martedì 18 maggio 2010

Intervista

Indagine sulla pedofilia

Intervista a Lorenzo Bertocchi, studioso di storia del cristianesimo

di Antonio Gaspari

- Quanti casi di pedofilia si sono registrati all’interno della Chiesa cattolica? E quanti sono quelli verificatisi nella società? Chi promuove una cultura della pedofilia? E come ha fatto questa cultura a contaminare anche parti della Chiesa cattolica?

Per rispondere a queste come ad altre domande su un tema così delicato e spinoso Francesco Agnoli, Massimo Introvigne, Giuliano Guzzo, Luca Volonté e Lorenzo Bertocchi hanno appena pubblicato il saggio “Indagine sulla pedofilia nella Chiesa” (edizioni Fede & Cultura)

Per approfondire il tema in questione, ZENIT ha intervistato uno degli autori, Lorenzo Bertocchi, studioso di storia del cristianesimo, collaborare del blog www.libertaepersona.org/dblog/.

Quanti sono i casi di pedofilia nella Chiesa?

Bertocchi: Se anche vi fosse un solo caso è ovvio che sarebbe già troppo e all’interno della Chiesa chi ha dimostrato di aver idee ben chiare a tal proposito è proprio Benedetto XVI. Ciò premesso credo sia utile capire le dimensioni del fenomeno e nella prima parte del libro (“Indagine sulla pedofilia nella Chiesa” – Ed. Fede e Cultura) Massimo Introvigne ci aiuta a inquadrare il problema. Negli Stati Uniti ad esempio, secondo autorevoli indagini accademiche, dal 1950 al 2002 i sacerdoti accusati di effettiva pedofilia risultano 958 su oltre 109.000 preti, ma le condanne si riducono drasticamente fino ad un numero di poco inferiore a 100.

Padre Lombardi, in una sua dichiarazione del 10 marzo scorso, citava il caso dell’Austria dove, in uno stesso arco temporale, le accuse accertate e riconducibili alla Chiesa ammontano a 17, mentre per altri ambienti si sale a 510. Questi numeri possono dire molto o nulla, tuttavia mostrano senz’altro una tendenza che permette di sgonfiare l’ipotesi che per la Chiesa Cattolica vorrebbe fare “di tutta l’erba un fascio”.

Meriterebbe poi un discorso a parte il tema delle false accuse, come ad esempio i casi di don Giorgio Covoni, di due suore bergamasche, di padre Kinsella e suor Nora Wall in Irlanda, tutti accusati di abusi e poi assolti. Questi fatti sono importanti perché testimoniano le dinamiche non sempre chiare in cui prende corpo l’accusa.

E nella società?

Bertocchi: Leggendo i dati sembra che la piaga pedofilia sia veramente diffusa e impressionante. In un rapporto dell’OMS - Global Estimates of Health Consequences due to Violence Against Children (Ginevra, Organizzazione Mondiale della Sanità, 2006) - si indica ad esempio che per il 2002 nel mondo si potevano stimare circa 150 milioni di bambine e 73 milioni di bambini minorenni costretti in diverse forme di abuso nell’ambito sessuale.

Un rapporto ONU, presentato all’Assemblea generale il 21 luglio 2009, focalizza, invece, l’attenzione sulla situazione nel web: su scala mondiale il numero di siti on-line di natura pedo-pornografica cresce a ritmi vertiginosi, ad esempio se nel 2001 erano 261.653, nel 2004 se ne recensivano ben 480.000, tendenza che viene confermata anche consultando i report annuali dell’Associazione Meter di don Di Noto.

Questo dato relativo ad Internet mi sembra paradigmatico visto il ruolo ormai assunto dal web nella nostra vita sociale. Prende così consistenza l’idea che il tipo di campagna mediatica condotta per far passare la Chiesa Cattolica come luogo per eccellenza della pedofilia contenga una buona dose di pregiudizio.

Quale cultura promuove la pedofilia?

Bertocchi: Al centro del problema c’è quella “cultura del sesso” che, specialmente a partire dal cosiddetto ’68, ha promosso una vera e propria rivoluzione tesa ad “abolire i tabù”. La diffusione della pornografia, che in qualche modo rappresenta la bandiera di questa rivoluzione, è sotto gli occhi di tutti. La mentalità dominante oggi è quella che giustifica la pratica di unioni sessuali di ogni tipo, frutto di un pensiero che trova le sue radici in De Sade, Freud, Fromm, Reich, Marcuse, ecc., quelli che potremmo definire profeti dell’esaltazione dell’orgasmo.

Nel nostro libro è Francesco Agnoli che porta diversi esempi di come ancora oggi questa cultura sia viva e rappresentativo è il caso del partito olandese pro-pedofili da poco sciolto per carenza di firme e non per divieto legale. In radice la rivoluzione sessuale di quegli anni si poneva l’obiettivo di attaccare ogni tipo di autorità, a partire da quella di Dio e questo purtroppo ha lasciato un segno anche all’interno della Chiesa.

Come, quando e perchè la cultura favorevole alla pedofilia è penetrata nei seminari e nella Chiesa?

Bertocchi: L’indicazione la può fornire proprio la lettera che Benedetto XVI ha scritto ai cattolici d’Irlanda dove, oltre ad affrontare il problema di casi di pedofilia nel clero irlandese, il Santo Padre ricerca anche le radici del fenomeno. Nel suo argomentare egli fa riferimento anche al fatto che “il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano II fu a volte frainteso”. Sicuramente c’è un richiamo a quel periodo degli anni ’60/’70 del secolo scorso in cui la cosiddetta “apertura al mondo” ha condotto la Chiesa ad un indebolimento della fede e ad una progressiva secolarizzazione.

L’attacco sociale condotto al principio di autorità, famoso lo slogan “vietato vietare”, si è insinuato nella Chiesa e così nei seminari dove una certa interpretazione ha finito per confondere la disciplina con il dialogo; il risultato è stato una maglia più larga nella selezione dei candidati al sacerdozio.

Il Card. Caffarra a tal proposito ha precisato: “che la Chiesa si dia dei criteri per discernere chi ammettere e chi non ammettere al sacerdozio è un diritto che nessuno può ragionevolmente negarle” (“La Verità chiede di essere rivelata” – Rizzoli 2009). Oggi più che mai questo diritto va esercitato. Chi pensasse però che il problema è il celibato dei preti dovrebbe quantomeno spiegare come mai nel clero protestante, che può sposarsi, vi siano casi di abusi sessuali non inferiori a quelli del clero cattolico.

Perchè la pedofilia organizzata e praticata con il turismo sessuale non fa rumore e non si riesce a fermare?

Bertocchi: Una indagine dell’ECPAT ha rilevato che nel mondo circa 80 milioni di turisti all’anno si muovano in cerca di un’offerta sessuale. Secondo Intervita – Onlus italiana – sarebbero 10 milioni i minori coinvolti in questo mercato planetario che muove un giro d’affari stimato in 12 miliardi di dollari.

L’indagine dell’Università di Parma realizzata per ECPAT indica l’identikit del “turista tipo” che non è certo un mostro: nel 90% dei casi ha tra i 20 e i 40 anni, di cultura medio alta, buon livello di reddito, molto spesso è sposato. Le vittime, invece, hanno un’età compresa fra gli 11 e i 15 anni nel caso delle bambine e 13 – 18 per i maschi.

Questo tipo di “turismo” in molti paesi è considerato un reato, ma ciononostante si tratta di un’industria molto florida e proprio per il fatto di essere “un’industria” rende difficile fermare il fenomeno. Però c’è anche un motivo più radicale che va indagato in quella “cultura del sesso” di cui parlavo poco fa, vi sono espressioni politiche che sono portabandiera di tematiche nate in quella “cultura” e che si muovono come una vera e propria lobby.

Qual è il confine tra realtà e falso moralismo?

Bertocchi: Gran parte delle nostre società post-moderne ormai accetta o giustifica la distruzione di embrioni in quanto non li considera esseri umani, commercia in ovuli e spermatozoi come fossero biscotti, teorizza la mascolinità e la femminilità come semplici etichette culturali, diffonde la pornografia come una forma di divertimento e vorrebbe fare della morte assistita una scelta nobile.

Per una sorta di perversione della verità oggi ci troviamo di fronte ad una confusione etica di proporzioni tali che la realtà si perde nel soggettivismo. Così appunto vediamo che la condanna del comportamento immorale dei religiosi proviene dallo stesso ambiente culturale che è pronto ad accettare ogni arbitrio del singolo. Le ragioni sono di tipo ideologico, ma anche di tipo economico come dimostrano quegli studi legali americani che hanno guadagnato miliardi di dollari grazie all’uso spregiudicato dell’accusa di pedofilia.

Come valutare la linea di tolleranza zero adottata dal Pontefice Benedetto XVI?

Bertocchi: La determinazione del Santo Padre a voler fare chiarezza mi pare esemplare, indica una via di trasparenza che non solo è valida per la Chiesa, ma lo dovrebbe essere per tutti i settori della società che hanno avuto o hanno a che fare con questo triste fenomeno.

Nelle meditazioni per la Via Crucis del 2005 l’allora Card. Ratzinger mostrava chiaramente la necessità di “far pulizia” dentro la Chiesa, volontà però non giustizialista, ma desiderio di vera giustizia per far risplendere ancora di più la Sposa di Cristo “una, santa, cattolica e apostolica”.

Questo “stile” lo si può riscontrare in tutto il magistero di Benedetto XVI, la sua ricetta di purificazione si muove a 360°: l’ermeneutica della continuità, l’allargamento della razionalità, l’esempio del Curato d’Ars per l’Anno sacerdotale, l’attenzione alla liturgia, la tolleranza zero contro lo scandalo pedofilia, ecc. Il problema semmai è quello di leggere il suo insegnamento prendendo solo ciò che è più vicino alle proprie idee, omettendo di considerarlo integralmente.

In che modo la Chiesa cattolica potrà superare lo sgomento e la sfiducia così largamente diffusi tra la gente?

Bertocchi: Tutti i cattolici sono chiamati a ritornare ai fondamenti della fede per essere autentici testimoni del Signore Risorto o, come dice Luca Volontè, “chiara deve essere la coscienza della compagnia di Cristo” che ci accompagna quotidianamente. Nel suo recente viaggio apostolico a Fatima il Santo Padre ha affermato che la Chiesa soffre per cause “interne”.

Certamente faceva riferimento alle ferite provocate dai casi di abusi sessuali, ma credo anche alla necessità di una chiarezza dottrinale essenziale per un ritorno ai fondamenti. Oggi purtroppo questa chiarezza non è scontata e anche questo confonde la gente.

Mi trovo d’accordo quindi con le conclusioni che indica Agnoli nel saggio: preghiera, recupero del senso del soprannaturale, efficace esercizio del governo della Chiesa e, aggiungo, un profondo recupero del senso del peccato. “Il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa” ha detto Benedetto XVI dopo il Regina Caeli del 16 maggio.

Disgraziatamente in molta catechesi il tema “peccato” è sempre meno di moda, travolto da tanta psicologia e tanta sociologia. Riconoscersi peccatori però è la via per accogliere la Misericordia di Dio. Carità nella Verità, non c’è altro modo per donare speranza agli uomini del nostro tempo.

(ZENIT.org)

Vesakh

Cristiani e buddisti promuovano un giusto rapporto tra esseri umani e ambiente

Messaggio per la festa buddista di Vesakh

- La promozione di “un corretto rapporto tra gli esseri umani e l’ambiente” è la proposta che il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso fa ai buddisti nel Messaggio che ha inviato loro in occasione della festa di Vesakh.

Nella festa, la più importante per i buddisti, si commemorano i principali avvenimenti della vita di Buddha.

Quest’anno si celebrerà il 21 maggio in Corea e Taiwan e il 28 maggio in Thailandia, Sri Lanka, Cambogia, Birmania, Malaysia, Laos, Nepal e Viêt Nam. In Giappone è già stata celebrata l’8 marzo scorso.

Il dicastero vaticano auspica che il Messaggio, sul tema “Cristiani e Buddisti onorano la vita umana come base del rispetto per tutti gli esseri umani”, “possa contribuire a rafforzare i legami di amicizia e collaborazione già esistenti tra noi a servizio dell’umanità”.

Porgendo ai buddisti “congratulazioni e auguri cordiali di pace e gioia”, coglie l'occasione della festa di Vesakh “per riflettere insieme su un tema di particolare importanza oggi, e cioè, la crisi ambientale che ha già suscitato notevoli problemi e sofferenze in tutto il mondo”.

“Gli sforzi delle nostre due comunità per l’impegno nel dialogo interreligioso hanno contribuito a creare una nuova consapevolezza dell’importanza sociale e spirituale delle nostre rispettive tradizioni religiose in questo campo”, spiega il testo.

“Riconosciamo di avere in comune una maniera di considerare valori come il rispetto per la natura di tutte le cose, la contemplazione, l’umiltà, la semplicità, la compassione, e la generosità”.

Questi valori, aggiunge il Messaggio, “contribuiscono a una vita di non violenza, equilibrio, e sobrietà”.

La Chiesa Cattolica, prosegue il testo - firmato dal Cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del dicastero, e dall'Arcivescovo Pier Luigi Celata, Segretario -, “considera la tutela dell’ambiente come intimamente legata al tema dello sviluppo integrale della persona umana e, da parte sua, non s’impegna solo nella difesa della destinazione universale dei doni della terra, dell’acqua e dell’aria, ma incoraggia gli altri a unire gli sforzi per proteggere l’umanità dall’autodistruzione”.

“La nostra responsabilità nel proteggere la natura scaturisce, infatti, dal nostro rispetto reciproco e proviene dalla legge scritta nei cuori di ogni uomo e donna. Di conseguenza, quando nella società si rispetta l’ecologia umana, ne trae beneficio anche l’ambiente”.

Cristiani e buddisti, sottolinea il Messaggio, “nutrono un profondo rispetto per la vita umana”.

Per questo motivo, è necessario “incoraggiare gli sforzi miranti a creare un senso di responsabilità ecologica, e riaffermare al contempo le nostre convinzioni condivise circa l’inviolabilità della vita umana in ogni stadio e condizione, la dignità della persona e la missione unica della famiglia, nella quale si impara ad amare il prossimo e a rispettare la natura”.

“Promuoviamo insieme un corretto rapporto tra gli esseri umani e l’ambiente!”, esorta il testo.

“Aumentando i nostri sforzi per la creazione di una coscienza ecologica per una coesistenza serena e pacifica, possiamo dare testimonianza di uno stile di vita rispettoso, che trova senso non nell’avere di più, ma nell’essere di più”.

“Condividendo le prospettive e gli impegni delle nostre rispettive tradizioni religiose, possiamo contribuire al benessere del nostro mondo”, conclude.

***

Cristiani e Buddisti onorano la vita umana

come base del rispetto per tutti gli esseri umani

Cari amici buddisti,

1. In occasione della vostra festa del Vesakh, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso porge congratulazioni e auguri cordiali di pace e gioia a tutti voi sparsi nel mondo. Che questo messaggio possa contribuire a rafforzare i legami di amicizia e collaborazione già esistenti tra noi a servizio dell’umanità.

2. Cogliamo quest’occasione per riflettere insieme su un tema di particolare importanza oggi, e cioè, la crisi ambientale che ha già suscitato notevoli problemi e sofferenze in tutto il mondo. Gli sforzi delle nostre due comunità per l’impegno nel dialogo interreligioso hanno contribuito a creare una nuova consapevolezza dell’importanza sociale e spirituale delle nostre rispettive tradizioni religiose in questo campo. Riconosciamo di avere in comune una maniera di considerare valori come il rispetto per la natura di tutte le cose, la contemplazione, l’umiltà, la semplicità, la compassione, e la generosità. Questi valori contribuiscono a una vita di non violenza, equilibrio, e sobrietà.

