitolato Pensare oltre e dopo la decostruzione, della Scuola di Alta Formazione Filosofica (SdAFF) di Torino.
Allievo di Paul Ricoeur, nel corso della sua carriera filosofica Nancy si è interessato alla politica, con ricerche sulle nozioni di comunità, libertà e soggettività, all’arte e all’estetica, anche in collaborazione con artisti quali Claudio Parmiggiani e Abbas Kiarostami, alla corporeità, in particolare con un libro autobiografico sulla sua esperienza di trapiantato di cuore e, più recentemente, alla decostruzione del cristianesimo.

Nel suo ciclo di incontri seminariali presso la Scuola di Alta Formazione Filosofica, Jean-Luc Nancy svilupperà, in una direzione del tutto inedita, uno dei concetti cardine delle sue ultime riflessioni, quello di “dis-chiusura”, ovvero di riapertura degli orizzonti concettuali del pensiero dell’Occidente, affrontando i temi della creazione di senso e del mondo, dell’ad-orazione – intesa come un rivolgersi all’altro –, nonché della pulsione – concepita come un andare verso – e dell’infinito.

Giovedì 31 marzo alle ore 18 presso la Galleria d’Arte Moderna di Torino, Nancy terrà inoltre una lezione magistrale in italiano intitolata Che cosa vuol dire “collettivo”?, in cui il concetto di “collettivo”, ovvero di “essere insieme”, inteso come presupposto e fondamento di uno dei temi centrali del suo pensiero, ovvero quello politico-sociale della comunità, verrà analizzato in stretta relazione con la nozione di libertà, vista come atto di dare inizio e far esistere qualcosa di nuovo, qualcosa che non c’è ancora. Con lui sarà presente Ugo Perone.

La Scuola di Alta Formazione Filosofica – fondata e diretta da Ugo Perone, ordinario di Filosofia Morale e direttore del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale, organizzata dal Centro Studi Filosofico-religiosi “Luigi Pareyson” con il sostegno della Compagnia di San Paolo, la collaborazione della Società Filosofica Italiana, il patrocinio di Regione Piemonte, Provincia di Torino e Città di Torino – si pone come luogo d’incontro tra le grandi figure della filosofia mondiale invitate di volta in volta e un gruppo di giovani studiosi italiani e stranieri selezionati mediante bando e chiamati a mettersi in gioco, con il sostegno di alcuni tutor, all’interno dei seminari settimanali intensivi di 5 ore giornaliere a loro riservati.

Nell’ottica di un confronto più allargato sul tempo presente e sull’interpretazione della modernità, a ogni ciclo di seminari a numero chiuso la Scuola di Alta Formazione Filosofica affianca una conferenza pubblica intesa quale momento di dialogo con la società e la cultura. L’intento di rappresentare l’ampiezza e la complessità degli studi filosofici contemporanei della SdAFF si manifesta anche nella scelta dei filosofi ospiti dei seminari semestrali e della conferenza collegata.
Ai precedenti cicli seminariali sono stati invitati il fenomenologo francese Jean-Luc Marion, il filosofo tedesco Dieter Henrich, gli americani Charles Larmore e John R. Searle, l’ungherese Ágnes Heller, Emanuele Severino e il fenomenologo tedesco Bernhard Waldenfels.

Il "cortile dei gentili": dialogo tra credenti e non credenti

CITTA' DEL VATICANO, 18 MAR. 2011 (VIS). Questa mattina, presso la Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo la Conferenza Stampa di presentazione dell'iniziativa del Pontificio Consiglio della Cultura denominata "Cortile dei Gentili" - Due giorni di incontro e di dialogo fra credenti e non credenti a Parigi (24-25 marzo).
Alla Conferenza Stampa sono intervenuti il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura; il Padre Jean-Marie Laurent Mazas, F.S.J., Direttore Esecutivo del "Cortile dei Gentili" e il Signor Stanislas de Laboulaye, Ambasciatore di Francia presso la Santa Sede.

"Per volere di Papa Benedetto XVI" - ha spiegato il Cardinale Ravasi - "la Chiesa ha deciso di impegnarsi in una nuova fase di dialogo, di scambi e di azioni comuni fra credenti e non credenti, fase affidata al Pontificio Consiglio della Cultura".

Il Nome "Cortile dei Gentili" rappresenta "l'immagine del vasto spazio, in prossimità del Tempio di Gerusalemme, una volta riservato alle discussioni fra giudei e non giudei. Complementare del dialogo interreligioso sviluppatosi da diversi decenni, costituisce un impegno a lungo termine della Chiesa e riguarda le numerose persone nel mondo, credenti e non credenti".

"Il suo obiettivo" - ha proseguito il Cardinale Ravasi - "è quello di contribuire affinché i grandi interrogativi dell'esistenza umana, in particolare gli interrogativi di carattere spirituale, siano effettivamente tenuti in conto e discussi nella nostra società, ponendo in opera la nostra ragione comune".