3. Papa Benedetto XVI, ha fatto notare che "I differenti fenomeni di degrado ambientale e le calamità naturali… ci richiamano l’urgenza del rispetto dovuto alla natura, recuperando e valorizzando, nella vita di ogni giorno, un corretto rapporto con l’ambiente." (Udienza Generale, 26 agosto 2009). La Chiesa Cattolica considera la tutela dell’ambiente come intimamente legata al tema dello sviluppo integrale della persona umana e, da parte sua, non s’impegna solo nella difesa della destinazione universale dei doni della terra, dell’acqua e dell’aria, ma incoraggia gli altri a unire gli sforzi per proteggere l’umanità dall’autodistruzione. La nostra responsabilità nel proteggere la natura scaturisce, infatti, dal nostro rispetto reciproco e proviene dalla legge scritta nei cuori di ogni uomo e donna. Di conseguenza, quando nella società si rispetta l’ecologia umana, ne trae beneficio anche l’ambiente (cf. l’Enciclica Caritas in Veritate, n. 51).

4. Cristiani e Buddisti nutrono un profondo rispetto per la vita umana. E’ perciò cruciale per noi incoraggiare gli sforzi miranti a creare un senso di responsabilità ecologica, e riaffermare al contempo le nostre convinzioni condivise circa l’inviolabilità della vita umana in ogni stadio e condizione, la dignità della persona e la missione unica della famiglia, nella quale si impara ad amare il prossimo e a rispettare la natura.

5. Promuoviamo insieme un corretto rapporto tra gli esseri umani e l’ambiente! Aumentando i nostri sforzi per la creazione di una coscienza ecologica per una coesistenza serena e pacifica, possiamo dare testimonianza di uno stile di vita rispettoso, che trova senso non nell’avere di più, ma nell’essere di più. Condividendo le prospettive e gli impegni delle nostre rispettive tradizioni religiose, possiamo contribuire al benessere del nostro mondo.

Cari Amici Buddisti, vi rinnoviamo l’espressione dei nostri sinceri saluti, augurando a voi tutti una felice Festa del Vesakh.

Cardinale Jean-Louis Tauran
Presidente

Arcivescovo Pier Luigi Celata
Segretario





(ZENIT.org)

Media e bambini

Inchiesta negli USA: i genitori vogliono meno sesso e droga in Tv

La ricerca mostra gli sforzi per controllare ciò che vedono i bambini

WASHINGTON, mercoledì, 5 maggio 2010 (ZENIT.org).- Un'inchiesta negli Stati Uniti mostra che i genitori sono preoccupati per ciò che i loro figli vedono in televisione e vogliono più aiuto per controllare la quantità di sesso, violenza e droga in Tv.
Sono questi i risultati di una ricerca realizzata su 500 padri di famiglia, commissionata dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.

Più dell'80% degli intervistati ha detto di volere un maggior controllo sui mezzi di comunicazione, che mostrano violenza, sesso, consumo di droghe illegali, abuso di alcool e un linguaggio inadeguato. C'è stata una particolare preoccupazione nel segnalare l'immagine del consumo di droghe e alcool, che non viene considerata in molti sistemi di classificazione.

L'inchiesta ha mostrato che i genitori stanno cercando di controllare ciò che viene visto dai figli, e oltre il 90% ha detto di imporre regole di consumo dei media.

I due terzi degli intervistati pensano che userebbero più controlli con i seguenti fattori: una migliore comprensione dei controlli stessi, la capacità di bloccare annunci poco appropriati e una maggiore disponibilità di prodotti multimediali con controlli genitoriali già stabiliti.

I genitori rivolgono inoltre un appello all'industria dei mezzi di comunicazione perché aiuti a difendere i bambini, mentre i tre quarti sostengono che questa industria debba fare di più. Il 58% dice che anche il Governo dovrebbe agire maggiormente.

I funzionari della Conferenza Episcopale propongono una serie di raccomandazioni basate sui risultati, chiedendo che "ci sia un ampliamento dei mezzi di classificazione dei contenuti per includere non solo i contenuti violenti, sessuali e di linguaggio inadeguato, ma anche il consumo di droghe illegali, l'abuso di alcool e il tabagismo".

Allo stesso modo, auspicano che "i politici e gli organismi di radiodiffusione sviluppino risorse per permettere ai genitori e ad altri spettatori televisivi di bloccare gli annunci non desiderati e sostengano iniziative per promuovere e migliorare l'utilizzo dei controlli da parte dei genitori".

Per monsignor Gabino Zavala, presidente della Commissione Episcopale per le Comunicazioni, "il passaggio della nostra Nazione alla televisione digitale offre un'eccellente oppportunità per offrire ai bambini una protezione supplementare".

Per ulteriori informazioni, www.usccb.org/comm/Parents-Hopes-Concerns-Impact-Media-on-Children.pdf

Prometto ciò che desidero e desidero ciò che prometto!

La preghiera di consacrazione di S.Ignazio di Loyola e dei suoi primi compagni

Offro interamente la mia volontà e la mia libertà perché la Divina Maestà possa servirsene secondo la sua santa volontà. Seguendo il Signore casto, dono il mio cuore, le mie energie d'amore, affinché Cristo possa servirsene per amare sino alla fine quelli che sono nel mondo. Seguendo il Signore povero, lascio tutto affinché nè l'argento né l'oro ma la forza di Cristo risusciti i poveri spirituali e materiali. Seguendo il Signore obbediente, dono la mia volontà affinché il Signore per la mediazione del suo Vicario in terra, possa servirsene per le sue missioni presso ogni uomo, ma di preferenza presso i piccoli del Regno, sua preferenza. Il Signore della vigna se ne serva, mediante il suo corpo e il suo sangue, per la più grande gloria del Padre suo, nel loro Spirito d'amore. Amen

***

Il voto di obbedienza è in alcune forme di consacrazione libertà da sé stessi e dalla propria volontà (non ci si appartiene più, una sorta di esproprio, proprio come nel legame matrimoniale); il voto di povertà per chi deve vivere nel mondo e non in un convento è essenzialmente libertà dalle cose e dall'idolatria verso le stesse; di castità significa libertà dagli affetti particolari verso le persone e dagli attaccamenti sensibili per le creature; Maria è la Madre che protegge tutte queste sante intenzioni che impegnano a vivere secondo la radicalità del Vangelo e gli insegnamenti del Magistero della Chiesa.

lunedì 17 maggio 2010

Le religioni e la costruzione della pace

Seminario ONU a Ginevra

Interviene Imam Pallavicini (COREIS): "Religioni essenziali nel peace keeping"


Nel contesto dell'Anno Internazionale per l'Incontro tra le Culture - 2010, Ginevra ospita domani, martedì 18 maggio, il seminario internazionale Le religioni e la costruzione della Pace: favorire l'azione e la cooperazione interculturale e interreligiosa per una cultura di Pace. L'evento si svolge nella Sala XX "Diritti Umani e Alleanza delle Civiltà" del Palazzo delle Nazioni Unite ed è organizzato dalla Fondazione per una Cultura di Pace, con il sostegno del Gruppo per le Relazioni con il NGOS (Organizzazioni Non Governative) dell'UNOG (Ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra) e in collaborazione con il Governo della Catalogna, la Pax Romana Icmica e l'Agenzia Catalana di Cooperazione allo Sviluppo.


Interviene nel prestigioso contesto di Ginevra l'Imam Yahya Pallavicini, Vice Presidente della COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana e Presidente del Consiglio per l'Educazione e la Cultura in Occidente dell'ISESCO: "Per promuovere una cultura di Pace occorre costruire il dialogo sui valori condivisi della sacralità, che uniscono in una prospettiva universale i credenti di tutte le confessioni. Il patrimonio intellettuale della religione ed in particolare dell'Islam costituisce infatti una risorsa essenziale e finora poco valorizzata per svolgere una funzione di mediazione interculturale e di peace keeping, ovvero di prevenzione e risoluzione dei conflitti, che non sono mai religiosi, ma possono essere condotti alla conciliazione dal punto di vista sovraindividuale dello Spirito. Come consulenti politici e diplomatici, i religiosi rappresentano un valore aggiunto importante, proprio in un'ottica interdisciplinare che trascende il vizio della settorialità".


Conclude Yahya Pallavicini: "Domani discuteremo la proposta delle Nazioni Unite di dedicare dieci anni al dialogo interreligioso e interculturale, alla comprensione reciproca e alla cooperazione per la Pace. Non basta infatti conoscersi e dialogare, se al confronto non seguono buone pratiche come l'educazione interculturale, soprattutto per le nuove generazioni, la formazione delle guide di culto, la prevenzione del radicalismo ideologico, l'insegnamento qualificato della dottrina religiosa, la cooperazione dei credenti ebrei, cristiani, musulmani e di ogni confessione in ambito politico, diplomatico, economico e culturale. Occorre cambiare la mentalità esclusivista di coloro che pretendono di possedere personalmente la Verità e di declinarla secondo le proprie limitazioni individuali o peggio viscerali. Come musulmani italiani ed europei, lavoriamo dunque per consolidare nella cittadinanza una vera cultura di Pace, che non può prescindere dall'educazione all'universalità dello Spirito".


Il programma del seminario prevede due sessioni. La prima si svolge al mattino ed ha come titolo Apprendere e promuovere il ruolo delle religioni nella costruzione della Pace. La seconda, cui partecipa come relatore il Vice Presidente della COREIS Yahya Pallavicini, si svolge nel pomeriggio e si intitola Favorire il dialogo interculturale e interreligioso, l'azione e la cooperazione per una cultura di Pace. Tra gli illustri relatori del seminario, il Direttore ONU per il Disarmo e la Pace David Atwood, l'Alto Commissario per i Rifugiati dell'ONU e Primo Ministro del Portogallo Antonio Guterres, il Segretario Generale del Consiglio Europeo delle Guide Religiose Rev. Vebjorn Horsfjord, il Presidente della Fondazione per una Cultura di Pace ed ex Direttore Generale dell'UNESCO Federico Mayor, il Responsabile per le Relazioni Internazionali del World Political Forum Roberto Savio.

venerdì 14 maggio 2010

Il prete che «abita» Internet

Don Paolo Padrini, il sacerdote tecnologico, inventore di iBreviary, applicazione che consente di leggere il breviario sull’iPhone. Scaricate più di 100 mila copie del programma.

Sul web lo chiamano il “prete tecnologico”. Ma lui, don Paolo Padrini, giovane sacerdote originario di Novi Ligure, nell’alessandrino, sorride: «la cosa mi onora», perché vuol dire che la gente ha capito che «la Chiesa in qualche modo si propone con strumenti nuovi, è capace di comunicare, di andare oltre». E in effetti, con strumenti nuovi don Padrini non allude soltanto a internet ma alle nuove tecnologie sugli iPhone. E’ sua infatti l’idea di realizzare iBreviary, un'applicazione, prima nel mondo, che permette di leggere il breviario appunto direttamente su iPhone e su altri cellulari. E poi ha ideato pure il Praybook, ossia la prima applicazione per la preghiera su Facebook, e numerose altre attività sempre legate all'evangelizzazione on line. Don Paolo ha anche elaborato e poi coordinato il progetto Pope2You.net, in collaborazione con il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, per la «diffusione nei social network di una comunità di relazione e di conoscenza» di Benedetto XVI.

Don Paolo, lei sta davvero abitando il web…
Sì, sono contento di abitarlo e in diversi modi, non solo in web tv (livestream.com/stazzanotv ndr), ma anche su Facebook, tramite il mio blog “Passi nel deserto”, negli interventi che faccio e con la mia testimonianza di presenza di pastore.

A proposito dei suoi progetti, proporre la liturgia sul telefonino è stata una bella sfida
Se ci pensiamo bene il breviario è nato come strumento mobile, per portarsi dietro la preghiera: nascono gli ordini mendicanti, nasce l’esigenza di avere uno strumento per la preghiera comunitaria mobile, e nasce quindi il breviario come compendio della preghiera. Quello che è stato fatto allora, è la stessa cosa che ho riproposto io.

Quindi i giovani pregano anche attraverso questi strumenti?
Certamente. Dell’applicazione di iBreviary sono state scaricate ormai più di centomila copie.

Ma come è nata questa intuizione?
Dall’aver individuato una coincidenza tra quella che era l’essenza della preghiera stessa del breviario, e uno strumento che offre nuove mobilità, come i nuovi smart phone. Quando ho provato in mano questo strumento, la prima cosa che mi è venuta in mente è che “io su questo strumento voglio avere il breviario, voglio avere qualcosa che mi aiuti a pregare quando sono in giro”.

Ed è stata un’idea vincente. Ma anche il suo profilo su Facebook conta numerosi contatti
Facebook è un luogo di creazione della comunità e di interesse. E nel quale, con chi lo chiede, c’è una possibilità di apertura, di dialogo. Alcuni ragazzi della mia parrocchia, che non partecipano alle Messe, mi è capitato di incontrarli proprio su Facebook. Abitano magari a 20 metri. Ma le distanze fisiche non sono mai le distanze di idee o di frequentazioni, e quindi di luoghi che non sempre combaciano.


Papa Benedetto XVI dice che bisogna abitare il web animati da una sana passione per l’uomo. Come si concretizza questo nella sua esperienza?
Io sono un prete non per quello che faccio ma per quello che sono. E’ veramente provvidenziale vedere come attraverso questi strumenti si possa riuscire a toccare il cuore delle persone. Pensiamo a un ragazzo che arriva dopo una giornata scolastica, trattato come un numero in una classe, e magari si trova in un gruppo di amici in cui si considera un numero tra tanti. Entra in Facebook, dove è sì un numero tra cento amici, ma in quello spazio non di comunità ma di agglomerato di unità, lui nel prete ha trovato la persona che gli ha dedicato i suoi primi cinque minuti della giornata. E questa attenzione non avrei potuta trasmettergliela, perché non frequenta i miei luoghi. Da lì poi nasce tutto, ovviamente. Ecco,
questi strumenti sicuramente sono capaci di trasmettere l’amore di Dio

14 maggio 2010

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Il prete nel web? Sia poeta della Parola
Rete come spazio di preevangelizzazione. Le nuove sfide di Internet al convegno dell’11 maggio sul rapporto tra sacerdozio e cyberspazio. La sessione pomeridiana alla Lateranense.

L'esperienza di don Paolo Padrini, inventore dell'iBreviary

«Uno spazio di preevangelizzazione», un luogo dove «è possibile riattivare un cammino di ricerca per risvegliare domande essenziali sulla vita». Monsignor Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Cei, sul rapporto tra il mondo digitale e il sacerdote non ha dubbi: il web è «una straordinaria opportunità per mettersi in relazione con gli altri». Non solo: in questa nuova dimensione «l’intelligenza di un prete è sfidata a mettersi in discussione e trovare un possibile confronto».

Lo ha sottolineato ieri, martedì 11 maggio, all’università Lateranense al convegno “Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola”, promosso dalla Diocesi di Roma, le Paoline, il Pontificio istituto pastorale “Redemptor hominis” dell’Università Lateranense, la Cei, l’Azione cattolica di Roma, Avvenire, l’Unione cattolica stampa italiana (Ucsi) del Lazio, in vista della 44ma Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

«La logica della rete è di tipo circolare – ha detto Pompili -, integra paradigmi di pensieri aperti al confronto, in un rimando continuo di nuovi dati». «Le protesi tecnologiche non sostituiscono l’attitudine umana. Ma la dinamica digitale – ha ribadito - aiuta moltissimo a vivere questa relazione di rapporto con gli altri». Il sacerdote inoltre, «può avere degli stimoli culturali dalla rete», che è anche «il contesto in cui si sviluppano dibattiti su Gesù». Insomma, come ricorda Benedetto XVI, «la rete non va occupata ma abitata».

Il prete nel web «dovrebbe accorciare la distanza»: dato che il suo ruolo è quello di «tradurre una buona notizia in un linguaggio che la rende significativa, in rete deve diventare – ha sottolineato ancora Pompili - un poeta. La parola poetica infatti consente al lettore di interpretare la propria esistenza». E, «come il poeta, il sacerdote è ministro della Parola».

«Noi oggi ci occupiamo della rete sapendo che ciò che è necessario che emerga dalla rete è il cuore appassionato dei credenti», ha sottolineato invece Dario Edoardo Viganò, preside del Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis. Con la consapevolezza, quindi, che si possono trarre «occasioni di incontri personali che possono condurre al dono della fede». La rete – ha aggiunto - è il luogo della predisposizione del cuore, dell’intelligenza».
Per Angelo Romeo, sociologo della Lumsa e dell’Università Roma Tre, il mondo digitale porta con sé «nuova rilettura delle coordinate spazio e tempo». C’è insomma la nascita di uno spazio in cui si confonde pubblico e privato. «La società si muove per flussi per scambi di informazioni - ha sottolineato Romeo -, mette in discussione l’esistenza del reale».

Al convegno è intervenuto anche Paolo Padrini, sacerdote della diocesi di Tortona, che ha avviato l’esperienza dei Breviari per iphone e di Praybook. «L’iphone oggi ha cambiato la nostra mobilità su internet. E visto che il breviario è nato come strumento per pregare con comodità – ha spiegato il sacerdote – io l’ho costruito in una prospettiva di mobilità ». Di questa applicazione sono state scaricate più di 100mila copie.

Alla fine dell’incontro, a padre Raniero Cantalamessa è stato consegnato il premio Paoline Comunicazione e Cultura 2010. «Quello che conta - ha spiegato il predicatore della Casa Pontificia – è un rapporto di fiducia tra chi parla e ascolta, e una grande fiducia nella potenzialità della Parola».

12 maggio 2010



(di Graziella Melina da romasette.it)

giovedì 13 maggio 2010

Giornalista aggredito

AGGREDITO UN CRONISTA ALLA NUOVA PERIFERIA DI CHIVASSO LA SOLIDARIETA’ DI ORDINE, SUBALPINA E FNSI


Un fatto gravissimo è avvenuto questa mattina nella redazione della Nuova Periferia di Chivasso.

Alcune persone, dopo essere entrate nei locali della redazione, hanno inveito e minacciato i giornalisti, “rei” di aver pubblicato una notizia di un furto e di vandalismi avvenuti all’interno della sala giochi, peraltro di loro proprietà.

La notizia era uscita attraverso le fonti istituzionali di informazione.

Dopo un acceso diverbio, il gruppo, invitato ad uscire dalla redazione, si è avventato su un collega, che lo stava accompagnando fuori, e lo ha aggredito a calci e schiaffi, costringendolo a rivolgersi al Pronto Soccorso ospedaliero per le prime cure.

“Ancora una volta – sottolineano i colleghi della Nuova Periferia - a farne le spese sono i giornalisti di provincia: di noi sanno tutto, dove abitiamo, a che ora rientriamo, che auto abbiamo. Questo è un primo, deplorevole e preoccupante segnale d’allarme”.

Questa gravissima aggressione testimonia come, ancora una volta, i giornalisti siano esposti e vittime di un clima di intimidazione e violenza.

L’Ordine dei giornalisti del Piemonte, l’Associazione Stampa Subalpina e la Fnsi nell’esprimere la più ampia solidarietà al collega aggredito e all’intera redazione del giornale, si dichiarano al loro fianco in ogni iniziativa di tutela giudiziaria

Sergio Miravalle (presidente Ordine dei Giornalisti del Piemonte)

Alessandra Comazzi (segretario dell’Associazione Stampa Subalpina)

Sandro Devecchi (giunta Federazione Nazionale della Stampa Italiana)


Torino, 12 maggio 2010

mercoledì 12 maggio 2010

Benedetto XVI a Fatima


Benoît XVI est arrivé à Fatima dans l'après-midi du mercredi 12 mai. Après une prière à la chapelle des apparitions, il a célébré les vêpres avec les prêtres, religieux, séminaristes et diacres présents.


Chers frères et sœurs,

« Lorsque les temps furent accomplis, Dieu a envoyé son Fils ; il est né d’une femme (…) pour faire de nous des fils » (Ga 4, 4-5). La plénitude du temps est arrivée, quand l’Éternel est entré dans le temps ; par l’œuvre et la grâce de l’Esprit Saint, le Fils du Très-Haut fut conçu et s’est fait homme dans le sein d’une femme : la Vierge Mère, type et modèle parfait de l’Église croyante. Celle-ci ne cesse d’engendrer de nouveaux fils dans le Fils, que le Père a voulu comme Premier-né d’une multitude de frères. Chacun de nous est appelé à être, avec Marie et comme Marie, un signe humble et simple de l’Église qui continuellement s’offre comme épouse dans les mains de son Seigneur.

À vous tous qui avez donné votre vie au Christ, je désire, ce soir, exprimer l’estime et la reconnaissance de l’Église. Merci pour votre témoignage souvent silencieux et qui n’est en rien facile ; merci pour votre fidélité à l’Évangile et à l’Église. En Jésus présent dans l’Eucharistie, je donne l’accolade à mes frères dans le sacerdoce et aux diacres, aux personnes consacrées, aux séminaristes et aux membres des mouvements et des nouvelles communautés ecclésiales ici présents. Que le Seigneur veuille récompenser, comme Lui seul sait et peut le faire, tous ceux qui ont permis de nous retrouver ici auprès de Jésus-Eucharistie, en particulier la Commission épiscopale pour les Vocations et les Ministères avec son Président, Monseigneur Antonio Santos, que je remercie pour les paroles pleines d’affection collégiale et fraternelle qu’il m’a adressées au début des Vêpres. Dans ce ‘cénacle’ idéal de foi qu’est Fatima, la Vierge Mère nous indique le chemin pour notre oblation pure et sainte entre les mains du Père.

Permettez-moi de vous ouvrir mon cœur pour vous dire que la principale préoccupation de tout chrétien, particulièrement de la personne consacrée et du ministre de l’Autel, doit être la fidélité, la loyauté à sa propre vocation, en tant que disciple qui veut suivre le Seigneur. La fidélité dans le temps est le nom de l’amour ; d’un amour cohérent, vrai et profond, au Christ-Prêtre. « Si le Baptême fait vraiment entrer dans la sainteté de Dieu au moyen de l’insertion dans le Christ et de l’inhabitation de son Esprit, ce serait un contresens que de se contenter d’une vie médiocre, vécue sous le signe d’une éthique minimaliste et d’une religiosité superficielle » (Jean-Paul II, Lettre ap. Novo millennio ineunte, n.31). En cette année sacerdotale qui va s’achever, que descende sur vous tous une grâce abondante afin que vous viviez la joie de votre consécration et que vous témoigniez de la fidélité sacerdotale fondée sur la fidélité du Christ. Cela suppose évidemment une vraie intimité avec le Christ dans la prière, puisque ce sera l’expérience forte et intense de l’amour du Seigneur qui devra conduire les prêtres et les personnes consacrées à correspondre de façon exclusive et sponsale à son amour.

Cette vie de consécration particulière est née comme une mémoire évangélique pour le peuple de Dieu, mémoire qui manifeste, authentifie et annonce à l’Église entière la radicalité évangélique et la venue du Royaume. Eh bien, chers frères et sœurs consacrés, par votre engagement dans la prière, dans l’ascèse, dans le développement de la vie spirituelle, dans l’action apostolique et dans la mission, tendez vers la Jérusalem céleste, anticipez l’Église eschatologique, fermes dans la possession et la contemplation amoureuse du Dieu Amour ! Combien est grande aujourd’hui la nécessité de ce témoignage ! Beaucoup de nos frères vivent comme s’il n’y avait pas d’Au-delà, sans se préoccuper de leur salut éternel. Les hommes sont appelés à adhérer à la connaissance et à l’amour de Dieu, et l’Église a la mission de les aider dans cette vocation. Nous savons bien que Dieu est maître de ses dons ; et la conversion des hommes est une grâce. Mais nous sommes responsables de l’annonce de la foi, de la totalité de la foi et de ses exigences. Chers amis, imitons le Curé d’Ars qui priait ainsi le bon Dieu : « Concède-moi la conversion de ma paroisse, et j’accepte de souffrir tout ce que Tu veux pour le reste de ma vie ». Et il a tout fait pour arracher les personnes à leur tiédeur afin de les ramener à l’amour.

Il y a une solidarité profonde entre tous les membres du Corps du Christ : il n’est pas possible de l’aimer sans aimer ses frères. C’est pour leur salut que Jean-Marie Vianney a voulu être prêtre : « Gagner les âmes au bon Dieu » déclarait-il en annonçant sa vocation à l’âge de dix-huit ans, à l’image de Paul qui disait : « afin d’en gagner le plus grand nombre possible » (1 Co 9, 19). Le Vicaire général lui avait dit : « Il n’y a pas beaucoup d’amour de Dieu dans la paroisse, vous en mettrez ». Dans son zèle sacerdotal, le saint curé était miséricordieux comme Jésus dans la rencontre avec chaque pécheur. Il préférait insister sur l’aspect fascinant de la vertu, sur la miséricorde de Dieu en présence de laquelle nos péchés sont des ‘grains de sable’. Il évoquait la tendresse offensée de Dieu. Il craignait que les prêtres deviennent « insensibles » et s’habituent à l’indifférence de leurs fidèles : « Malheur au pasteur – avertissait-il – qui demeure muet en voyant Dieu outragé et les âmes se perdre ».

Chers frères prêtres, en ce lieu que Marie a rendu si singulier, en ayant devant les yeux sa vocation de fidèle disciple de son fils Jésus, de la conception à la Croix et ensuite dans les pas de l’Église naissante, considérez la grâce inouïe de votre sacerdoce. La fidélité à votre vocation propre exige courage et confiance, mais le Seigneur veut aussi que vous sachiez unir vos forces ; soyez pleins de sollicitude les uns avec les autres, en vous soutenant fraternellement. Les moments de prière et d’étude en commun, le partage des exigences de la vie et du travail sacerdotal sont une part nécessaire de votre vie. Comme il est merveilleux quand vous vous accueillez les uns les autres dans vos maisons, avec la paix du Christ dans vos cœurs ! Comme il est important de vous aider réciproquement par le moyen de la prière et par des conseils et des discernements utiles ! Réservez une attention particulière aux situations d’affaiblissement des idéaux sacerdotaux ou bien au fait de se consacrer à des activités qui ne s’accordent pas complètement avec ce qui est le propre d’un ministre de Jésus Christ. C’est alors le moment d’assumer, avec la chaleur de la fraternité, l’attitude décidée du frère qui aide son frère à ‘rester debout’.

Bien que le sacerdoce du Christ soit éternel (cf. Hb 5, 6), la vie des prêtres est limitée. Le Christ veut que d’autres perpétuent au long du temps le sacerdoce ministériel qu’Il a institué. Aussi, maintenez donc, en vous et autour de vous, le désir de susciter – en secondant la grâce de l’Esprit Saint – de nouvelles vocations sacerdotales parmi les fidèles. La prière confiante et persévérante, l’amour joyeux de votre propre vocation et un travail appliqué de direction spirituelle vous permettront de discerner le charisme de la vocation chez ceux qui sont appelés par Dieu.

Chers séminaristes, qui avez déjà fait le premier pas vers le sacerdoce et qui vous préparez au grand séminaire ou bien dans les maisons de formation religieuses, le Pape vous encourage à être conscients de la grande responsabilité que vous devrez assumer : vérifiez bien vos intentions et vos motivations ; consacrez-vous avec force d’âme et générosité d’esprit à votre formation. L’Eucharistie, centre de la vie du chrétien et école d’humilité et de service, doit être l’objet principal de votre amour. L’adoration, la piété et l’attention portée au Saint Sacrement, au cours de ces années de formation, vous conduiront un jour à célébrer le sacrifice de l’Autel avec une dévotion édifiante et vraie.

Sur ce chemin de fidélité, bien-aimés prêtres et diacres, frères et sœurs consacrés, séminaristes et laïcs engagés, que la Bienheureuse Vierge Marie nous guide et nous accompagne. Avec Elle et comme Elle, nous sommes libres pour être saints ; libres pour être pauvres, chastes et obéissants, libres pour tous, parce que détachés de tout ; libres de nous-mêmes afin qu’en chacun grandisse le Christ, l’authentique consacré du Père et le Pasteur auquel les prêtres prêtent leur voix et leurs gestes, en le représentant ; libres pour porter à la société d’aujourd’hui Jésus mort et ressuscité, qui demeure avec nous jusqu’à la fin des temps et qui se donne à tous dans la Très Sainte Eucharistie.

martedì 11 maggio 2010

Salone del Libro di Torino, giovedì 13 maggio ore 15.30, Sala Azzurra

"Il Misericordioso. Allah e i suoi Profeti"

di Yahya Sergio Yahe Pallavicini Vicepresidente della Co.Re.Is.(Comunità Religiosa Isalmica) Italiana,

Con l’autore intervengono: Roberto Cota Presidente della Regione Piemonte, Shaykh 'Abd al-Wahid Pallavicini Presidente della CO.RE.IS. Italiana, Padre Edoardo Scognamiglio direttore della collana "Hiwar-Dialogo", Rev. Sorin Petre della Chiesa Ortodossa Romena d'Italia.

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"Cruciale il dialogo tra minoranze religiose: lavoriamo insieme perché anche ortodossi e musulmani possano essere parte integrante dell'Italia che verrà"

A due giorni dalla presentazione del volume Il Misericordioso, l'autore del libro Yahya Pallavicini sottolinea l'importanza delle minoranze religiose e culturali in Italia: "L'auspicio della COREIS è che l'incontro di giovedì al Salone del Libro possa costituire per il Piemonte l'inizio di un nuovo ciclo di collaborazione costruttiva tra autorità politiche, realtà culturali della Regione e comunità religiose, comprese le minoranze ebraiche, ortodosse e islamiche. Non dimentichiamo che in Italia vivono quasi un milione e mezzo di cristiani ortodossi e oltre un milione di musulmani".


"Presentare Il Misericordioso in un contesto interreligioso rappresenta un'occasione significativa di conoscenza reciproca e dialogo nella sacralità tra cristiani e musulmani", aggiunge l'Imam Pallavicini. "Il dialogo tra le minoranze nel nostro Paese è cruciale. Per questo da tempo la COREIS promuove il confronto con i fratelli della cristianità ortodossa. Ad esempio alcuni anni fa, proprio a Torino, abbiamo organizzato diversi incontri su ortodossia, dialogo ed escatologia con la comunità ortodossa russa. Dopo aver incontrato il Vescovo Siluan in un clima di grande sintonia spirituale, siamo lieti di poter approfondire i rapporti anche con la comunità ortodossa romena".


"Le minoranze religiose svolgono l'importante funzione di promuovere l'apertura all'universalità della Verità e alle differenze culturali, costituendo un argine alle derive dell'antisemitismo, dell'islamofobia e del laicismo intollerante. La testimonianza sapienziale di un maestro musulmano come lo Shaykh Abd al-Wahid e di un religioso ortodosso autentico come Padre Sorin Petre sarà un esempio per le nostre comunità. Dobbiamo lavorare insieme alla maturazione di una cittadinanza condivisa a beneficio delle generazioni attuali e soprattutto future, affinché Ortodossia e Islam possano essere parte integrante dell'Italia che verrà".

Yunus Distefano

Conferenza Episcopale Spagnola: Conferenza di Gloria Irene Alvaro Sanz

Presentazione degli Atti del II Convegno Internazionale Dell'Ordo Virginum, Roma 2008, presso la sede della Conferenza Episcopale Spagnola. Relazione di Gloria Irene Alvaro Sanz:


UN MES DE MAYO PARA LA HISTORIA DE LA IGLESIA.

Gloria Irene Álvaro Sanz, v.c. de la archidiócesis de Valladolid.
Día……………………………. 8 de mayo 2010.
Lugar…………………………. Sede de la Conferencia Episcopal, C/ Añastro.
Conmemoración…………….. Publicación, por la Editorial EDICE de las Actas del Segundo Congreso Internacional del ordo virginum, Roma-2008.
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Buenos días a todos, en esta luminosa mañana de mayo, el mes dedicado a la Santísima Virgen, reunidos aquí para conmemorar el acontecimiento eclesial que tuvimos la dicha de vivir en Roma hace ya dos años: el Segundo Encuentro Internacional del orden de las vírgenes. Nuestro gozo llega a su plenitud hoy, al recibir esta excelente publicación que nos ofrece la Conferencia Episcopal Española en su editorial Edice a través de la Comisión Episcopal para la Vida Consagrada. No sé si somos plenamente conscientes de que España es el único país cuya Conferencia Episcopal edita un libro con las Actas de aquel Congreso. Repito: el único país. Los Obispos, como Padres y Superiores del orden de las vírgenes, demuestran así un altísimo aprecio a esta vocación, a nuestra condición de consagradas españolas, lo cual deja patente no sólo ante la iglesia de España sino ante toda la Iglesia universal, nuestra profunda unidad con la Conferencia Episcopal y con esta Comisión.