"Quel simbolo di apartheid e di separatezza sacrale" - ha proseguito il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura - "che era il muro del 'Cortile dei Gentili' è, quindi, cancellato da Cristo che desidera eliminare le barriere per un incontro nell'armonia tra i due popoli. (...) Credenti e non credenti stanno su territori differenti, ma non si devono rinserrare in un isolazionismo sacrale o laico, ignorandosi o peggio scagliandosi sberleffi o accuse, come vorrebbero i fondamentalisti di entrambi gli schieramenti. Certo, non si devono appiattire le differenze, liquidare le diverse concezioni, ignorare le discordanze. Ognuno ha i piedi piantati in un 'cortile' separato, ma i pensieri e le parole, le opere e le scelte possono confrontarsi e persino incontrarsi".

"Ricorrendo a un gioco di parole assonanti (ma non di etimologie), tra Cristiani e Gentili si potrebbe adottare la tecnica del duello in uno scontro all'arma bianca, alla maniera dell'ateo e del gesuita del film La Via Lattea di Buñuel" - ha concluso il Cardinale Ravasi - "Quello che il progetto denominato 'Cortile dei Gentili' vuole proporre è, invece, un duetto (dal latino duo) ove le voci possono appartenere anche agli antipodi sonori, come un basso e un soprano, eppure riescono a creare armonia, senza per questo rinunciare alla propria identità, cioè, fuor di metafora, senza scolorirsi in un vago sincretismo ideologico".

Nel pomeriggio di giovedì 24 marzo, presso la sede dell'UNESCO, avrà luogo la sessione inaugurale, presieduta dalla Direttrice Generale Signora Irina Bokova, alla quale assisteranno diplomatici e rappresentanti della cultura.

Venerdì 25 marzo, sono previsti tre colloqui sul tema: "Religione, lume e ragione", la mattina presso l'Università la Sorbona, e nel pomeriggio presso l'Institut de France e le Collège des Bernardins. La giornata si concluderà con una festa aperta a tutti, in particolare ai giovani, sul tema: "L'Atrio dello Sconosciuto", organizzata in Notre Dame de Parìs. In questa occasione il Papa parlerà sul significato e gli obiettivi di questa iniziativa del Pontificio Consiglio della Cultura in un discorso che sarà trasmesso su di un maxi schermo.

giovedì 17 marzo 2011

150 anni: S. Maria degli angeli



Omelia del Card. Angelo Bagnasco
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia

Roma, 17 marzo 2011, Basilica di S. Maria degli Angeli

Siamo qui oggi – insieme ai Presidenti delle conferenze episcopali regionali - per elevare a Dio l’inno di ringraziamento per l’Italia. Non è retorica, né tantomeno nostalgia quella che ci muove, ma la consapevolezza che la Patria che ci ha generato è una preziosa eredità e insieme una esigente responsabilità. L’Eucaristia che stiamo celebrando in questa Basilica di S. Maria degli Angeli - uno degli innumerevoli scrigni di bellezza custoditi dal nostro Paese - ci invita ad oltrepassare le contingenze del momento presente e ad allargare lo sguardo a quella singolare ‘Provvidenza’ che ha condotto gli italiani a diventare sempre più consapevoli dell’Italia. Ben prima dell’Italia in senso stretto, infatti, è esistita una sotterranea tensione morale e spirituale in cui si sono forgiate la lingua e progressivamente la sensibilità e la cultura e che ha condotto, per vie non sempre rettilinee, a dar vita all’Italia. Di essa tutti ci sentiamo oggi orgogliosamente figli perché a lei tutti dobbiamo gran parte della nostra identità umana e religiosa.

“Signore, la tua bontà dura per sempre”