Quiero expresar mi gratitud al Emmo. y Rvdmo. Sr. Cardenal don Antonio María Rouco Varela, Presidente de la Conferencia Episcopal. Al Excmo. y Rvdmo. Sr. Arzobispo don Jesús Sanz Montes, Presidente de la Comisión Episcopal para la Vida Consagrada, a nuestro querido Obispo Asesor, Excmo. y Rvdmo. Sr. don Demetrio Fernández. También a la Dra. Lourdes Grosso, directora del Secretariado de la Comisión, que con disposición incondicional ha recibido, acogido y dispuesto la entrega de las traducciones a la Editorial, y al Padre Rafael Belda que ha colaborado fraternalmente.

Voy a ofreceros mi testimonio de lo vivido en Roma y comprenderéis que me exprese desde lo hondo del corazón y desde la serenidad de los recuerdos aposentados en el alma, para definir mi vivencia personal de aquel acontecimiento como una inmensa gracia de Dios, como una sonrisa de mi Señor y Esposo Jesucristo rubricando toda mi trayectoria vital que me condujo allí, a la Sede de Pedro, hoy nuestro amado Santo Padre Benedicto XVI para, junto a todas mis hermanas, recibir el impulso de sus palabras que nos iluminaron con su magisterio sobre nuestra vocación; que me dio fuerza y salud en los meses anteriores de preparación, con aquellos gratificantes viajes a Roma; que me eligió, a través de la mediación de nuestros Obispos y de su Eminencia. Rvdma. el Cardenal Rodé, para formar parte de la organización y pronunciar una conferencia con la que podía mostrar el camino indicado por San Juan de la Cruz a través del amor esponsal transformante.

Y paso ya a ofreceros mi testimonio sobre esa inmensa gracia de Dios que fue para mí el Congreso.

En primer lugar, vi confirmadas en Roma las características de nuestro carisma tal y como la Iglesia desea y espera, tal como las presenta en el CDC y en el Ritual. Veamos:


1.- La virginidad esponsal: entrega sin reservas y signo escatológico.

Cuatro conferencias nos hablaron de ello: S.E. el Cardenal Rodé, habló sobre el significado escatológico de nuestra vocación. Nuestro Obispo Asesor, expuso los fundamentos trinitarios, cristológicos y mariológicos de la virginidad. Las conferencias del Excmo. y Rvdmo. Sr. Arzobispo Raymond Leo Burke, actual Prefecto de la Signatura Apostólica y la de nuestra hermana Judith Stegman, v.c. de USA, concretaron cómo debe vivirse en el orden de las vírgenes. Comparto plenamente lo dicho por los cuatro conferenciantes. En efecto, la virginidad, como decía don Demetrio, es plenitud de vida, vivida por Cristo para la redención del mundo. Y su Madre Santísima la vivió no sólo espiritualmente sino físicamente también. En estas exigencias incidieron luego Monseñor Burke y Judith, y me siento plenamente identificada con las palabras de ambos. Doy gracias a Dios sin cesar por habernos elegido para mostrar el mundo esta profecía en honor al cuerpo femenino, tan usado y abusado en nuestros días. Monseñor Burke, además, explicó perfectamente nuestro Ritual de Consagración, como podréis recordar al leer su conferencia.

Salí glorificando al Señor que, en su sabiduría infinita, ha dispuesto el retorno de nuestra vocación precisamente en estos tiempos difíciles en que maternidad y virginidad se desprecian, o se falsea su significado. La maternidad se ve como una carga, y la virginidad se reduce a algo etéreo, fácilmente recuperable como se recuperan los desechos reciclados. Pero no es así. La virgen consagrada, desde su amor ardiente a Jesucristo, está llamada a ser signo escatológico ya desde ahora, anticipo de la nueva humanidad resucitada, tal como expuso magistralmente S.E. el Cardenal Rodé.






2.- La eclesialidad.

¡ Con qué claridad la vi en Roma ! Allí, en la Sede de Pedro, fuimos recibidas por el Santo Padre. Desde mi asiento en primera fila, pude observar la inmensa dulzura con que nos miraba mientras nos dirigía su bellísima alocución, que nos confirmó en nuestro seguimiento de Cristo y me conmovió profundamente. Las conferencias de Monseñor Cattenoz, Obispo Asesor del orden de las vírgenes de Francia, de nuestras hermanas Ysabel de Andía, v.c. de Francia, y Elena Bolchi, v.c. de Italia, trataron sobre la eclesialidad de nuestra vocación,con extraordinario acierto. El Padre Meztger, teólogo francés, nos ofreció una muy documentada conferencia sobre los orígenes y la evolución del orden de las vírgenes.

Cardenales y Obispos nos acompañaron en todo momento y presidieron las concelebraciones de la Santa Misa, lo cual me pareció signo y demostración del amor que nos profesa la Iglesia. Se llegó al extremo de que algún Cardenal, como su Eminencia Rvdma. Bernard Law, que no tenía encomendada ninguna liturgia, acudió a saludarnos cuando visitamos la Basílica de la que es titular y quiso estar presente en la foto general que nos hicimos ante la espléndida fachada.

En todo esto vi reforzado el sentire cum Ecclesia que caracteriza tan intensamente al orden de las vírgenes. Allí quedó ampliamente demostrado que nuestra vocación no tiene fundador ni fundadora, surgió del corazón de la Iglesia enamorada de Cristo, el Esposo, y no tenemos más superiores que el Papa y el Obispo diocesano, del cual recibimos la consagración. La Santa Sede y la propia diócesis configuran la estructura visible del orden de las vírgenes. Nuestra comunidad es la Iglesia, nuestro reglamento es el Evangelio. Los directorios recogen esto precisamente para que nadie lo altere. El Espíritu Santo lo ha dispuesto así, la Iglesia lo reconoce y custodia.

Me reafirmé en la certeza de que hemos de responder sirviendo incondicionalmente a la Santa Iglesia de Cristo desde nuestra esponsalidad, que debe concretarse en el ministerio de oración y en otros servicios que la Iglesia nos pida. Creo no equivocarme si digo que esos servicios deben ser ejercidos en perfecta obediencia, sin exigirlos ni procurarlos, sin planes propios y sin considerarnos imprescindibles para nada, imitando en todo la humildad de la Santísima Virgen María, nuestro modelo.







3.- El ministerio de oración.

Lo vi en las celebraciones litúrgicas – Misas y rezo de Laudes y Vísperas - e intenté reflejarlo en mi conferencia sobre el amor esponsal en la doctrina mística del gran doctor de la Iglesia que es San Juan de la Cruz. El amor es activo en cuanto que es transformante. ¿ No decimos en la vida diaria que las parejas de verdad enamoradas acaban pareciéndose ? San Juan de la Cruz nos presenta el amor de Cristo Esposo como el único que puede transformarnos, desprogramarnos – si me permitís la expresión – para descubrir nuestro yo verdadero, en el que los demás deben ver a Cristo. Sin la oración transformante nuestra vida no tendrá sentido, porque basaremos todo en nuestras propias fuerzas que pueden abandonarnos en cualquier momento.

Uno de los matices que más me atrajeron de San Juan de la Cruz es que toda su doctrina se basa en la Sagrada Escritura y la cita continuamente. Desconocer la Biblia es desconocer a Jesucristo, decía San Jerónimo. Permitidme un consejo de hermana mayor: no dejéis pasar un día sin leer la Sagrada Escritura, de forma que la leáis completa cada año.


En segundo lugar, y en otro orden de cosas:

A ) La fraternidad que allí viví me pareció deliciosa, con anécdotas entrañables. ¡Qué buen ambiente en todos los lugares, sobre todo en el comedor, entre risas y fotos ! Eso sí, disimulando la tristeza de saber que en este mundo muchas ya no volveremos a vernos…Nunca olvidaré las conversaciones en el jardín, los coloquios nocturnos, las confidencias de corazón a corazón. ¡ Cuánto aprendí de todas con quienes tuve ocasión de hablar !

B ) En los días posteriores a mi conferencia, tuve ocasión de hablar en privado con muchas consagradas de diferentes partes del mundo. Algunas de seis o siete países me expresaron su gran preocupación por los problemas que allí viven en el recto entendimiento de esta vocación, desviaciones que las turbaban porque no era lo que ellas habían elegido ni deseado al pedir la consagración. Me decían que envidiaban sanamente a las españolas, por la unidad que tenemos con nuestros Obispos. No todos los países tienen la suerte de acceder al todavía insuperable libro del español Vizmanos sobre los orígenes del orden de las vírgenes, y precisamente el desconocimiento de nuestra primitiva historia da lugar a equívocos graves. No hemos regresado para suplantar a las religiosas ni a otras formas de vida consagrada, todas perfectamente válidas. Quienes las deseen o las añoren, deberían integrarse en ellas. Pero lo que no parece coherente es apropiarse del carisma del orden de las vírgenes para transformarlo en lo que no fue en sus orígenes ni está llamado a ser. Necesitamos mucha docilidad al Espíritu Santo. No se trata de hacer arqueologismo, sino de vivir en el mundo de hoy las características esenciales de nuestras primeras hermanas en los orígenes del Cristianismo, Recordemos que la Vita Consecrata habla de nosotras como “ el antiguo orden de las vírgenes “. Digo esto con el profundo dolor que me produjo ver llorar a algunas de mis confidentes, de países diversos y lejanos, asegurando que abandonarían esta vocación si otras conseguían deformarla y esa deformación se imponía.

El pasado mes de marzo tuve el honor de recibir una extensa carta de Monseñor Burke. Entre otras cosas, me decía que las consagradas españolas tenemos una idea muy clara de esta vocación. El Señor nos conceda perseverancia, para que, como dice el profeta Isaías, todos vean y sepan, miren y comprendan que esto lo ha hecho la mano de nuestro Dios. ( Is 41, 20 ).

Nos incumbe una gran responsabilidad ante Dios y la Iglesia. No los defraudemos. El orden de las vírgenes del futuro deseará saber de nosotras, igual que nosotras estudiamos a las primeras, y juzgarán nuestra fidelidad a la tradición gloriosa que hemos heredado y nuestra eclesialidad, elemento clave de discernimiento en esta vocación.

Gracias, amigas y hermanas, por el apoyo y comprensión que siempre me habéis dispensado, pues sabíais bien que no actuaba por mi cuenta, sino llevando a la práctica el sentire cum Ecclesia en todo momento. Gracias a todos. Pedid por mí.

giovedì 6 maggio 2010

Mostra su S.Agostino

Biblioteca Angelica, per scoprire sant'Agostino.
Una mostra racconta i momenti salienti della vita del vescovo di Ippona. Dal 4 fino al 15 maggio, l'esposizione a ingresso gratuito, “Agostino. Si conosce solo ciò che si ama”, è visitabile nei locali della Biblioteca Angelica, a piazza Sant'Agostino. Finanziata dal Comune e dalla Provincia di Pavia – città in cui sono conservate le spoglie del santo – e anche grazie alla sinergia dell'amministrazione capitolina e dell'ufficio catechistico della diocesi di Roma, la mostra arriva nella capitale dopo aver debuttato a Rimini lo scorso anno, al Meeting dell'amicizia dei popoli.

Agostino, le cui “Confessioni” sono forse la fatica letteraria più venduta al mondo anche tra i non credenti, si lascia così raccontare attraverso volumi inediti ed edizioni pregiate delle sue opere. Pannelli, su cui sono impressi sue citazioni e frasi, conducono il visitatore nella vita del santo per coglierne, almeno in parte, la grandezza e la straordinaria attualità. «Un'attualità – chiarisce don Giuseppe Bolis, docente di Patristica e di Introduzione alla Teologia, oltre che curatore della mostra – che si spiega con le oltre 30mila visite raccolte finora da questa esposizione». Ancora oggi, cioè, si è affascinati dal vescovo di Ippona. Sarà per via di quel cor inquietum che lo fa sentire più vicino agli uomini e alla terra. Un'inquietudine, che Agostino annota addirittura nelle primissime righe delle “Confessioni”, «come a dire “Tu, uomo, che inizi ad ascoltarmi, se non parti dalla tua inquietudine non potrai capire nulla di me», spiega don Bolis. E questo fermento esistenziale è ben raccontato dalla mostra, che poggia sul tema della conoscenza, di sé e di Dio, e che è stato il primario obiettivo di Agostino.

Divisa in tre tappe, o tre “conversioni” – come le ha chiamate Papa Benedetto XVI nel corso del suo pellegrinaggio del 2007 sulla tomba di Agostino –, l'esposizione racconta con metodo narrativo, piuttosto che teologico, i momenti salienti della vita del santo di Ippona. Quando, messo a dura prova dagli eventi, «ha saputo vedere anche nel male un'occasione per conoscere se stesso e la misericordia di Dio». Concepita in modo “didattico”, la mostra presenta tre possibili itinerari per le scolaresche. Il primo prevede una successiva visita alla Biblioteca Angelica. Il tema del “libro”, fondamentale in sant’Agostino, prende forma nella preziosa raccolta di una delle più antiche biblioteche italiane, la prima in Europa ad essere aperta al pubblico nel 1604.

Il secondo itinerario è integrato con una visita alla chiesa di Sant'Agostino, seguendo la traccia tematica della presenza storica di Agostino e della sua vicenda umana (la madre Monica, l’ordine agostiniano da cui ha avuto origine la chiesa, ecc.). Il percorso comprende la presentazione dei capolavori artistici, come la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio. Il terzo percorso, infine, vede aggiungersi la visita alla chiesa di San Luigi de' Francesi, che custodisce il dipinto in cui Caravaggio racconta il momento cruciale della vocazione di Matteo e ciò che da quella chiamata è derivato. Vocazione e ricerca della verità, sono infatti gli altri grandi temi della vita di Agostino.

Per informazioni e prenotazione delle visite guidate: tel. 06.68408039 – 06.68408048, dalle 9 alle 14; Orario di apertura: dalle 10.30 alle

M. Finessi (da Romasette)

mercoledì 5 maggio 2010

Promozione della qualità

4 MAG. 2010 Il Santo Padre ha nominato Membri del Consiglio scientifico della "Agenzia della Santa Sede per la Valutazione e la Promozione della Qualità delle Università e Facoltà Ecclesiastiche" (Avepro), il Reverendo Professor Slwomir Nowosad, Vice-Rettore per la Ricerca e le Relazioni Internazionali e Docente ordinario di Teologia Morale presso l'Università Cattolica di Lublin (Polonia); il Professor John L. Davies, Docente emerito presso l' "Anglia Ruskin University", Chelmsford (Gran Bretagna); il Professor Peter Jonkers, Docente ordinario di Filosofia presso l'Università Cattolica di Tilburg (Paesi Bassi); il Professor Donald McQuillan, già Direttore dell'"Irish Universities Quality Board" (Irlanda); Dottoressa Emanuela Stefani, Direttore della "Conferenza dei Rettori delle Università Italiane", Roma (Italia).

domenica 2 maggio 2010

L'uomo della Sindone

L'uomo della Sindone

Conosco una persona che, pur appassionata e convinta sostenitrice dell'autenticità della Sacra Sindone, non riesce a compiacersi più di tanto per tutta l'affluenza dei fedeli più o meno ferventi, dei semplici curiosi, delle autorità civili e religiose, più o meno credenti che si portano innanzi a quella terribile immagine raffigurata in negativo dal telo sindonico. La ragione è piuttosto semplice ma di per sé piuttosto inquietante (se tutto corrispondesse a verità !).
Verso la fine del mese di gennaio del 2002 la persona in questione si trovava a Roma per incontrare alcune persone e svolgere varie faccende. Aveva notato più di una volta girando per le vie della capitale un giovane barbone che l'aveva in qualche modo colpito, anche per il fatto stesso di trovarselo davanti più volte in diversi punti della città, fatto che di per sè in una grande città è abbastanza improbabile. Ma il momento in cui ebbe un contatto più ravvicinato con quell'individuo è ben descritto nel suo taccuino di viaggio perché era il giorno in cui avrebbe voluto partecipare ad Assisi al momento di preghiera tra i rappresentanti delle varie religioni, presieduto dal Santo Padre Giovanni Paolo II. Nell'impossibilità di potervi partecipare di persona, aveva chiesto e scritto al mattino presto una piccola supplica per potervi partecipare in comunione spirituale. Ricorrendo in quel giorno la festa di S. Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, aveva deciso, nonostante la forte pioggia battente di andare per la S. Messa nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina, dove era la sede dell'Associazione dei giornalisti cattolici. Poi, sotto un pioggia torrenziale cercò di raggiungere la sede della rivista Civiltà Cattolica, dove avrebbe dovuto esserci una particolare commemorazione. Ma non riuscendo bene a individuare il luogo, bagnato ormai come un pulcino, saltò su un autobus, il 71, decidendo saggiamente che era meglio andare a casa ad asciugarsi gli abiti. Ma ecco che su quell'autobus c'era di nuovo quel barbone che già aveva incrociato in giro per la città. La scena era alquanto triste perché lui era solo seduto verso il fondo del mezzo e tutta le gente, non tantissima, si era portata verso l'autista certamente intimoriti da quella figura e soprattutto infastiditi per il terribile odore dei suoi vestiti, molto leggeri per la stagione (dei jeans sporchi e laceri e una camicia che doveva essere stata bianca!). Pensò che probabilemente andava a mangiare alla mensa della Caritas vicino a Termini, quel mezzo ci passava vicino. Istintivamente gli si sedette affianco e, come aveva già notato nei precedenti incontri, si guardava intorno, piangeva e si lamentava, come qualcuno che è un po' fuori di testa, esprimeva una grande disperazione. Cercò di rivolgergli la parola e soprattutto di capire che lingua parlasse. Ma era difficilissimo: non rispose alla lingua inglese e francese e neanche spagnola, mentre la puzza gli dava botte nello stomaco, pensò che era meglio provare con del cibo e tirò fuori dalla borsa che portava con sè della frutta. Sbucciò un mandarino e ne porse una metà all'uomo. Lo prese, pur continuando a lamentarsi e lo mangiò. Intanto la scena non era sfuggita agli altri passeggeri del mezzo che, probabilmente pentiti dell'aver avuto timore di quel giovane, lentamente si riavvicinarono dove era seduto e qualcuno arrivò persino a dargli la mano come per scusarsi. Erano ormai quasi arrivati alla fermata nei pressi di Termini e lo sconosciuto si alzò per avvicinarsi all'uscita con il volto come trasfigurato. Non si lamentava più e quasi sorrideva grato di quelle piccole manifestazioni di affetto e solidarietà. Il nostro buon samaritano aveva il cuore in subbuglio perchè avrebbe voluto anche fare di più ma era lui stesso ospite e già piuttosto precario, dormiva su un divano e non poteva proprio portarlo con sè. Così lo lasciò scendere da solo mentre tutti i passeggeri dell'autobus gli porgevano la mano.

***
La storia potrebbe essere finita qui, ma qualche tempo dopo il nostro amico si trovava a Bologna ed alcuni amici lo portarono a visitare le chiese più storiche della città. All'interno del complesso di S. Stefano che racchiude sette antiche chiese della città, potè ammirare svariati capolavori tra dipinti nel museo e anche interessanti reliquie. Ma ciò che colpì in modo speciale la sua attenzione fu una speciale scultura posta in una cappellina raffigurante al millimetro le fattezze dell'Uomo della Sindone. L'opera realizzata già da diversi anni, insieme ad una equipe di medici con l'ausilio delle tecnologie informatiche, è dello scultore L.E. Mattei.
Sguardò la straordinaria opera posta su di un piano orizzontale da più punti di vista e quasi si sentiva venir meno perchè riconobbe immediatamente e senza alcun dubbio in quell'uomo, il barbone incontrato a Roma qualche tempo prima, quel volto era inconfondibile ed era rimasto impresso nella sua memoria, il naso e la forma di quella bocca, quelle mani, tutta la figura nell''insieme perfetta e maestosa, nonostante l'abbrutimento dello stato di abbandono in cui si trovava... era lui e se non lo fosse stato era comunque una strordinaria e unica somiglianza.

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Che dire dinnanzi a questo racconto? La persona in questione è tornata a vedere l'immagine della Sindone a Torino. Ma tutto era così stridente ora. Le migliaia e migliaia di pellegrini che si spintonavano per vedere un ombra impressa sul lenzuolo, mentre l'"originale" vagava sporco, lacero, affamato nella grande città e nessuno lo aveva riconosciuto! (MLA)

(continua)

Legionari di Cristo

Comunicato della Santa Sede sulla Visita Apostolica ai Legionari di Cristo

CITTA' DEL VATICANO, sabato, 1° maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un comunicato diffuso questo sabato dalla Santa Sede sulla Visita Apostolica alla Congregazione dei Legionari di Cristo.

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1. Nei giorni 30 aprile e 1° maggio il Cardinale Segretario di Stato ha presieduto in Vaticano una riunione con i cinque Vescovi incaricati della Visita Apostolica alla Congregazione dei Legionari di Cristo (mons. Ricardo Blázquez Pérez, Arcivescovo di Valladolid; mons. Charles Joseph Chaput, OFMCap., Arcivescovo di Denver; mons. Ricardo Ezzati Andrello SDB, Arcivescovo di Concepción; mons. Giuseppe Versaldi, Vescovo di Alessandria; mons. Ricardo Watty Urquidi, M.Sp.S., Vescovo di Tepic). Ad essa hanno preso parte i Prefetti della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e il Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato.

Una delle sessioni si è svolta alla presenza del Santo Padre, al quale i Visitatori hanno presentato una sintesi delle loro Relazioni, già anteriormente inviate.

Nel corso della Visita sono stati incontrati personalmente più di 1.000 Legionari e sono state vagliate diverse centinaia di testimonianze scritte. I Visitatori si sono recati in quasi tutte le case religiose e in molte delle opere di apostolato dirette dalla Congregazione. Hanno ascoltato, a voce o per iscritto, il giudizio di molti Vescovi Diocesani dei Paesi in cui la Congregazione opera. I Visitatori hanno anche incontrato numerosi membri del Movimento "Regnum Christi", benché esso non fosse oggetto della Visita, in particolare uomini e donne consacrate. Hanno ricevuto anche notevole corrispondenza da parte di laici impegnati e di familiari di aderenti al Movimento.

I cinque Visitatori hanno testimoniato l’accoglienza sincera loro riservata e lo spirito di fattiva collaborazione mostrato dalla Congregazione e dai singoli religiosi. Pur avendo agito indipendentemente, sono giunti ad una valutazione ampiamente convergente e ad un giudizio condiviso. Essi hanno attestato di avere incontrato un gran numero di religiosi esemplari, onesti, pieni di talento, molti dei quali giovani, che cercano Cristo con zelo autentico e che offrono l’intera loro esistenza per la diffusione del Regno di Dio.

2. La Visita Apostolica ha potuto appurare che la condotta di P. Marcial Maciel Degollado ha causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione, tali da richiedere un cammino di profonda revisione.

I gravissimi e obiettivamente immorali comportamenti di P. Maciel, confermati da testimonianze incontrovertibili, si configurano, talora, in veri delitti e manifestano una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso. Di tale vita era all’oscuro gran parte dei Legionari, soprattutto a motivo del sistema di relazioni costruito da P. Maciel, che abilmente aveva saputo crearsi alibi, ottenere fiducia, confidenza e silenzio dai circostanti e rafforzare il proprio ruolo di fondatore carismatico.

Non di rado un lamentevole discredito e allontanamento di quanti dubitavano del suo retto comportamento, nonché l’errata convinzione di non voler nuocere al bene che la Legione stava compiendo, avevano creato attorno a lui un meccanismo di difesa che lo ha reso per molto tempo inattaccabile, rendendo di conseguenza assai difficile la conoscenza della sua vera vita.

3. Lo zelo sincero della maggioranza dei Legionari, emerso anche nelle visite alle case della Congregazione e a molte loro opere, non da pochi assai apprezzate, ha portato molti in passato a ritenere che le accuse, via via divenute più insistenti e lanciate qua e là, non potessero essere che calunnie.

Perciò la scoperta e la conoscenza della verità circa il fondatore ha provocato, nei membri della Legione, sorpresa, sconcerto e profondo dolore, distintamente evidenziati dai Visitatori.

4. Dai risultati della Visita Apostolica sono emerse con chiarezza, tra gli altri elementi:

a) la necessità di ridefinire il carisma della Congregazione dei Legionari di Cristo, preservando il nucleo vero, quello della "militia Christi", che contraddistingue l’azione apostolica e missionaria della Chiesa e che non si identifica con l’efficientismo a qualsiasi costo;

b) la necessità di rivedere l’esercizio dell’autorità, che deve essere congiunta alla verità, per rispettare la coscienza e svilupparsi alla luce del Vangelo come autentico servizio ecclesiale;

c) la necessità di preservare l’entusiasmo della fede dei giovani, lo zelo missionario, il dinamismo apostolico, per mezzo di un’adeguata formazione. Infatti, la delusione circa il fondatore potrebbe mettere in questione la vocazione e quel nucleo di carisma che appartiene ai Legionari di Cristo ed è loro proprio.

5. Il Santo Padre intende rassicurare tutti i Legionari e i membri del Movimento "Regnum Christi" che non saranno lasciati soli: la Chiesa ha la ferma volontà di accompagnarli e di aiutarli nel cammino di purificazione che li attende. Esso comporterà anche un confronto sincero con quanti, dentro e fuori la Legione, sono stati vittime degli abusi sessuali e del sistema di potere messo in atto dal fondatore: ad essi va in questo momento il pensiero e la preghiera del Santo Padre, insieme alla gratitudine per quanti di loro, pur in mezzo a grandi difficoltà, hanno avuto il coraggio e la costanza di esigere la verità.

6. Il Santo Padre, nel ringraziare i Visitatori per il delicato lavoro da essi svolto con competenza, generosità e profonda sensibilità pastorale, si è riservato di indicare prossimamente le modalità di questo accompagnamento, a cominciare dalla nomina di un suo Delegato e di una Commissione di studio sulle Costituzioni.

Ai membri consacrati del Movimento "Regnum Christi", che lo hanno richiesto con insistenza, il Santo Padre invierà un Visitatore.

7. Infine, il Papa rinnova a tutti i Legionari di Cristo, alle loro famiglie, ai laici impegnati nel movimento "Regnum Christi", il suo incoraggiamento, in questo momento difficile per la Congregazione e per ciascuno di loro. Li esorta a non perdere di vista che la loro vocazione, scaturita dalla chiamata di Cristo e animata dall’ideale di testimoniare al mondo il suo amore, è un autentico dono di Dio, una ricchezza per la Chiesa, il fondamento indistruttibile su cui costruire il futuro personale e quello della Legione

Ostensione

Padre Federico Lombardi a proposito dell'ostensione della Sindone: "Centinaia di migliaia di pellegrini affluiscono in queste settimane a Torino per passare pochi minuti in raccoglimento silenzioso davanti alla Santa Sindone, contemplando l’immagine del corpo martoriato di un uomo crocifisso. Il fatto si ripete ogni volta che il grande antico lenzuolo viene esposto al pubblico; e anche gli ultimi Papi si sono uniti ai pellegrini devoti. Non è tanto l’origine misteriosa di questa immagine ad attrarre, quanto la sua rispondenza impressionante, in numerosissimi particolari, al racconto della Passione di Cristo dei Vangeli: le piaghe, il sangue colato, le ferite della corona di spine, i colpi dei flagelli. “Ecco l’uomo!” diceva Pilato presentando Gesù alla folla. Ecco l’uomo morto in croce per noi, ripetiamo a noi stessi sostando turbati e infine ammirati e di fronte all’immagine più concreta della Passione. E al centro il volto solenne del crocifisso, un volto che corrisponde agli schemi più antichi dell’iconografia cristiana e a sua volta la conferma e la ispira. Desideriamo conoscere Dio e lo possiamo conoscere attraverso il volto di Cristo, ci ricorda continuamente Benedetto XVI. Per questo amiamo le immagini che la tradizione accredita come vie preziose per intravvedere quel volto, sia a Manoppello, sia a Torino. Sappiamo che dobbiamo guardare oltre l’immagine, desiderare di vedere faccia a faccia il volto del Risorto. Ma siamo umilmente grati dell’aiuto offerto ai nostri occhi terreni per contemplare l’amore senza riserve per noi, fino alla morte di croce."

( Comunicato per Octava Dies)

venerdì 30 aprile 2010

La Trinità di Laurentin

ROMA: IL 4 MAGGIO IL NUOVO LIBRO DI LAURENTIN PRESENTATO AL REGINA APOSTOLORUM
“Trattato sulla Trinità”: questo il titolo del nuovo volume di Renè Laurentin, che verrà presentato presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma martedì 4 maggio. Ad introdurre l’incontro Padre Pedro Barrajòn LC, Rettore dell’Ateneo, Padre Juan Pablo Ledesma Lc, decano della Facoltà di Teologia, e Angelo Serra, coordinatore editoriale di Edizioni ART. Successivamente a diversi interventi, concluderà l’autore stesso. Il “Trattato sulla Trinità” segue, tra le altre, una prima voluminosa pubblicazione dello stesso autore sulla Trinità (“La Trinité, mystère et lumière”, Fayard, 1999). René Laurentin è dottore in lettere e professore in numerose università francesi ed estere, è stato esperto del Concilio Vaticano II, membro del consiglio di redazione della rivista teologica internazionale “Concilium”. Ha ricevuto 12 premi internazionali, ha scritto un centinaio di opere e molti articoli su riviste specializzate.
Essere chiari, precisi, trasparenti e con carità a servizio della verità: sono queste le caratteristiche che devono avere i comunicatori della Chiesa. Lo ha sottolineato ieri a Roma, alla Pontificia Università della Santa Croce, mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, invitato a concludere l’incontro internazionale dei portavoce della Chiesa sul tema “Mostrare un’identità chiara e definita è un punto di forza comunicativo”. Fra i temi discussi la relazione fra identità e dialogo. Tiziana Campisi ha chiesto a mons. Celli come far funzionare questo binomio nella Chiesa:

R. – Credo che la Chiesa in questo momento non facile debba avere una chiara consapevolezza di ciò che siamo. Quindi, oltre una provata professionalità ci vuole anche una chiara e precisa identità. Vale a dire che dobbiamo sapere che cosa portiamo nel cuore: quindi, non infingimenti non camuffamenti ma una chiarezza a tutta prova di ciò che siamo. Bisogna creare una cultura di dialogo, di rispetto e anche di amicizia. Un buon comunicatore non solamente deve avere chiarezza dottrinale e alta professionalità ma deve anche entrare in sintonia con la sua comunità, la sua Chiesa, perché a volte la tentazione è quella della difesa. Abbiamo molto da imparare ancora.

D. – Non sempre nella Chiesa c’è una comunicazione concorde. In che modo può emergere allora un’identità chiara e definita?


R. – Dobbiamo migliorare le forme di coordinamento tra di noi. Anche in questo momento così doloroso non sempre abbiamo fatto riferimento a una strategia comunicativa, credo che in ogni situazione abbiamo sempre qualcosa da imparare. C’è una grande volontà di servire la verità. Non siamo patrocinatori del nascondimento o del nascondere qualche cosa. Credo che anche nella sua ultima Lettera alla Chiesa in Irlanda, toccando quel tema così delicato e fonte di tanta sofferenza, il Papa ci invita a essere precisi, chiari, trasparenti. Credo che qui dobbiamo camminare un poco tutti insieme e credo che ancora una volta la rete ci aiuti a esprimere ancora di più una vera e più profonda comunione ecclesiale. Non siamo isolati gli uni dagli altri e quindi c’è bisogno di un migliore coordinamento, di un sentire e comprendere l’altro, anche all’interno della Chiesa e nel mondo della comunicazione. Credo che, quindi, questi momenti così difficili ci hanno aiutato a capire ancora di più che abbiamo bisogno l’uno dell’altro e che oggigiorno quando si affronta il mondo della comunicazione - basti pensare che un episodio in un settore del mondo nel giro di poche ore è conosciuto a livello mondiale - questo ci deve aiutare a capire come questa nostra operatività comunicativa debba essere coordinata, dobbiamo creare delle sinergie per essere annunciatori sereni, obiettivi. Chi opera nei media deve sapere che è a servizio della verità e chi è a servizio della verità sa che non può nascondere, deve essere trasparente sa che è un servitore dell’uomo. Credo che anche nella Chiesa debba sempre più prevalere una cultura di trasparenza e non di nascondimento, anche se alle volte questo ci costa. Ma la verità è momento di crescita per tutti noi, una verità - come ci ricorda anche il Papa con la sua ultima Enciclica - che va vissuta nella carità, come è vero che non esiste vera carità, vero amore, che non abbia una profonda connessione con la verità.


D. – Dunque, per lei oggi è necessaria una formazione alla comunicazione nella Chiesa? Cosa sta facendo il Pontificio Consiglio da lei guidato?


R. – Il Pontificio Consiglio deve ricordare che questa è una esigenza profonda. Noi siamo chiamati ad animare, a sostenere, a promuovere. Dobbiamo aiutare a capire sempre più cosa significa comunicare e cosa significa comunicare nella Chiesa. Credo che il Pontifico Consiglio in questi anni sia sempre più coinvolto ad aiutare e a riflettere e siamo coinvolti a tutto tondo a far sì che questo messaggio così preciso anche del Papa diventi realtà nel tessuto ecclesiale.

(dal sito della Radio Vaticana)

martedì 27 aprile 2010

Gregoriana, padre Dumortier è il nuovo rettore

La nomina di Benedetto XVI. Il gesuita francese guida il Centre Sèvres a Parigi. Succederà a padre Ghirlanda dal prossimo primo settembre di R. S. (da www.Romasette.it)

Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato il nuovo magnifico rettore della Pontificia Università Gregoriana il padre François-Xavier Dumortier; succederà a partire dal prossimo 1 settembre all'attuale rettore, il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda.

Padre Dumortier è nato il 4 novembre 1948 a Levroux, in Francia, è entrato nella Compagnia di Gesù all’età di 25 anni. Ha studiato scienze politiche all’Institut d’Etudes Politiques de Paris e si è laureato anche in diritto all’Università Panthéon-Assas Paris II (D.E.A. e specializzazione in filosofia del diritto). Ha quindi studiato filosofia e teologia al Centre Sèvres di Parigi e alla Weston Jesuit School of Theology a Cambridge-Massachusetts. È stato ordinato nel 1982 emettendo i voti perpetui nella Compagnia di Gesu nel 1990. Ha insegnato per oltre 20 anni al Centre Sèvres (la facoltà dei Gesuiti a Parigi) di cui attualmente è rettore e all’Institut Catholique de Paris. Ha svolto diversi altri incarichi pastorali e accademici.

Appresa la nomina da parte del Santo Padre, in un messaggio alla comunità accademica padre Dumortier ha scritto: «In questo momento, in cui viene resa pubblica la mia nomina da parte del Santo Padre a prossimo Rettore accademico della vostra università, desidero dirvi quanto io misuri la fiducia che mi è concessa, e insieme la pesante responsabilità che avrò da portare. Sono in effetti pienamente consapevole dell’importanza della Pontificia Università Gregoriana nella Chiesa e per la Chiesa».

Il rettore in carica, padre Ghirlanda, ha espresso felicitazioni per la nomina di grande valore e augura al padre Dumortier un proficuo lavoro.

27 aprile 2010

domenica 25 aprile 2010

Volti e linguaggi nell’era crossmediale


22-24 aprile 2010
Hotel Summit, Roma


La fede nella Rete delle relazioni: comunione e connessione

23 aprile 2010


di P. Antonio Spadaro,
Redattore de La Civiltà Cattolica

1.Internet: mezzo o ambiente?
2.L’uomo religioso: radar o decoder?
3.La ricerca di Dio: motore o domanda?
4.L’amicizia: connessione o comunione?
5.La Chiesa: fili di rete o tralci di vite?
6.I Sacramenti: «presenza reale» o «presenza virtuale»?
7.L’Autorità: emittenza o testimonianza?
8.La Rivelazione: codice «proprietario» o «aperto»?
9.La Grazia: «peer-to-peer» o «face-to-face»?
10.L’Eschaton: coscienza collettiva o Parusia?


Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana di molte persone. Se fino a qualche tempo fa era legata all’immagine di qualcosa di tecnico, che richiedeva competenze specifiche sofisticate, oggi è diventato un «luogo» da frequentare per stare in contatto con gli amici che abitano lontano, per leggere le notizie, per comprare un libro o prenotare un viaggio, per condividere interessi e idee.
L’avvento di internet è stato, certo, una rivoluzione. E tuttavia è necessario sfatare un mito: che la Rete sia un’assoluta novità del tempo moderno. Essa è una rivoluzione che potremmo definire «antica», cioè con salde radici nel passato: replica antiche forme di trasmissione del sapere e del vivere comune, ostenta nostalgie, dà forma a desideri e valori antichi quanto l’essere umano. Quando si guarda a internet occorre non solo vedere le prospettive di futuro che offre, ma anche i desideri e le attese che l’uomo ha sempre avuto e alle quali prova a rispondere, e cioè: connessione, relazione, comunicazione e conoscenza. Nella Rete ogni informazione (un’immagine, un video, una registrazione audio, un link, un testo,…) entra in una rete di relazioni di persone che collega tra loro i contenuti e ne potenzia ed estende il valore e il significato.
Internet: mezzo o ambiente?
Sappiamo bene come da sempre la Chiesa abbia nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere. L’allora card. Ratzinger, nel suo intervento al convegno C.E.I. Parabole mediatiche del 2002, ha chiaramente individuato la domanda della Chiesa: «come il vangelo può superare la soglia fra me e l’altro? Come si può giungere ad una comunione nel vangelo, così che esso non solo mi unisca all’altro, ma unisca entrambi con la parola di Dio e così ne nasca un’unità che vada veramente in profondità?»1. L’uomo «non è una “tabula rasa”, come secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino è lo spirito umano nel primo momento del risvegliarsi alla vita. No, la tavola dello spirito, alla quale giunge la nostra predicazione, è riempita di molteplici scritte e viene continuamente in contatto con innumerevoli comunicazioni»2. La Chiesa che evangelizza è dunque naturalmente presente – ed è chiamata ad esserlo – lì dove l’uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e di relazione. Ecco perché la Rete e la Chiesa sono due realtà da sempre destinate ad incontrarsi.
Internet non è affatto un semplice «strumento» di comunicazione che si può usare o meno, ma un «ambiente» culturale, che determina uno stile di pensiero e crea nuovi territori e nuove forme di educazione, contribuendo a definire anche un modo nuovo di stimolare le intelligenze e di stringere le relazioni, addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. L’uomo non resta immutato dal modo con cui manipola la realtà: a trasformarsi non sono soltanto i mezzi con i quali comunica, ma l’uomo stesso e la sua cultura. La Chiesa dunque, per attuare sino in fondo la sua missione, è chiamata a vivere nella Rete e incarnare in essa il messaggio del Vangelo.
In questo senso la Rete non è un nuovo «mezzo» di evangelizzazione, ma innanzitutto un contesto in cui la fede è chiamata ad esprimersi non per una mera «volontà di presenza», ma per una connaturalità del cristianesimo con la vita degli uomini. Già nella Redemptoris missio leggevamo che l’impegno nei cosiddetti media «non ha solo lo scopo di moltiplicare l’annunzio: si tratta di un fatto più profondo, perché l’evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso. Non basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa “nuova cultura” creata dalla comunicazione moderna. È un problema complesso, poiché questa cultura nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici» (Redemptoris missio, n. 37).
In effetti una delle sfide maggiori, specialmente per coloro che non sono «nativi digitali» è quella di non vedere nella Rete una realtà parallela, cioè separata rispetto alla vita di tutti i giorni, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita. La Rete sempre di più tende a diventare trasparente e invisibile, tende esponenzialmente a non essere più «altro» rispetto alla nostra vita quotidiana. Del resto lo sappiamo bene: per essere wired, cioè «connessi», non c’è più bisogno di sedersi al computer, ma basta avere uno smartphone in tasca3, magari con il servizio di notifica push attivato4. La Rete è un piano di esistenza sempre più integrato con gli altri piani.
Persino Second Life non fa eccezione rispetto a questa logica di lettura5. Infatti anche quando un uomo agisce in quanto avatar non vive in realtà uno sdoppiamento di personalità. L’avatar è un’estensione digitale dello stesso soggetto che vive e agisce nella prima vita, non un essere autonomo o una parte staccata di se stessi. Tutta la libertà e la responsabilità dell’uomo della «prima vita» dunque sono anche attributi del suo avatar, perché sono esse a muoverlo. È la stessa persona che tramite il suo avatar si muove nel mondo simulato. Questo avatar non è «altro» da sé. Al contrario, è sempre la stessa persona che vive in un differente spazio antropologico6.
È evidente, dunque, come la Rete con tutte le sue «innovazioni dalle radici antiche» ponga una serie di questioni rilevanti di ordine educativo e pastorale. Tuttavia le questioni più rilevanti sono quelle che riguardano la stessa comprensione della fede e della Chiesa. La logica del web ha un impatto sulla logica teologica e internet comincia a porre delle sfide alla comprensione stessa del cristianesimo. Quale sono i punti di maggiore contatto dialettico tra la fede e la Rete? Occorre provare a individuare questi punti critici per avviare una loro discussione alla luce anche di palesi connaturalità come anche di evidenti incompatibilità.
L’uomo religioso: radar o decoder?
La «navigazione», in generale, è una via per la conoscenza. Oggi capita sempre più spesso che, quando si necessità di una informazione, si interroghi la Rete per avere la risposta da un motori di ricerca come Google o Bing o altri ancora. Internet sembra essere il luogo delle risposte. Esse però raramente sono univoche: la risposta è un insieme di link che rinviano a testi, immagini e video. Ogni ricerca può implicare una esplorazione di territori differenti e complessi dando persino l’impressione di una certa esaustività.
Quale fede troviamo in questo spazio antropologico che chiamiamo web? Digitando in un motore di ricerca la parola God oppure anche religion, Christ, spirituality, otteniamo liste di centinaia di milioni di pagine. Nella Rete si avverte una crescita di bisogni religiosi che la «tradizione» religiosa riesce a fatica a soddisfare. L’uomo alla ricerca di Dio oggi avvia una navigazione. Quali sono le conseguenze?
Si può cadere nell’illusione che il sacro o il religioso sia a portata di mouse. La Rete, proprio grazie al fatto che è in grado di contenere tutto, può essere facilmente paragonata a una sorta di grande supermarket del religioso, in cui è possibile trovare ogni genere di «prodotto» religioso con grande facilità: dalle riflessioni più serie e valide alle religioni che una persona annoiata si inventa per gioco. Ciascuno può attingere dalla Rete non secondo reali esigenze spirituali, ma secondo bisogni da soddisfare. Ci si illude dunque che il sacro resti «a disposizione» di un «consumatore» nel momento del bisogno.
Per comprendere il pericolo dell’omogeneizzazione religiosa sono da visitare siti come Beliefnet, dove le religioni sono messe in mostra, una al pari dell’altra, in un cocktail spesso disarmante7. E tuttavia, proprio attraversando questi siti e gli strumenti che essi mettono a disposizione, è anche possibile farsi un’idea del bisogno profondo di Dio che agita il cuore umano.
In questo contesto occorre però considerare un possibile cambiamento radicale nella percezione della domanda religiosa. Una volta l’uomo era saldamente attratto dal religioso come da una fonte di senso fondamentale. L’uomo era una bussola, e la bussola implica un riferimento unico e preciso. Poi l’uomo ha sostituito nella propria esistenza la bussola con il radar che implica una apertura indiscriminata anche al più blando segnale e questo, a volte, non senza la percezione di «girare a vuoto». L’uomo però era inteso comunque come un «uditore della parola», alla ricerca di un messaggio del quale sentiva il bisogno profondo. Oggi queste immagini, sebbene sempre vive e vere, reggono meno. L’uomo da bussola prima e radar poi si sta trasformando in un decoder, cioè in un sistena di decodificazione delle domande sulla base delle molteplici risposte che lo raggiungono. Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, riconoscerlo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo. La testimonianza digitale diventa sempre di più un «rendere ragione della speranza» (1Pt 3, 15) in un contesto in cui le ragioni si confrontano rapidamente e «selvaggiamente». A farsi largo è il classico meccanismo della pubblicità, che offre risposte a domande che ancora non sono state formulate. La domanda religiosa in realtà si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative.
La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano e, in particolare, della spiritualità ignaziana: il discernimento. Le domande radicali non mancheranno mai, ma oggi sono mediate dalle risposte che si ricevono e che richiedono il filtro del riconoscimento. La risposta è il luogo di emersione della domanda. Tocca all’uomo d’oggi, dunque, e soprattutto al formatore, all’educatore, dedurre e riconoscere le domande religiose vere dalle risposte che lui si vede offrire continuamente. E’ un lavoro complesso, che richiede una grande preparazione e una grande sensibilità spirituale.
La ricerca di Dio: motore o domanda?
Forse anzi è il caso di educare le persone al fatto che ci sono realtà che sfuggono sempre e comunque alla logica del «motore di ricerca» e che la googlizzazione della fede è impossibile perché falsa. E’ certamente da privilegiare invece la logica dei motori semantici. E’ il caso di Wolfram|Alpha, un «motore computazionale di conoscenza», cioè un motore che decodifica ed elabora, intrecciando i dati a sua disposizione, le parole chiave inserite dall’utente e propone direttamente una risposta. Visto che, al momento, l’unica lingua che comprende è l’inglese, è interessante notare la risposta alla domanda Does God exist? (Dio esiste?): «Mi dispiace, ma un povero motore computazionale di conoscenza, non importa quanto potente possa essere, non è in grado di fornire una risposta semplice a questa domanda»8. Lì dove Google va a colpo sicuro fornendo centinaia di migliaia di risposte indirette, Wolfram|Alpha fa un passo indietro. La differenza è che il motore «sintattico» quale è Google, si preoccupa unicamente di «censire» le parole che ci sono all’interno di un testo senza in alcun modo tentare di determinare il contesto in cui queste parole vengono utilizzate. La ricerca semantica tenta di invece di avvicinarsi al modo di apprendere dell’uomo, cercando di interpretare il significato logico delle frasi e tentando di carpirne il significato dal contesto. Dunque il modo in cui si pone la domanda può influenzare l’efficacia della risposta, e dunque deve essere ben posta. La ricerca di Dio è sempre semantica e il suo significato nasce e dipende sempre da un contesto.
Il cristiano non è mai un «consumatore di servizi religiosi» né una persona che ha in pugno una risposta. Il cristianesimo si autocomprende come portatore di un messaggio, quello della morte e resurrezione di Cristo, resistente alle assimilazioni, «scandaloso», capace di superare la stessa domanda dell’uomo.
La presenza cristiana in Rete deve far leva sul fatto che la parola del Vangelo scuote, non acquieta o appaga: non serve a «far star bene», ma, al contrario, rischia sul serio di mettere in crisi le coscienze, cioè di «far star male», potremmo dire. La strada da affrontare è quella dialetticamente attraversata «dal gioco accorto della spontaneità e della reticenza, della trasparenza e della simulazione, dell’azzardo della esposizione pubblica e della custodia dell’intimità altrimenti inaccessibile»9 all’interno di un «mercato» già saturo di messaggi.
«Forse il vangelo non è un’informazione fra le altre – si chiedeva nel 2002 l’allora card. Ratzinger durante il convegno Parabole digitali –, una riga sulla tavola accanto ad altre, ma la chiave, un messaggio di natura totalmente diversa dalle molte informazioni, che ci sommergono giorno dopo giorno? Dalla questione della caratteristica di questo messaggio dipende anzi anche la questione della forma giusta della sua comunicazione. Se il vangelo appare solo come una notizia fra molte, può forse essere scartato in favore di altri messaggi più importanti. Ma come fa la comunicazione, che noi chiamiamo vangelo, a far capire che essa è appunto una forma totalmente altra di informazione - nel nostro uso linguistico, piuttosto una “performazione”, un processo vitale, per mezzo del quale soltanto lo strumento dell’esistenza può trovare il suo giusto tono?». E la sfida è seria perché segna la demarcazione tra la fede come «merce» da vendere in maniera seduttiva, e la fede come atto dell’intelligenza dell’uomo che, mosso da Dio, dà a Lui liberamente il proprio consenso.
L’amicizia: connessione o comunione?
La pastorale dunque deve infatti confrontarsi con la Rete in quanto ambiente di vita, spazio antropologico e di domanda religiosa. Ma lo spazio è abitato da persone e questo concretamente significa un confronto con le nuove «identità di Rete». Che cosa significa essere persone che abitano la Rete come un ambiente di vita? Internet connette persone, ma ciascuno al suo interno può costruire una propria identità fittizia, simulata e intendere la relazione come un gioco. I rischi sono connessi innanzitutto alla fragilità di identità e relazioni. In Rete ciascuno può far credere di essere ciò che non è a livello di età, sesso e professione, esprimendosi senza i limiti dati dalla propria identità pubblica. In Rete si diventa sostanzialmente messaggio. Insomma si dialoga per quel che ci si sente di essere e per il «pensiero puro», diciamo così, che si esprime.
Ma proprio per questo dunque, la Rete è potenzialmente anche molto confidenziale, perché permette di dire di sé cose che altrimenti difficilmente una persona direbbe nei suoi panni quotidiani. Si può avere un’apertura completa e un grande livello di autenticità, fino a scadere anche nello spontaneismo senza limiti e senza pudori. Il cyberspazio comunque è un «luogo» emotivamente caldo e non tecnologicamente algido, come qualcuno sarebbe tentato di immaginare. Certo, basta disconnettersi o chiudere il programma per chiudere la relazione. In alcuni casi, però, al contrario, si «buca» la Rete e le persone si incontrano in uno spazio reale. Se questo avviene nei casi tristemente noti degli approcci erotici, avviene anche nel caso di relazioni di aiuto spirituale.
Lo sviluppo del web 2.0 ha fatto comprendere come i rapporti tra le persone siano al centro del sistema e dello scambio dei contenuti, che sempre più appaiono fortemente legati a chi li produce o li segnala. Riemergono dunque con forza i concetti di persona, autore, relazione, amicizia, intimità… Occorre comprendere bene come il concetto stesso di «prossimo» e, più specificamente di «amicizia» si modifichi e si evolva proprio a causa della Rete.
Tutte le piattaforme di social network sono insieme un potenziale aiuto alla relazioni ma anche una loro minaccia. La relazione umana non è così un semplice gioco, e richiede tempi, conoscenza diretta. La relazione mediata dalla Rete è sempre necessariamente monca se non ha un aggancio nella realtà. Benedetto XVI ha insistito molto sulla assoluta necessità di non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia: «Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero. Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano». Se la Rete, chiamata a connettere, in realtà finisce per isolare, allora tradisce se stessa in ciò che è nel suo significato.
D’altra parte è evidente, come Benedetto XVI ha scritto nel suo messaggio per la Giornata della Comunicazioni 2010, che «i moderni mezzi di comunicazione sono entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio». Insomma la «connessione» è chiamata ad essere luogo di «comunione», a tal punto che – scrive il Papa – essa diventa importante nell’ambito dello stesso ministero sacerdotale. La missione dei consacrati che operano nei media è, tra l’altro, proprio quello di «spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano».
La Chiesa: fili di rete o tralci di vite?
Tuttavia, certo, non è possibile immaginare una vita ecclesiale essenzialmente di Rete: una «chiesa di Rete» in sé e per sé è una comunità priva di qualunque riferimento territoriale e di concreto riferimento di vita. Non è una comunità locale o omogenea di quartiere o di villaggio, ma emerge come un fungo, potremmo dire, dal «villaggio globale». Ciò ha alcuni risvolti positivi perché rende possibili aggregazioni spontanee per sensibilità e comunanze elettive. Tuttavia in tal modo rischia di annullare il confronto, anche difficile, con le differenze di età, di cultura, di mestiere, di idee, di sensibilità. Potrebbe così, ad esempio, dare alla pastorale un impulso eccessivo alla segmentazione, diciamo così, «di mercato»: pastorale giovanile, della famiglia, della terza età, dei malati, e così via.
Pensiamo alle «chiese» generate dai telepredicatori, che producono una pratica religiosa individuale, la quale conferma l’esasperata privatizzazione degli scopi della vita e l’individualismo estremo della società dei consumi capitalistica per il quale vale il motto «ciascuno per sé e Dio per tutti». Non è dovuto al caso il successo dei siti di spiritualità diffusa, svincolata da qualunque forma di mediazione storica, comunitaria e sacramentale (tradizione, testimonianza, celebrazione,…), tendente a includere tutti i valori religiosi unicamente nella coscienza individuale e spesso di ispirazione new age.
Queste tensioni ovviamente hanno una ricaduta sul significato dell’«appartenenza» ecclesiale. Essa rischia di essere considerata il frutto di un «consenso» e dunque «prodotto» della comunicazione. In questo contesto i passi dell’iniziazione cristiana rischiano di risolversi in una sorta di «procedura di accesso» (login) all’informazione, forse anche sulla base di un «contratto», che permette anche una rapida disconnessione (logoff). Il radicamento in una comunità si risolverebbe in una sorta di «installazione» (install) di un programma (software) in una macchina (hardware), che si può dunque facilmente anche «disinstallare» (uninstall). Infine la partecipazione virtuale rischierebbe di risolversi in qualcosa di simile alla partecipazione a uno spettacolo.
D’altra parte la Rete è destinata sempre di più ad essere non un mondo parallelo e distinto rispetto alla realtà di tutti i giorni, quella dei contatti diretti: le due dimensioni sono chiamate ad armonizzarsi e a integrarsi quanto più è possibile in una vita di relazioni piene e sincere.
Certo però la Rete pone domande che riguardano la mentalità e il modello con cui può essere compresa la Chiesa nel suo essere «comunità» e nel suo sviluppo. La Lumen gentium al n. 6, parlando dell’intima natura della Chiesa, afferma che essa si fa conoscere attraverso «immagini varie». Nel passato, oltre a quelle bibliche, sono state usate anche immagini di altro genere per «significare» la Chiesa; ad esempio, le metafore navali e di navigazione10. Alcune immagini infatti possono anche essere «modelli» ecclesiologici. Per «modello» si intende un’immagine impiegata in modo riflesso e critico per approfondire la comprensione della realtà11. La domanda a questo punto è se oggi non si ponga la necessità di confrontarsi seriamente con la figura della «Rete» e con ciò che da essa deriva a livello di comprensione ecclesiologica. È possibile pensare a internet come a una metafora per comprendere la Chiesa, naturalmente senza credere che essa possa esser esaustiva?
Certamente la relazionalità della Rete funziona se i collegamenti (link) sono sempre attivi: qualora un nodo o un collegamento fosse interrotto, l’informazione non passerebbe e la relazione sarebbe impossibile. La reticolarità della vite nei cui tralci scorre una medesima linfa non è distante dall’immagine di internet, tutto sommato. Da ciò si intende che la Rete è immagine della Chiesa nella misura in cui la si intende come un corpo che è vivo se tutte le relazioni al suo interno sono vitali. Poi l’universalità della Chiesa e la missione dell’annuncio «a tutte le genti» rafforzano la percezione che la Rete possa essere un buon modello di valore ecclesiologico.
Tuttavia restano aperti alcuni interrogativi. Il primo si fonda sul fatto che la Rete può essere compresa come una sorta di grande testo autoreferenziale e dunque puramente «orizzontale»: essa non ha radici né rami e dunque rappresenta un modello di struttura chiusa in se stessa12. La Chiesa invece non è una rete di relazioni immanenti, ma ha sempre un principio e un fondamento «esterno». Se le relazioni in Rete dipendono dalla presenza e dall’efficace funzionamento degli strumenti di comunicazione, la comunione ecclesiale è radicalmente un «dono» dello Spirito. L’agire comunicativo della Chiesa ha in questo dono il suo fondamento e la sua origine.
D’altra parte però possono risultare illuminanti le parole di Karl Rahner, quando afferma che ogni realizzazione, anche germinale, della socialità umana è una attuazione, seppure ampia e diffusa, della Chiesa. Infatti «l’uomo non è l’essere dell’intercomunicazione solo in maniera marginale, bensì questa sua qualità condetermina in lungo e in largo tutta la sua esistenza». Posto ciò, «se la salvezza riguarda tutto l’uomo, lo pone in rapporto con Dio nella sua totalità e in tutte le dimensioni della sua esistenza», allora «con ciò è già detto che questa interumanità caratterizza anche la religione del cristianesimo», che va concepita come una «religione ecclesiale»13.
Benedetto XVI nel suo Messaggio per Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2009 ha letto alla luce del messaggio biblico proprio questa tensione fondamentale che le nuove tecnologie sono in grado di sviluppare. Questo desiderio infatti, egli scrive, «va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione». Il passaggio è rilevante perché connette direttamente la trasformazione di internet inteso come rete sociale, alla chiamata di Dio che vuol fare dell’umanità un’unica famiglia.
I Sacramenti: «presenza reale» o «presenza virtuale»?
Legata alla questione ecclesiologica appare essere quella dei sacramenti. È possibile immaginare i sacramenti nel mondo della Rete? La domanda è complessa: andrebbe articolata e compresa bene, e certo non lo si può fare in poche battute. Il primo livello della questione ha radici negli anni che ha visto trasmettere la celebrazione eucaristica per televisione, e oggi si allarga a una possibile partecipazione a suo modo «interattiva» in videoconferenza. La questione si apre toccando la possibilità dell’assoluzione sacramentale via internet, che prosegue quella della confessione telefonica. Poi tocca anche quello della consacrazione a distanza. Ma alla fine tocca questioni più complesse e tipiche legate all’evoluzione della Rete, cioè quella della possibilità di «sacramenti virtuali».
Cerco di chiarire la questione con una applicazione concreta. Un avatar in Second Life non è un essere autonomo o una parte staccata di se stessi ma un’estensione digitale dello stesso soggetto che vive e agisce nella «prima vita». Posto ciò, allora, un avatar può partecipare a un evento di preghiera? Ciò che sembra di poter osservare è che col crescere degli spazi virtuali, molti hanno cominciato ad avvertire il bisogno di creare luoghi di preghiera o addirittura chiese, cattedrali, chiostri e conventi per tempi di sosta e di meditazione. L’elenco delle chiese nella Second Life è lungo: esistono anche cattedrali, come le simulazioni delle cattoliche Notre-Dame di Parigi o della cattedrale di Salisburgo o della anglicana St. Paul di Londra, ma anche la basilica di San Francesco in Assisi14.
Ma che cosa significa pregare nella Second Life? «Io metto il mio avatar in posizione di preghiera e nello stesso tempo io prego. La mia preghiera nella mia stanza è valida e la mia preghiera online è simbolica»15, ha scritto un fedele. Ma – ecco la questione chiave – è possibile anche che gli avatar vivano anche una forma di preghiera comune che sia da considerare liturgica? Da alcuni anni esiste una cattedrale anglicana in Second Life dove si tengono regolarmente services liturgici a orari precisi16. Ma, in particolare, la domanda è se sia possibile pensare a una celebrazione eucaristica virtuale dove gli avatar ricevono le specie eucaristiche nel mondo simulato. Si è occupato della questione, ad esempio il pastore battista Paul S. Fiddes, professore di Teologia Sistematica ad Oxford in un testo breve che ha fatto il giro della Rete, provocando un ampio dibattito.
La Chiesa cattolica insiste sempre sul fatto che sia impossibile e antropologicamente errato considerare la realtà virtuale come capace di sostituire l’esperienza reale, tangibile e concreta della comunità cristiana visibile e storica, e così dunque anche i sacramenti. Il documento La Chiesa e Internet (2002) del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, è stato quanto mai chiaro: «La realtà virtuale non può sostituire la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia, la realtà sacramentale degli altri sacramenti e il culto partecipato in seno a una comunità umana in carne e ossa. Su Internet non ci sono sacramenti. Anche le esperienze religiose che vi sono possibili per grazia di Dio sono insufficienti se separate dall’interazione del mondo reale con altri fedeli» (n. 9).
La risposta è netta e mette al riparo da qualunque deriva che astragga la dimensione sacramentale da quella incarnata dei segni visibili e tangibili. Del resto il concetto di «sacramento virtuale» in senso stretto si fonderebbe sul fatto che sarebbe un avatar a ricevere la grazia di Dio, e da questo si trasferirebbe alla persona della quale è estensione. È chiaro che dietro questo pensiero c’è la considerazione riduttiva che ricevere un sacramento significhi sostanzialmente essere coinvolto semplicemente in maniera psicologica a un evento, reale o virtuale che sia. In questo senso pane e vino, così come l’acqua nel caso del battesimo, sarebbero tutti elementi accessori e, alla fine, privi di reale rilevanza.
Chiarito la «realtà» del sacramento, resta aperta però la questione di come l’abitudine alla virtualità possa in qualche modo incidere nella stessa comprensione del sacramento, e di come sia possibile evitare il rischio di una deriva «magica» capace di sbiadire fino a cancellarlo il senso della comunità e della mediazione ecclesiale17. È questa la vera sfida alla comprensione dei sacramenti posta dalla Rete.
L’Autorità: emittenza o testimonianza?
In questa medesima linea di riflessione si colloca il problema dell’autorità nella Chiesa e delle mediazioni ecclesiali in senso più generale. Il primo ordine di problemi nasce dal fatto che internet permette il collegamento diretto col centro delle informazioni, saltando ogni forma di mediazione visibile. In sé ciò è un fatto positivo, perché permette di attingere dati, notizie, commenti alla fonte, saltando ogni forma di passaggio intermedio, e il tutto in tempo reale. Pensiamo alla reperibilità dei documenti ufficiali della Santa Sede, ad esempio. D’altra parte la fede non è fatta soltanto di informazioni, né la Chiesa è luogo di mera «trasmissione», cioè non è una pura «emittente». Essa è luogo di «comunicazione» e «testimonianza» vissuta del messaggio che si «annuncia». Il rapporto diretto, che si crea in Rete, tra centro e qualsiasi punto della periferia forma un’abitudine all’inutilità della mediazione incarnata in un certo momento e in un certo luogo, e dunque anche alla testimonianza e alla comunicazione autorevole. Qualcuno, per fare un esempio, potrebbe chiedersi: perché devo leggere la lettera del parroco se posso realizzare la mia formazione attingendo materiali direttamente dal sito della Santa Sede? Molti, del resto già, grazie alla televisione, ben conoscono il volto del Santo Padre, ma non riconoscerebbero il vescovo della propria diocesi.
Un secondo ordine di problema è legato al riconoscimento dell’autorità «gerarchica». La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici. La Chiesa vive di un’altra logica, cioè di un messaggio donato, cioè ricevuto, che «buca» la dimensione orizzontale. Non solo: una volta bucata la dimensione orizzontale, essa vive di testimonianza autorevole, di tradizione, di magistero: sono tutte parole queste che sembrano fare a pugni con una logica di Rete. In fondo potremmo dire che sembra prevalere nel web la logica dell’algoritmo Page Rank di Google che determina per molti l’accesso alla conoscenza. Esso si fonda sulla popolarità: in Google è più accessibile ciò che è maggiormente linkato, quindi le pagine web sulle quali c’è più accordo. Il suo fondamento è nel fatto che le conoscenze sono, dunque, modi concordati di vedere le cose. Questa a molti sembra la logica migliore per affrontare la complessità. Ma la Chiesa non può sposare questa logica, che nei suoi ultimi risultati, è esposta al dominio di chi sa manipolare l’opinione pubblica. L’autorità non è sparita in Rete, e anzi rischia di essere ancora più occulta.
Ma il terzo e più decisivo e generale momento critico di questa orizzontalità è l’abitudine a fare a meno di una trascendenza, l’indebolimento della capacità di rinvio a una realtà e una alterità che ci supera a favore dell’appiattimento sull’immediatezza e dell’autoreferenzialità. «Il punto di riferimento delle dinamiche simboliche accese nello spazio digitale non è più un’alterità trascendente, ma la mia identità: il mondo virtuale è una promanazione del mio io; un mondo che alla fine non mi spiega, non mi apre a una percezione dell’universo e della storia che non sia egocentrica. […] Il mondo digitale rischia quindi di strutturasi come uno spazio simbolico autoreferenziale, chiuso all’alterità. Uno spazio alla fine alienante: mi attira nel suo contesto fino a farsi percepire come l’unico spazio di realtà, pur non essendo in grado di soddisfare la mia ricerca di verità, la mia sete di comprensione e di collocazione dentro un universo che vada oltre le mie percezioni e i miei pensieri»18.
Tuttavia, nonostante i tre ordini di problemi qui illustrati, esiste anche un aspetto importante sul quale riflettere: la società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti, ma soprattutto attraverso le relazioni e lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni. È necessario dunque non confondere nuova complessità con «dis-ordine» e aggregazione spontanea con «an-archia».
Occorre così comprendere la grammatica della Rete e l’articolazione dell’autorità in un contesto fondamentalmente orizzontale. Determinante appare la categoria e la prassi della testimonianza. È questo l’aspetto positivo su quale far leva. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Facciamo un esempio: se oggi voglio comprare un libro o farmi una opnione sulla sua validità vado su un social network come aNobii o visito una libreria on line e leggo le opinioni di altri lettori. Esse hanno più il taglio delle testimonianze che delle classiche recensioni: spesso fanno appello al personale processo di lettura e alle reazioni che ha suscitate. E lo stesso accade se voglio comprare una applicazione o un brano musicale su iTunes. Esistono anche testimonianze sulla correttezza delle persone nel caso in cui esse sono venditrici di oggetti su eBay. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated content che hanno fatto la «fortuna» e il significato dei social network. La «testimonianza» è da considerare dunque, all’interno della logica delle reti partecipative, un «contenuto generato dall’utente».
La Chiesa in Rete è chiamata dunque non solo a una «emittenza» di contenuti, ma a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie: «una pastorale nel mondo digitale, infatti, è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati ed hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura»19.
La Rivelazione: codice «proprietario» o «aperto»?
Il problema dell’auctoritas in Rete si è posto nella sua ampia portata soprattutto con la nascita di Wikipedia. Questa forma di enciclopedia collaborativa, redatta dai suoi stessi utenti, ha spinto qualcuno a porre una domanda radicale. È il caso, ad esempio, di Justin Baeder, creatore di Radical Congruency, un blog legato al fenomeno della cosiddetta emerging ecclesiology («ecclesiologia emergente»), che si è chiesto: «Quali implicazioni potrebbero avere per la chiesa questi siti web? Quali implicazioni potrebbero avere per un approccio comunitario alla teologia?»20.
Non è facile definire il fenomeno della emerging ecclesiology a cui corrisponde una emerging church. Queste espressioni fanno riferimento a un movimento complesso e fluido dell’area evangelico-carismatica, che intende reimpiantare la fede cristiana nel nuovo contesto post-cristiano. Esso va al di là delle singole confessioni cristiane e si caratterizza per il rifiuto delle strutture ecclesiali cosiddette «solide». Molta enfasi è invece posta sui paradigmi relazionali, su tutte le espressioni che – citando Zygmunt Bauman –  potremmo definire «liquide» della comunità, su approcci inediti e fortemente creativi alla spiritualità e al culto. Qualcuno parla di Liquid Church.
La domanda, nelle intenzioni di Baeder, non riguarda solamente un’applicazione pastorale. Essa intende chiedere se il wiki non possa ispirare un modo di fare teologia, una sorta di metodo teologico. Egli risponde alla domanda indicando la cosiddetta open source theology. L’espressione utilizza il gergo informatico che indica un tipo di licenza per software, la open source appunto, per la quale il «codice sorgente» (source) di un programma per computer è lasciato alla disponibilità di eventuali sviluppatori, così che con la collaborazione, in genere libera e spontanea, il prodotto finale possa raggiungere una complessità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di programmazione.
Con teologia open source Andrew Perriman, l’ideatore di questa espressione, intende dunque indicare un metodo teologico, quello di una teologia «esplorativa, aperta nelle conclusioni, incompleta, meno preoccupata di stabilire punti fissi e confini che a nutrire un dialogo sollecito e costruttivo tra testo e contesto»21. È giusto notare subito l’importanza che questo metodo di «teologia collaborativa», come viene anche definita, attribuisce alla riflessione teologica, intesa non come puro studio accademico, ma come attività comunitaria che si sviluppa dinamicamente all’interno di precisi contesti storici.
Tuttavia il «caso serio» qui è il seguente: qual è il «codice sorgente» della teologia? È la Rivelazione, che dunque resta «aperta» alle forme più disparate di lettura, applicazione e presentazione. La open sourche theology è molto ambigua perché chiaramente cede al rischio di un appiattimento di ordine sociologico o vagamente umanistico, e a uno smarrimento o al fraintendimento del depositum fidei. Infatti, se il «codice sorgente» della teologia, la Rivelazione, non venisse solamente elaborato a livello di «interfaccia», cioè a livello di categorie di comprensione e comunicazione, ma anche modificato in se stesso, non saremmo più davanti a una teologia cristiana, ma a una più generale discussione su temi di significato teologico-religioso. A questa vaghezza si accompagna il rifiuto di ogni forma di carisma d’autorità e il disinteresse per la tradizione considerata forma «imperiale», come l’ha definita Brian McLaren22. Il cristianesimo tenderebbe ad assumere i caratteri di una «narrazione partecipativa» realizzata da individui o gruppi in cornici e contesti culturali disparati.
In ogni caso è con questa forma mentis che la fede cattolica dovrà confrontarsi sempre di più e che richiede una nuova forma di «apologetica» che non potrà non partire dalle mutate categorie di comprensione del mondo e di accesso alla conoscenza.
La Grazia: «peer-to-peer» o «face-to-face»?
Uno dei punti critici della riflessione su ciò che in Rete va sotto il nome di open è in realtà il concetto di «dono», reso ancora più radicale dal freeware, dal «software libero». Per la Chiesa la Rivelazione è un dono indeducibile e l’agire ecclesiale ha in questo dono il suo fondamento e la sua origine. Ma è il concetto stesso di «dono» che oggi sta mutando. E, di conseguenza, questo non potrà non avere qualche riflesso (o anche qualcosa di più) nel campo della comprensione ulteriore e della formulazione migliore, anche a livello pastorale, della Rivelazione.
La Rete è il luogo del dono, infatti. Concetti come file sharing, free software, open source, creative commons, user generated content, social network hanno tutti al loro interno, anche se in maniera differente, il concetto di «dono», di abbattimento dell’idea di «profitto». A ben guardare, però, più che di «dono» si tratta di uno «scambio» libero reso possibile e significativo grazie a forme di reciprocità che risulta «proficua» per coloro che entrano in questa logica di scambio. Comunque c’è una idea «economica» che ha in mente il concetto di «mercato».
Il modello di Rete che più radicalmente riflette questa dimensione è quella «paritaria» detta peer-to-peer (o P2P) che non possiede nodi gerarchizzati come i client e i server fissi, ma un numero di nodi equivalenti (in inglese peer) aperti verso altri nodi della Rete e che mentre ricevono trasmettono e viceversa. Quando effettuo un download all’interno del P2P il mio computer prende «pezzi» del documento (video, musica, testi,...) da molti singoli computer che sono contemporaneamente connessi in Rete e che contengono quel documento. A loro volta il mio computer mentre scarica permette ad altri computer di caricare pezzi di quello o di altri file che io metto a disposizione. Poi tutto alla fine viene ricomposto nei singoli computer. Il processo si chaima file sharing ed è, dunque, all’insegna della condivisione. Questa tecnologia permette in maniera agevole di scaricare anche file multimediali molto pesanti in tempi ragionevoli o comunque di trovare una molteplicità di materiali rari. Il motivo per cui questa tecnologia è stata spesso contestata è che permette di scaricare qualsiasi cosa a costo zero e violando tutte le norme del copyright.
Quindi, in altri termini, la logica peer-to-peer si basa sul fatto che io ricevo qualcosa nella sua interezza non da un depositum (cioè un client) unico che la contiene tutta intera in un rapporto 1 a 1. Essa si basa su un processo per cui io condivido ciò che ho nel momento stesso in cui lo ricevo. Ma non ricevo mai un contenuto nella sua interezza: lo ricevo in un processo che rende me stesso il nodo di una rete condivisa di scambio e che mi fa più «ricco», diciamo così, nel momento in cui do quel che ho ricevuto fino a quel momento.
Se questa logica di condivisione viene applicata in genere a livello etico sulla distribuzione dei beni, essa appare senza problemi e, anzi, decisamente virtuosa. Tuttavia già a livello commerciale comprendiamo che essa pone un problema di «diritti» perché permette lo «scambio», cioè la «condivisione» di materiali protetti da copyright per i quali la condivisione, anche da parte di chi legalmente detiene i diritti, è invece «reato». Per questo sta emergendo un movimento che sostiene – specialmente in contesti ecclesiali – il software dal codice libero, cioè open source, e il copyleft o «permesso d’autore».
Se però spostiamo questa logica sul piano teo-logico comprendiamo che la questione invece si fa più problematica proprio perché la natura della Chiesa e la dinamica della Rivelazione cristiana sembrano seguire un modello client-server che è invece l’opposto di quello peer-to-peer. Esse non sono il prodotto di uno scambio (che possiamo definire più propriamente un «baratto» fluido) orizzontale, ma l’apertura a una Grazia indeducibile e inesauribile che passa attraverso mediazioni gerarchiche e sacramentali, storiche e di «tradizione». Se ci fermassimo qui rischieremmo di giungere alla incompatibilità radicale tra la «logica» della teologia e quella della Rete.
In realtà il nodo consiste nel fatto che la logica del dono in Rete sembra sostanzialmente essere legata a ciò che in slang viene chiamato freebie, cioè qualcosa che non ha prezzo nel senso che non costa nulla. Essa si fonda sulla domanda implicita: «quanto costa?» e l’ottica è tutta spostata su chi «prende» (e non «riceve», dunque). Il freebie è ciò che si può prendere liberamente. La gratia gratis data invece non si «prende» ma si «riceve», ed entra sempre in un rapporto al di fuori del quale non si comprende. La Grazia non è un freebie, anzi, per citare Bonhoeffer, è «a caro prezzo». Nello stesso tempo la Grazia si comunica attraverso mediazioni incarnate e si diffonde capillarmente in una logica compatibile con quella peer-to-peer ma non riducibile ad essa, la quale può essere benissimo anonima, su base individuale, e impersonale: si può prendere tutto ciò che è a disposizione e non si sa quanto dei propri file verrà condiviso.
La logica della Grazia invece crea «legami» face-to-face come è tipico della logica del dono, cosa che invece è estranea di per sé alla logica del peer-to-peer, che in se stessa è una logica di connessione e di scambio, non di comunione. E un «volto» non è mai riducibile a semplice «nodo». Certo, tra l’anonimo peer-to peer del file sharing e la logica dello user generated content dei social network la seconda appare formalmente più «compatibile» con una logica ecclesiale perché il contenuto condiviso viene «donato» all’interno di una relazione e ha come «ricompensa» la relazione stessa, cioè l’incremento e il miglioramento delle relazioni reciproche.
Sia chiaro che questo non significa che la logica peer-to-peer sia sbagliata o negativa di per sé: essa è importante in una logica di condivisione generale e diffusa. Si dice qui solamente che la logica teologica non è riducibile ad essa: è «altro» e «più» di essa.
Ma proprio in questa differenza si fonda la sfida per i credenti: la Rete da luogo di «connessione» è chiamata a diventare, come si è detto, luogo di «comunione». Il rischio di questi tempi è di confondere i due termini: la connessione non produce automaticamente una comunione, anche se ne è conditio sine qua non. La connessione di per sé non basta a fare della Rete un luogo di condivisione pienamente umana. È vero che la connessione crea communities, come si suol dire, ma ad esse non sono affatto indispensabili le effettive relazioni, i legami, la familiarità, e le loro conseguenze23. Le nuove community rischiano di considerare accessorie la fisicità, e tutto il corredo di codici legati al linguaggio «incarnato» del corpo. La relazione finisce per essere fondata sostanzialmente su pratiche retoriche, e questo sarebbe un grosso impoverimento. La parola chiave è dunque l’integrazione tra differenti livelli di vissuto.
D’altra parte, se il «cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come ha scritto Benedetto XVI24, allora la Rete può essere davvero un ambiente privilegiato in cui questa esigenza profondamente umana possa prendere forma.
E questo riguarda anche la fede per una condivisione ad ampio raggio, come lo stesso Pontefice ha prospettato ponendo una domanda a conclusione del suo Messaggio per la 43a Giornata delle Comunicazioni Sociali: «Come il profeta Isaia arrivò a immaginare una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr Is 56,7), è forse possibile ipotizzare che il web possa fare spazio – come il “cortile dei gentili” del Tempio di Gerusalemme – anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto?». Ancora una volta è la testimonianza la categoria fondamentale.
L’Eschaton: coscienza collettiva o Parusia?
La Rete, come abbiamo visto fino a questo momento, pone sfide davvero significative alla comprensione della fede cristiana. La cultura digitale ha la pretesa di rendere l’uomo più aperto alla conoscenza e alle relazioni. Fin qui abbiamo identificato alcuni nodi critici che questa cultura pone alla vita di fede e alla Chiesa. L’immagine che forse rende meglio il ruolo e la pretesa del cristianesimo nei confronti della cultura digitale è quella dell’ «intagliatore di sicomori» mutuata dal profeta Amos (7, 14) e interpretata da san Basilio. Il card. Ratzinger nel suo discorso al convegno Parabole mediatiche usò questa fortunata immagine per dire che il cristianesimo è come un taglio su un fico. Il sicomoro è un albero che produce molti frutti che restano senza gusto, insipidi, se non li si incide facendone uscire il succo. I frutti, i fichi, dunque, rappresentano per Basilio la cultura del suo tempo. Il Logos cristiano è un taglio che permette la maturazione della cultura. E il taglio richiede saggezza perché va fatto bene e al momento giusto. La cultura digitale è abbondante di frutti da intagliare e il cristiano è chiamato a compiere quest’opera di mediazione tra il Logos e la cultura digitale. E il compito non è esente da difficoltà e appare oggi più che mai complesso.
Forse il genio religioso che, pur tra ombre e ambiguità, ha inciso anzi tempo un taglio profondo nella cultura digitale è stato p. Teilhard de Chardin. Lo ha fatto – per intuizioni a loro modo «profetiche», essendo lui morto nel 1955 – con il suo concetto di «Noosfera», una sorta di «coscienza collettiva» che si sviluppa con l’interazione degli esseri umani a mano a mano che essi hanno popolato la Terra e poi si sono (e si stanno) organizzando in forma di reti sociali complesse.
Già negli anni Venti Teilhard aveva teorizzato la nozione di un sistema nervoso tecnologico planetario. Aveva inoltre capito che le tecnologie non solo formano un sistema nervoso planetario, ma formano anche una sorta di intelligenza collettiva. Oggi possiamo affermare che essa è resa possibile dalla telematica, dalle connessioni, dalla Rete. Ma per Teilhard la noosfera sta espandendosi verso una crescente integrazione e unificazione che culminerà in quello che egli definisce «Punto Omega», che è il fine della storia. Il Punto Omega è il massimo della complessità e della coscienza, ed è indipendente dall’universo che si evolve, è cioè ad esso «trascendente». È il Logos ossia il Cristo, attraverso cui tutte le cose furono create.
Il Punto Omega non è un’idea astratta, ma un essere personale che unisce il creato attraendolo magneticamente verso di Sé. Questo Punto Omega non costituisce il risultato della complessità e della coscienza: preesiste all’evoluzione dell’universo, perché è la causa dell’evolvere dell’universo verso la maggiore complessità, coscienza e personalità. Il punto di maturazione della Noosfera nella visione di Teilhard coincide con la Parusia.
La sua complessa visione, così sbilanciata in direzione escatologica, sposta gli accenti della riflessione teologica sulla «logica» della Rete. L’intuizione teologica teilhardiana intravede e manifesta una attrazione magnetica che parte dalla fine e dal di fuori della storia e che rende ragione e valorizza tutti gli sforzi dell’interazione fra le menti umane in reti sociali sempre più complesse. In questo senso dà un significato di fede alle dinamiche proprie dello spazio antropologico che è la Rete che a questo punto diventa anch’essa parte dell’unico milieu divin, di quell’unico «ambiente divino» che è il nostro mondo.