La Liturgia ci ha posto sulle labbra queste parole e ancor più nel nostro cuore: sentimento di lode e di gratitudine per i doni di Dio, e, tra questi, la grazia di appartenere ad un popolo, di avere una storia e un destino comune, di avere un volto: di non essere civilmente orfani. La Patria, nello stesso linguaggio comune, esprime una paternità, così come la Madrepatria esprime una maternità: il popolo che nasce da ideali alti e comuni, che vive secondo valori nobili di giustizia e solidarietà, che sviluppa uno stile di relazioni virtuose, respira un anima spirituale capace di toccare le menti e i cuori, è un popolo vivo, prende volto, assapora e si riconosce uno, diventa Nazione e Patria, offre sostanza allo Stato. L’unificazione, come ha scritto il santo Padre, Benedetto XVI, al Presidente della Repubblica, “è il naturale sbocco di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo”. E’ questa la vera forza della società e dello Stato, il tesoro più grande da custodire con amore e da trasmettere alle giovani generazioni. Si è parlato di volto: senza volto infatti non ci si incontra, non si riesce a conoscersi, a stimarsi, a correggersi, a camminare insieme, a lavorare per gli stessi obiettivi, ad essere “popolo”.
Tale volto rivela l’identità plurale e variegata della nostra Patria, in cui convivono peculiarità e tradizioni che si sviluppano in modo armonico e solidale, secondo quello che don Luigi Sturzo chiamava il “sano agonismo della libertà”. E potremmo aggiungere della operosità.
La religione, in genere, e in Italia, le comunità cristiane in particolare, sono state e sono lievito accanto alla gente: sono prossimità di condivisione e di speranza evangelica, sorgente generatrice del senso della vita, memoria permanente di valori morali. I 100.000 campanili della nostra Italia, ispirano un sentire comune diffuso che identifica senza escludere, che fa riconoscere, avvicina, sollecita il senso di cordiale appartenenza e di generosa partecipazione alla comunità cristiana, alla vita del borgo e del paese, delle città e delle regioni, dello Stato.
Come non esprimere, poi, affetto ed ammirazione per Roma, capitale d’Italia, memoria vivente della nostra storia plurimillenaria e provvidenziale sede del Successore di Pietro, centro della Cattolicità! Significative al riguardo le parole del card. Giovanni Battista Montini all’indomani del I centenario dell’Unità:”Il nome di Roma appare nelle intenzioni divine” (Campidoglio, 10 ottobre 1962).

“Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”

Il Vangelo di oggi evidenzia una delle grandi regole di ogni comunità, la legge della relazione. La nostra vera identità infatti sta nel legame. La beatitudine della vita si pesa nel dare e nel ricevere amore. A partire da dove? A partire dalla regola evangelica che gli esegeti chiamano la regola d’oro: “Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, questo anche voi fate a loro”. Prodigiosa semplificazione della legge etica. Tutta la legge la imparerò a partire da ciò che desidero per me: fate agli altri quello che desiderate per voi.
“Come agire allora? A partire da me, ma non per me” (Martin Buber, Il cammino dell’uomo). Nessuno è l’obiettivo di se stesso!
Solo uscendo dalla trappola mortale di un individualismo che ha mostrato chiaramente le sue falle e i suoi inganni, sarà possibile ritrovare un bene più ampio e a misura umana, che tutti desideriamo. L’uomo non è una monade gettata per caso nel caos, un caos abitato da innumerevoli altre che vagano come scintille nella notte, ma è relazione, come Dio-Creatore è relazione di persone nell’ intimità del suo essere. Da questa origine deriva nell’uomo un indirizzo di marcia che, prima che essere un imperativo morale, è un’esigenza ontologica, scritta cioè nelle fibre del suo essere uomo. Seguire questa direzione profonda significa per la persona raggiungere se stessa, compiersi, creare una società ricca di relazioni positive. Viceversa, allontanarsi vuol dire negarsi a se stessa, e perdersi in una libertà innamorata di sé: l’individuo è destinato a trovarsi solo con se stesso, e la società che ne consegue sarà tendenzialmente frammentata e insicura, diventerà progressivamente paurosa e aggressiva, ripiegata e autoreferenziale. Il prendersi in carico gli uni gli altri, nella quotidianità dei giorni e degli anni, sarà visto come un insopportabile attentato alla libertà individuale e alla felicità, o come un peso insostenibile per la collettività.

Da questo altare, da dove eleviamo un’intesa preghiera per il nostro Pese, la Chiesa rinnova il suo amore per l’Italia e la gioia di servire il popolo italiano secondo il Vangelo. Come Pastori, al nostro Paese auguriamo di far proprie le parole del salmo: “Rendo grazie al tuo nome, Signore, per la tua fedeltà e la tua misericordia. Nel giorno in cui t’ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza.
Amen.



Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo di Genova
Presidente della CEI

giovedì 10 marzo 2011

I significati della nostra bandiera

Come ogni bandiera del mondo, la bandiera italiana non è nata per caso. Infatti esistono vari motivi per cui essa è com’è definita dalla Costituzione:il verde, il bianco e il rosso erano presenti nelle bandiere dei più importanti Stati Italiani[1];

il verde simboleggia la speranza, a lungo coltivata e spesso delusa durante l'Ottocento, in un'Italia unita e libera, e la macchia mediterranea, fondamentale elemento del paesaggio italiano;

il bianco rappresenta le fede cristiana cattolica, professata dalla maggioranza degli Italiani, e le Alpi, famose per i loro ghiacciai;

il rosso ricorda il sangue sparso per l'Unità d'Italia;

questi tre colori, inoltre, erano già noti ai tempi di Dante Alighieri, e lo si vede nella sua Commedia, come simboli delle tre virtù teologali: verde-speranza; bianco-fede; rosso-carità (Purg. canto XXX, v.30-33): di conseguenza rappresentano la cultura e la letteratura italiana in generale;

i tre colori sono stati disposti a bande verticali di uguale spessore perché tale motivo ricorda la Rivoluzione Francese (è infatti lo schema della Bandiera della Francia) e di conseguenza gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità.